1.2.4 Allegati AA-AJ
ALLEGATO 4
Allegato AA.
January 21, 1998
Kohl Keeps Silent on Queries
Over Italy's Bid to Join EMU
By Maureen Kline
Staff Reporter of THE WALL STREET JOURNAL
MILAN -- German Chancellor Helmut Kohl, at a meeting with Italian Prime Minister Romano Prodi, stopped short of endorsing Italy's membership in European economic and monetary union next year.
"Romano must do his job as I must do mine," Mr. Kohl said at a briefing with journalists in Rome. "Each does what he can. The Ecofin [EU finance ministers'] meeting recognized the efforts of Italy, but from now on there is little sense in going on discussing what one is doing and what one is not doing. Wait with patience and calm for the fateful date."
EU leaders will vote May 3 on country membership in EMU, which is slated to start on Jan. 1, 1999. The Kohl-Prodi summit came only a day after EU finance ministers, meeting in Brussels, gave Italy a round of support for its efforts to meet requirements to join EMU.
The Big Obstacle: Public Opinion
But Italy's public debt continues to be more than double the EMU requirement of 60% of gross domestic product, leaving the country open to criticism. At the meeting in Rome, Mr. Kohl declined to answer questions regarding Italy's debt.
Observers say that in the countdown to May, one of the biggest remaining obstacles to Italy's membership is German and Dutch public opinion. Both countries will hold elections later this year, and their political leaders are walking a fine line between being receptive to Italy's financial-austerity efforts and catering to domestic pressure not to allow Italy's weaker currency to join.
In Germany, opinion polls show more than 70% of Germans are against giving up the strong mark for the new single currency, called the euro, and that figure is rising as Italy's chances of joining look better.
"There's strong pressure in Germany against the membership of Italy, and if Italy is allowed in the German people could say 'We have to thank Mr. Kohl for this,'" says Adrian Ottnad, an economist at Bonn's Institute for Social and Economic Research. "On the other hand, I'm skeptical that if it comes down to deciding, Mr. Kohl would keep Italy out."
Zalm Says He Won't Quit
Mr. Ottnad expects that Mr. Kohl will continue to let more outspoken Dutch politicians do the talking. "It would be not inconvenient for Mr. Kohl [if the Dutch] help keep Italy out," says Mr. Ottnad.
In the Netherlands, a recent poll by market-research firm NIPO showed 38% of those surveyed were opposed to Italy's participation in EMU. Last week, a Dutch newspaper reported that Finance Minister Gerrit Zalm threatened to resign if Italy is allowed to join the euro, though at Monday's meeting of finance ministers, Mr. Zalm reassured Italian Treasury Minister Carlo Azeglio Ciampi that he wouldn't resign.
At Tuesday's summit in Rome, Mr. Prodi, for his part, stressed that Italy is in favor of a strong euro. "Italy and Germany want a Europe that is strong economically and more united politically," he said, adding that European monetary union must be based on rigorous criteria, "not only in the interest of Germans but also, in this historic phase, of Italy."
Allegato AB.
Die Zeit
Infographik: Die EU altert
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Der Anteil der über Sechzigjährigen an der Gesamtbevölkerung wird laut Prognosen in den nächsten Jahrzehnten kontinuierlich zunehmen - und zwar in allen Ländern der Europäischen Union. Die Ursache dieser Entwicklung sind zum einen die steigende Lebenserwartung, zum anderen die niedrigen Geburtenraten. Dies hat zur Folge, daß der Anteil der unter Zwanzigjährigen bis zum Jahr 2020 in allen EU-Staaten abnimmt - mit einer einzigen Ausnahme. In Luxemburg steigt er um 15,3 Prozent im Vergleich zu heute, während er in der Bundesrepublik um 9 Prozent schrumpft.
(C) DIE ZEIT/GLOBUS 22.01.1998 Nr.5
Allegato AC.
La Stampa
Domenica 25 Gennaio 1998
Guerra dell'oro tra Italia e Bruxelles
Stasera riunione tecnica all'Eurostat, il verdetto sui 3050 miliardi di transazioni arriverà mercoledì
E Fazio scrive ai banchieri: operazione corretta
Raffaello Masci
ROMA. E' il giorno fatidico. Stasera a Lussemburgo l'esecutivo di Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione europea, esprimerà il proprio parere "non vincolante" ma politicamente assai rilevante, sulla "questione dell'oro". Dovrà decidere cioè se i 3050 miliardi versati al fisco dall'Ufficio italiano dei cambi per la cessione di alcune tonnellate di oro alla Banca d'Italia possano essere considerati o no vere entrate, capaci di incidere sull'indebitamento pubblico. La decisione formale di Eurostat sarà resa nota solo mercoledì o giovedì prossimi in occasione del consiglio plenario dell'Istituto di statistica.
Il Tesoro ha fatto sapere che, quale che sia il verdetto, il raggiungimento del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, non verrebbe comunque messo in discussione e quindi "anche una eventuale bocciatura da parte di Eurostat - dice il presidente del Consiglio Prodi - non sarebbe una tragedia".
Comunque in Banca d'Italia e al ministero del Tesoro aleggia una certa preoccupazione, ancorché dissimulata: una valutazione negativa di Eurostat avrebbe infatti un peso politico non irrilevante nel dibattito in corso sulla possibilità che il nostro Paese entri nell'euro fin dall'inizio. E purtroppo negativa ègiàl'opinione espressa dai banchieri centrali europei con i quali Eurostat si è sempre trovata in sostanziale sintonia.
Una eventuale bocciatura della "questione oro" in sede europea comporterebbe un aggravio del debito pubblico di 3050 miliardi e farebbe lievitare il rapporto tra deficit e Pil dello 0,15%, portandolo dal 2,7% al 2,85% (secondo il Tesoro) o a percentuali meno lusinghiere (secondo la Banca d'Italia) ma comunque sempre al di sotto della soglia del 3%. Il raggiungimento del parametro di Maastricht non sarebbe in discussione, ma la fazione anti-lira ne verrebbe rafforzata.
Quello di Eurostat sarebbe dunque un dispettuccio politico, un cavillo dettato da un sostanziale pregiudizio negativo nei confronti dell'Italia. Meschinità? Può darsi, ma intanto ieri sia il ministro del Tesoro Ciampi che il governatore della banca centrale Fazio hanno dovuto spendere la loro autorità presso gli alti papaveri monetari di Bruxelles inviando delle lettere.
Ciampi ha scritto al cancelliere dello scacchiere nonché presidente di Ecofin, Gordon Brown, e al commissario europeo per gli affari monetari, Yves Thibault de Silguy. Fazio ha inviato una lettera ai suoi colleghi ai vertici delle banche centrali e al presidente dell'Ime Duisenberg.
Ciampi ha ricordato che i nostri criteri contabili consentono di conteggiare nelle entrate fiscali plusvalenze del tipo di quella in questione, e che la transazione è stata eseguita seguendo le regole dell'ordinamento italiano (che per la Banca d'Italia risale al 1928 e per l'Uic al 1947). Sarebbe dunque singolare - fa notare il ministro - se l'istituto di statistica europeo non ne tenesse conto, il Sec '79, il sistema europeo di contabilità, ha infatti rimandato l'omologazione tra i vari Paesi dell'Unione a dopo il '99. Quindi - è la tesi di Ciampi - in base ai nostri sistemi di calcolo quei 3050 miliardi sono soldi veri, a pieno titolo inseriti nel bilancio dello Stato.
Fazio, parlando ai banchieri - secondo alcune indiscrezioni - si sarebbe dilungato in aspetti più tecnici per chiarire i termini dell'operazione e per controbattere alle perplessità già espresse da molti di loro.
Il sottosegretario al Tesoro Piero Giarda, che ieri era a Napoli al convegno del Forex, ha detto che "sulla base dei dati contabili non c'è ancora certezza di un rapporto deficit Pil intorno al 3%. Ma, con o senza la questione dell'oro, il rapporto deficit-Pil risulta al 3% o addirittura meno del 3%".
Anche il presidente del Consiglio ha minimizzato gli eventuali rilievi di Eurostat: "In termini quantitativi gli effetti dei rilievi di Eurostat non sarebbero una tragedia - ha detto -. Ritengo che l'operazione dell'oro sia stata corretta, perché seguiva le nostre prassi e le nostre abitudini vigenti da decenni. In Europa dovremmo avere tutti una contabilità comune, ma questo non saràpossibile prima del 2000, quindi intanto noi dobbiamo fare i conti seguendo la contabilità tradizionale dei singoli Paesi. E in questa contabilità l'operazione sull'oro era perfettamente e totalmente corretta. Questa è la nostra posizione, mi auguro che venga riconosciuta, ma se così non fosse, ripeto, non sarebbe una tragedia".
Allegato AD.
Domenica 2 Febbraio 1998
Non perdiamo altro tempo con l'Europa del marco.
Non vogliamo portare i nostri capponi al banchetto di tedeschi e olandesi.
I nostri garbugli ce li sappiamo e vogliamo azzeccare da soli o con chi piu' ci piace.
Rilancio con grande determinazione la proposta del Prof. Franco Modigliani:
"un'unione monetaria a due tempi, che cominci con un Euro dei paesi latini sotto guida francese, senza Germania e area marco. Eviterebbe unioni tra paesi stabili e instabili, e darebbe tempo a questi ultimi di stabilizzarsi per un'unione più vasta in un secondo tempo"
Poi tratteremo con l'area del dollaro o dello yen esattamente come con quella del marco, se ci riusciremo e se ci fara' comodo, in una prospettiva globale.
Non imprigioniamoci nell'Europa di Francoforte! Per carita'!
Saluti
G. Losio
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Trattazione su "Quale Europa?"
http://www.losio.com/100citta/qualeeuropa.htm
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Destinatari:
On. Massimo D'Alema
On. Gianfranco Fini
Mr. Oliver Puech, Le Monde
Sig. Mino Fuccillo, L'Unita'
Posta di Riotta, Corriere della Sera
La Repubblica
Mailing list pro-prodi
Allegato AE.
Wirtschaftswoche 11/5.3.1998
INTERVIEW
'Wir wollen keine Stimmen kaufen"
Gratulation, Herr Ministerpräsident, jetzt sind Sie Kanzlerkandidat, aber noch kein Kanzler! Wie wollen Sie Helmut Kohl bei den Bundestagswahlen im Herbst schlagen?
SCHRÖDER: Es wird ein innenpolitischer Wahlkampf. Die Themen Modernisierung in Wirtschaft, Gesellschaft und Staat sowie soziale Verantwortung werden bei uns im Mittelpunkt stehen. Bei allem Respekt vor der Lebensleistung Helmut Kohls: Er ist nicht mehr dazu in der Lage, die schöpferischen Kräfte des Landes zu bündeln und ins nächste Jahrtausend zu führen.
Was genau verstehen Sie unter Modernisierung und sozialer Verantwortung?
SCHRÖDER: Vier Punkte sind mir besonders wichtig: Erstens müssen wir die Innovationsgeschwindigkeit erhöhen. Es dauert bei uns einfach zu lange, bis aus Ideen marktfähige Produkte werden. Ein aufgeschlossenes Verhältnis zur Technik verlangt, daß wir zuerst die Chancen, danach die Risiken diskutieren. Dieses Erbe der 68er Generation müssen wir abschütteln. Mein zweiter Punkt ist: die Arbeitswelt muß noch flexibler gestaltet werden.
Was stellen Sie sich darunter ganz konkret vor?
SCHRÖDER: Die Betriebe sind in der Entwicklung von hoch flexiblen Arbeitszeitmodellen oft schon viel weiter, als es in der öffentlichen Diskussion dargestellt wird. Solche Bündnisse für Arbeit müssen wir auf die gesamte Gesellschaft übertragen. Dann erübrigt sich auch die Diskussion um den Flächentarifvertrag. Es kommt nicht darauf an, ob man Flächentarife will, sondern auf die Frage, wie weit man sie öffnet, um den Besonderheiten einzelner Betriebe Rechnung zu tragen.
Ihr dritter Punkt?
SCHRÖDER: Wir brauchen mehr Investitionen in Forschung und Entwicklung - und zwar sowohl von privater als auch von öffentlicher Seite. Hier mußte sich der Staat schon wegen der Finanzierung der deutschen Einheit in den letzten Jahren stark zurückhalten. Sobald aber die Transferleistungen zurückgehen, weil sie ihr Ziel erreicht haben, müssen die so frei werdenden Mittel wieder in diesen Bereich investiert werden.
Viertens schließlich muß das Verhältnis zwischen Politik und Wirtschaft neu austariert werden. Der Staat muß jene, die wirtschaftlich aktiv sind oder es werden wollen, als Kunden begreifen und nicht als Gewaltunterworfene. Überflüssige Regelungen müssen über Bord geworfen werden.
Sie sagen, die Ära Kohl sei zu Ende. Das haben die Sozialdemokraten im Wahlkampf vor vier Jahren auch schon gesagt. Was ist jetzt anders?
SCHRÖDER: Der Kandidat ist ein anderer. Kohl ist für jeden erkennbar am Ende seiner Kräfte - was ja nach mehr als 15 Jahren Regierungstätigkeit keine Schande ist. Aber Vorsicht: Er ist immer noch ein Gegner, den wir nicht unterschätzen dürfen. Die publizistische Unterstützung, die wirtschaftliche Macht und der gesamte Regierungsapparat sind schon Pfunde, mit denen Kohl im Wahlkampf wuchern kann. Er wird - wie schon vor vier Jahren - einen ausschließlich vom Export gestützten Aufschwung als Rettung für den Arbeitsmarkt verkaufen wollen. Das Versprechen, für einen Abbau der Arbeitslosigkeit zu sorgen, hat er schon einmal gebrochen, und die Menschen werden es ihm nicht noch einmal abnehmen.
Sie wollen sich vor allem um Wähler aus der von Ihnen so genannten 'neuen Mitte" bemühen. Ab welchem Einkommen gehört man dazu?
SCHRÖDER: Für mich ist das keine Frage des Einkommens. Zur neuen Mitte gehören Menschen mit bestimmten Qualifikationen und Funktionen. Ein Facharbeiter versteht sich heute doch nicht mehr als Radikalinski, sondern fühlt sich unabhängig von seiner parteipolitischen Präferenz genauso der Mitte der Gesellschaft angehörig wie der Manager in einem größeren Unternehmen, der Handwerker oder ein Selbständiger. Diese Leistungsträger müssen wir erreichen.
Womit wollen sie diese Gruppen ködern?
SCHRÖDER: Darauf kommt es nicht an - wir wollen doch keine Wählerstimmen kaufen. Wenn wir unsere Politik glaubhaft machen können, dann wird das Angebot überzeugen.
Wenn sich ein Handwerker bei Ihnen darüber beklagt, daß er ab einem bestimmten Einkommen von jeder zusätzlich verdienten Mark 60 bis 70 Prozent Steuern und Abgaben hergeben muß - was sagen sie ihm?
SCHRÖDER: Dem sage ich, daß das zu viel ist. Deshalb haben wir die betriebliche Vermögen- und die Gewerbekapitalsteuer abgeschafft. Daneben wollen wir die Lohnnebenkosten wirklich nach unten drücken. Ehrlicherweise werde ich ihm aber auch sagen, daß es eine wirkliche Entlastung bei Steuern und Abgaben erst dann geben kann, wenn sich Ostdeutschland so weit erholt hat, daß wir keine jährlichen Transfers von 150 Milliarden Mark mehr brauchen. Dennoch wollen wir eine Steuerreform in Angriff nehmen, bei der auch der Spitzensteuersatz gesenkt wird - wenn auch nicht so weit, wie sich das manche wünschen.
Nach den bisherigen Plänen ist bei 49 Prozent Schluß.
SCHRÖDER: Warten Sie das offizielle Wahlprogramm ab.
Es ist außerdem geplant, die Lockerungen beim Kündigungsschutz, die die Regierung Kohl beschlossen hat, wieder rückgängig zu machen. Da wird sich Ihr Handwerksmeister aber freuen!
SCHRÖDER: Der Kündigungsschutz ist doch gar kein Hindernis für Neueinstellungen. Die Möglichkeit, bis zu 18 Monate befristete Arbeitsverträge abzuschließen, ist flexibel genug.
Ihre Rentenpläne erschöpfen sich weitgehend darin, die Rentenversicherung von Leistungen zu befreien, die da nicht hingehören. Experten wissen, daß das nicht ausreicht.
SCHRÖDER: Aber das ist erst mal das Wichtigste. Wir müssen auch nach Möglichkeiten suchen, das Rentenniveau langfristig zu stabilisieren. Ein interessanter Ansatz ist das Beispiel der Schweiz, wo sich Frauen auch dann rentenversichern müssen, wenn sie nicht erwerbstätig sind.
Noch eine Belastung! Da werden sich di-g Wähler aber freuen. Für viele ist Rotgrün sowieso ein Schreckgespenst.
SCHRÖDER: Diese Gespenst wird doch nur noch vom politischen Gegner ins Fenster gehängt. Klar ist: Bei ökonomischer und außenpolitischer Stabilität sowie bei der inneren Sicherheit darf nicht gewackelt werden. Da gibt es bei den Grünen gelegentlich Anwandlungen, die die SPD nicht zulassen darf. Meine Erfahrungen mit einer rotgrünen Koalition in Niedersachsen und Wolfgang Clements Erfahrungen in Nordrhein-Westfalen zeigen, daß es geht.
Nordrhein-Westfalen hat doch gerade das Gegenteil gezeigt. Herr Clement hat doch Magengeschwüre gekriegt durch die Zusammenarbeit mit den Grünen. Wie wollen sie verhindern, daß eine künftige Bundesregierung ständig Gefahr läuft,von irgendwelchen Sonderparteitagen der Grünen in Frage gestellt zu werden?
SCHRÖDER: Wenn es zu einer solchen Konstellation kommen sollte - es sind ja auch andere denkbar - , dann muß es einen wasserdichten Koalitionsvertrag geben. An den wird sich jeder halten müssen.
Beispiel Kernenergie: Sie wollen den Ausstieg im Konsens mit der Atomwirtschaft, die SPD 'so schnell wie möglich", die Grünen noch ein bißchen schneller. Was gilt?
SCHRÖDER: So schnell wie möglich - das will ich auch. Die Frage ist, was ist möglich. Die Zeiträume für ein solches Szenario sind länger als viele in meiner eigenen Partei und bei den Grünen sich das gerne vorstellen. Die geltenden Betriebsgenehmigungen sind rechtlich abgesichert - wollte man diese in Frage stellen, käme das für den Staat teuer. Man kann es, wie die SPD 1996 beim Nürnberger Parteitag beschlossen hat, in zehn Jahren nur dann schaffen, wenn es einen Konsens dafür gibt. Wenn's die Grünen noch schneller wollen, dann müssen wir ihnen sagen, daß das nicht geht.
Ihr Konsens mit der Energiewirtschaft sah eine Option für die Weiterentwicklung der Kernenergie vor. Halten Sie daran nach wie vor fest?
SCHRÖDER: Forschungs- und Entwicklungsaktivitäten dürfen wir nicht einschränken - das wäre falsch und auch rechtlich nicht möglich.
Wie wollen Sie denn sicherstellen, daß Ihnen Ihr mächtiger Parteivorsitzender nicht ständig dazwischenfunkt. Werden Sie Oskar Lafontaine zum Bundespräsidenten vorschlagen?
SCHRÖDER: (Lacht) Jetzt ist es aber genug!
Wird Lafontaine denn als Fraktionsvorsitzender der Sozialdemokraten nach Bonn gehen?
SCHRÖDER: Das ist noch nicht entschieden.
Werden die Wähler es vor der Wahl erfahren?
SCHRÖDER: Auf jeden Fall. Spätestens im Frühsommer steht meine Mannschaft.
PETER GRÄF/KONRAD HANDSCHUCH
Allegato AF.
Dow Jones Newswires -- April 3, 1998
Tietmeyer: Italy, France Cut '97 Defs With Temp Measures
Dow Jones Newswires
BONN -- Deutsche Bundesbank President Hans Tietmeyer said Friday that Italy and France fulfilled the Maastricht treaty's budget deficit criterion in 1997 'only with temporary measures.'
Tietmeyer was testifying on Europe's currency union project before the finance committee of the Bundestag, or lower house of parliament.
Meanwhile, he said Italy and Belgium won't be able to meet the aims of the Stability and Growth Pact in the 'medium- term.' The pact requires countries participating in currency union to post balanced budgets or budget surpluses as of 1999.
Echoing statements expressed last week in the Bundesbank's harshly worded critique of the state of convergence ahead of currency union, Tietmeyer added that Italy's temporary measures chopped off one percentage point from its budget deficit-to- gross domestic product ratio, which stood at 2.7% in 1997. Had Italy neglected to take the temporary measures, the ratio would have been 3.7%
France, meanwhile, cut its deficit-to-GDP ratio by 0.6 percentage point in 1997, also with temporary measures, bringing it down to 3.0%, Tietmeyer said.
The Maastricht treaty for currency union states that countries must keep budget deficits below 3% of GDP, except in temporary or extraordinary circumstances.
Tietmeyer reiterated that the Bundesbank still has doubts about whether Belgium and Italy have taken sufficiently strong fiscal measures to alleviate the Bundesbank's concerns about the stability of their fiscal positions.
'The measures taken thus far aren't sufficient to rid the Bundesbank of its doubts,' Tietmeyer said.
There are still 'considerable doubts' about Belgium and Italy's fiscal fitness for the project, he said, noting that those countries require additional measures to get debt under control.
Italy and Belgium should adopt Finance Minister Theo Waigel's proposal at the York meeting of European central bankers and Finance Ministers to reduce short term debt, Tietmeyer said.
While the Bundesbank considers monetary union 'justifiable' from the standpoint of stability policy, that 'doesn't equal' a recommendation as to the members of the union, he said.
Earlier in his speech, Tietmeyer cautioned that relatively weak economic growth and joblessness in Europe could create inflationary pressure.
Nevertheless, the price stability situation in Europe in general is 'excellent,' he said.
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The following declaration has been drafted by Profs. Wim Kösters (University of Bochum), Manfred J. M. Neumann (University of Bonn), Renate Ohr (University of Stuttgart- Hohenheim) and Roland Vaubel (University of Mannheim). It has been signed by 165 German-speaking Professors of Economics (date: 19 February 1998).
The Euro starts too early
Professors of economics on the planned start of European Monetary Union.
1. There is no alternative to European integration. The single currency will be part of it – at least for the core of Europe. However, the Euro comes too early.
2. The consolidation of public budgets has made progress. Nevertheless, it has not advanced enough, especially in large countries such as Italy, France and Germany. The process of consolidation started too late and halfheartedly. In spite of an unusually low level of interest rates, hence reduced costs of debt service, and in spite of numerous examples of creative accounting, the core countries have not succeeded in reducing deficits markedly and sustainably below the 3 per cent reference value. Moreover, the average debt ratio of the member states has not come down since 1991 but has risen by 15 percentage points. As a result, it now exceeds the 60 per cent reference value of the Maastricht treaty by a large margin. This is contrary to the spirit of the treaty.
3. The treaty rightly requires persistence of convergence. To ensure this the so-called „stability pact" has been invented. However, the pact cannot guarantee budgetary discipline. The threat of sanctions is credible, if at all, only if the deficit reference value is violated by one country or very few countries. Given that sanctions are not automatic, it is unlikely that a qualified majority will enforce the pact when a larger number of countries simultaneously violates the limit. The pact cannot ensure the stability of the Euro.
4. Since 1991 the structural problems of Europe have worsened. Unemployment has continued to rise. Notably Germany and France – the driving forces of European integration – are not well prepared to cope with the more rapid structural change and the stiffer competition in a monetary union. The Euro does not solve the unemployment problem of Europe. Given that exchange rates are no longer available for adjustment, labour markets need to become much more flexible – in Germany as well as elsewhere. An unambiguous change of trend is missing in this respect. If such a trend change is not achieved before the start of monetary union, we will have to expect useless experiments of demand stimulation and above all political pressure on the European Central Bank.
5. The current state of economic affairs is most unsuitable for starting monetary union. An orderly postponement for a couple of years – supplemented by conditions on further progress with respect to budgetary consolidation – has to be seriously considered as a political option. Postponement must not be seen as a political catastrophy. No party can infer from it that the process of integration has come to an end. The persistent success of the Euro is more important than its starting date.
6. An orderly postponement would not be a reason for any country to reduce its efforts at consolidating public budgets. Reducing effort would be a signal that the country either does not make budgetary discipline an objective of its own or that it is unable to take the necessary action. It would be a fundamental error to start monetary union with such a country.
7. Should the attempt of reaching unanimous agreement on an orderly postponement fail, it will be of utmost importance to apply the convergence criteria without any indulgence. Then it must not be declared a taboo that the monetary union starts with a smaller group of countries. On the contrary, with regard to sustainability, the convergence criteria need to be applied as rigorously as possible – as strictly as the treaty permits. Governments who do not take the examination of convergence seriously, undermine the confidence in the actual independence of the European Central Bank and in the stability of the Euro. The start of monetary union would suffer from a heavy burden if the Euro is expected to be weak – inside and outside the monetary union.
Allegato AH.
Complete List of Signatories of the Declaration «The Euro starts too early»
Professor Dr. Roland Vaubel
Universität Mannheim
Seminargebäude A 5
Zimmer A 141
D-68131 Mannheim
Tel.:  ++ 621 / 292 - 5131
Fax.: ++ 621 / 292 - 2788
Aberle, Gerd (Gießen)
Ashauer, Günter (Köln)
Baltensperger, Ernst (Bern)
Bartling, Hartwig (Mainz)
Baßeler, Ulrich (Berlin)
Becker, Wolf Dieter (Bonn)
Bender, Dieter (Bochum)
Berg, Hartmut (Dortmund)
Bergen, Volker (Göttingen)
Berthold, Norbert (Würzburg)
Besters, Hans (Bochum)
Betge, Peter (Osnabrück)
Biethahn, Jörg (Göttingen)
Blankart, Charles B. (Berlin)
Bliemel, Friedhelm (Kaiserslautern)
Blum, Ulrich (Dresden)
Bohley, Peter (Zürich)
Bös, Dieter (Bonn)
Bössmann, Eva (Köln)
Bombach, Gottfried (Basel)
Caesar, Rolf (Hohenheim)
Cezanne, Wolfgang (Cottbus)
Claassen, Emil (Paris)
Corsten, H. (Kaiserslautern)
Dickertmann, Dietrich (Trier)
Eickhof, Norbert (Potsdam)
Engel, Günther (Göttingen)
Eschenburg, Rolf (Münster)
Fehl, Ulrich (Marburg)
Feser, Hans-Dieter (Kaiserslautern)
Folkers, Cay (Bochum)
Francke, Hans-Hermann (Freiburg)
Frank, Werner (Göttingen)
Frerich, Johannes (Bonn)
Frowen, Stephen F. (London)
Fuhrmann, Wilfried (Potsdam)
Gabisch, Günter (Göttingen)
Gaertner, Wulf (Osnabrück)
Gäfgen, Gérard (Konstanz)
Gandenberger, Otto (München)
Gans, Oskar (Heidelberg)
Gebauer, Wolfgang (Frankfurt)
Gemper, Bodo (Siegen)
Görgens, Egon (Bayreuth)
Gröner, Helmut (Bayreuth)
Gutmann, Gernot (Köln)
Hahn, Oswald (Erlangen-Nürnberg)
Hartwig, Karl-Hans (Münster)
Hasse, Rolf (Hamburg)
Häuser, Karl (Frankfurt)
Helmstädter, Ernst (Münster)
Herdzina, Klaus (Hohenheim)
Herz, Bernhard (Bayreuth)
Heuß, Ernst (Erlangen-Nürnberg)
Hieber, Manfred (Bonn)
Hildenbrand, Werner (Bonn)
Hölscher, Reinhold (Kaiserslautern)
Homburg, Christian (Koblenz)
Homburg, Stefan (Hannover)
Hoppmann, Erich (Freiburg)
Jarchow, Hans-Joachim (Göttingen)
Kath, Dietmar (Duisburg)
Kaufer, Erich (Innsbruck)
Kerber, Wolfgang (Marburg)
Kernig, Claus D. (Trier/Freiburg)
Kirsch, Guy (Fribourg)
Klenner, Wolfgang (Bochum)
Knieps, Günter (Freiburg)
Koester, Ulrich (Kiel)
Konrad, Anton (München)
Kösters, Wim (Bochum)
Kraus, Willy (Bochum)
Kruse, Jörn (Hohenheim)
Kuhn, Helmut (Göttingen)
Lang, Franz Peter (Braunschweig)
Lechner, Hans H. (Berlin)
Lehmann-Waffenschmidt, Marco (Dresden)
Lenel, Hans-Otto (Mainz)
Littmann, Karl-Konrad (Speyer)
Loef, Hans-E. (Siegen)
Lücke, W. (Göttingen)
Luckenbach, Helga (Gießen)
Lüdeke, Reinar (Passau)
Lux, Thomas (Bonn)
Mertens, Peter (Erlangen-Nürnberg)  Meyer, Klaus (Kopenhagen)
Mitschke, Joachim (Frankfurt)
Molsberger, Josef (Tübingen)
Monissen, Hans (Würzburg)
Mückl, Wolfgang (Passau)
Müller, Herbert (Gießen)
Müller-Groeling, Hubertus (Kiel)
Müller-Merbach, Heiner (Kaiserslautern)
Nachtkamp, Hans H. (Mannheim)
Neubauer, Werner (Frankfurt)
Neumann, Manfred J.M. (Bonn)
Neus, Werner (Tübingen)
Oberender, Peter (Bayreuth)
Ohr, Renate (Hohenheim)
Petersen, Hans-Georg (Potsdam)
Pfähler, Wilhelm (Hamburg)
Piesch, Walter (Hohenheim)
Pohmer, Dieter (Tübingen)
Preuße, Heinz Gert (Tübingen)
Richter, Rudolf (Saarbrücken)
Rieter, Heinz (Hamburg)
Rinne, Horst (Gießen)
Rohde, Klaus (Bonn)
Rose, Manfred (Heidelberg)
Rudolph, Heinz (Bochum)
Rübel, Gerhard (Passau)
Schäfer, Wolf (Hamburg)
Schellhaaß, Horst (Köln)
Scheper, Wilhelm (Kiel)
Scherf, Wolfgang (Gießen)
Schittko, Ulrich K. (Augsburg)
Schlotter, Hans-Günther (Göttingen)
Schmidt, Günter (Saarbrücken)
Schmidt, Ingo (Hohenheim)
Schmidtchen, Dieter (Saarbrücken)
Schönfeld, Peter (Bonn)
Schröder, Jürgen (Mannheim)
Schüller, Alfred (Marburg)
Schulz, Wilfried (München)
Schumann, Jochen (Münster)
Schweizer, Urs (Bonn)
Seel, Barbara (Hohenheim)
Seitz, Tycho (Bochum)
Sell, Axel (Bremen)
Siebke, Jürgen (Heidelberg)
Smeets, Heinz-Dieter (Düsseldorf)
Socher, Karl (Innsbruck)
Sondermann, Dieter (Bonn)
Spahn, Peter (Hohenheim)
Steiger, Otto (Bremen) /Danke für Ihre Notiz vom 02/04/2002! G. Losio
Steinmann, Gunter (Halle)
Stobbe, Alfred (Mannheim)
Stöttner, Rainer (Kassel)
Theurl, Theresia (Innsbruck)
Thieme, Jörg (Düsseldorf)
Tietzel, Manfred (Duisburg)
Tolkemitt, Georg (Hamburg)
Tuchtfeld, Egon (Bern)
Uebe, G. (Hamburg)
Ulrich, Volker (Greifswald)
Vahrenkamp, Richard (Kassel)
van Meerhaeghe (Deurle)
van Suntum, Ulrich (Münster)
Vaubel, Roland (Mannheim)
Vollmer, Uwe (Leipzig)
von Hauff, Michael (Kaiserslautern)
von Stein, Joh. Heinr. (Hohenheim)
von Weizsäcker, Robert (Mannheim)
Vosgerau, Hans-Jürgen (Konstanz)
Wagenhals, Gerhard (Hohenheim)
Wagner, Franz W. (Tübingen)
Watrin, Christian (Köln)
Weber, Axel (Bonn)
Weck-Hannemann, Hannelore (Innsbruck)
Wegehenkel, Lothar (Ilmenau)
Wenzel, Heinz-Dieter (Bamberg)
Wille, Eberhard (Mannheim)
Willgerodt, Hans (Köln)
Willms, Manfred (Kiel)
Woll, Artur (Siegen)
Zimmermann, Klaus W. (Hamburg)
Zink, Achim (Karlsruhe)
Zink, Klaus J. (Kaiserslautern)
Zohlnhöfer, Werner (Mainz)
Allegato AI.
Corriere della Sera
Domenica, 26 Aprile 1998
PRIMA PAGINA
Il rischio di un referendum sull'unità
LA VIA ITALIANA AL FEDERALISMO
Ernesto Galli della Loggia
Come se non bastassero gli altri già in cantiere, anche un bel referendum sull'unità nazionale: è questa la bomba a orologeria che la politica italiana sta inconsapevolmente piazzando sotto il proprio tavolo avendo deciso - nella Bicamerale prima e nel Parlamento dopo - di mettere da parte lo Stato italiano fin qui esistente e di inventarsene uno nuovo, all'insegna di un federalismo casereccio invadente e sgangherato. In questo modo è più che probabile, è inevitabile infatti, che il referendum finale previsto per l'insieme di norme di revisione della Costituzione vigente si trasformi, come dicevo, in un referendum sull'unità nazionale; diventi l'occasione chiave a disposizione dei cittadini per decidere se l'Italia e lo Stato italiano devono ancora esistere, a un dipresso nella configurazione attuale, o se invece, al posto dell'una e dell'altro, è meglio che ci siano Palermo, il Molise, Domodossola, l'Emilia, e quant'altro di metropolitano, di comunale e regionale offre il lussureggiante localismo della penisola: il tutto tenuto insieme più o meno dallo stesso saldo vincolo che dentro l'unione europea unisce la Grecia e il Lussemburgo.
Non sembri esageratamente pessimistico questo giudizio sul federalismo che ci aspetta. + inevitabile, infatti, che il potere conferito nei giorni scorsi alle future regioni di legiferare in materie come l'istruzione (dalle elementari all'università), l'assetto del territorio, la tutela della salute, le reti di trasporto e l'ordinamento della comunicazione, la sicurezza del lavoro, la protezione civile, la produzione di energia, è inevitabile, dicevo, che un tale potere darà luogo nel giro di pochissimo tempo alla scomparsa di qualsivoglia carattere unitario di quell'insieme rilevantissimo di stili di vita e di pensiero, di comportamenti, di modi di sentire, di abitudini in senso lato antropologico-culturale, che finora sono stati decisivi nella definizione del Paese Italia.
Quando non si studiano più nella stessa scuola gli stessi programmi, non si adoperano più gli stessi trasporti, non si usufruisce piùdella stessa assistenza sanitaria amministrata con i medesimi criteri, quando in una calamità non si può contare più sugli stessi soccorsi, quando non si pagano più le medesime tasse, è arduo continuare a sentirsi parte di qualcosa di comune, o continuare a sentire di avere qualcosa in comune.
Né valgono le due obiezioni che sempre si sentono a questo proposito: e cioèche altrove un federalismo anche molto più coerente e pronunciato di quello che abbiamo adottato noi non ha affatto messo in pericolo l'unità del Paese, e che comunque nel caso italiano lo Stato conserva il potere di stabilire le norme quadro anche nelle materie di competenza regionale.
Non vale la prima obiezione perché ogni Paese ha una storia diversa da quella di ogni altro. In Italia, per esempio, la dimensione locale ha storicamente sempre avuto uno spiccato carattere oligarchico- notabilare, ha sempre rappresentato la salda tutela degli interessi dei pochi e dei più ricchi rispetto agli interessi dei molti e dei più poveri. E questo - mi dispiace per Cacciari - anche in Veneto, anche sotto l'illuminato governo della Serenissima. I contadini di questa regione, cioè gli otto decimi dei suoi abitanti, non sarebbero stati per secoli una plebe derelitta, incolta e affamata, se le varie oligarchie di Treviso, di Vicenza e compagnia bella, padroni della loro sorte, non li avessero sfruttati per secoli fino all'osso e tenuti in quelle condizioni fino a cinquant'anni fa, dimostrando così in quale considerazione tenessero il benessere dei propri beneamati corregionali.
Quanto alle leggi quadro dello Stato, delle due l'una: o queste leggi saranno effettivamente definitorie e vincolanti, ma allora addio potestà legislativa delle regioni; ovvero tali non saranno, ma allora addio garanzie contro una patologica frammentazione del quadro legislativo regionale.
A chiarire quale sia il grado di pericolosissima confusione ideologica che presiede al federalismo italiano ci ha pensato del resto, l'altro giorno, il consiglio regionale del Veneto approvando con i voti di quei noti partiti moderati che dicono di essere Forza Italia, il Ccd e il Cdu, una mozione in cui si chiede né più né meno che di consentire «al popolo veneto di pronunciarsi con un referendum sulla propria autodeterminazione», cioè, in parole più semplici, di costituirsi in Stato diverso da quello rappresentato dalla Repubblica italiana.
In realtà, se a un certo punto la stragrande maggioranza della classe politica ha deciso che bisognava imboccare a tutti i costi la via del cosiddetto federalismo, ciò è avvenuto senza alcuna vera elaborazione culturale, senza alcuna riflessione sulla nostra storia, ma al contrario nell'assenza più totale di qualunque tensione etico-politica degna di questo nome. L'unitànazionale definita nei suoi ordinamenti dalla Costituzione della Repubblica e dalle larghe autonomie che essa consente, è stata destinata alla rottamazione semplicemente per ragioni di opportunismo e di demagogia.
Parliamoci chiaro. Il federalismo di Forza Italia è mosso dall'unico interesse di fare un bell'accordo di desistenza elettorale con la Lega per poter ottenere la maggioranza dei seggi; l'Ulivo, dal canto suo, cerca anch'esso di ingraziarsi la parte più ragionevole dell'elettorato leghista per ottenere il medesimo scopo. Sono queste le alte motivazioni ideali del federalismo italiano, il suo profondo sfondo culturale. Non è un caso, di nuovo, se prima della comparsa della Lega non risulta che mai, neppure una volta, il minimo proposito federalista abbia fatto capolino nella biografia sia di D'Alema sia di Berlusconi (o di qualunque altro loro compagno di partito o di schieramento). Entrambi, guarda un po', sono diventati federalisti solo quando hanno cominciato a sentire il fascino, o il problema, dei voti leghisti.
Non è solo questo però. + vero infatti che la patetica, generale, conversione italiana al federalismo è anche una delle manifestazioni significative che in Italia ha assunto quella più vasta crisi della politica che caratterizza tutto l'Occidente attuale. + una crisi che si manifesta nella perdita di senso degli ideali tradizionali, nella perdita di consapevolezza della funzione dirigente della politica, nella perdita di qualità di chi vi si dedica professionalmente. + in questo vuoto che nessuna posizione è più tenuta ferma, che destra e sinistra si scambiano uomini e programmi, che non si lotta più davvero per nulla, perché nulla è ritenuto più davvero decisivo, che si diviene pronti a seguire ogni corrente. + in questo vuoto che l'unica bussola diviene «la gente» e ciò che si pensa - a torto o ragione - che essa pensi.
La politica federalistica italiana costituisce un esempio da manuale di questa subalternità ai presunti voleri del pubblico. Ci si èconvinti che «la gente», che gli italiani vogliono il federalismo, e dunque avanti con il federalismo! Nessuno peròsi chiede: ma quanti italiani lo vogliono realmente? E cosa intendono per federalismo? Quali contenuti concreti danno a questa formula, cosa si aspettano dal federalismo che magari potrebbero avere altrimenti e che il federalismo non gli daràmai? E «la gente», poi, non vuole forse anche la pena di morte per i pedofili, un condono edilizio ogni anno, non vuole anche evadere il fisco a piacere?
Ma nessuno sembra interessato a porsi e a porre queste domande. Nessuno sembra colto dal sospetto che forse il compito di una classe dirigente non è già quello di trarre le conseguenze meccanicamente da ciò che crede o vuole «la gente», bensìpiuttosto è quello di stabilire con tali sentimenti od opinioni un rapporto di scambio e dunque, nel caso, anche pedagogico, di ascolto ma insieme anche di chiarificazione e di direzione.
Sarebbe bene ricordarlo. Infatti, per le classi politiche che lo dimenticano la smentita può rivelarsi assai sgradevole. Come per l'appunto sarebbe, per tornare all'inizio del nostro discorso, un referendum sulle riforme istituzionali che divenisse per forza di cose un referendum sull'unità nazionale (e magari, insieme, anche sulle questioni della giustizia). I federalisti della ventiquattresima ora sembrano non rendersene conto, ma in realtà è davvero col fuoco che essi stanno scherzando.
Allegato AJ.
AKN Kronos
ADN0230 7 02/05/1998 15:31
EURO: L'ANTROPOLOGA IDA MAGLI, E' UN GIORNO DI LUTTO
Roma, 2 mag. - (Adnkronos) - ''Il varo della moneta unica, e in particolare l'ingresso dell'Italia in questo sistema, rappresenta per me un giorno di lutto''. L'antropologa Ida Magli non si unisce al coro dei plaudenti e segnala come lo storico evento ''sia di fatto il primo passo per la perdita della sovranita' italiana''. Per la nota studiosa, autrice del pamphlet ''Contro l'Europa. Tutto quello che non vi hanno detto di Maastricht'', gia' ristampato in sei edizioni da Bompiani, l'unificazione economica e monetaria e' ''contro la natura dei popoli, i quali nel giro di qualche anno, mi auguro, non potranno far altro che ribellarsi a questa dittatura. Abbiamo lottato per secoli per avere una patria e ora viene imposto, con una decisione a tavolino, un corso alla storia che sembra interessare solo ai governanti. E' terribile pensare che non sia piu' la vita democratica dei popoli a contare ma solo le decisioni di un gruppo ristretto di banchieri''.
(Pam/Pn/Adnkronos)