Allegati AK-AZ
ALLEGATO 5

Allegato AK.
La Stampa
Domenica 3 Maggio 1998
LA NUOVA SOCIETA'
E I SUOI NEMICI
QUEL che accade in Europa in queste ore è vissuto da molti come un compimento singolare di una lunga storia di guerre, di conquiste. Non è stata la classe dei sacerdoti a precipitare la nascita dell'Euro, né la classe dei guerrieri. Non è stato un Papa che si erge contro i barbari, né Napoleone, né un ideologo che pretende di uniformare le anime. E' stato un insieme di sovrani che hanno presentito - con allarme, ma in tempo di pace - il deperimento incessante della propria sovranità, e la vicina decadenza d'Europa. Il gesto compiuto è forte, imperioso come può esserlo un gesto di guerriero che di fronte al pericolo si predispone a mutate obbedienze. Undici capi di Stato e di governo hanno fatto precisamente questo, ieri a Bruxelles: si sono disfatti d'un sol colpo delle proprie vetuste sovranità sulle monete, hanno dato vita a una Moneta unica che sarà amministrata non più da banche nazionali, ma da una Banca Europea e da un governatore con poteri sovranazionali. C'è qualcosa di sconvolgente nel loro atto, e la contesa attorno al nome del Governatore - che si è fatta cupa nella notte di ieri, astiosa - ha i colori di un crepuscolo degli dei pieno di tumulti, anche se volontario. Non è stata la guerra fredda a unirli così strettamente né il federatore amiricano come negli Anni 50. Non erano alle porte orde di russi, e non è il classico rapporto amico-nemico che li ha persuasi. Nuove circostanze storiche li hanno convinti, nuovi incubi del passato, nuove conflittualità tra blocchi mondiali che minacciano la sopravvivenza d'Europa, anche se l'avversario si chiama ormai concorrente, e non è propriamente guerra né minaccia di fisica morte.
"Tutto non era perduto ma tutto si sentì perire", scriveva Paul Valéry nel '19. Accade anche oggi. Non è conflitto d'armi ma la società europea ha suoi concorrenti temibili, e suoi nemici colmi di furore. Alcuni dicono che l'Euro finisce le guerre, conclude e compie una storia. In realtà l'Euro è il tentativo di ricominciarla, senza perderne memoria. Non si spiega altrimenti l'enormità del gesto, delle rinunce consentite. Non si spiega questo scopo che i sovrani europei hanno cercato con l'impeto volontaristico di chi fronteggia un subitaneo ingente nemico: ma un nemico diverso dal solito, appena intravisto in febbrili dormiveglia, più possente ancora del concorrente, non veramente percepito, nominato. L'Euro è l'arma di un continente che si prepara, che comincia a immaginare il proprio declino, che scruta orizzonti intuiti anche se pudicamente velati: aspettando un nemico latente ma sempre possibile, sempre intimamente sospettato, come i soldati nel Deserto dei Tartari.
Il nemico latente non viene dall'esterno, non ha le fattezze di autentico aggressore. L'alleanza con l'America consente ancora queste nostre persistenti, scandalose spensieratezze strategiche-militari, come si è visto nei Balcani (V.commento). Il nemico essenziale è un avversario intimo, che i politici d'Europa hanno intravisto più volte dopo il '45 e che hanno percepito con moltiplicata intensità il giorno in cui è caduto il muro di Berlino, e la Germania si è riunificata, e le economie d'Europa occidentale hanno cominciato a internazionalizzarsi, a divenire più vulnerabili, più dipendenti dalle forze del mercato mondiale. Non poche finzioni e certezze consolidatesi durante la guerra fredda - sotto la protezione Usa - accennarono a sfaldarsi in quell'occasione. Si sfaldò la sicurezza della Francia, che cessava di esser la nazione indispensabile, la nazione centrale che de Gaulle era riuscita a trasformare - surrettiziamente, con abilità di demiurgo - in vincitrice della guerra e in depositaria di solitaria grandeur politica. Si sfaldarono le certezze tedesche, che erano state invece negative: certezza di esser gigante economico, ma condannato all'irrilevanza politica; certezza di avere un debito storico indelebile, inibitore di sovranità. Tutte le nazioni d'Europa intuirono infine di esser falsamente sovrane, in un'economia che mondializzandosi era meno governabile dagli Stati. I sovrani erano sempre quelli, con i loro attributi di comando e i loro scettri cospicui. Ma gli scettri erano impotenti, nessuna politica monetaria era davvero sovrana, e l'economista francese Jean-Paul Fitoussi ha ragione: la tutela dei mercati sui singoli Paesi era totale, la libertà di manovra del sovrano menzognera, da tempo gli imperatori erano nudi. Molto più nudi di quello che potranno essere quando avranno addizionato le proprie forze, dando a 290 milioni di europei una Moneta Unica, una Banca sovranazionale.
L'Euro è stato voluto per combattere questi nemici latenti, che ogni Stato sentiva dentro di sé o che temeva dentro l'anima dell'altro: per combattere queste finzioni, queste vecchie o rinnovate illusioni di forza, per far fronte allo sfaldarsi di queste mitologie. L'Euro non mette fine a grandiosi Stati sovrani, non interrompe la continuità naturale di una storia d'Europa immobile, necessaria. Mette fine a illusioni di sovranità, getta su questa storia uno sguardo di scetticismo, di autodiffidenza. Abbandona le passioni per i Paradisi, o per gli Inferni terreni. Scopre il valore infinitamente più durevole e umano del Purgatorio: quest'invenzione medievale che riconciliò le fedi politico-religiose con il profitto, il mercato, il capitalismo nascente, i bisogni imperfetti dell'uomo. Non a caso si parla spesso di Purgatorio, a proposito di Maastricht.
Da questo punto di vista è vero che son stati i sovrani politici e non i banchieri a volere tenacemente Maastricht. Ma sono stati i sovrani con tutto il fardello delle antiche illusioni, delle antiche paure storiche, e per questo l'Euro nasce come edificio ancora incompleto, politicamente opaco, privo di legittimazione. Mitterrand ha voluto imbrigliare la forza egemonica dell'economia tedesca e della Bundesbank, il giorno in cui la Germania si è riunificata, e Kohl ha inutilmente cercato di compensare la rinuncia al marco con un'unità politica tra Stati europei. Per lungo tempo il Cancelliere insistette su questi aspetti politici e di legittimazione democratica, senza convincere l'Eliseo. Si giunse così a un compromesso di certo astuto - la Moneta non avrebbe probabilmente visto la luce, se ad essa si fosse affiancata l'idea di un governo politico dell'Unione - ma il compromesso spiega non poche ambiguità, opacità, rancori reciproci, nell'Europa ridisegnata.
Sono ambiguità che non scompariranno facilmente, e l'ottimismo di Fitoussi sembra eccessivo: la politica non tornerà in Europa automaticamente - grazie alla diminuita tutela dei mercati sul blocco unificato - se i politici stessi non prenderanno l'iniziativa, e non manifesteranno una volontà di potenza precisa, reale, adatta alle mutate circostanze. Spetta a questi ultimi - e non ai banchieri centrali che sperabilmente saranno indipendenti - il compito di rimeditare le sovranità nazionali, di escogitare sopranazionalità europee più politiche, di dare legittimità alle istituzioni create, di battagliare con dollaro e yen ma senza perder di vista le necessità di un pensiero strategico concordato in Occidente. Spetta a loro l'obbligo di preparare l'imminente allargamento all'Europa centro-orientale, evitando che la Moneta diventi un secondo Muro, divisivo del continente.
Per far questo, sarà utile ripensare all'intimo nemico latente, che in un momento di lucidità gli europei hanno deciso di combattere. Infatti il nemico è ancora assai vigoroso, e tende anzi a risorgere nel momento in cui i sovrani perdono lo scettro monetario. Risorgono le finzioni, le illusioni di potenza solitaria, le mitologie. Ci si europeizza nella moneta, e le politiche dei partiti e degli Stati tendono a rinazionalizzarsi, a farsi più umbratili, impermalite: le dispute attorno al nome del Presidente della Banca Europea rivelano l'immane fatica con cui i capi politici si disfano degli scettri, nel momento in cui c'è solo un Governatore - splendidamente isolato con il suo direttorio - a incarnare la nuova volontà di potenza sovranazionale nell'Unione. Solo alcuni lungimiranti, come D'Alema in Italia, vedono le odierne costituzioni democratiche in pericolo, invocano schieramenti e programmi politici non più esclusivamente nazionali, propongono l'elezione popolare non solo del Parlamento europeo ma dei futuri Presidenti della Commissione di Bruxelles. Altrove c'è piuttosto regressione mentale: soprattutto in Francia e Germania, dove si coalizzano forze che vogliono perpetuare o risvegliare le finzioni di potenza, che scommettono sulle paure di masse sempre più ampie di disoccupati, che resisteranno a ulteriori organi sovranazionali, che si adopereranno per accrescere e non per colmare il deficit democratico dell'Unione.
L'espandersi delle destre estreme in Francia e Germania Est, le "zone nazionalmente libere" create da neonazisti in città tedesche orientali, le reticenze anticapitaliste dei neocomunisti in Francia o Italia, le xenofobie e i micronazionalismi in Nord Italia, in Europa orientale, non promettono evoluzioni propizie: indicano mali e patimenti che l'impassibile Moneta non basterà a medicare. Neppure il sacrificio elettorale di Kohl - l'unico che pagherà forse l'avvento dell'Euro per cui tanto si è battuto - è di buon auspicio. E' segno che un grande singolare progresso è stato compiuto in tempo di pace, ma che l'Euro può esser avvelenato dallo stesso compromesso ideologico che l'ha generato: non durano in eternità le diffidenze dei popoli verso la propria storia, così come non si può scommettere su nazioni eternamente debitrici e colpevoli, o eternamente creditrici.
Il tempo delle passioni dei risentimenti e delle invidie non è finito in Europa, alle passioni patologiche occorrerà ancora una volta rispondere con le passioni edificatrici della politica, e non è la pacificata beatitudine di Citera l'approdo verso cui stiamo tutti salpando.
Barbara Spinelli
antologia
Commento: non è con la mitizzazione dell'Europa, futura prima stella del mondo valutario (parole di Prodi del 2/5/98), ma è con la globalizzazione delle idee assonanti e trascinanti le coscienze dei popoli tutti del mondo che si risolveranno i veri problemi dell'umanità (V. i citati esempi di D'Alema e Blair).
Non eleviamo, di fatto e nonostante le buone intenzioni da buon parroco miope, la barriera dell'Euro contro qualcuno, ma apriamo ogni barriera con una prospettiva politica (di unificazione globale sulla base di sinergie ideali degne dell'uomo di ogni latitudine lingua, ideologia o religione), che POI sarà anche valutaria, e ben di più.
In tutto ciò non dimentichiamo mai storia e cultura, l'Europa non dobbiamo costruirl noi oggi, l'ha già costruita la storia, non distruggiamola ancora una volta credendo di fare chissà quali passi avanti.
Questi passi affondano invece nella più bassa espressione della natura dell'uomo: l'interesse di pochi che prevarica quello di tutti gli altri. Meditiamo europei corrotti, meditiamo...
Intus redi, in interiore homine habitat veritas, et si naturam tuam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum.
Suggeriva Agostino da Ippona, milleseicento anni fa, un "politico" globale, non già solo europeo, con radici africane.
Com'era livida la smemorata baracca di Maastricht di ieri 2 maggio 1998 a Bruxelles!
Per contro, con quegli stendardi, con il megasimbolo dell'Euro; sembrava una parodia del palazzo di $ Paperon De Paperoni $...
G. Losio
Presa di posizione sul commento:
Sull'idealità (falsa) dell'Euro sono più che d'accordo; l'integrazione europea deve essere altro che la semplice messa in comune di una moneta, che non prevede (cosa che i nostri euroentusiasti si sono dimenticati di dire al popolo europeista italiano) la formazione di nessuno strumento politico di controllo comune. E quando dico potere di controllo politico comune intendo dire che su quelle quattro funzioni fondamentali che l'Europa dovrà coordinare per mantenere la moneta unita (politica economica generale, relazioni esterne, difesa, e, appunto, la gestione della moneta) non esiste per ora struttura *democratica* europea che possa mettere bocca. Non il parlamento europeo, non un governo europeo che riceva la fiducia dal parlamento europeo, non un presidente dell'Unione. A meno che non si voglia far credere che quindici ministri degli esteri che litigano a ripetizione, all'unanimità o a maggioranza, senza nessun tipo di controllo o verifica da parte degli elettori, sia un governo democratico.
La verità, e Barbara, figlia di Altiero Spinelli, lo sa benissimo, è che non esiste, e non può esistere una moneta unica senza una struttura politica unica che la tenga insieme e detti le direttive fondamentali su quelle quattro questioni che rivestono carattere precipuamente europeo. Il resto delle materie potrà venire regolato secondo il principio della sussidiarietà tra i vari stati membri (a problema di dimensione locale, risposta locale; a problema di dimensione nazionale, risposta nazionale ecc. ecc.).
Ma credere che quindici governi che si ritengono formalmente sovrani riescano a decidere in armonia, è molto più utopico che richiedere un'ordinamento federale per l'Europa oggi.
Piero Graglia
Storia del federalismo e dell'unità europea - Facoltà di Scienze Politiche,
Università di Firenze
History of Federalism and European Integration - Faculty of Political
Sciences, University of Florence (Italy)
home: 0575-351100
Uni: 055-2757055

Allegato AL.
La Repubbica
Mercoledì 6 Maggio 1998
UN BAMBINO INDESIDERATO
L'Europa senza politica
divisa dalla sua moneta
di RALF DAHRENDORF
L'EURO è dunque nato. Ma che parto difficile è stato! E la più grande difficoltà non è stato il processo in sé, ma un fatto inaspettato. Mentre i parenti aspettavano ansiosi di vedere il bambino, di colpo è sembrato che i due genitori dubitassero sul fatto di volere o meno il tanto desiderato erede. Metafore a parte, il fatto significativo di quest'ultimo fine settimana non è la diatriba sul presidente della Bce, ma la scoperta che la Germania e la Francia non sono più tanto ansiose di vedere l'euro e di entrare in Euroland. Il voto del parlamento francese è stato molto più risicato di quello che è sembrato, e anche molto più strano. Con l'astensione dei gollisti, e con il voto contrario di un'importante parte di coloro che appoggiano il governo, difficilmente lo si potrebbe definire una chiara approvazione dell'Ume.
IN GERMANIA la situazione non si è presentata molto diversa. Nel Bundestag, ci sono stati gli oppositori scontati, come la Pds della Germania Est, che rappresenta l'opinione di quelli che ritengono che sia ancora troppo presto per rinunciare al così recentemente conquistato marco tedesco. Ma ci sono state anche astensioni da parte di alcuni socialdemocratici esperti di economia e, per quanto riguarda il governo, quelle del conte Lambsdorff, l'ex ministro, e del capo dei parlamentari della Fdp, Solms.
Nella seconda camera, il Bundesrat, il Minister Prasident della Sassonia, Biedenkopf, un dirigente della Cdu di lunga data, ha avuto da ridire contro l'Ume, realizzata in questo momento e con queste modalità. Pur non manifestandolo esplicitamente, sia il capo della Csu bavarese Stoiber, che il candidato della Spd a cancelliere nonché ministro della Bassa Sassonia Gerhard Schroeder, hanno condiviso il punto di vista di Biedenkopf.
Chiunque abbia avuto l' occasione di parlare nelle ultime settimane con degli interlocutori a Bonn o a Parigi - e pure, ed è importante, all' Aja - avrà potuto constatarlo: non c' è, in questi paesi chiave, entusiasmo per l'euro. Perché? In parte perché tutti e tre i paesi attraversano una situazione di instabilità politica e hanno un elettorato a cui non piace la nuova divisa. Le elezioni olandesi di oggi risolveranno un problema, ci sarà da seguire con attenzione la vittoria o la caduta del più esplicito oppositore dell'Ume, capo del partito Liberale (Vvd) e partner della coalizione socialdemocratica Frits Bolkestein.
In Francia non sarà possibile trovare delle soluzioni a breve termine. Il paese si trova impantanato, e lo stato dei suoi partiti, quanto meno di quelli di destra, lo riflettono. La paura del successore di Le Pen è grande. L'Ume potrebbe subire un duro colpo se il governo francese decidesse di concedere somme considerevoli di euro a gruppi sleali, in barba al patto di stabilità. Ovunque in Europa ora si sente che l' anello debole della catena euro non è l'Italia ma la Francia.
E cosa accade in Germania? Il cancelliere Kohl sembra intrappolato nel circolo vizioso della legge di Murphy: tutto ciò che potrebbe andare storto, andrà storto per lui. Insieme a lui, così sembra, un intero schieramento politico perderà la capacità di gestire due, o tre posizioni allo stesso tempo: la Francia è l'amico più stretto, ma gli Stati Uniti sono l'alleato più stretto e la Russia è il partner più importante. L'Europa, un'idea un po' fumosa dell'Europa, rende questo accettabile sia in casa che all'estero. Questo dato non è mai stato studiato in profondità, né la sua inesistente logica, ma il fatto è che Kohl e, per molti anni, il suo ministro per gli Affari Esteri Genscher sono stati maestri nel far sparire le contraddizioni reali in un mare di parole che suonavano molto bene.
CHE può arrivare in seguito? Sappiamo grosso modo quello che sarà. Saranno uomini come Schroeder e Schäuble. Non c'è in vista una generazione di uomini dell' età di Blair in Germania. Ma si scorge all'orizzonte una serie di governi tedeschi meno francofili. Forse francofilo è un termine che non è mai stato usato appropriatamente. Timothy Garton Ash, il brillante storico britannico dell'Europa, lo ha espresso una volta con queste parole: "La Germania", ha detto, "è un paese di anglofili convinti che il loro rapporto più importante sia quello con la Francia". Il paradosso potrebbe scoprirsi ora essere una contraddizione che non può che cadere in pezzi. È abbastanza probabile che in Germania cresca l'influenza anglosassone. Questo appare evidente nella politica economica dove si registrano ora forti pressioni a favore della liberalizzazione del mercato del lavoro e dell'enfatizzazione della competitivit&a grave;, a scapito del ruolo continuativo di un forte, per quanto corporativo, Stato. Ma anche negli affari internazionali è probabile un allentamento dei vincoli con la Francia.
In termini d'Europa questo significa anzitutto un approccio molto più pragmatico. Sarà l'interesse piuttosto che il sentimento a dominare probabilmente la politica europea della Germania. E in un certo senso è sempre stato così. Il lungo pranzo di Bruxelles di sabato scorso ha dimostrato ancora una volta quanto sia raro il vero europeismo e con quanta forza siano rimasti radicati gli interessi nazionali. Ma nei prossimi anni il pragmatismo tedesco per quanto riguarda gli affari europei si farà sentire più esplicitamente.
Per certi versi questo potrebbe essere un dato positivo. Interessi onesti sono in linea di massima meglio di ideali fumosi. Ma questo può significare guai. L'anno prossimo, il dibattito europeo sarà dominato dalla discussione sul budget della Ue. La Germania e l' Olanda hanno già espresso che non solo trovano un qualsiasi incremento del tetto del 1,27% del Pnl per l'Europa inaccettabile, ma che si aspettano anche di "riavere i loro soldi" (per usare la cruda espressione della signora Thatcher). In questo processo, il "rimborso" britannico arriverà sotto pressione, così come succederà nel caso della Danimarca, che nonostante la sua ricchezza è un privilegiato beneficiario di fondi dell'Ue. I fondi strutturali non verranno incrementati. Di conseguenza, l'entusiasmo della Spagna - e di qualcun altro - per l'allargamento verso est, che è già molto limitato, s'indebolirà ulteriormente. All'Europa occorrono nervi saldi e all'Unione occorrono buoni presidenti nei prossimi diciotto mesi.
TUTTO ciò può essere considerato normale. Dibattiti seri, e persino gli scontri d'interessi dimostrano dopotutto che l'Europa è reale. I paesi non si possono più permettere di voltarsi la schiena; devono dialogare, negoziare, fare tentativi e raggiungere accordi accettabili. Eppure, il lungo pranzo di Bruxelles ha rivelato delle ostilità che non sono di molto aiuto. Dappertutto in Europa si possono sentire delle cose terribili sulla Francia. La Germania viene dipinta debole e dominante allo stesso tempo. La lontananza britannica mal si accorda alle altre situazioni. L'Italia è ancora, nel Nord, oggetto di ciniche barzellette. L'Ume non aiuterà. Una Banca centrale sospesa a mezz'aria perseguirà una politica di tipo tecnico che sarà insensibile alle vere questioni politiche dei paesi membri. L'Europa verrà divisa dalla moneta unica, e non unita.
Questo scenario definisce il compito che ci aspetta. C'è da sperare che l'Europa trovi un pugno di uomini di Stato che vedano il problema e che abbiano un chiaro senso di ciò che l' azione richiede. Ancora una volta, non è un'Europa tecnica, ma un' Europa politica ciò che occorre, e occorre una nuova generazione che traduca nel suo proprio linguaggio questo progetto.
(traduzione di Guiomar Parada)
antologia Dahrendorf

Allegato AM.
La Stampa
Giovedì 7 Maggio 1998
"Il Cancelliere martire dell'Euro"
IL LEADER DEGLI INDUSTRIALI TEDESCHI
"Ha sacrificato la politica interna all'Ue"
COLONIA
S IGNOR Hans-Olaf Henkel, lei è presidente del Bdi, l'associazione degli industriali tedeschi: è d'accordo con il capo della Bundesbank Tietmeyer, quando definisce il compromesso di Bruxelles "una perdita di autorità" per la Banca Centrale Europea?
"Sono sempre d'accordo con Tietmeyer".
I mercati tuttavia sembrano ignorare le dispute franco-tedesche su Duisenberg. L'Euro è partito bene. Restano pericoli di instabilità?
"Non credo. Il messaggio di Bruxelles non è stato una disputa ma il varo di un Euro con un alto numero di partecipanti e con l'Italia, il rispetto del calendario, la messa a punto dei tassi di cambio. Gli investitori sono più obiettivi dei mass media: il giudizio decisivo è quello della Borsa e dei mercati".
Il professor Peffekoven, uno dei Saggi di Kohl, ha dichiarato alla Stampa: Chirac ha voluto una moneta politica danneggiando l'indipendenza della Banca Europea. Condivide?
"No. Dobbiamo distinguere: la distribuzione degli incarichi è sempre un atto politico, l'esercizio di un incarico deve essere apolitico. La politica ha il diritto di decidere la distribuzione degli incarichi ed è possibile che in proposito nascano contrasti. Ma sono certo che questo non influirà sul modo in cui Duisenberg, e poi Trichet, lavoreranno".
Nessuna disfatta per Kohl, dunque?
"Le cose non sono andate come voleva il Cancelliere. Kohl aveva chiaramente detto che non si doveva discutere di una spartizione del mandato del Presidente Bce. Ma pensiamo cosa sarebbe successo se Kohl non avesse accettato quello che ritengo un cattivo compromesso, e se ne fosse andato. Come avrebbero reagito i mercati, cosa sarebbe successo al cambio marco-lira? Kohl si è comportato da uomo di Stato, anche se gli è costato in politica interna".
Lei ha commentato con favore l'adesione dell'Italia all'Euro. Molti in Germania pensano il contrario.
"Ho sempre detto ai tedeschi che l'Italia avrebbe dovuto entrare nell'Euro dall'inizio, perché ha fatto più negli ultimi due anni che nei trent'anni passati. Ai critici dell'Italia ripeto che questi successi parlano da soli. Del resto ha detto bene il ministro Waigel: ogni Paese deve essere responsabile del proprio indebitamento e della sua estinzione: un messaggio importante per i tedeschi, visto che l'Italia ha il 25% del debito dell'Unione".
Torniamo in Germania. Lei è stato spesso critico nei confronti del governo Kohl. La pensa ancora così, ora che l'Spd sembra avviata alla vittoria?
"La mia posizione sui programmi dei vari partiti dipende da quello che, secondo me, contengono di positivo per lo sviluppo del Paese. Ho criticato la ''velocità'' delle riforme di Kohl, qualche volta le loro dimensioni: non la loro direzione. Quel che mi preoccupa è la direzione che vorrebbe prendere l'opposizione. Soprattutto i Verdi: abbandono dell'energia nucleare, benzina a 5 marchi, ritiro della riforma pensioni".
E Schroeder?
"Bisogna distinguere fra i discorsi filoeconomici di Schroeder e le ''clausole scritte in piccolo'' nel programma del partito. Il programma spesso non è accettabile: dovranno lavorarci sopra, soprattutto se prenderanno la guida del Paese. Per quanto riguarda Schroeder, ha un buon feeling con l'economia e alcune imprese: parla la loro lingua, le ascolta e sta imparando. Continuerà a imparare anche se governerà il Paese".
Non avrebbe problemi a collaborare con un Cancelliere Schroeder, dunque.
"Il presidente degli industriali deve collaborare con qualunque democratico diventi Cancelliere".
Ma Kohl può ancora farcela?
"Certo: ha superato molte situazioni difficili, in passato".
In passato non c'erano 5 milioni di disoccupati.
"E' vero, e la disoccupazione è appunto il sintomo che la via delle riforme è debole. Ma una grande responsabilità del mancato avvio di riforme fondamentali come quella fiscale ce l'ha l'Spd, col suo ostruzionismo. Se negli ultimi 10 anni le riforme sono state insoddisfacenti, in Germania, le ragioni sono tre: il disturbo della riunificazione, una coalizione che agisce spesso in ritardo, il blocco brutale dell'opposizione".
Se vincerà, Schroeder farà ministro del Lavoro il sindacalista Riester. Una scelta felice?
"Una scelta interessante e originale, la migliore fra quelle possibili. Riester è un uomo aperto ed è contestato nel suo ambiente, così come lo sono io nel mio. Avviene sempre, con i riformatori".
Consiglierebbe a Schroeder di portare altri tecnici al governo?
"Certo. L'esempio migliore è Prodi: ha esperienza internazionale, ha guidato una grande impresa ed è uno stimato economista. In Europa, al mondo, non c'è un altro caso simile".
Prodi tuttavia è sotto accusa per aver accettato le 35 ore.
"Sì. Ma quello è stato un ricatto".
Emanuele Novazio

Allegato AN.
La Repubblica
Mercoledì 20 Maggio 1998
"Stop alle sanzioni grazie all'Italia"
Prodi a Ginevra: "Così abbiamo mediato per Libia e Iran"
In un colloquio riservato con Clinton il presidente del Consiglio avrebbe chiesto di togliere l'embargo
dal nostro inviato GIANLUCA LUZI

GINEVRA - Roba da far morire di invidia Bertinotti. La scena si svolge nella hall tutta marmi del Palazzo dell'Onu, dove si svolgono le celebrazioni per i 50 anni del Wto. Alle tre meno venti entra Romano Prodi, appena arrivato da Roma, soddisfattissimo per aver convinto Clinton a togliere l'embargo anche a Libia e Iran. Pochi minuti prima era arrivato Fidel Castro. Prodi lo vede e si apre in un gran sorriso: "Come va, presidente?". "Muy bien", risponde il lìder maximo abbracciandolo calorosamente. E i due rimangono avvinghiati per un bel po' battendosi reciprocamente le mani sulle spalle, parlando fitto fitto come vecchi amici che si ritrovano dopo tanto tempo. Ma non è finita, perché passa non più di un minuto ed entra un'altra leggenda vivente: Nelson Mandela. E in un tripudio di flash i tre leader continuano per una buona mezz'ora a parlare tra loro. Fidel Castro alto, in doppiopetto blu gessato. Mandela con una camicia verde acqua a ricami neri e oro. Tra loro il Professore, felice di trovarsi con due protagonisti della storia.
Ed è soprattutto con Fidel che il presidente del Consiglio ha trovato una sintonia particolare. Fidel ha invitato Prodi a Cuba: "Vieni a trovarmi". "Mi piacerebbe molto", ha risposto il presidente del Consiglio, anche se questo non significa automaticamente che l'invito è stato già accettato. Molti sono i problemi politici ancora da risolvere, ma la fine dell'embargo deciso da Usa e Unione europea va in quella direzione. E questo è stato l' argomento principale del colloquio fra Prodi e Castro, il quale nel discorso ufficiale non era stato tenero con gli Usa e con l'accordo che toglie le sanzioni. "Eppure - ha ripetuto Prodi a Castro cercando di convincerlo - l'accordo va nella giusta direzione, te lo assicuro. Passo dopo passo abbiamo preso la via giusta ed è una cosa molto importante". Prodi ha anche chiesto a Castro quali conseguenze e prospettive prevede per il suo paese dopo la visita del Papa e l'eliminazione delle sanzioni, ma soprattutto ha cercato di convincerlo che l'accordo tra Europa e Usa rappresenta un risultato importante per Cuba.
Ma la fine dell'embargo riguarda anche Iran e Libia e Prodi ha rivelato il ruolo avuto durante il G8 di Birmingham. "Pensateci, prima di dire che il G8 è stato un fallimento. Invece è stato un incontro informale nel quale abbiamo preparato questi eventi, ha rappresentato una inversione nella politica delle sanzioni. Con Clinton e Blair - racconta Prodi - avevo fortemente sostenuto la necessità che anche la Libia e una parte del commercio con l'Iran fosse liberato dalle sanzioni. Successivamente questa posizione ha prevalso".
A Birmingham, secondo quanto riferito dal portavoce del presidente del Consiglio, in un colloquio riservato Prodi ha chiesto a Clinton di togliere l'embargo a quei due paesi in cui l'Italia ha forti interessi economici e investimenti: il petrolio libico e il gasdotto iraniano. Prima dell'intervento italiano i due paesi non erano affatto compresi nell'elenco di quelli a cui sarebbero state tolte le sanzioni. "La cosa importante - può dire adesso Prodi - è un cambiamento nella politica delle sanzioni come strumento di regolazione dei rapporti con Iran, Libia e Cuba e questo è un fatto grosso. L'Italia - rivendica Prodi - ha contribuito molto soprattutto nei riguardi della Libia e nell'investimento degli oleodotti in Iran. Questo mi ha riempito di soddisfazione perché per l'Italia significa moltissimo. Sono paesi con i quali abbiamo avuto tradizionalmente un grande commercio. Io sono sempre stato coerente con le decisioni della politica occidentale e questa è la politica che dobbiamo fare: leale ma sempre facendo presente i limiti della politica delle sanzioni. Nel momento in cui le sanzioni vengono alleviate c'è soddisfazione, perché è una politica che ha prevalso. Soprattutto gli interessi italiani hanno prevalso. E questo è molto importante".


Allegato AO.
Corriere della Sera
Sabato 13 Giugno 1998
INTERVISTA AL SOCIOLOGO LIBERALE
Dahrendorf: in Italia meglio un premier alla Blair che un presidente alla Chirac
«Andare al centro e tenere buona l'estrema sinistra?
Non so se D'Alema ce la farà»
Riccardo Chiaberge
Un mese fa, l'apoteosi dell'euro. Adesso le esequie della Bicamerale, la riscossa di Berlusconi, le crepe sempre più vistose nella maggioranza. Che succede? Appena ammessi nell'Eden di Maastricht, stiamo di nuovo scivolando in purgatorio? Cerchiamo conforto in un grande europeo e sincero tifoso dell'Italia, Ralf Dahrendorf. «Ma no, europei lo siete ormai a pieno titolo, e nessuno vi caccerà più via - assicura il sociologo liberale -. E poi, dopo un evento così importante è normale che uno si senta esausto, e che i problemi che erano stati temporaneamente accantonati ritornino a galla tutti insieme».
Grazie, Lord Dahrendorf, le sue parole ci fanno meglio del Prozac. Ma la domanda è: riusciremo a restare competitivi con istituzioni così decrepite?
«Certo, alcune riforme vanno fatte, come i poteri e il metodo di elezione del presidente o del primo ministro. Ma non credo che queste innovazioni siano determinanti ai fini del ruolo dell'Italia in Europa. Molti altri Paesi stanno affrontando, con maggiore o minore successo, delle riforme istituzionali. Qui in Inghilterra, per esempio, la questione scozzese terrà impegnato il Parlamento nelle prossime settimane, e l'Irlanda del Nord è ben lontana dall'aver conseguito un assetto stabile».
Ma tornando all'Italia, può il governo dell'Ulivo sopravvivere al naufragio della Bicamerale?
«Prodi è stato molto attento a tenere separato il lavoro del suo governo da quello della commissione parlamentare per le riforme. Perciò non vedo un nesso tra questo fallimento e il futuro della coalizione».
Berlusconi propugna una repubblica presidenziale, con un presidente alla francese che possa sciogliere le Camere e dirigere la politica estera. Lei come giudica questo progetto?
«I precedenti non sono molto confortanti. L'esempio peggiore è quello di Israele, dove il primo ministro è eletto direttamente dal popolo ma deve presiedere un governo che è espressione del Parlamento. Neanche l'esperienza francese mi sembra particolarmente riuscita: la "coabitazione" tra un presidente e un primo ministro di colori diversi non è mai una situazione felice. Soprattutto se il presidente decide la politica estera. Secondo me la ricetta migliore per noi europei resta un sistema parlamentare con un forte primo ministro».
Il cancellierato alla tedesca, insomma?
«Anche il premier inglese ha gli stessi poteri, perché viene nominato in quanto capo del partito vincente».
Dunque la leva decisiva è la legge elettorale?
«Io ne sono convinto. Sono un liberale assai poco ortodosso perché rimango favorevole al sistema del "first past the post": l'uninominale secca, a un solo turno».
Che voto merita, secondo lei, il governo dell'Ulivo?
«Io vedo le cose da lontano, ma da quello che posso capire gli darei nove. Devo riconoscere però che i suoi predecessori gli hanno spianato la strada. Berlusconi è stato solo una breve parentesi, ma sia Amato sia Ciampi hanno dato un grosso contributo al risanamento della finanza pubblica e al ristabilimento della credibilità del governo centrale».
E D'Alema? Come presidente della Bicamerale è il grande sconfitto del momento.
«Non lo conosco abbastanza da poterlo giudicare. Mi pare che sia riuscito a spostare il suo partito verso il centro, su posizioni compatibili con l'appartenenza all'Ulivo. Avendo assistito agli sforzi di Blair per trasformare il Labour Party, so che è un'impresa davvero strenua».
In questi giorni però il capo della Quercia sta cercando di ricucire con Rifondazione comunista. Altro che convergenza al centro...
«Tutti i partiti post-socialisti devono fare i conti con l'estrema sinistra. Ma se uno ha il sistema elettorale britannico, non ha motivo di preoccuparsene».
Appunto: noi non ce l'abbiamo.
«Ahimé sì, e allora ci deve essere pur qualcuno che mantenga aperto il dialogo con queste frange. E' una scelta davvero lacerante, andare verso il centro e allo stesso tempo cercare di acquietare l'estrema. Non so se D'Alema ce la farà, ma il suo è un lavoro al quale certamente non ambirei».
Avrà certamente letto che, grazie a Kohl e ad Aznar, nel Parlamento europeo i seguaci di Berlusconi e quelli di Prodi siederanno fianco a fianco, nei banchi dei Popolari. Qualcuno di loro deve essere fuori posto, non le pare?
«Eh, eh, non saprei. Ma vede, questi gruppi del Parlamento di Strasburgo sono messi assieme per ragioni strettamente tattiche. Io non ne farei un dramma».
Le forze politiche di ispirazione cristiana, in Italia, sono divise. La Chiesa sta premendo su di loro perché boccino la legge sulla procreazione assistita e diano maggiore sostegno finanziario alle scuole confessionali. Lei come giudica, da liberale, questo tipo di interferenze?
«Beh, in linea di principio io penso che non si debbano mai confondere le questioni teologiche con quelle politiche. Tuttavia nella Camera dei Lord ci sono ben ventisei vescovi, con i quali ho appena finito di litigare proprio sul problema delle scuole religiose. Malgrado tutto, non mi pare che la loro posizione rappresenti una minaccia per la democrazia inglese».
Il 23 giugno, il nostro Parlamento dovrà approvare l'allargamento a Est della Nato, e i comunisti sono contrari.
«Vorrà dire che Bertinotti si troverà in compagnia di Henry Kissinger, che non è propriamente un suo idolo! Scherzi a parte, io spero che l'Italia dica di sì, l'allargamento è necessario per la semplice ragione che l'Unione europea non è riuscita ad agganciare le democrazie dell'Est. Ma se anche la ratifica non dovesse passare, l'Italia non verrà per questo radiata dalla comunità internazionale».
Prodi sostiene che per un investitore il Mezzogiorno d'Italia è ormai conveniente come il Galles o l'Irlanda. Se lei fosse un industriale, dove metterebbe i suoi soldi?
«Guardi, la formula irlandese è una combinazione di due ingredienti: gli incentivi economici e la stabilità del contesto socio- istituzionale. E quest'ultimo è il fattore cruciale. In Irlanda o nel Galles non c'è pericolo che un manager venga sequestrato, o che le regole del gioco vengano continuamente stravolte. Ecco dove sta l'handicap, se non dell'intero Sud, di una parte di esso. Ma questo Prodi lo sa meglio di me».
antologia Dahrendorf

Allegato AP.
La Repubblica
Lunedì 15 Giugno 1998
IN EUROPA IL CENTRO NON C'È PIÙ
Il caso Berlusconi e la rissa nel Ppe
di RALF DAHRENDORF

LA DECISIONE del gruppo parlamentare del Partito popolare europeo al Parlamento di Strasburgo di accogliere Silvio Berlusconi nelle proprie file solleva due interrogativi, il secondo dei quali molto più importante del primo: qual è esattamente il significato della composizione dei "gruppi" al Parlamento europeo? E inoltre: sono in atto nei sistemi partitici europei cambiamenti significativi, destinati a riflettersi sia sul Parlamento europeo sia a livello nazionale?
Alla prima domanda si può essere tentati di dare una risposta cinica. I gruppi parlamentari europei sono interessati sopra ogni altra cosa a ingrandirsi il più possibile, dato che le cariche - vale a dire le poltrone dei membri della presidenza, dei presidenti delle commissioni e così via - vengono distribuite in proporzione alle rispettive dimensioni. Negli ultimi anni il gruppo maggiore è stato quello socialista, essenzialmente grazie all' elevato numero di parlamentari laburisti britannici, mentre gli altri gruppi sono stati penalizzati dall'attuale sistema elettorale.
L'ANNO prossimo, le posizioni cambieranno, dato che il Regno Unito sta introducendo per l'Europa una forma di rappresentanza proporzionale. Comunque, grazie all'aggiunta di venti parlamentari di Forza Italia, il gruppo del partito popolare si ritroverà indubbiamente rafforzato nella gara per le cariche e per altre prerogative.
Giochi del genere sono possibili perché il Parlamento europeo, in quanto istituzione, è tuttora la Cenerentola d'Europa. La sua presenza nel Trattato di Roma è chiaramente dovuta a un ripensamento. Infatti l'Assemblea, com'era denominata allora, non si inserisce naturalmente in uno schema in base al quale a proporre era un' istituzione europea, la Commissione, mentre a disporre era il Consiglio dei ministri, cioè il circolo dei rappresentanti nazionali.
Molte cose sono cambiate da allora. La Commissione non detiene più un vero monopolio sul piano propositivo; molte iniziative provengono dal Consiglio, il quale a sua volta è divenuto un po' più europeo e un po' meno nazionale. L' una e l'altro vivono ormai con disagio la mancanza di una legittimazione democratica.
L'intervento di Duisenberg al Parlamento europeo è soltanto l' ultimo degli episodi che stanno ad illustrare questo sviluppo. Il Parlamento europeo è oggi considerato come l'organo che assicura in parte la legittimità per altri versi mancante. E tuttavia continua a non essere un parlamento a tutti gli effetti; e di conseguenza i suoi atti e le notizie che lo riguardano, compresa anche la composizione dei suoi gruppi parlamentari, passano spesso inosservati, e in definitiva non contano poi molto.
Tutto ciò va detto però con una riserva. Al punto in cui siamo, quanto avviene nei gruppi del Parlamento europeo sta suscitando un certo interesse a causa dei cambiamenti in corso nel sistema dei partiti in Europa. Da qui discende la seconda e più significativa domanda: a cosa porteranno questi cambiamenti? Come si presenteranno in futuro, diciamo tra cinque anni, i gruppi parlamentari in generale e quelli del Parlamento europeo in particolare?
I cambiamenti in atto riguardano sia la destra sia la sinistra tradizionali. Si può, quanto meno, dubitare che il New Labour di Blair e il vecchio partito socialista di Jospin appartengano alla stessa famiglia politica. Tra gli amici politici di Blair stanno già circolando voci che reclamano una riorganizzazione dei gruppi. Il primo ministro britannico preferirebbe trovarsi nella stessa barca con i democratici americani piuttosto che con i socialisti più tradizionali di qualche altro paese. Alcuni degli amici europei di Tony Blair, compresi forse anche i democratici di sinistra italiani, potrebbero desiderare di unirsi a lui nel suo nuovo mondo. È sempre più diffuso il sogno di un vasto schieramento di centro- sinistra, per lo più alla testa di una maggioranza.
Il gruppo eterogeneo, molto più esiguo, che al Parlamento europeo si definisce "liberale, democratico e riformista" va dai liberali olandesi, chiaramente appartenenti alla destra, ai liberal-democratici britannici, che oltre a essere vincolati a una coalizione di fatto con il governo Blair sono senz' altro più a sinistra del New Labour in termini programmatici; e probabilmente non sarebbero affatto contrari ad entrare a far parte di un nuovo raggruppamento di centro-sinistra.
Sul versante della destra tradizionale, la trasformazione è anche più fondamentale. Gli eventi francesi degli ultimi mesi la dicono lunga in questo senso. Ormai la coalizione tra gollisti e giscardiani è tramontata, e gli stessi giscardiani sono in via di disgregazione.
Dietro a queste tendenze appare evidente un cambiamento di grande rilievo. I democratici cristiani del dopoguerra sono ormai una forza esaurita. Hanno giocato un ruolo estremamente importante nella creazione dell'ordine europeo dopo il 1945. Vengono in mente i nomi di De Gasperi, Robert Schumann e Adenaeu r, così come quelli dei democratici cristiani dell'Olanda e del Lussemburgo; il "socialista" belga Paul- Henry Spaak era già allora quasi un democratico cristiano onorario. Ma tutto questo è acqua passata. I democratici cristiani olandesi sono fuori dal governo per la seconda legislatura consecutiva; e nel prossimo settembre si profila una sconfitta anche per Helmut Kohl. Il partito popolare austriaco sta lottando, e se gli ex democristiani italiani sono presenti in tutto lo spettro politico, nessuno prevede che possano riconquistare la maggioranza come formazione politica unita.
Chi prenderà il loro posto? La frammentazione dei gruppi è resa anche più drammatica dalla volatilità dell'elettorato. E per ora stiamo assistendo solo all'inizio di questi due fenomeni. I "movimenti" quali la Lega nord, o altrove i gruppi nazionalisti, emergeranno e forse torneranno a scomparire. Il superamento della soglia del 4 o del 5 per cento da parte di formazioni "non partitiche" di pensionati, di oppositori dell' Ume o di difensori dell'automobile coglierà tutti di sorpresa. Si creeranno, con più o meno successo, sempre nuovi gruppi che si attribuiranno la definizione di liberali o centristi. Un'estrema destra, a lungo contenuta nell'alveo dei grandi partiti di centro-destra, troverà acque in cui navigare. Non si comprende ancora bene quali saranno le tematiche capaci di aggregare insieme tutte queste formazioni. Certo, in Gran Bretagna si ha l'impressione che i conservatori non abbiamo ormai più alcuna prospettiva, a fronte di un New Labour populista al governo.
In un certo senso, il Parlamento europeo riflette tutte queste incertezze. Dal momento che la posta in gioco a Strasburgo non è alta, è più facile sia entrare a far parte di un gruppo sia uscirne. Il Parlamento europeo è, tra le altre cose, un caleidoscopio di costellazioni in perenne mutamento. Se dopo le elezioni del 1999 emergerà un gruppo di centro-sinistra sul modello di Blair, ci si dovrà chiedere se il posto giusto per un uomo come Prodi non sia questo piuttosto che il Ppe.
Guardiamo perciò al Parlamento europeo cercando di vedere da piccoli segnali quelli che saranno gli sviluppi futuri. È però anche chiaro che l'avvenire non si crea a Strasburgo. Nel sistema dei partiti sono in atto cambiamenti di fondo, destinati a protrarsi nel tempo.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
antologia Dahrendorf

Allegato AQ.
La Repubblica
Mercoledì 22 Luglio 1998
QUATTRO DIFETTI ITALIANI
di RALF DAHRENDORF
DOPO gli sforzi compiuti per entrare a far parte a pieno titolo della nuova Europa, la politica italiana sembra ricadere nei suoi percorsi tradizionali. La commissione bicamerale ha portato a un nulla di fatto. I magistrati e i politici continuano a giocare i loro ambigui giochi (almeno per quanto può apparire dall'estero). In attesa che la scadenza del semestre bianco, connessa all'elezione del presidente della Repubblica, renda impraticabile un cambiamento di governo, tutti sembrano manovrare per mettersi in una posizione vantaggiosa, piuttosto che perseguire gli obiettivi necessari. Dove sembrava esserci chiarezza, ora c'è confusione.
In genere, mi sono sempre astenuto dal commentare le questioni di politica interna italiane. Anche se sono mosso da amicizia per il paese e da ammirazione per la sua società civile, non sono così al corrente di tutti gli aspetti della politica italiana da sentirmi autorizzato a dare giudizi. In linea di massima, intendo attenermi a questa condotta, tuttavia mi sento di esporre alcuni commenti animati da uno spirito positivo di fratellanza europea.
L'Italia non ha bisogno e non dovrebbe uniformarsi a modelli di altri paesi. Le culture sociali, politiche ed economiche sono diverse da un paese all'altro, e sono proprio queste differenze a rendere l'Europa quello che è, un'entità forte delle sue diversità. Ma vi è un requisito che va rispettato, da chiunque guardi all'Europa come il modello di un ordinamento liberale. Si tratta dell'esistenza di un nucleo di istituzioni pubbliche credibili, legittime ed efficaci.
LE QUALI non devono essere così estese come quelle francesi, né invadenti come avviene in Svezia; e non devono nemmeno dar luogo necessariamente a una definizione di governo e opposizione così netta come quella in vigore nel Regno Unito. Queste istituzioni possono avere un carattere più marcatamente politico o giudiziale, ma se non c'è una stabile struttura statuale, la libertà non può prosperare. Una Costituzione scritta, e spesso citata, può anche costituire un vantaggio, ma di per sé non basta.
L'America Latina è, sotto molti aspetti, un cimitero di costituzioni; diversi paesi ne hanno sperimentate più di due o tre in una sola generazione, ma nella maggior parte dei casi sono rimaste solo pezzi di carta. È la costituzione vivente quella che conta, cioè un connubio di norme e prassi. Le norme devono essere accettate, applicate, e talvolta corrette (ma non per servire gli interessi di chi è al potere). Le correzioni sono necessarie quando cambiano le circostanze e le propensioni fondamentali dell'opinione pubblica, per esempio riguardo ai referendum.
Guardando all'Italia, vi sono quattro punti che preoccupano un osservatore mosso da amicizia verso il paese.
Il primo punto riguarda il rapporto tra il potere politico e quello giudiziario. Si tratta di una questione controversa nella maggior parte dei paesi. Le tentazioni del finanziamento dei partiti, in particolare, hanno portato i giudici nell'arena politica quasi ovunque in Europa. Ovviamente i politici che hanno infranto la legge devono ricevere lo stesso trattamento di tutti gli altri cittadini: il potere non è mai una scusante per gli illeciti o i reati commessi. Tuttavia, la magistratura deve sempre mantenersi al di sopra di ogni sospetto di intromissione negli affari politici. I suoi procedimenti e i suoi verdetti devono essere chiaramente imparziali. Essa deve anche astenersi dall'intervenire, se il caso non rientra in un vero e proprio profilo di reato, ma piuttosto riguarda lo standard di moralità pubblica. Nel Regno Unito, vi è una "commissione sugli standard" che definisce i limiti degli interessi personali ammissibili nelle attività di politici e figure di rilievo pubblico. Comunque, il tema dei confini tra il potere politico e quello giudiziario richiede un'attenzione particolare.
In secondo luogo, vi è il problema che riguarda la stabilità delle istituzioni politiche. Gli italiani amano la moda, e qualcuno vorrebbe trasferire in politica la propensione ai mutamenti rapidi che è propria della moda. Niente di male, purché non venga inficiata la necessità di una continuità di base del sistema. Vi sono buoni motivi a favore di mandati parlamentari quadriennali o quinquennali, come avviene nella maggior parte dei paesi. Ogni tentativo dovrebbe essere fatto per costruire governi destinati a durare in carica per tutto il periodo della legislatura. Si può anche procedere all'elezione diretta del capo dell'esecutivo, anche se non si tratta di un fattore in sé determinante: nel Regno Unito vi è stabilità senza elezione diretta; in Israele, invece, vi è instabilità nonostante l'elezione diretta, mentre in Francia si assiste a una problematica "coabitazione". Ciò che importa davvero, è che una volta formato un governo in seguito alle elezioni si presume che possa restare in carica sino a quando il popolo avrà un'altra occasione per giudicarlo.
In terzo luogo, vi è la vexata quaestio della legittimità. O, più chiaramente, delle modalità in cui l'elettorato esprime la propria volontà nel momento in cui ne ha l'opportunità. Personalmente, sono un sostenitore di lunga data del sistema rappresentativo, e cioè del governo parlamentare. Non approvo dunque l'abitudine che si sta diffondendo alla democrazia referendaria. Le decisioni richiedono un dibattito p onderato, e ci vuole il tempo necessario. I referendum possono aiutare in taluni frangenti critici, specialmente se consultivi, ma possono anche divenire uno strumento nelle mani di demagoghi. Detto questo, è chiaro che il ruolo dei partiti è cambiato, e che molte persone hanno perduto fiducia nei loro confronti.
Sotto questo profilo, il sistema elettorale ha una sua importanza, ma anche in questo caso si può dire che esso non risolve di per sé tutti i problemi. Attualmente in Gran Bretagna si ricerca una possibile combinazione del modello uninominale con quello del voto di lista. Forse si tratta di una prospettiva praticabile. Tuttavia, si potrebbe obbiettare che il sistema uninominale - malgrado la sua apparente "ingiustizia" - presenta il grande vantaggio di costringere il parlamentare a coltivare il rapporto con i suoi elettori se vuole essere rieletto. Così si riduce la distanza tra elettorato e istituzione parlamentare. Va anche aggiunto che il sistema maggioritario uninominale rende più probabili i governi dotati di maggioranza parlamentare. È una valida base per la stabilità, al pari dell'elezione diretta del capo dell'esecutivo.
Il quarto punto riguarda più la sostanza della politica, che le sue istituzioni. La misura migliore della legittimazione del nucleo di istituzioni pubbliche è il rapporto con il fisco, ovvero il consenso da parte dei cittadini - ovviamente riluttanti - verso il carico fiscale quale onere equo e necessario. Questo consenso non può mai essere il risultato della sola azione coercitiva. Richiede un accorto comportamento da parte di chi esercita il potere, sia in termini di preferenze, che di necessità dell'opinione pubblica. La maggior parte di noi si esprime a favore di uno Stato più leggero rispetto al modello degli anni Sessanta, e anche questa è una buona idea. Anche la trasparenza della spesa pubblica aiuta. Ma il punto fondamentale è che l'indice migliore della legittimazione di un sistema è il grado di adempimento e consenso rispetto al carico fiscale.
Quando mi riferivo all'Europa quale modello di sistema liberale, l'accezione del termine non voleva assumere una connotazione di partito. Volevo piuttosto descrivere un equilibrio tra ordine pubblico e libertà individuali che racchiude i valori degli Stati europei. Per dirla altrimenti, vi sono molti modi per raggiungere lo scopo, e non c'è un solo schema costituzionale possibile. Se non si riesce a conseguire gli obiettivi qui descritti, non sarà possibile realizzare un sistema davvero liberale. Sembra che l'Italia debba ancora fare dei passi in avanti sotto questo aspetto. Non è la sola ad averne bisogno, ma nell'interesse dei suoi cittadini deve procedere in questa direzione.
(Traduzione di Paolo Maggi)
antologia Dahrendorf

Allegato AR.
La Repubblica
Martedì 1 Settembre 1998
"Non bisogna cedere al panico ma è ora che l'Europa si svegli"
Il Nobel Modigliani resta ottimista e ricorda: il bubbone speculativo doveva esplodere
dal nostro corrispondente ARTURO ZAMPAGLIONE
antologia Modigliani
NEW YORK - Franco Modigliani trascorre le vacanze sulla costa dell'Atlantico con un occhio "attento" sulle bozze della autobiografia - trecento pagine che Laterza pubblicherà in autunno - e un occhio "distratto" sul Dow Jones alle prese con il nuovo tonfo. Perché "distratto"? "Perché sono convinto - spiega il premio Nobel - che a Wall Street ci fosse una enorme bolla speculativa, alimentata dall'illusione di rapidi guadagni. E trovo che la correzione di rotta sia del tutto prevedibile e in un certo senso salutare. Mesi fa avevo dichiarato che il livello giustificabile del Dow Jones, in rapporto all'economia reale era di 7.500 punti. Adesso ci siamo. Anche se non si possono escludere aggiustamenti ulteriori".
Ma non c'è il rischio che la situazione sfugga di mano? Che la miscela del rublo e del Sexgate, della testardaggine giapponese e dell'effetto domino, faccia esplodere una depressione tipo anni trenta? E che cosa devono fare banchieri centrali e ministri del tesoro per evitare il peggio? A tutte queste domande rivoltegli da Repubblica Modigliani risponde con la proverbiale chiarezza. Ma prima di tutto vuole rivolgere un appello all'Europa.
Un appello, professore?
"Sì, ritengo che l'Europa, in questa fase, abbia una grande responsabilità per la stabilizzazione dell'economia mondiale. Finora è stata troppo immobile, troppo passiva, limitandosi a guardare i suoi tassi di disoccupazione che salivano e gli indici delle borse mondiali che scendevano. E' ora di svegliarsi, di non delegare più agli Stati Uniti il ruolo-guida, di liberarsi dalla pericolosa ossessione della Germania".
Si riferisce a quello che il suo collega del Mit Paul Krugman chiama sul New York Times la "retorica della stabilità dei prezzi"?
"Sì. E sono in pieno accordo con le posizioni di Krugman. Io lo vado ripetendo da almeno tre anni: la politica miope della Bundesbank ha forse frenato l'inflazione dieci anni fa, ma oggi l'inflazione non è più un pericolo, e quella politica sicuramente blocca lo sviluppo. A tutto danno dei disoccupati. Purtroppo questa linea perdente viene avallata da quasi tutti i paesi europei, a cominciare dalla Francia di Jospin, che da un lato si accoda alla politica monetaria tedesca, e dall'altro imbocca la folle strada delle 35 ore".
E l'Italia?
"Carlo Azeglio Ciampi è uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di dire che la Banca europea non può essere un'isola separata dal resto del continente. Bisogna incoraggiare lui e il governo italiano perché continuino a premere in questa direzione: anche perché - ripeto - è il momento dell'Europa. Tocca all'Europa dare un segnale alle economie in crisi del mondo, accelerando lo sviluppo, aumentando gli investimenti a ritmi superiori al 10 per cento all'anno".
Torniamo alla crisi internazionale, esaminandone, ad una ad una, le componenti principali. Cominciamo dal Sexgate: un suo collega premio Nobel, Paul Samuelson, sostiene che l'indebolimento di Bill Clinton aprirà la strada alle politiche sbagliate e dannose dei repubblicani.
"L'indebolimento della Casa Bianca è reale e dannoso. Ma non penso che i repubblicani abbiano né la forza né il desiderio di estromettere Bill Clinton. E in ogni modo la situazione economica del paese continua a essere buona, i profitti non sono stati erosi in modo significativo dall'andamento asiatico. L'America resta, in questo momento così critico per la finanza mondiale, una roccaforte solida. E anche se il bubbone di Wall Street sta scoppiando, facendo perdere miliardi a chi si illudeva di cavalcare la speculazione, gli effetti non sono del tutto dannosi".
Ma l'Asia, dopo più di un anno, non si è ancora ripresa. Il Giappone sembra aggrovigliato nelle sue contraddizioni. E ora si è aggiunto anche lo scivolone della Russia.
"Al tempo. In Estremo Oriente, a gu ardar bene, si intravedono già i primi, timidi segni di assestamento: ad esempio in Thailandia e in Corea del Sud. Certo, il Giappone è ancora in mezzo al guado: io l'ho sempre detto che, lì, le contraddizioni politiche ed economiche erano peggiori che in Italia... Ma prima o poi dovranno tagliare il cancro, liberarsi delle banche piene di debiti e lo yen tornerà a salire".
E il nuovo pericolo russo, come lo vede?
"Anche a Mosca c'è stata una bolla speculativa: un boom di capitali in entrata, un boom in uscita, con conseguente scivolone monetario. La mia impressione è che non ci siano scorciatoie: la svalutazione creerà inflazione e disoccupazione e, quindi, più sofferenze".
Qualche suo collega ipotizza uno scenario da brivido: che queste componenti della crisi mondiale evolvano, tutte, nel peggior modo immaginabile; che tutti i banchieri e i politici prendano decisioni sbagliate, aumentando ad esempio i tassi di sconto, quando andrebbero abbassati, o chiudendo le frontiere quando andrebbero aperte. C'è, a suo avviso, un rischio del genere? Siamo veramente sull'orlo dell'abisso?
"Tutto è possibile, ma anche del tutto evitabile. Conosciamo gli strumenti necessari e penso che saranno usati. Temo però che bisognerà avere un po' di pazienza, perché il nervosismo dei mercati si calmi e la situazione economica si stabilizzi. E' necessario che il Fondo monetario ripensi gli strumenti per aiutare alcuni paesi. Ma non vedo un rischio imminente di crollo economico".
Che ne dice, però, di un pericolo politico? Cioè che la globalizzazione sia considerata, a torto, come la causa del malessere di questi giorni e che in tutto il mondo riprendano fiato i difensori del protezionismo? Richard Gephardt, ad esempio, che è capogruppo democratico alla Camera dei rappresentanti e candidato alla Casa Bianca nel 2000, è un nemico del libero scambio: una sua vittoria potrebbe imprimere una svolta isolazionista all'America.
"Questo sì, è un pericolo vero. Con il protezionismo, non bisogna mai dimenticarlo, diventiamo tutti più poveri".

Allegato AS.
La Stampa
Domenica 6 Settembre 1998
LA RIVOLUZIONE CRIMINALE DELLA RUSSIA
I DRAMMI DI MOSCA
S ONO anni ormai che in Russia si evoca l'avvento di Boris Godunov - dopo la misteriosa morte dello zarevic Dimitri, legittimo successore di Ivan il Terribile - e si parla dell'incessante Epoca dei Torbidi, che affliggerebbe la nazione postcomunista esattamente come nei quindici anni tra il 1598 e il 1613. Nei Tempi dei Torbidi il centro politico si sfalda, il sovrano è delegittimato, e si assiste al vuoto di potere, alla rovina dello Stato, a forme sotterranee di insurrezione anarchico rivoluzionaria. I Torbidi sono chiamati tempi di smuta - di sedizione, di discordia - e sempre secernono la figura dell'Usurpatore, dell'Impostore, che pretende di essere legittimo erede di zar Ivan per venir smascherato, ogni volta, come falso Dimitri . Cose simili accadono nella Russia di oggi, con innumerevoli Impostori che affollano la sala del trono e che aspirano invano alla legittimità del regno.
Solo che i Torbidi non nascono da un unico incidente, non sono la conseguenza di un regicidio che interrompe bruscamente la continuità del trono, come nel caso di Boris Godunov. Anche il dispotismo comunista fu per oltre settant'anni un'epoca torbida, gremita di Usurpatori: sicché l'Impostura russa è ormai secolare, è una smuta che tende ad auto-rigenerarsi come un tumore, e a produrre sempre nuove imposture, nuovi "falsi Dimitri". E' di questa secolare impostura che la nazione russa soffre, non da anni ma da decenni, ed è il perpetuarsi dell'impostura che rende così impervio - e difficile da seguire - quello che nei primi tempi sembrava arduo ma non impossibile: la transizione dal sistema comunista all'economia di mercato, nonché alle istituzioni della democrazia.
La transizione è più che ardua invece, perché il comunismo non era semplicemente uno statalismo: non era una tradizionale economia dirigista, nazionalizzatrice. Il comunismo è stato qualcosa di radicalmente differente dal socialismo dirigista, e lo Stato era una finzione verbale che serviva a dissimulare il vero potere economico e politico, esercitato in maniera prima totalitaria e poi esclusivamente mafiosa dal Partito e dalle sue nomenclature. Lo Stato con le sue forme classiche in realtà non esisteva nel comunismo reale, né esisteva un'idea di interesse generale, o nazionale: lo Stato era il Partito , e da questo veniva monopolizzato, confiscato, e snaturato. La rivoluzione comunista generò questo statalismo bastardo, che infine fallì economicamente e spiritualmente. Ma non cessarono le abitudini che la rivoluzione aveva suscitato: le abitudini all'esercizio mafioso del potere, all'arricchimento illegale di nomenclature e oligarchie, alla connivenza tra politica di partito e criminalità comune: connivenza di cui son piene le pagine di Varlam Shalamov, impareggiabile evocatore dell'universo concentrazionario e della natura profondamente mafiosa, criminogena, del totalitarismo comunista.
Quel che avvenne nei primi Anni 90 non fu dunque una reale rottura di continuità: fu l'incancrenirsi di una malattia preesistente, fu una seconda rivoluzione che s'incaricò di disvelare il punto d'arrivo della precedente. La precedente era stata condotta all'insegna del comunismo, nel '17. La seconda avvenne tra la fine del regno di Gorbaciov e l'inizio dell'epoca di Eltsin, e prese le forme di un'autentica Rivoluzione Criminale .
Il male dell'economia russa non è l'eccesso di mercato, come molti occidentali e moltissimi russi oggi dicono. Il male non è stato causato dal riformista Gaidar, o più recentemente dal troppo debole Kirienko, capo di governo licenziato il 23 agosto: è stato causato dall'estensione del crimine e della mafia, che si sono impossessati dell'economia e che continuano a gestirla allo stesso modo in cui la gestivano i comunisti. E' quello che mi disse Egor Gaidar, qualche mese prima del tracollo di agosto: "Quando il comunismo si fa da parte, il capitalismo non nasce come la Venere dalle onde del mare, in tutta la sua bellezza. Nasce tutto coperto di piaghe, di ferite. Nasce in una nazione dove son state completamente distrutte tradizioni essenziali, per il funzionamento umano del mercato: tradizioni come il senso della legge, il rispetto del lavoro umano, l'esecuzione dei contratti, la circolazione corretta delle merci e del denaro, la considerazione e la stima per la proprietà privata. "Nasce come capitalismo predatore, figlio della rivoluzione criminale- mafiosa seguita alla lunga rivoluzione comunista. Il principale obiettivo delle riforme russe, per Gaidar, era "la lotta spietata alla criminalizzazione dell'economia, e ai grandi gruppi finanziari che sono al tempo stesso proprietari dei mezzi di informazione e ricattatori delle élite politiche".
Questa lotta è stata tentata da Kirienko, ma gli oligarchi glielo hanno impedito e hanno obbligato Eltsin a richiamare il loro vecchio protettore: Viktor Cernomyrdin, padrone del Gazprom e garante di una "dittatura economica" che non svantaggerà vecchie e nuove nomenclature. Oligarchi e nomenclature possono contare inoltre sulla Duma, che solo apparentemente è un parlamento: in realtà è un'Assemblea che raduna le nomenclature legate alla rivoluzione criminale russa.
La Duma esiste solo per bloccare riforme democratiche, e la nascita di un effettivo mercato non fondato come oggi sul baratto. In essa predomina un'alleanza solida, tra comunisti e neofascisti russi.
La Duma ha fatto di tutto, per bloccare l'unica riforma che avrebbe dato istituzioni democratiche più solide al Paese: la privatizzazione delle terre, inutilmente tentata da Gaidar e Kirienko. E' quello che sostengono rari politici, come Konstantin Borovoy che guida un minuscolo partito democratico (Partito della libertà economica): "La privatizzazione delle terre inaugurerebbe un rapporto finalmente diverso, non più fittizio, tra il deputato e la sua base elettorale, la sua constituency. Ed è ovvio che la Duma la respinga: se l'approvasse, la sua stessa ragione d'esistere finirebbe. E' ovvio perché alla perpetuazione dell'impostura è oggi interessata la grande maggioranza delle élite postcomuniste".
Protetti dalla Moneta Unica, i politici europei non si allarmano più del necessario, di fronte allo svanire del Cremlino. Sanno che la Russia non è solo uno spazio economico, ma anche una temibile potenza nucleare. Sanno che un'esplosione sociale potrebbe sfociare in emigrazioni poderose verso le più prospere nazioni europee. Ma pur sapendo non si agitano troppo, e forse l'unico veramente inquieto - ed esigente con i politici russi - è Helmut Kohl: che ha in mente gli sviluppi futuri dell'Unione europea, che teme una Russia nazionalista e vendicativa ai confini orientali del continente, e che ha investito sulle promesse riformatrici di Eltsin un gran numero di energie, e di denaro.
Solo Kohl sa forse che l'Euro può molto, ma non è sufficiente. Il tracollo russo minaccia da vicino la crescita in Europa centrale e orientale - in Ungheria, Repubblica ceca, Polonia, e più ancora in Bulgaria, Romania, nei Paesi baltici che hanno intensi commerci con la Russia. Tanto più costoso ma anche più urgente diventa l'allargamento dell'Unione al Centro Europa, e a questo converrà che i nostri responsabili pensino, dopo essersi rallegrati per la stabilità dell'Euro. Più ancora che nel passato, sarà utile includere l'Europa orientale nei propri calcoli, quando si discuterà sulle future spese e sulle risorse dell'Unione. Più ancora che nel passato sarà utile puntare sulla democratizzazione della Russia, e condizionare nuovi aiuti alla lotta contro le imposture secolari che tuttora affliggono la sua economia, la sua politica, le sue evanescenti istituzioni statali. Clinton non ha la forza carismatica, per un'impresa che implica una meditazione più vasta sull'esperienza comunista, e sul capitalismo banditesco nato nel suo seno. Clinton esige le riforme ma apre al tempo stesso ai comunisti di Ziuganov, illudendosi di poter suscitare un mercato democratico con il contributo delle forze che più l'ostacolano. Questa potrebbe essere l'ora degli europei, e forse anche di Kohl o di Schroeder alla vigilia delle elezioni tedesche: l'ora di andare infine alle radici delle due rivoluzioni russe, e aiutare questa grande e umiliata nazione a uscire dall'Epoca dei Torbidi che da quasi un secolo la tiene prigioniera.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato AT.
La Repubblica
Venerdì 13 Novembre 1998
Le incognite dell'Euro
Troppo aspre le critiche al Governatore Fazio: il quadro politico è ancora incerto
di GIORGIO LA MALFA
NON c'è dubbio che le cose dette e scritte dal Governatore della Banca d'Italia negli ultimi mesi e due giorni fa sul Financial Times sull'Euro, la Banca Centrale Europea e la situazione dell'Italia tocchino questioni delicate e difficili e rendano necessaria una discussione approfondita. Da questo punto di vista a me sembra che Repubblica abbia fatto bene, con gli articoli di Rampini e Riva, a entrare nel vivo delle questioni poste dal Governatore. E io stesso vorrei entrare in questo dibattito, premettendo però che mi sembra francamente eccessivo suggerire, come sembra fare Massimo Riva, che con le sue affermazioni il governatore della Banca d'Italia stia appannando "il pur solido prestigio dell'istituzione che rappresenta". Riva rimprovera a Fazio di non riconoscere l'autonomia della Banca Centrale Europea e nello stesso tempo aggiunge che se il governatore si colloca fuori dalla linea del governo italiano, è bene che si faccia da parte. Con buona pace dell'autonomia della Banca d'Italia.
Nel merito, a me sembra che le preoccupazioni di Fazio siano così riassumibili: l'Euro nasce al di fuori di un accordo di integrazione politica degli Stati nazionali europei e dunque al di fuori di un quadro di riferimento istituzionale e politico che deve sorreggere e accompagnare la politica monetaria. Il rischio è che questa costruzione possa risultare asimmetrica nei suoi effetti sulle economie dei paesi membri accentuando non solo alcuni problemi come la disoccupazione, che riguardano l'economia europea nel suo complesso, ma anche i fenomeni di dualismo che in essa esistono e si manifestano.
Quanto all'Italia, sembra dire il Governatore, essa ha assunto gli impegni della moneta unica senza tenere conto che, venendo meno quel margine di flessibilità costituito dalla possibilità periodica di un aggiustamento del cambio, se non vengono introdotte delle flessibilità nel funzionamento dei mercati, le conseguenze possono essere molto negative. Egli esprime poi una terza considerazione sulla natura dei rapporti tra le banche centrali europee e la Banca Centrale Europea che tende, per così dire, a preservare più a lungo possibile nel tempo il potere delle banche centrali, quasi come elemento di prudenza in una costruzione altrimenti troppo sbilanciata.
Se quella che io così ricostruisco è la visione dei problemi del governatore della Banca d'Italia, a me non sembra che si tratti di affermazioni destituite di fondamento e tali da giustificare reazioni aspre. Infatti, che il disegno dell'Euro non sia di sé completo e non possa essere migliorato, è dimostrato dalle posizioni che legittimamente stanno prendendo diversi governi europei. Essi ritengono che debba essere introdotta nella gestione dell'Euro una considerazione diretta dei problemi della disoccupazione, fino a suggerire, come ha fatto l'on. D'Alema in un'intervista all'Herald Tribune, di raccogliere una proposta che all'inizio di quest' anno avevamo avanzato Franco Modigliani e io nel silenzio se non nell'avversione di tutti e di escludere quindi dai limiti del "patto di stabilità" gli investimenti pubblici.
Ugualmente è emerso in queste settimane dalle posizioni del nuovo governo tedesco un diverso atteggiamento in materia di tassi di interesse e di tassi di cambio. In particolare è stata autorevolmente sostenuta la necessità di attribuire agli organi politici dell'Unione la decisione sul valore esterno dell'Euro che pure ha un riflesso diretto sulla politica monetaria. Infine, quanto all'Italia, è altrettanto evidente che i pur significativi risultati ottenuti sulla strada della riduzione del deficit pubblico lasciano ancora aperto il problema di come trovare le risorse per gli investimenti.
Se questi sono i problemi, come si può imputare al Governatore della Banca d'Italia di parlarne e di esprimere la preoccupazione che un Euro squilibrato possa finire per pesare sulle condizioni delle aree più deboli e più periferiche dell'Europa? Tra l' altro non credo che i richiami di Fazio si contrappongano alle posizioni del ministro del Tesoro. Credo anzi, come è sempre stato da quando io seguo la politica della Banca d'Italia, che il Governatore possa dire con più chiarezza le cose che spesso il ministro del Tesoro, per la sua collocazione, deve dire in maniera più sfumata.
La mia opinione è che l'Euro sia una costruzione importante ma nel quadro di un rapido passaggio dall'Europa degli Stati alla Federazione europea. L'Euro, collocato in un quadro in cui gli Stati nazionali continuano a sopravvivere, giustifica interrogativi e preoccupazioni.
L'autore è segretario del Partito
repubblicano italiano

Allegato AU.
Financial Times
FRIDAY NOVEMBER 13 1998
Ciampi backs flexible budget targets
By James Blitz and Wolfgang Münchau in Rome
Carlo Azeglio Ciampi, Italy's treasury minister, yesterday threw his weight for the first time behind calls for a flexible interpretation of the European Union's Growth and Stability Pact, designed to ensure fiscal responsibility in countries joining the single currency next year.
Backing moves for infrastructure investment to be excluded from government budget calculations, Mr Ciampi said there was now "room for manoeuvre" for a redefinition of the pact that could boost economic growth and employment across Europe.
In an interview, Mr Ciampi insisted Italy, like other participants in the single currency project, must "stick to the principle" set out in the Maastricht treaty of maintaining tight budgetary policies. But he added: "How fast we go depends on the economic situation."
The stability pact sets strict limits on countries' budget deficits to strengthen the economic cohesion of the euro-zone.
Mr Ciampi has been widely hailed as the tough and uncompromising steward of Italy's public finance reform in recent years. His move towards a more flexible stance may cause renewed concern among central bankers who fear that a reinterpretation of the stability pact will undermine the stability of the euro.
Mr Ciampi, who is next week holding his first bilateral meeting with Oskar Lafontaine, the new German finance minister, said amending the pact could trigger additional investment in public infrastructure, adding: "There's room for manoeuvre in this way."
He insisted, however, there should be no scaling down of Italy's determination to reduce public debt to 107 per cent of gross domestic product by 2001. He said Italy's privatisation programme would have to be speeded up to keep the debt cutting plan on target.
Separately, Mr Ciampi favoured moves towards the formation of an economic government for Europe once the euro had started. "I don't think we will have a federal government but something in between a federal state and a federation of states," he said.
He also appeared to back calls by his German and French counterparts for a reduction in the euro benchmark rate, currently at 3.3 per cent.
Mr Ciampi said there was room for "a dialectic confrontation between central bankers and governments," adding: "There's nothing sacrilegious for central bankers to say something about fiscal policy and that goes for governments as well. Saying that a fall in the interest rate is right for the economic situation is not a crime."
Nor did Mr Ciampi rule out the possibility of supporting the creation of target exchange rate zones by European governments participating in the euro as a means of exercising influence over the ECB's monetary policy.

Allegato AV.
La Repubblica
Domenica 15 Novembre 1998
La terra promessa del Neoliberismo
di GIORGIO BOCCA
FRA I MOLTI effetti della caduta del Muro di Berlino, a est del comunismo, c'è anche il neoliberismo conformista e apodittico che impedisce di ragionare su vizi e virtù dello statalismo da cui è stata segnata la nostra economia nella seconda metà del secolo. Come se la creazione di una finanza e di un'industria di Stato iniziata nel fascismo e compiuta dopo gli anni sessanta, che ci era invidiata da molti paesi quasi come una terza via, a metà fra il sociale e il liberismo, non sia altro, oggi, che un ingombrante errore del passato di cui bisogna liberarsi senza rimpianti e discussioni.
Seppellito l'ideologismo e qualsiasi lotta di religione che contrapponeva socialismo e capitalismo ora se ne è rifatto un altro in cui tocca allo statalismo essere "il regno del male" e al liberismo quello del bene. Assioma che trova autorevole conferma nelle direttive europee. Ragion per cui se un'azienda pubblica va male e perde denaro la colpa non è di una cattiva gestione o di condizionamenti politici, ma di essere "di Stato". Privatizzare è la parola d'ordine, e chi non lo fa presto e senza discutere è un nemico del progresso: i progressisti di ieri sono diventati i reazionari di oggi.
Ma davvero la nazionalizzazione dell' industria elettrica fu solo un errore economico? Se ben ricordiamo, le ragioni che unirono a richiederla il centrosinistra degli anni '60 non erano solo di efficienza e di razionalizzazione, ma anche strategiche e sociali. L'industria elettrica privata sembrava, almeno da noi, incapace di affrontare i giganteschi investimenti per l'energia, specie nel campo del petrolio e del gas in cui partivamo quasi da zero, non pronta a una distribuzione sociale anche nei luoghi dove non sarebbe stata remunerativa. E, infine, "il capitalismo delle bollette" in regime di oligopolio distraeva dei grandi capitali da nuove intraprese.
Tutte queste buone ragioni sono scomparse? Può darsi ma nessuno ce lo ha spiegato. La discussione è stata sostituita dalla propaganda neoliberista che dalla caduta del comunismo ha tratto la convinzione di poter tornare senza danni al capitalismo ruggente di principio del secolo: il venerdì nero di Wall Street e la grande crisi del '29 cancellati dalla mondializzazione.
L'economista Delai dice che una delle ambiguità del nostro tempo è di vederci condannati "a essere liberisti con dimensioni sociali o sociali con aperture liberiste". Ma a volte la propaganda neoliberista dà l'impressione che si viva sotto una sola fede, quella della massimizzazione dei profitti e della riduzione dei costi. Non certo della riduzione degli sprechi che in una libera concorrenza scatenata diventano ogni giorno più assurdi: basti pensare a quelli automobilistici, alla dispendiosa ricerca di sempre nuovi gadget, di sempre nuovi bisogni come se un mezzo di trasporto ormai tecnologicamente maturo dovesse essere il Nautilus del capitano Nemo o una capsula spaziale.
L'adesione completa al liberismo cancella tutti gli errori anche macroscopici dell'economia privata, delle fabbriche come delle banche. Se la privatizzazione di Telecom non va bene la colpa non è degli errori commessi dal nuovo nucleo privato di comando ma delle cattive abitudini del precedente statalismo. Dall'economia il culto del privato si trasferisce all'intera gamma delle umane attività: scuole private, polizie private, poste private, centrali del latte private, farmacie private, ospedali privati sorvolando sulle peculiarità nostrane che dovrebbero indurre a una certa prudenza come la presenza condizionante in quattro regioni, e perciò nella politica, di potentissime malavite organizzate.
Il passato statalista va dimenticato. Si parla di privatizzazione dell'Eni e si affida alla propaganda il compito di raccontare un Mattei grande corruttore piuttosto che grande creatore di un'industria dell'energia che i potentati privati consideravano allora, quando se ne discusse nella Costituente, come impossibile e dannosa, meglio affidarsi al dominio delle "sette sorelle". Sono davvero scomparse oggi, tutte le ragioni economiche e sociali che spinsero Mattei, De Gasperi e Vanoni a volere l'Eni di stato?
E quest'azienda di stato non è forse una delle tre o quattro aziende italiane a dimensione multinazionale?
La propaganda del fascismo cercò di convincere gli italiani che era un ottimo affare spendere soldi e vite umane nella conquista di povere terre africane, in un colonialismo ormai al tramonto, ma ora le propagande, le mode del neoliberismo si succedono senza concedere il diritto di replica, da "piccolo è bello" al "fast food" buono, dall'"andare a Gemba" del miracolo giapponese al "just in time" di Melfi automobili, altro miracolo che però non evita la cassa integrazione. Novità a loro modo tutte inevitabili in un mondo che cambia di continuo e dove la concorrenza è sempre più forte in spazi e risorse sempre più stretti. Ma, come consigliava Hanna Arendt, cerchiamo di non rinunciare a pensare, cerchiamo di capire che cosa ci sta dietro le cortine fumogene della propaganda: per esempio che tutto ciò che è di stato non è per definizione brutto e cattivo anche perché alla fin fine, neoliberismo e statalismo, siamo noi responsabili di ciò che va e di ciò che non va in questo e in altri paesi.

Allegato AW.
La Stampa
Sabato 21 Novembre 1998
LA SPINA CURDA IN EUROPA
SI è molto parlato di Europa socialista negli ultimi tempi, e di una nuova era di solidarietà fra gli Stati dell'Unione a seguito dell'avvento di Schroeder in Germania, di D'Alema in Italia, di Jospin e Blair in Francia e Gran Bretagna. Si è profetizzata una politica estera più vigile eticamente, e anche più attiva, più responsabilmente coerente, più unitaria. Si è disquisito a lungo attorno alle angustie dell'Europa monetaria, e alla politica che dovrebbe tornare ad avere un suo visibile e fiero primato, su economia e mercati. Nessuna coerenza è tuttavia percepibile nelle diplomazie dell'Unione, nessun nuovo senso di responsabilità comune, ma piuttosto un dilettantismo ben distribuito, un'ipocrisia impressionante, un disinteresse esplicito, ostentato, alla nascita di quell'Europa politica che tanto si invoca a parole, che tanto si disattende e si sprezza nell'azione. La vicenda dell'arresto di Abdullah Ocalan conferma questa frivola vacuità dei propositi socialisti, nel vecchio continente: dopo molta retorica e molte dichiarazioni di ideale complicità il governo italiano è lasciato solo, a fronteggiare l'ira del governo turco per il trattamento riservato al capo del Pkk, il partito dei lavoratori curdi. E' lasciato solo dalla Germania socialdemocratica in primo luogo, che aveva emesso un mandato di cattura internazionale per Abdullah Ocalan, che è all'origine dell'arresto di quest'ultimo in Italia, e che ha tuttavia deciso all'ultimo minuto -, dopo qualche ipocrita tergiversazione - di non presentare più l'attesa richiesta di estradizione.
Si può capire il disappunto del presidente D'Alema, che nei giorni scorsi aveva invocato una totale solidarietà europea e che oggi vede la Germania rinchiudersi in se stessa, curare i propri esclusivi interessi, e scivolare nell'irresponsabilità, nella pusillanimità, nell'incoerenza etica oltre che giuridica. Il Pkk e il suo leader sono considerati fuorilegge dai governanti tedeschi, e sospettati di precise azioni terroriste in Germania: il ministro degli Esteri Joshka Fischer aveva espresso un giudizio inequivocabile in materia, sin dai primi giorni dell'arresto di Ocalan, e la posizione di Bonn sembrava assai più intransigente e severa di quella italiana. Ocalan non riceveva nessuna patente di capo rivoluzionario dalle sinistre tedesche, e il Pkk era trattato alla stregua di un'organizzazione criminale, non di una romantica forza di liberazione come avviene in Italia. Ma troppo grande è stata la paura di rappresaglie curde sul territorio della Repubblica federale, troppo complicato è apparso un eventuale sforzo europeo di pensare con più coerenza la questione turca, le sofferenze delle popolazioni e dei villaggi curdi sistematicamente distrutti, le violenze terroriste infine, compiute dal partito di Ocalan. Lasciar solo il governo italiano alle prese con questo partito e con l'ira di Ankara era la via più comoda, e le sinistra di Schroeder non ha esitato a imboccarla. Era la via che consentiva di non agire, di non assumersi responsabilità, di sospendere ogni attività di pensiero. Era la via che evitava ai socialismi d'Europa un chiarimento sulle passate e presenti illusioni terzomondiste, sulle passate e presenti ideologie di liberazione, sulla politica più o meno efficace, più o meno coraggiosa, da adottare verso la Turchia. Così l'Europa dei socialisti si infrange sul caso Ocalan, vacuo edificio immaginato da dilettanti cui è capitato di governare. Né serve a riaggiustarla l'irritazione verso l'America, che in queste ore sembra accomunarli e dar loro le ali: l'America che mostra di avere in dispregio i principi dello Stato di diritto, che non capisce il rifiuto del governo italiano di estradare Ocalan, che solo si preoccupa della posizione geo-strategica della Turchia nella Nato. Italiani ed europei protestano non senza ragione contro queste insensibilità, ma da parte loro non hanno che idee sentimentali, dunque irresponsabili, sulla questione curda come su quella turca.
L'incongruenza e una certa dose di dilettantismo non sono vizi solo tedeschi. Ci sono impreparazioni e incoerenze anche nella condotta della classe politica italiana, del governo D'Alema. C'è un giustificato rifiuto di consegnare Ocalan in obbedienza a principi giuridici che vietano l'estradizione verso nazioni dove vige la pena di morte, ma c'è anche una volontaria ignoranza della natura radicalmente criminosa del Pkk, dei delitti accumulati da Ocalan, dei sospetti pesanti che gravano sui suoi uomini, sulle sue milizie, sui suoi attentatori kamikaze, sui suoi legami con l'integralismo islamico o con i dispotismi mediorientali. Gli altri movimenti autonomisti che esistono in Turchia conoscono assai bene la pericolosità di un partito che esibisce ancora sui suoi manifesti le immagini di Stalin, di Mao, di Lenin. Non si fidano delle promesse mansuete di Ocalan, e serbano una memoria acuta dei numerosi assassini di dissidenti del Pkk, commessi dal partito marxista su ordine del leader protetto ieri dalla Siria, e oggi dall'Italia. Il Pkk esercita un potere mafioso, spesso omicida, sulle comunità curde di Francia e di Germania. E' responsabile di sangue versato, e di commercio di droga in Europa. Lo stesso Ocalan è sospettato di aver architettato l'assassinio di Olof Palme, nel 1986 in Svezia: i magistrati di Stoccolma vorrebbero peraltro poterlo interrogare, in Italia.
Solo le forze politiche italiane sembrano fidarsi di lui, delle sue esibite inedite mitezze. Le nostre sinistre hanno l'impressione di aiutare un movimento di liberazione nel Terzo Mondo, e fra tutti i movimenti curdi hanno scelto il più rumoroso, il più violento, il più stalinista, e il più nocivo alla causa della minoranza perseguitata. Lo hanno scelto in stato di estasi pseudorivoluzionaria, come se non avessero responsabilità governative ma si trovassero ancora all'opposizione, dove tutti i sentimentalismi e permissivismi sono leciti. Difendono lo Stato di diritto ma poi si comportano ideologicamente, da militanti, dimenticando perfino Montesquieu e le regole base della divisione dei poteri: non si possono interpretare altrimenti le pressioni del ministro delle Giustizia Diliberto, sulle decisioni dei magistrati a proposito della custodia di Ocalan.
Eppure questa potrebbe essere l'occasione per riaprire veramente la questione curda: questione lasciata marcire subito dopo la prima guerra mondiale per colpa delle potenze occidentali, e in particolare per colpa dell'Inghilterra che promise uno Stato indipendente ai curdi, nel 1920 quando si disfò l'impero ottomano, per poi tradirli nell'ignominia pur di non perdere il controllo sul petrolio del Kurdistan. Questa potrebbe esser l'occasione per discutere con Ankara, per convincerla al rispetto delle sue minoranze, per riparlare delle condizioni di ingresso in Europa. Ma per poter polemizzare efficacemente con le autorità turche, per ottenere l'abolizione della pena di morte e l'addomesticamento delle arroganze militari, urge anche una condanna inequivocabile del terrorismo Pkk.
Non si possono organizzare tavole rotonde amichevoli-permissive con esponenti di questo partito, non si può insistere nel preferirlo sistematicamente a tutti gli altri movimenti curdi- democratici, socialisti, avversari di Ocalan - e poi meravigliarsi quando esplode il rancore dell'opinione turca, o quando il governo di Ankara si irrigidisce minaccioso. In politica estera non si può avere il gelato caldo: non si può avere la passione bollente delle manifestazioni terzomondiste, e la fredda etica delle responsabilità governative.
Il Pkk è oggi assai indebolito dopo anni di guerriglia. Molti curdi lo evitano, e lo temono. Molti curdi fuggono dai villaggi del Sud-Est turco controllati dal partito di Ocalan. Molti autonomisti vedono segretamente di buon occhio l'arresto del capo terrorista, e sperano che l'Europa aiuti a far chiarezza sulle sue malefatte. Di certo sono ostili a una sua estradizione in Turchia, ma è assai probabile che preferiscano un processo e una punizione all'asilo politico auspicato in Italia. E' quello che gli europei stentano a capire e a discutere fra loro, in queste ore di massima tensione con Ankara. E non è casuale che stentino in particolare le sinistre in Italia e in Germania: due nazioni che hanno conosciuto il terrorismo, che ancora faticano a ripensarlo, e che stanno dimostrando di non saperlo sino in fondo rammemorare.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato AX.
La Stampa
Domenica  6 Dicembre 1998
MEMORIA DELL'ORRORE
OBLIO DEL CORAGGIO
LA GERMANIA DISCUTE DI OLOCAUSTO
NON sarà male, in questi ultimi giorni dell'anno, che i responsabili europei ricordino con gratitudine quel che Kohl ha lasciato loro in eredità. La Moneta Unica che prenderà forma il primo gennaio, il nuovo poderoso potere sovrannazionale che s'incarna nella Banca centrale europea, la calma con cui undici governi e undici Banche centrali hanno accettato di abdicare a preziosi diritti sovrani: tutti questi eventi non sarebbero così semplici, se Kohl non li avesse voluti con testarda costanza, con senso acuto dell'urgenza, senza badare alla propria crescente solitudine in patria. E' come se il Cancelliere avesse presentito i pericoli che potevano venire dalla stessa sua nazione, e si fosse affrettato a incasellarla presto dentro l'Europa prima che fosse troppo tardi: prima che si cristallizzassero nuove forme di nazionalismo, prima che avvenisse il cambio di generazione ai vertici dello Stato, prima che la nazione si stancasse di ricordare orrori ed errori della propria storia. Dobbiamo al suo straordinario fiuto dell'ora propizia - già manifestatosi ai tempi dell'unificazione nazionale -se l'Euro si è potuto fare con la vecchia Germania da lui diretta, e non con la nuova Germania mutante, disinvoltamente concentrata sui propri interessi, priva ormai di complessi verso il passato, che Gerhard Schroder rappresenta.
E tuttavia sarà questa nuova Germania che avremo di fronte, nell'Unione. E' con questa nazione che toccherà discutere, costruire ulteriori pezzi d'Europa, preparare il futuro. Non sarà una Germania facile, nonostante le affinità tra socialdemocratici, laburisti, socialisti, che oggi governano nel vecchio continente. Una prima prova è già venuta col caso Ocalan. Sarà una Germania che si congeda dalla politica della memoria praticata da tutti i Cancellieri, fino a Kohl. Sarà un Paese con un potente sotterraneo desiderio: chiudere il capitolo di Auschwitz, smettere la memoria ossessiva dei crimini, delle colpe. Ridivenire nazione normale, entrare nel futuro con un grande gesto liberatorio che liquidi il passato: questa è l'ambizione di buona parte dei nuovi dirigenti tedeschi, il cui passato non è la guerra ma il Sessantotto. Il ritorno alla Normalità è motivo ricorrente in tutti i discorsi di Schroder.
E' motivo ricorrente anche in altre nazioni europee, e per questo è così essenziale il dibattito che si è aperto in Germania subito dopo la vittoria di Schroder, attorno a temi come la memoria, la rimozione, l'oblio. E' stato lo scrittore Martin Walser a rompere per primo il tabù, l'11 ottobre, in occasione del Premio per la pace dei librai tedeschi. Da allora la disputa si è estesa, facendosi sempre più passionale, aggressiva, fino ad aprire un fossato fra un certo numero di intellettuali e la comunità ebraica tedesca. Nella sua allocuzione, Walser non nega Auschwitz, non nasconde l'onta del passato. Chiede però che onta e memoria e coscienza diventino qualcosa di privato, di intimo, di sottratto al pubblico. Si erge contro le commemorazioni pubbliche, ritenute ipocrite. Si adira contro la "strumentalizzazione" politica del genocidio, contro la Shoah usata "come clava morale" per intimidire permanentemente un popolo.
Queste inquietudini sono molto comprensibili, in una nazione che continua a cercare un suo modo per elaborare il lutto, e per non restare prigioniera del passato. Ed è vero che il genocidio degli ebrei è frequentemente strumentalizzato. Basti pensare alle grida indignate di intellettuali americani, quando Scientology fu proibita in Germania. Basti pensare agli intellettuali di sinistra come Gunter Grass, che vedevano nella divisione della Germania una giusta punizione inflitta dai vincitori della guerra. Walser si incollerisce non senza ragione, solo che la collera non serve a universalizzare l'esperienza del male, a denunciare gli stermini moderni in Bosnia, Ruanda, Algeria. La collera lo conduce a più intimistiche convinzioni: all'elogio della rimozione, dell'indifferenza, al diritto sacrosanto di "non guardare" il male, di "voltare la testa da un'altra parte", di nascondere le emozioni nell'inviolabile santuario interiore della coscienza, di pensare il "mondo più bello, molto più bello di quello che sembra".
Ignatz Bubis, presidente del Consiglio centrale ebraico in Germania, accusa Walser di antisemitismo latente. Teme il successo, che sta avendo. Teme la legittimazione, che lo scrittore dà a discorsi di estrema destra. Attacca con violenza chi difende lo scrittore, come Klaus von Dohnanyi ex sindaco socialdemocratico di Amburgo, e critica intellettuali neo- nazionali come Botho Strauss o Hans Magnus Enzensberger. Ma l'autodifesa ebraica non è convincente, perché il pericolo indicato da Walser esiste - il pericolo delle commemorazioni vuote, ostentate - e non si può affrontarlo con grida di sdegno. Quel che colpisce nello scrittore non è peraltro il suo "guardar via" dalla Shoah, ma il suo "guardar via" da tutti i crimini, passati presenti o futuri. Per sopravvivere e scrivere non si può guardare il male, ininterrottamente: l'aspirazione è alla bellezza, all'armonia, dice il poeta a conclusione del discorso. Già comunista nel dopoguerra, Walser lascia il secolo con passo leggero, libero di tutti i passati: pronto a vivere come se nulla fosse in una asettica, planetaria Normalità. L'escamotage fa impressione, e il successo di pubblico è assicurato.
L'escamotage è reso possibile non solo dalla privatizzazione, ma dalla nazionalizzazione della memoria e della coscienza. Nella misura in cui si riduce a fenomeno solo tedesco, il genocidio hitleriano diventa esperienza non più condivisibile con altri, oltre che incomparabile. Auschwitz non insegna alcunché di universale, sulla natura dell'essere umano e sull'orrore che può sempre riprodursi. Lo scrittore israeliano Friedlander osserva stupefatto che "lo stesso pubblico che ieri ha applaudito Goldhagen , applaude oggi Walser". Ma l'oblio invocato da Walser è perfettamente coerente con il fenomeno Goldhagen. Goldhagen costruisce tutto il suo libro sull'idea di un millenaria pulsione sterminatrice degli ebrei, nel popolo tedesco. E' precisamente per questa via che la memoria si nazionalizza, poi evapora del tutto. Il popolo tedesco torna con Goldhagen a essere collettivamente colpevole, e non moralmente responsabile come nei testi postbellici di Jaspers. Il passaggio dalla colpa collettiva all'innocenza collettiva avviene senza intralci, in Walser. E' quel che aveva previsto il filosofo Glucksmann, a proposito di Goldhagen: "La Germania così diabolizzata resta chiusa nella sua eccezione, nel suo famoso Sonderweg. Diventa incomparabile: la sua malattia è troppo congenita per esser contagiosa, e non concerne dunque il mondo esterno. D'un sol colpo, la tragedia tedesca non insegna più nulla a nessuno" (André Glucksmann, Le Bien et le Mal , Laffont 97).
Non è casuale che Walser abbia parlato due settimane dopo la vittoria di Schroder. Lo scrittore ha intuito che il clima cambiava, e che era giunto il momento di affossare cinquant'anni di politica della memoria. Schroder non nasconde che questa è la sua idea della normalità ritrovata, e molti suoi pensieri sono affini a quelli di Walser. Anche il suo ministro della Cultura, Naumann, condivide le tesi dello scrittore sulla privatizzazione della coscienza. I tedeschi sono adesso adulti - ripete il Cancelliere sin da quando cominciò la sua campagna contro l'Euro - e non devono più provare di esser democratici, in casa propria o in Europa. Per questo Schroder ha disertato le commemorazioni francesi sulla fine della guerra '14-'18, mostrando indifferenza per l'immagine di Mitterrand e Kohl che si tengono per mano davanti ai sepolcri di Verdun. Per questo osteggia il monumento all'Olocausto, che secondo Kohl dovrebbe esser costruito a Berlino in memoria delle vergogne nazionali. Per Walser il monumento è "un incubo". Per Schroder è accettabile, "solo se sarà cosa gradevole andarvi".
Questa nazionalizzazione del passato tedesco complicherà il dialogo tra europei, già assai esile. Inciterà le nazioni a rinchiudersi e a privatizzare le varie esperienze del male, piuttosto che a pensare assieme una politica della memoria, e di analisi critica delle passate guerre o dei passati crimini. Il dibattito tedesco ci riguarda direttamente, giacché anche noi dovremo decidere: che posto lasciare al passato nel futuro che si sta preparando, e come ricordare gli orrori per scongiurarli. E quale rapporto con il passato potranno avere i cittadini di Stati-nazioni che tendono a sciogliersi nell'Unione. Il rischio è quello di un'amnesia generale, cui verrà dato il nome - eufemistico - di Normalità .
E' strano come in questo la Germania sia speculare al pensiero ebraico contemporaneo. Anche per Israele lo sterminio hitleriano è un evento intimo, un fatto ebraico-tedesco che ha poche valenze universali. Per l'ebreo il genocidio è il destino di un popolo eletto nell'innocenza, e non a caso porta un nome ebraico che non si vuol tradurre: il nome di Shoah, sterminio. Sicché non sorprende la reazione, spesso esagerata, di Bubis. La disputa tedesca è feroce, e interroga anche gli ebrei, sul passato in Germania ed Europa. Difendendo Walser, Dohnanyi si chiede ad esempio "quale sarebbe stato il coraggio degli ebrei, se Hitler avesse liquidato ''solo'' gli zingari, i malati mentali, gli handicappati". E' una questione posta già nell'86 da Jakob Taubes, filosofo ebreo: "Noi ebrei tedeschi non siamo stati messi alla prova. Non avevamo scelta, e chi non ha scelta possiede capacità di giudizio limitate, sul dittatore e sul fascino che esercitò". Gli europei hanno oggi questa libertà di scelta, e possono dunque giudicare il secolo e le sue storture. L'Europa è condannata a svanire come potenza, se segue l'invito estetizzante di Walser e volta la testa dall'altra parte, immemore, quando di fronte gli si accampa il male.
Barbara Spinelli
antologia
Domanda: se adesso l'euro dovremo gestirlo con questi governi, una gestione che già si prospettava colma di rischi nazionalistici come si svilupperà? Non basta saper varare una nave titanica, bisogna poi saperla condurre con maggiore e migliore maestria tra i flutti e tra i pericoli dell'oceano. Quale nocchiero sarà colui che nemmeno crede nella stabilità delle strutture? Quale nocchiero sarà colui che vuol mantenere linda la sua cabina, mentre si disinteressa della necessità di intervento sugli organi vitali quali il motore o la tenuta della chiglia. Il caso Ocalan insegna.
Poi rammentiamo che l'Italia, lungi forse dagli ideali di Kohl, è stata imbarcata per timore della concorrenza di un paese potente non vincolato da ferree regole monetaristiche, che oggi infatti ne inibiscono lo sviluppo rispetto proprio ai partner più interessati F e D. Non è il diritto alla gestione allegra dell'economia, a scapito del livello e della qualità della vita dei suoi abitanti che si rivendica, bensì il diritto alla gestione libera delle proprie risorse. A meno che non si aspiri, come io drammaticamente credo, a cedere ai "grandi" le nostre libertà di figli di un dio minore. Il panico di essere fuori non ci ha forse accecati al punto da non aver saputo o peggio ignominiosamente, come io sento, voluto valorizzare nemmeno le nostre potenzialità come ha invece saputo fare, sia pure in altra condizione economica, la Gran Bretagna?
Altro che condanna: "L'Europa è condannata a svanire come potenza, se segue l'invito estetizzante di Walser", altro che estetica, purtroppo. Apprezzo tuttavia la sensibilità dell'articolo, contro la rozzezza, oggettiva, del mio intervento.
Io auspico che l'Italia, in questa contingenza, che potrà molto immobilizzarla purtroppo, sappia ancora mostrare che la strada da seguire non è quella dell'arroccamentoi di Maastricht bensì l'apertura degli Italiani delle coste di Lecce e di Soverato (Calabria), che hanno aperto le loro braccia, braccia certissimamente fuori dai parametri di Maastricht, ai poveri curdi affamati ed agli altri nostri fratelli in pena. Bravo a D'Alema oggi!
quote
Da La Stampa di Domenica, 18 Gennaio 1998 ESTERI:
Europa, serve un salto di qualità
Contro tutti «i litigi» di oggi costruiamo i nostri Stati Uniti
di ARRIGO LEVI
......Dopo l'«Unione europea», non vedo come si potrebbe definire quel nuovo traguardo se non col vecchio onorato termine di Stati Uniti d'Europa. L'Europa ha avuto sempre bisogno, per andare avanti, di vasti orizzonti, di nuove grandi idee, le sole che possono muovere i popoli verso il futuro. Per questo obiettivo bisognerà, oltre che ragionare, cominciare fin d'ora, subito a lavorare attraverso le istituzioni e al di fuori di esse, nella società e nella cultura. Utopia? Se si fosse avuta paura delle utopie, in Europa ci sarebbero ancora i vecchi Stati litigiosi. E poi nel XXI secolo la pace mondiale dipenderà anche dalla nascita di una vasta zona di pace garantita anche da un nuovo spazio statale europeo: i giovani Stati Uniti d'Europa, legati attraverso l'Atlantico ai vecchi Stati Uniti d'America.
unquote
Mi dispiace per Arrigo Levi, ma siamo ancora ai vecchi Stati litigiosi in Europa. E' quello che egli dice sull'Utopia che è importante.
L'Utopia si sfida solo con la forza delle coscienze che smuove le montagne, con l'anima di un popolo che anela alle altezze dello spirito, con le mani ignude e le lacrime agli occhi, guai a dimenticarcene. Annasperemmo ancora e sempre, come tanti girini che ruotano su loro stessi in continuazione. Ma noi non siamo solo girini, siamo uomini che devono individuare una direzione da seguire e da perseguire. I nostri profeti sono diventati ormai afoni dalla fatica, ma essi non hanno ancora posto la loro dimora a Maastricht, per fortuna.
G. Losio a "La Stampa" il 6/12/98

Allegato AY.
La Stampa
Domenica  13 Dicembre 1998
LE DUE GERMANIE
R ICEVENDO la distinzione di cittadino onorario d'Europa, Helmut Kohl è stato calorosamente applaudito dai nuovi capi socialisti dell'Unione, riuniti venerdì e sabato a Vienna. E' un riconoscimento dovuto, oltre che raro: solo Jean Monnet ottenne simile ricompensa per il contributo dato alla fondazione comunitaria, e il premio in qualche modo unisce i due demiurghi d'Europa. Ambedue hanno vissuto questa avventura con fede tenace, quasi religiosa, spesso in solitudine. Ambedue hanno osato pensare quello che gli Stati osano con riluttanza: la creazione di autorità sovrannazionali cui il Principe volontariamente si sottomette, a limitazione graduale ma pur sempre drastica di antiche, gelose sovranità nazionali. Monnet preparò il Piano Schuman che nei primi Anni 50 unificò sotto la guida di un'Alta Autorità il carbone e l'acciaio di Francia e Germania, dando vita alla Ceca e poi al Mercato Comune. Kohl ha voluto che sorgesse un'ulteriore Alta Autorità, favorendo negli Anni 90 la nascita della Moneta Unica e il formarsi di un'istituzione - la Banca centrale europea - incaricata di governare la nuova valuta con chiari poteri sovrannazionali, in piena indipendenza dagli Stati. Ormai dimezzati, i regni rendono dunque omaggio a questa visione imperiale dell'edificio europeo, concretizzatasi nei quarant'anni che separano l'opera di Monnet da quella di Kohl. Ma rendendole omaggio concludono anche una storia, mettono fine a un'esperienza dai colori speciali, non più ripetibili, in via di appannamento.
E' l'esperienza di un'Europa pensata e forgiata dalle democrazie cristiane, dopo due guerre mondiali che hanno lacerato e diminuito il vecchio continente. E' l'invenzione di una Comunità che è laica ma che dal cattolicesimo politico è stata edificata, sia pur imperfettamente. Questi speciali colori tendono a svanire, con la dipartita di uomini come Kohl, come Prodi, ed è come se un libro si chiudesse. L'ultimo suo capitolo è la Moneta Unica, che vedrà la luce il 1gennaio. Tocca alla nuova Europa socialista e socialdemocratica il compito di riaprire il libro, di inventare capitoli successivi, di fecondare l'eredità.
Non sarà semplice, come si è visto al vertice di Vienna. Non si scorgono ancora le visioni, le idee che le sinistre possono avere dell'Unione, delle sue ambizioni politiche, strategiche, oltre che economiche. Per il momento è percepibile solo il tentativo di proteggere portafogli e libertà di manovra dei singoli regni, di non pagare prezzi troppo alti alla solidarietà comunitaria. Soprattutto le sinistre che governano la Germania sono inquiete, hanno fretta di congedarsi dell'Europa democristiana del dopoguerra: perché quest'Europa aveva il suo fondamento nella memoria delle colpe tedesche, e il nuovo Cancelliere Schroder è stanco di essere ingabbiato in una politica del lutto storico, stanco di pagare inestinguibili debiti, stanco di dover "sempre comprare la benevolenza degli alleati", come ha detto nei giorni scorsi polemizzando con le arrendevolezze del predecessore democristiano.
E' un'irritazione comprensibile, questa del governo Schroder, e d'altronde essa era presente anche negli ultimi anni di Kohl. Non ha più senso chiedere ai tedeschi di pagare il 60 per cento dei versamenti netti alla Comunità, indipendentemente dalle difficoltà della Germania riunificata. Kohl stesso era stato esplicito, sin dagli Anni 80: "Non dimenticate che la storia pesa sui tedeschi in positivo come in negativo - disse grosso modo ai propri colleghi - non dimenticate soprattutto la pace esosa di Versailles, e la catastrofe che le ha fatto seguito.'
Ci sono tuttavia toni inediti, nei lamenti di Schroder: toni minacciosi,e sottilmente ricattatori, nazionalisti. Il Cancelliere non esiterà a congelare l'allargamento dell'Unione al Centro- Europa liberatosi dal comunismo, se non otterrà sconti consistenti sui contributi finanziari. Non esiterà a entrare in conflitto con Parigi e altri Stati dell'Unione. Lo sconto non è più domandato con diplomatica prudenza. Prioritaria per la Germania è ormai questa questione dei contributi, e non più il grande disegno strategico di un'Europa che impari lezioni dalla caduta del muro di Berlino, e che incorpori l'Altra Europa che l'Urss sequestrò a Est per quasi mezzo secolo. Qui si vede la distanza, che divide l'Europa democristiana dall'Europa socialista. Qui si vede il tramonto della prima, il confuso cristallizzarsi della seconda. La Sueddeutsche Zeitung , amara, annuncia che l'insulare malattia inglese contagia ormai anche i tedeschi.
Naturalmente non furono tutti cattolici, i padri dell'Europa. Non erano cattolici gli europeisti del manifesto di Ventotene, né il socialista francese Aristide Briand, né Coudenhove- Kalergi, né i socialdemocratici Brandt, Schmidt. Ma la forma concreta che ha assunto la Cee negli Anni 50 nasce nelle menti del cattolicesimo politico, e più precisamente grazie al trio democristiano costituito da Adenauer, De Gasperi, Schuman: tre politici di frontiera-originari della Renania, del Trentino, della Lorena. Nasce come unione economica, ma la scelta è politica ed ha connessioni con la resistenza al totalitarismo comunista, con la dottrina della Chiesa, con le visioni cattoliche elaborate fra le due guerre e dopo il '45.
E' un cattolicesimo che diffida profondamente dello Stato -Adenauer lo chiamava "falso Dio,adorato dal popolo tedesco" - anche se generalmente non disdegna lo statalismo nell'economia. E' un cattolicesimo che privilegia forme di governo federaliste, comunitarie, che controbilancino un potere statuale di cui si temono le perversioni totalitarie. L'idea della sussidiarietà - fondamento dell'Unione - è cristiana.
Già teorizzata da Tommaso d'Aquino, e dall'enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, essa contempla vasti decentramenti delle decisioni, predispone l'intervento dello Stato o delle autorità sovrannazionali solo quando i corpi intermedi non riescono a governarsi. Ancora viva negli Anni 80 e 90, la sussidiarietà influenzerà il Trattato di Maastricht, nonché i progetti sulla Moneta Unica concepiti da cattolici come Jacques Delors, Tommaso Padoa Schioppa, Hans Tietmeyer.
I socialisti ereditano questo patrimonio, senza averlo davvero edificato. Le socialdemocrazia tedesca l'ha fatto proprio alla fine degli Anni 50: nel dopoguerra, il capo della Spd Kurt Schumacher avversò per nazionalismo le scelte di Adenauer, il Piano Schuman, la riconciliazione con la Francia, il tentativo - fallito - di creare una Comunità di difesa. Le sinistre tedesche parlavano di "Internazionale Nera", di "Europa clericale e capitalista". Adenauer era chiamato il "Cancelliere federale degli alleati", e accusato di sacrificare la riunificazione nazionale sull'altare dell'Europa e di Parigi. Il socialista francese Robert Lacoste diffidava dell'"Europa renana, che odorava di aspersorio e di altiforni". Il comunismo italiano giungerà tardi ad accettare la Cee, sprezzandola per decenni.
Adesso queste sinistre sono a un bivio. Son chiamate a inventare un'Europa che oltrepassi il disegno cattolico. Quest'ultimo ha perso in parte l'originaria forza, anche perché la sua visione dello Stato non ha mai smesso di essere ambigua: diffidente verso i suoi eccessi, il cattolicesimo politico non rinunciò mai veramente all'assistenzialismo in economia. Non a caso il socialismo olandese è riuscito a combattere la disoccupazione alleandosi con un piccolo partito liberista, ed emarginando la vecchia Dc. Sicché è particolarmente gravoso, il compito dei nuovi sovrani socialisti. C'è la tentazione di sfasciare l'Europa democristiana, senza mettere al suo posto alcunché di potente. C'è il pericolo che progetti arditi come il comune piano contro la disoccupazione o la comune politica estera e di difesa restino progetti verbali, fintamente somiglianti al progetto che ha generato la Moneta Unica e l'ha basata non su discorsi ma su istituzioni sovrannazionali. Diceva il filosofo Amiel che "solo le istituzioni diventano più sagge, mentre l'esperienza d'ogni uomo ricomincia sempre". Se i socialisti ne terranno conto potranno fabbricare novità, senza distruggere il vecchio. Potranno seguire il consiglio di un altro filosofo - William James, citato da Monnet - che definiva così l'azione giusta in politica: "Prima continuare, e soltanto in seguito cominciare".
Barbara Spinelli
antologia

Allegato AZ.
La Stampa
Domenica  13 Dicembre 1998
"Sono ex cancelliere, ma resto Kohl"
Per la prima volta dopo la sconfitta di settembre il leader dell'Unificazione rompe il silenzio
Attacco a Spd e Verdi: ingrati con l'America
BONN
M A dove prende la sua forza, quest'uomo, dove gli nascono questa capacità d'irradiare calma e insieme questa presenza vigile che comunica subito una sensazione, un pensiero: "Non dovete provare compassione per me, perché è vero che ho perso le elezioni, ma la vita continua e Helmut Kohl è dentro la corrente della vita, il tempo del silenzio adesso è finito". Non ci incontriamo nel Bungalow della Cancelleria, questa volta, ma nel suo nuovo domicilio. Al Bundestag, nel suo ufficio di deputato. In molti passano di qui e fanno un saluto al collega Helmut Kohl: "In certi momenti si impara a conoscere gli amici ancora meglio. Si può separare il grano dal loglio, un'esperienza umana straordinaria".
Basta poco a capirlo: è impensabile che quest'uomo si ritiri dalla politica e si rintani imbronciato in un cantuccio, o si metta a viaggiare per il mondo alla ricerca dei paesaggi più belli, o cominci a guadagnar soldi per davvero ("Non ho niente contro il guadagnar soldi, ma non è di certo il mio scopo principale o il più urgente", dice). E' impensabile che, come dice lui, si metta a "vivere una vita comtemplativa" o decida di scrivere un libro e si allontani deluso dalla politica ("La politica, in fondo, è stata tutta la mia vita, da quando a 17 anni sono entrato nella Cdu. Non ci si sbarazza tanto facilmente di una cosa del genere").
E' vero il contrario: Helmut Kohl non vuole abbandonare questo modo di vivere emozionante e pieno di alti e bassi, di trionfi e di cadute. Ma - chiediamo - un ex Cancelliere può ancora avere influenza su qualcosa di determinante, decisivo? In fondo non ha perduto soltanto il potere, ma anche le insegne del potere. Helmut Kohl mi guarda come se volesse farmi capire che devo scavare un po' più a fondo, per comprendere davvero il "fenomeno Helmut Kohl". Ma alla fine parla, e le parole risuonano come metallo: "Ha ragione, non sono più il capo del governo, ma proprio per questo rimango Helmut Kohl".
Quel che soprattutto tormenta il Cancelliere dell'Unificazione, oggi, è l'Europa: "E' un problema che galleggia nell'aria", dice. Nessun'altra parola lo emoziona tanto come Europa: Europa è una parola che gli è germogliata dentro, nel cuore. "Nel 1982 dell'unità europea si aveva una pessima opinione. C'era quella parola orribile, ''Eurosclerosi'', il legame fra una grandiosa idea politica e una malattia tremenda: di peggio non si poteva pensare. Quando partecipai al mio primo vertice europeo, a Copenhagen, i giornalisti scrissero: ''Non se ne farà più niente''. E invece ci siamo rimessi in movimento, anche se un po' come capita in quelle nostre processioni regionali, due passi in avanti e un passo indietro. Dalla Comunità europea è nata l'Unione europea. E adesso, fra pochi giorni ormai, l'Euro".
C'è una frase bellissima, in Saint-Exupéry: "Un mucchio di pietre smette di essere un mucchio di pietre non appena un uomo vi scorge dentro il profilo di una cattedrale". Si può dire che la visione di un'Europa unita e pacifica è la cattedrale della sua vita politica? "E' una frase bellissima e giustissima: purché si consideri che non sono stato il solo ad avere questa visione. Penso a molti che non ci sono più, a molti compagni di battaglia, penso soprattutto al mio amico Francois Mitterrand. Nonostante tutte le nostre differenze politiche, i partiti, su una cosa eravamo assolutamente in sintonia: gli orrori di questo secolo sanguinoso, due guerre mondiali e milioni di morti, non si devono ripetere. Ne siamo responsabili noi, di fronte ai nostri figli e ai nostri nipoti".
Al vertice di Vienna, venerdì, Helmut Kohl è stato insignito della "Cittadinanza onoraria d'Europa". Che questo riconoscimento sia un grande impegno e un dovere, per lui, lo può mettere in dubbio soltanto chi considera l'adempimento del dovere un valore secondario: "Il mio compito è parlare anche per coloro non sono più fra noi, ma che come noi hanno voluto l'Europa di domani e si sono adoperati perché nascesse". Una pausa e poi ancora una frase, anche se l'ex Cancelliere ammette che potrebbe suonar patetica: "Nel mio lavoro, adesso, non ho una prospettiva personale e neppure una prospettiva di partito. Il mio lavoro, adesso, è semplicemente in una frase: Che cosa posso ancora fare per il mio Paese? Di una cosa sono assolutamente convinto: io personalmente e tutti quanti noi tedeschi potremo fare qualcosa per il nostro Paese se faremo qualcosa per l'Europa".
Fra tante emozioni e tanti entusiasmi, non è agevole ritornare al giorno della sconfitta, al momento in cui Helmut Kohl ha saputo con certezza che dopo sedici anni era venuto il momento di lasciare la Cancelleria. D'improvviso, gli avvenimenti di quel giorno si muovono come dietro un vetro opaco. Lontani, spettrali. "La mattina del 27 di settembre ho detto ai miei più stretti collaboratori quel che avevo appena saputo dall'istituto di indagini demoscopiche Allensbach: ''Perderemo le elezioni. Il nostro compito adesso è dominare la sconfitta, con decoro e dignità''". Kohl pronuncia questa parola, dignità, come se volesse dire: una parola inusuale, sballottata di qua e di là dallo spirito del tempo, una parola che qualche volta si spinge fino all'arroganza. "Penso invece alla dignità che avvertiamo qualche volta, quando guardiamo in faccia un vecchio o guardiamo un ritratto o un quadro di grande effetto, di quelli di fronte ai quali vien da dire: ''Questo quadro diffonde una grande dignità''".
Ma naturalmente, lo storico Helmut Kohl fa anche un esempio più politico, di dignità. Ricorda il discorso che il socialdemocratico Otto Wels pronunciò al Reichstag, durante il dibattito sulla legge delega che spianò definitivamente la strada a Hitler: "Otto Wels, in quell'occasione, disse parole indimenticabili: ''Potrete toglierci la libertà e la vita, non l'onore''". Una sconfitta elettorale, grazie al cielo, non ci fa perdere la dignità, aggiunge l'ex Cancelliere: "Di sconfitte ne subiamo tutti, in ogni momento della vita. Alle elezioni di quartiere e a quelle nazionali, nella nostra vita pubblica e in quella privata. E' banale ma è così. E a tutti noi è stato subito chiaro che la forma in cui il cambio di governo si sarebbe compiuto aveva qualcosa a che fare con la cultura politica del nostro Paese".
Ma al momento di dar l'addio al potere ci sono state anche delle lacrime, vero? Ecco di nuovo quel suo modo di ammiccare, sornione. Come a dire: e allora?, non le si sono mai inumiditi gli occhi quando ha provato una fortissima emozione? "Quando si è stati un quarto di secolo alla guida di un partito e ci si deve congedare, è chiaro che l'emozione cresce. Ho sempre considerato uno sciocco pregiudizio la convinzione che sia poco virile cedere al sentimento, in certi momenti. Considero anche un'assurdità fare differenza fra uomini e donne". Anche al funerale di Mitterrand lei ha pianto. "Naturalmente quando si ricopre un alto incarico pubblico ci si deve dominare: ma ci si riesce soltanto fino a un certo punto. Nella chiesa di Notre Dame non mi ero accorto che le telecamere mi stavano inquadrando. Ma la cosa più straordinaria è successa dopo: ho ricevuto moltissime lettere dalla Francia, lettere piene di incoraggiamento e di conforto. La gente normale reagisce in modo normale".
All'inizio della nostra conversazione, Kohl aveva chiesto di "lasciar fuori la politica di tutti i giorni". Ma non si può non chiedere all'ex Cancelliere se ritiene di aver "messo in buone mani" la propria eredità politica: "Ne sono ancora meno sicuro oggi che in ottobre", risponde. E non sono soltanto le sfumature a preoccuparlo: "Faccio un esempio attuale. Tutti sanno che durante la guerra fredda la Germania si è giovata più di ogni altro Paese dello scudo atomico americano. Gli Stati Uniti hanno garantito la nostra libertà (...) Se si ha presente quel che gli americani hanno fatto per noi - basti pensare al ponte aereo di Berlino - si deve sapere anche quel che una discussione sulla strategia Nato del ''primo colpo nucleare'' può provocare in America, qualora a sollevarla siano i tedeschi. E non soltanto nel governo americano, ma anche in Parlamento dove siedono moltissimi deputati che si ricordano benissimo del 1983, quando si trattava di dispiegare i missili a medio raggio sul nostro territorio. A Washington sanno benissimo chi c'era allora in Cancelleria e chi invece dimostrava contro gli americani, davanti alla Cancelleria".
Che cosa la preoccupa in questo momento, oltre all'Europa? "La pericolosa inclinazione dei tedeschi a farsi togliere la gioia di vivere. Alla maggior parte dei tedeschi le cose non sono mai andate tanto bene. Abbiamo raggiunto più di quanto non ci sognassimo di raggiungere.(...) Sa qual è la sensazione dominante, in me? La gratitudine. Vado spesso al cimitero del mio paese, a Ludwigshafen. Mi fermo davanti alla tomba dei miei genitori e dei miei nonni da parte di padre, e mi vengono dei pensieri che per tutto il giorno mi accompagnano, e questi pensieri hanno a che fare con la gratitudine per la vita che ho vissuto. Gratitudine è il ricordo del cuore: la mia sensazione fondamentale è questa".
All'improvviso mi sembra di intuire la risposta alla domanda che mi ero fatto all'inizio: dove prende la sua forza quest'uomo che affronta con assoluta padronanza i trionfi storici e una dura sconfitta alle elezioni, proprio alla vigilia del nuovo secolo? Nella "Morte di Wallenstein", Schiller dice: "Tutto vacilla, dove manca la fede". "E' così, nella politica c'è bisogno di una visione. Ma c'è bisogno anche di fortuna. Un certo giorno la serratura si è allentata, la porta sull'unità tedesca si è socchiusa. Ma se dopo Cernenko non fosse arrivato Gorbaciov, se non ci fosse stato Ronald Reagan a ricordare ai sovietici ''Fin qui e non oltre'', se infine non fosse arrivato George Bush con la sua fiducia nei tedeschi e in me, la riunificazione non ci sarebbe stata". Nessuna paura, allora, che la vita gli si rimpicciolisca soltanto perché adesso Helmut Kohl lavora in una stanza piccola. E perché sul tavolo di Juliane Weber (la segretaria di sempre) non ci sono più decine di elefanti ma ce n'è soltanto qualcuno, portafortuna e "marchio".
E il suo partito, la Cdu? "Non possiamo confidare nel fatto che gli altri scendano da soli dalla poltrona. Ci si sono legati stretti. I Verdi, per esempio: si vede benissimo quanto sono felici di essere al governo. Ma questo non significa che per Cdu e Csu, che insieme raccolgono pur sempre oltre diciassette milioni di voti, il mondo si sia all'improvviso come chiuso. L'Unione cristiana continua ad avere buone chance".
Mentre indosso il cappotto, Juliane Weber gli porge una lettera. Mittente "La Casa Bianca, Washington". Una lunga lettera scritta a mano dal suo amico Bill Clinton. Per ricevere una lettera personale dal Presidente americano non è necessario essere Cancelliere. Basta essere un amico fidato.
Peter Bacher Copyright "Welt am Sonntag"
"La Stampa"