1.2.6 Allegati BA-BJ
ALLEGATO 6

Allegato BA.
La Stampa
Giovedì, 17 Dicembre 1998
"Bombardamenti legittimi ma inutili"
Il premier parla per la prima volta a un giornale italiano del raid in Iraq e dell'Europa
D'Alema è contrario all'etica Usa della punizione
ROMA
QUESTI bombardamenti dell'Iraq sono del tutto inutili e per parte mia non s'han da fare". Massimo D'Alema non sembra aver dubbi in proposito, e osserva con molto scetticismo il rinnovato attivismo bellico degli Stati Uniti nel Golfo. Non condivide "l'etica americana della punizione dei cattivi", non crede che l'uso della forza sia "veramente legittimo se viene applicato in maniera selettiva". E' quello che il Presidente del Consiglio mi ha detto ieri in una lunga conversazione a Palazzo Chigi, e ascoltandolo è stato difficile non pensare allo stato d'animo della nuova Europa socialista, in questo fine secolo. E' uno stato d'animo distaccato, per l'appunto scettico. Non le si addicono le subitanee agitazioni interventiste dell'America. Non le si addice soprattutto l'etica della punizione: "Così fondamentale per la cultura americana", così estranea all'Europa. D'Alema non è contrario per principio alle azioni contro gli Stati che ignorano le risoluzioni dell'Onu, o che violano il diritto internazionale. Non contesta neppure le legalità dell'intervento statunitense nel Golfo, contemplato come possibilità da precedenti decisioni del Consiglio di Sicurezza. Ma quest'"etica della punizione" gli appare troppo imperfetta per essere legittima, troppo precipitosa oltreché selettiva per esser moralmente accettabile. "Se si vuole applicare una giustizia internazionale, allora bisogna possedere una fermezza adamantina e colpire tutti i colpevoli di trasgressione, di violazione dei diritti umani". D'Alema sorride, dice che potrebbe fare una lista dei cattivi nel mondo e la lista sarebbe inesauribile.
Anche questo sorridere ci è apparso assai europeo: quasi dieci anni son passati dalla caduta del Muro di Berlino, e i governi dell'Unione ancora faticano a pensare il mondo disordinato, violento, imprevedibile, che è seguito alla fine della guerra fredda. Faticano a stabilire liste di priorità provvisorie ma almeno concrete, nel combattimento contro i flagelli che minacciano l'Occidente. Gli europei pretendono di vedere più lontano degli americani, e per questo sorridono: sanno che non esiste giustizia in questo mondo, sanno che i colpevoli sono infinitamente più numerosi di quelli indicati da Washington. Sono a tal punto innumerevoli che colpirne qualcuno è impresa inane oltreché moralmente indifendibile. L'Europa dei nuovi governanti socialisti e socialdemocratici esita a pensare le guerre presenti e future, in assenza di un "ordine internazionale fondato su una legalità" finalmente neutrale, non più contaminata da calcoli di politica interna. Se la passione scettica non fosse così intensa, quasi si direbbe che D'Alema condivida il sogno illusorio coltivato da Bush, dopo l'89: il sogno di un nuovo ordine internazionale definitivo, di una governabilità dei mali che affliggono il globo. In attesa di quell'improbabile ordine, il presidente postcomunista è convinto che non esista una legittimità, per le guerre presenti o future condotte dalla Nato contro i propri nemici.
Non è il solo d'altronde ad avere questa opinione, e a coltivare questi sogni di serenità post-storica. Se si esclude l'Inghilterra, quasi tutti i governanti europei di sinistra sono ostili di questi tempi allo spazio centrale che Clinton vuol attribuire alla Nato nella gestione dei conflitti. "Esiste un problema di legittimità dell'uso della forza - spiega D'Alema - sul quale americani ed europei hanno pareri profondamente divergenti. Per gli americani l'uso della forza Nato deve limitarsi ad essere coerente con la Carta delle Nazioni Unite. Per buona parte degli europei l'uso deve essere autorizzato dal Consiglio di Sicurezza: la Nato non può pensare di esercitare un monopolio mondializzato della Forza senza vincolarlo a precise, condivise regole capaci di legittimarne l'uso".
Ma se così stanno le cose non ci si condanna all'impotenza, dunque a una politica estera dimissionaria? Non è stato questo il vizio delle classi dirigenti europee nella guerra di genocidio nei Balcani? Se gli americani non avessero bombardato le postazioni serbe, noi del Vecchio Continente staremmo ancora ad aspettare la fine del lungo sonno Onu, l'avvento di una legalità mondiale, e i bosniaci avrebbero pagato queste nostre smagate attese con centinaia di migliaia di morti in più. D'Alema su questo è d'accordo: l'Europa ha mancato all'appuntamento con le guerre di sterminio in ex Jugoslavia.
Ma questa consapevolezza non incrina i suoi scetticismi, e la preferenza data in genere al negoziato politico sui regolamenti dei conti militari. "Prenda l'esempio del Kosovo - dice - è chiaro che bisogna far di tutto perché cominci un negoziato fra serbi e indipendentisti albanesi. E' chiaro che non serve a nulla demonizzare Milosevic, anche qui è la selettività delle punizioni che mi fa specie. Non vedo come mai Milosevic sia condannabile mentre i governanti turchi no, vista la maniera analoga in cui avviene la repressione delle minoranze etniche. Non vedo perché mostrarsi indulgenti verso i guerriglieri indipendentisti del Kosovo e massimamente intransigenti con il terrorismo del Pkk, il partito indipendentista curdo".
Ci si può domandare a questo punto da dove nasca questa vocazione europea all'impotenza disillusa, questo metter sullo stesso piano la resistenza armata dei curdi e il massacro di popolazioni civili inermi in Bosnia, questa sua atarassia che perpetua - nei fatti - la nostra ormai secolare dipendenza dagli interventi americani nel Vecchio Continente. Anche su questo è interessante ascoltare D'Alema, soprattutto quando parla del vertice europeo di Vienna. Eccoli dunque tutti riuniti, i nuovi dirigenti delle sinistre. Hanno ricevuto in eredità un'Unione incompiuta, che ha fortunatamente realizzato la Moneta Unica e ha creato un organo sovrannazionale - la Banca Centrale Europea a Francoforte - ma che non riesce a immaginare nulla di nuovo, per fare qualcosa di significativo e importante, grazie al potente strumento finanziario appena messo a punto. Sono dirigenti che hanno un'ossessione, dominante: inventare qualcosa di analogo all'euro, sul piano sociale e della lotta alla disoccupazione, che non faccia sfigurare la sinistra rispetto all'operazione monetaria facilitata dal democristiano Kohl in collaborazione prima con Mitterrand, poi con Chirac. Ma le invenzioni sono deboli, e D'Alema stesso è costretto a riconoscere la "natura ottativa dei comuni impegni sociali", e i passi indietro che si registrano con l'avvento dei socialismi nell'Unione. Il suo giudizio è severo su Blair, "che dipende in maniera abnorme dai sondaggi". E' ancor più severo su Schroeder, e sul "nuovo egoismo economico di una Germania senza più complessi storici, dove non son più visibili le grandi visioni di Kohl". Ha dubbi sulla modernità di un socialismo francese impaurito dal liberalismo economico, ben più statalista e allergico alla flessibilità del lavoro di quanto lo siano le sinistre italiane. E' colpito negativamente dal tempo abnorme, grottesco, che i leader europei dedicano a questioni ben poco fondamentali: "Pensi che buona parte del vertice l'abbiamo passato in feroci discussioni attorno all'abolizione dei negozi duty free , alle frontiere tra Stati dell'Unione!".
Ciononostante D'Alema vuole a tutti i costi essere ottimista. E anche per questo è così irritato, ipercritico, quando parla dei giornali "che disinformano, che fanno vani chiacchiericci, che non raccontano mai i fatti, che si appassionano di polemiche secondarie e non hanno sensibilità per le questioni di fondo". Gli chiediamo se non siano i profeti di sciagure, che lo indispongono tanto nei giornali. Se la sua aspirazione sia di avere attorno a sé una stampa edificante, o come usa dire oggi: una stampa che pensa in positivo. Gli chiediamo anche il perché di tanto ottimismo, quando si vede quest'Unione così inesistente in politica estera, e parolaia sulla disoccupazione, e ancora incapace a nove anni dalla caduta del Muro di integrare l'Europa liberatasi dal comunismo, di adottare una strategia ardita verso il Sud minacciato dall'integralismo islamico in Algeria o in Iran.
Le risposte di D'Alema sono solo in parte confortanti, e convincenti. "L'allargamento dell'Europa è ostacolato dalle introversioni egoiste e dalla avarizia degli Stati ricchi, ma è anche obiettivamente difficile con le istituzioni intergovernative che abbiamo: senza organismi esplicitamente federali, aprire a nuovi Stati porterebbe a una paralisi grave dell'Unione, che non ci possiamo permettere". In cambio però i governi europei "hanno deciso di tentare per la prima volta una politica estera autenticamente comune: l'esperimento avverrà nei rapporti con la Russia, nel '99. Si tratterà di varare un grande piano di assistenza alimentare, di aggirare le mafie nella politica degli aiuti, e di aiutare il Paese a formare i quadri - funzionari pubblici, poliziotti, doganieri - di uno Stato infine funzionante. Si tratterà di moltiplicare ed estendere i contatti con le élites russe, e di non concentrarsi solo sul suo capo supremo ma di avvicinare i suoi parlamentari, i suoi governatori locali, i sindaci, i ministri del governo". Secondo il presidente del Consiglio, fin dalla metà dell'anno prossimo ci saranno novità non irrilevanti in questo campo: per la prima volta avremo un ministro degli Esteri dell'Europa, con rango sovranazionale analogo a quello del presidente della Commissione di Bruxelles: "Il ministro dell'Unione potrebbe essere inglese, per la speciale importanza che Blair attribuisce ultimamente a una comune difesa, e a una comune diplomazia". Decisamente deludente ci è apparso il Presidente del Consiglio sui crimini dell'integralismo islamico in Algeria: qui è ancora potente il fascino esercitato dalla Comunità di Sant'Egidio e dai suoi appelli al dialogo con l'islamismo radicale. Qui non è stata ancora fatta - da tutta la sinistra europea - la scelta in favore delle forze democratiche e soprattutto laiche di questo Paese dove la barbarie integralista non può esser messa sullo stesso piano con la durezza della repressione militare.
Ma l'insofferenza di D'Alema verso i giornali si palesa in prima linea quando dall'estero si passa all'interno. In questo caso il fastidio si precisa: diventa insofferenza per "la forte ideologia padronale che regna in una stampa" dipendente da gruppi industriali. Anche in questo caso sono ignorati i fatti concreti, lamenta il Presidente: "Ci si accusa di avversare la flessibilità nel mercato del lavoro e il liberismo economico, quando l'Italia ha la porzione più alta di lavoro flessibile privo di ogni protezione e quando la sinistra ha privatizzato più di tutti i socialismi europei, se si esclude l'Inghilterra. Ci si accusa di aver creato una nuova Cassa del Mezzogiorno quando abbiamo fatto l'esatto contrario: abbiamo creato una società di sviluppo del Sud con un consiglio di amministrazione composto di soli cinque membri, dunque non più lottizzabile, al posto dei 127 delle nove società precedenti. Abbiamo deciso di scongiurare l'assistenzialismo e di favorire la nascita di un'imprenditoria privata capace di autosostenersi. Abbiamo dato vita a ben sei contratti d'area, dove non si applica il contratto nazionale di lavoro. Cos'altro significa questo, se non aprire la strada al massimo di flessibilità? La verità è che l'Italia di sinistra è un Paese cerniera, tra liberismo inglese generatore di diseguaglianza oltreché di lavori precari e statalismo francese che spera di curare i mali creando 300 mila posti pubblici per giovani disoccupati".
Parlare con D'Alema fa venire idee e fa pensare, perché in lui non c'è solo smagato scetticismo. C'è anche tormento, interrogazione non conformista, dubbio. L'astensionismo dell'elettore alle provinciali non è frutto del ritorno dei partiti "ma piuttosto del loro degradarsi, del loro indebolirsi". Il liberismo economico è una scelta che si giustifica ma che deve essere equilibrato socialmente. E l'esperienza del comunismo è soprattutto condannata, in blocco. La nostra conversazione a Palazzo Chigi sta per concludersi, e D'Alema non esita a far proprie le critiche anticomuniste di Ratzinger, l'ideologo del Vaticano: "E' vero quel che dice Ratzinger. Quando le società hanno come solo valore il pane, finiscono per essere società vuote. E nel vuoto spirituale, alla fine non si trova nemmeno più il pane". D'Alema è colpito, dall'acutezza dell'alto dignitario cattolico. Quasi sembra disposto a perdonare quello che considera "il maggiore integralismo del Papa polacco: la sua indifferenza al tema moderno della libertà femminile". Meglio tutto sommato il cardinale Ratzinger che il leninista Suslov, se proprio si ha bisogno di ideologhi che facciano sopravvivere il senso di pienezza, nel vuoto mondo che ci tocca abitare.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato BB.
La Stampa
Domenica, 19 Dicembre 1998
MORALISTI
IMMORALI
È opinione assai diffusa nella classe politica italiana che l'intervento anglo-americano in Iraq sia stato deciso senza autentica legittimità, in assenza di motivazioni credibili, in dispregio soprattutto di organi politicamente rilevanti come le Nazioni Unite, l'Unione Europea, perfino la Nato. Riprendendo alcuni argomenti già esposti in un'intervista a questo giornale, Massimo D'Alema si mostra preoccupato per questo subitaneo screditamento dell'Onu, e per la maniera in cui la classica diplomazia negoziale viene aggirata, ignorata, sostituita da un sempre più arbitrario uso della forza. E' motivo di offesa la scelta clintoniana di colpire Saddam Hussein, e il modo in cui la scelta si sta intensificando: modo troppo solitario secondo Palazzo Chigi, e innanzitutto troppo precipitoso.
"Non è stato dato alla diplomazia il tempo per una mediazione": così lamenta D'Alema, per chiedere poi che sia posta fine all'azione bellica, e che "la crisi sia ricondotta nell'ambito di una più diretta gestione dell'Onu". Sono parole apparentemente ambiziose, che si ergono a difesa di grandi concetti oggi vilipesi come la pace, il giusto equilibrio degli interessi, la potestà legittimatrice della Comunità internazionale quale si incarna nelle Nazioni Unite e nel suo segretario generale, Kofi Annan. Sono parole che fustigano l'America in nome di una presunta morale superiore, di un presunto ordine supremo, che Clinton e Blair avrebbero avventatamente violato. E in Italia D'Alema non è solo, a brandire questa morale superiore. Scalfaro par
la di uno spazio negoziale indebitamente invaso dalle armi, che dovrebbe appartenere alla figura magnificata di Kofi Annan. Comunisti e Vaticano denunciano l'aggressione Usa, che avrebbe spezzato la pace in quella regione del mondo. "Molto ferito" da quel che accade, Giulio Andreotti teme addirittura una regressione, grave, nello sviluppo civile della nostra società.
Ecco dunque di ritorno l'antiamericanismo postcattolico e postcomunista, finalmente complici grazie alla caduta del Muro di Berlino e alla determinazione del potere globale statunitense. Ecco crearsi un vero e proprio fronte del risentimento contro gli Stati Uniti. Fronte che per la prima volta si esprime senza più complessi, e che vede alleate estrema sinistra e destra postfascista: la destra che ha sempre diffidato della spuria, immorale cultura americana, e che nei giorni scorsi ha preso il volto di personaggi ignari d'ogni politica, come Teodoro Buontempo. E' il ressentiment come lo intendeva Nietzsche: del piccolo verso il grande, dell'individuo o del popolo diminuito che si adira con l'autorità da cui dipende, da cui si sente frustrato. E' il risentimento che si percepisce anche a Parigi: il presidente Chirac e il premier Jospin ammettono in sintonia con D'Alema che Saddam è il primo responsabile del conflitto, ma anche la Francia si comporta come un Paese minorenne, malmostosamente antiamericano, da quando è caduto il Muro di Berlino e la Germania è divenuta più sicura di sé. Non è più gollismo, perché non esiste alcun recondito grande disegno, alcun piano d'azione alternativo. In Italia poi è una caricatura grottesca di gollismo. L'episodio di Sigonella suscitò fervori antiamericani non dissimili da quelli odierni, e anche allora il governo finì con l'essere complice di criminali: complice ai tempi di Craxi della fuga del terrorista Abu Abbas, che aveva ucciso un ebreo in sedia a rotelle nell'Achille Lauro; complice oggettivo di un dittatore criminale, adesso che gli angloamericani hanno deciso d'intensificare la battaglia contro Saddam nel tentativo di farlo cadere, o almeno di spuntare parti consistenti delle sue armi. L'immorale moralista è figura italiana tipica, in questi giorni di guerra rinnovata.
La decisione Usa è stata presa senza ricorrere alle Nazioni Unite, per la semplice ragione che il ricorso non era necessario. Già un mese fa Saddam era stato messo in guardia da Kofi Annan: la prossima volta sarete colpiti automaticamente, se insisterete a non rispettare le risoluzioni Onu che vi impongono di smantellare le armi chimiche e biologiche. Oggi Kofi Annan dice che queste sono "giornate tristi per l'Onu", e quasi tutti i politici italiani gli fanno devotamente eco. Ma Kofi Annan è un uomo d'onore, e sa quello che fa: finge un'amnesia, quando dimentica il monito inequivocabile che lui stesso lanciò a Baghdad, nel mese di novembre.
Purtroppo la finzione regna sovrana, nei vocabolari del presidente del Consiglio, di molti cattolici, del Vaticano. Dice D'Alema che "non è stato dato tempo alla diplomazia", quando Saddam ha avuto ben sette anni per negoziare, per obbedire all'Onu, per far cessare le sanzioni. Quando le mediazioni falliscono così sistematicamente, per forza di cose una potenza credibile usa la violenza, di fronte a dittatori dotati di armi che possono distruggere più volte l'umanità.
Ma ancor più grave è l'illusione che esista nei fatti una comunità internazionale, una sorta di governo mondiale capace di decidere e creare condizioni di pace con proprie istituzioni e leggi. E' un'illusione ricorrente, nelle sinistre europee che temono di divenire vassalle dell'America. Si parla di governo mondiale dei conflitti, di ordine e legalità internazionale, come se questa armoniosa architettura cosmopolita già esistesse, e avesse le caratteristiche di efficacia che hanno i governi e i poteri nazionali. Come se questo mondo fosse governabile come il vecchio Patto di Varsavia, e non fosse invece un groviglio, una giungla, nella quale occorre districarsi per correggere le storture più vistose, più immediate, più temibili. Così si confonde il nazionale con il mondiale, si prende il cessate il fuoco per la pace, si immaginano "spazi" di negoziato che nessuno vede. Si fa appello a una irraggiungibile morale superiore - non accanirsi solo su Milosevic o Saddam e colpire semmai tutti i malvagi, come sostiene D'Alema - ma per meglio nascondere il cinismo delle proprie dimissioni, delle proprie totali inattività strategiche. Si chiede il massimo della perfezione giuridica mondiale, per meglio dissimulare quel che veramente muove tanti politici europei: la volontà di impotenza, la volontà di trattare con piccoli dittatori come Milosevic o Saddam e di fabbricarsi spazi effimeri di influenza regionale, nell'illusione di competere con gli americani.
D'Alema ha certo una sua coerenza. Ritiene che l'Europa debba apprendere a pensare ed agire da sola, e in attesa dell'Europa è convinto che tale compito spetti all'Italia. Ma l'Europa è chiamata appunto ad agire, non a chiacchierare incessantemente, e a dividersi tra fedeli alleati come Inghilterra, Germania, Spagna, Paesi nordici, e infedeli riottosi come Francia e Italia. L'Europa è chiamata a pensare l'Iraq o i Balcani o il terrorismo islamico in Algeria come questioni che riguardano i nostri più vitali interessi, e non solo gli interessi americani. Altrimenti tutte le cose che diremo saranno sofismi, concetti alti ma vacui.
Le parole sono in effetti importanti. Basterebbe riconoscere che un ordine internazionale non esiste, che il Consiglio di Sicurezza non è un governo ma un organo paralizzante, e che bisogna accontentarsi delle leggi flessibili, diversamente interpretabili, che valgono tra Onu e Nato. Basterebbe riconoscere che i bombardamenti non sono un'"aggressione contro la pace": non c'era pace con l'Iraq ma un cessate il fuoco provvisorio e condizionato, dopo la guerra del gennaio '91. Fin da allora si minacciò di ricominciare il conflitto, se Saddam non avesse collaborato con gli ispettori Onu e smantellato le armi.
E' stato detto da un antiamericano postfascista che i morti causati da Saddam sono virtuali, mentre quelli causati da Clinton sono reali. E' un'altra menzogna, su cui i politici tacciono. Saddam annientò in dieci minuti un intero villaggio curdo in Iraq, colpendolo con armi chimiche. Gasò cittadine iraniane, nella guerra con Teheran. Solo che allora nessuno protestò: né Usa, né Europa, né Italia. Non protestò neppure l'Onu, che poi si renderà responsabile di mancata assistenza nel genocidio dei tutsi, in Ruanda. Sulla prima pagina del manifesto c'era ieri l'immagine di una testa insanguinata di iracheno, ucciso da bombe Usa. Orrenda foto di distruzione, di morte. Ma siamo tutti terribilmente a corto di memoria e di immagini, quando si tratta di evocare la morte non virtuale ma ben reale, che Saddam ha già seminato abbondantemente dentro e fuori la propria nazione.
Barbara Spinelli
antologia
Perchè io allora mi dichiaro immorale:
1. Nulla di ciò che stano facendo quei due può giustificare il sacrificio di una sola vita umana.
2. E' ora di finirla con il sano realismo e cominciare a credere in una religiosità dell'uomo.
ALLEGATO
>Date: Mon, 21 Dec 1998 19:07:18 +0100
>To: dalema@pds.it
>From: G. Losio <xxxxx@xxxxx.xxx>
>Subject: Shame on Clinton and Blair
>
>Caro D'Alema,
>Vergogna su Blair e miseria su Clinton! Io spero in una ancora più chiara presa di posizione dell'Italia. Io spero in una Europa guidata da Italia e Francia, nella politica. Altrimenti è meglio fin d'ora distaccarsi persino dall'Europa di Maastricht (Bundesbank e mito della Gran Breteagna), proponilo ai francesi.
>La mia coscienza reclama un tribunale mondiale con, alla sbarra, Clinton e Blair.
>
>Un bimbo di Bagdad, che io ho conosciuto personalmente, chiede: perchè papà ci bombardano gli americani e gli inglesi?
>Perchè, dicono, per preparare un mondo migliore per i loro bambini….
>
>La pagheremo con catene che ci condanneranno nei millenni. Caro D'Alema, una parola ancora.
>
>G. Losio
>http://www.losio.com

Allegato BC.
La Stampa
Giovedì 31 Dicembre 1998
L'UNIONE
SENZA
QUALITA'
C I sono parole e gesti che ricordano la Grande Azione Parallela immaginata da Musil, nei festeggiamenti che salutano in queste ore la nascita dell'euro, e lo svanire di undici monete nazionali. Parole che giustamente celebrano l'evento, che giustamente esprimono storica fierezza, ma che al tempo stesso svelano una contentezza prematura, spesso incongrua. Sono parole imprecise, che ricorrono in non pochi discorsi inaugurali e che parlano di ineluttabilità, di fatalità, di irreversibilità, di automatici ingranaggi: è ineluttabile che dall'euro nasca un'unità politica dell'Europa, è fatale che la Moneta Unica secerna la Spada Comune o la comune identità di cui tanto si sente la mancanza. Si celebra quello che ancora non c'è - che ancora non si vuol fare esistere - ma che è già presente sotto forma di fatale promessa nell' ingranaggio dell'euro. Si festeggia un'Europa contenta, che ha chiuso il quaderno dei compiti, già pronta per esser commemorata in solenni giubilei: esattamente come nel romanzo di Musil, dove oggetto della celebrazione giubilante è l'impero austro- ungarico in via di dissoluzione. Il giornale "Le Monde" parla addirittura di Euro-antidepressivo: come se di ansiolitici avessimo oggi bisogno, e di sonni acquietati all'ombra d'una potente Banca sovrannazionale che contiene il corpo d'Europa come la sacra ostia contiene l'incarnazione di Dio.
Non di tranquillanti hanno invece bisogno gli europei ma piuttosto di occhi vigili, inquieti, spalancati sui pericoli: pericoli paralleli alla Grande Azione. Pericoli che i celebranti non sempre desiderano vedere. La
Moneta Unica è una poderosa impresa e certamente è una storica svolta, che fa seguito alla prima svolta epocale rappresentata negli Anni 50 dalla Ceca, dalla messa in comune dei due simboli delle guerre europee che furono il carbone e l'acciaio. Ma è un'impresa che permette l'inizio, non la conclusione di un cammino. E' un mezzo che dà potenza politica all'Europa solo se quest'ultima vuole la potenza che invoca, la costruisce, la pensa allo stesso modo impavido, cocciuto, con cui ha inventato la moneta. Soprattutto non è un'impresa irreversibile, immune ai flagelli: nessuna impresa umana lo è, come insegna la rovina di Vienna e di tanti imperi che pretendevano all'invulnerabilità.
Non meno reversibile è dunque l'Europa monetaria. E' minacciata da nuovi narcisismi nazionali, che rischiano di far ritorno. Può "esplodere psicologicamente e politicamente se gli Stati cominceranno a litigare come mercanti di tappeti" attorno ai contributi versati all'Unione, confida Jacques Delors al Figaro. E' messa in pericolo da un'impotenza politica e strategica che accentua questi egoismi narcisisti delle élite. La potenza politica non nasce spontaneamente. Nasce da un insieme di azioni forti, ripetute, e simili tra loro, che gli Stati compiono ciascuno per conto proprio con l'idea di costruire qualcosa di più efficace della moneta, o anche di comuni politiche economiche, sociali: qualcosa che somigli a un'Europa Superpotenza, che affianchi alla moneta la Spada Comune. Anche per la moneta d'altronde si è fatto così: gli Stati hanno fatto intensi sforzi solitari, per poter costruire uno strumento - l'Euro- in grado di competere con le potenze mondiali dell'economia.
Un'Europa superpotenza sa vedere e fronteggiare i pericoli che la circondano. Ha il senso, acuto, di quelle che sono le autentiche svolte storiche. L'autentica svolta non avviene in queste ore, ma è avvenuta nell'89 e nei primi Aa
Anni 90: con la liberazione degli europei centro-orientali dal comunismo, la fine della guerra fredda, l'unificazione della Germania, il tracollo dell'Urss, il sorgere di una Russia colma di risentimenti, e offesa, umiliata, somigliante alla Germania di Weimar. Si dice che l'euro fu inventato per rispondere a simili sfide, ma anche questa è un'imprecisione. Mitterrand volle imbrigliare la Germania ingrandita, e altri veri scopi politici non sono mai stati meditati nell'Unione. Non sono stati meditati quando la fine della guerra fredda scatenò le aggressività panserbe in ex Jugoslavia, o - a Sud - le aggressività integraliste islamiche in Algeria o Egitto. Non sono stati meditati quando gli europei centro-orientali bussarono alle nostre porte, invocando il gesto fatto da Bonn verso l'altra Germania: invocando quello che chiamiamo ancora allargamento , e che alla luce dell'89 dovremmo chiamare riunificazione dell'Europa. Non sono stati meditati quando il Ruanda fu teatro di un genocidio più rapido ancora di quello ebraico - 850.000 morti, in due mesi e mezzo - senza che gli europei, colmi di memoria come pretendono di essere, si inquietassero.
Una superpotenza non si limita a litigare con l'America, lasciando che sia sempre ancora lei a occuparsi della nostra sicurezza in Russia o nel Golfo Persico, in Medio Oriente o in Bosnia e Kosovo. Non si limita a rivendicare un diritto al dissenso di cui già dispone ampiamente, da quando il conflitto Eest-Ovest si è concluso. E' capace invece, se aspira a divenire superpotenza, di intuire le minacce, nella consapevolezza che queste possono esser affrontate in modo diverso ma sono pur sempre minacce che esigono risposte ferme, rapide, non equivoche. E' una minaccia il postcomunismo che domina il Parlamento a Mosca, che parla di "patria sovietica profanata", che accusa Eltsin di essersi circondato di ebrei e di aver attuato un "genocidio del popolo russo". E' un pericolo l'alleanza che si sta creando tra nazicomunisti serbi, bielorussi, russi - protagonisti Seselj vice premier serbo e fautore di un genocidio in Kosovo, Lukashenko presidente bielorusso e ammiratore di Hitler - con l'intento di combattere l'Occidente e la "cospirazione sionista" contro l'anima slava. I compromessi europei con Milosevic facilitano l'ascesa di un Milosevic russo, dotato questa volta di armi nucleari e biologiche. I leader socialdemocratici europei sospettano i precedenti governi conservatori, soprattutto in Germania, di aver troppo puntato su Eltsin, di non aver dialogato con i parlamentari comunisti maggioritari nella Duma, di aver aperto troppo presto all'Europa centro-orientale. Ma non fanno nulla, per cambiare le politiche verso l'Est e riformare l'Unione. Non vedono la Weimar russa, dimenticano le saggezze del '45, e si comportano come le democrazie negli Anni 20: ignorando le difficoltà della potenza vinta, non aiutandola a ricostruirsi.
Non conviene infine dimenticare, in queste ore di contentezze, le vittime politiche che la nascita dell'euro ha comportato. E' accaduto in Germania, e in Italia: con rara violenza politica, son stati sacrificati sull'altare della Moneta Unica leader come Kohl e Prodi, che questa moneta l'hanno più intensamente voluta. Ambedue avevano legato il proprio destino di capi politici alla riuscita dell'impresa, e son stati gettati appena questa è riuscita. Ambedue hanno dato un compito alto alla propria nazione, hanno avuto memoria dei mali che affliggono i popoli rispettivi. Ambedue hanno mostrato capacità di guida, al di là di innegabili difetti. Kohl fu l'unico ad avere fiuto storico dopo l'89, e a invocare la riunificazione dell'Europa dopo quella tedesca. Prodi fu il primo politico italiano a voler non solo l'ingresso nell'Euro ma la rivalutazione e razionalizzazione della politica nel nostro Paese, come commenta amaramente Il Mulino . Fu il primo a dire, come Mendes France quando negoziò la pace in Indocina: mi dimetto se non riesco a portare gli italiani nella Moneta Unica. Jim Hoagland sul Washington Post scrisse in ottobre che Prodi era stato una novità, nel cinico sistema partitico italiano.
I sacrifici di Kohl e di Prodi - non veramente spiegati o smentiti dai successori - non sono promettenti. Non rendono più semplice la mobilitazione dei cittadini attorno a nuovi difficili compiti, il superamento delle retoriche Azioni Parallele, e l'edificazione dell'Europa Superpotenza di cui resta così grande necessità.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato BD.
Monday, January 4, 1999
What You Need
to Know
About the
Euro Currency
By HELENE COOPER
Staff Reporter of
THE WALL STREET JOURNAL
LONDON

emu: a large, flightless bird, similar to the ostrich but somewhat smaller
Webster's New World Dictionary
LONDON
After 40 years of negotiating that began when European leaders signed the Treaty of Rome in 1957, EMU takes wing Monday. The 11 countries participating in economic and monetary union turned over control of their monetary policy to the new European Central Bank. Officially, the euro is now a currency. It can be used to buy, trade and sell.
It may at times seem arcane, but EMU is one of the greatest adventures Europe has ever embarked upon. Here's a cheat sheet on the euro, how it came to be, and what it means for Europe and for the U.S.:
Q: What is EMU?
A: It stands for economic and monetary union, the formal name for the system under which participating countries will share the same currency. It was debated for decades. Finally, in 1992, European Union countries signed the Maastricht Treaty, named after the town in the Netherlands where it was signed, that created the common currency and set up the criteria for countries to join.
Q: Why is Europe doing this?
A: Partly because it's one more step -- albeit a giant one -- in Europe's quest for closer political integration. But there are real economic reasons, too: A single currency is the logical consequence of a single European market, in which goods, people and services travel freely across national borders. A common currency eliminates exchange costs when you convert one European currency into another and eliminates the uncertainty associated with exchange-rate fluctuations.
Q: Why is the EMU considered to be so important?
A: Eleven sovereign nations have decided at once to do away with printing their own money, one of the most important prerogatives of a state, hand over their monetary policy to a supranational body and literally destroy their own currency. It means an end to the days when member European countries could devalue their currencies to gain competitiveness. And it makes Europe a force to be reckoned with on the world scene, even if it remains a collection of states, not a unified, federal state like the U.S.
Q: What will the common currency be called, and what's it worth?
A: The euro. It's worth $1.17 as of Jan. 1, but that's subject to the whims of the currency markets.
Q: When does it go into effect?
A: Technically, it began on Jan. 1. But practically, it starts Monday for paperless transactions. All cash transactions will continue to be in national currencies until Jan. 1, 2002, when euro bills and coins start circulating. Then, there will be a transition period of up to six months, when the euro will be used along with the national currencies.
Q: If euro notes and coins don't exist, what good is the currency
A: Consumers and businesses can now open bank accounts, write checks and borrow money in euros. Travelers can buy euro travelers checks. Stocks and bonds will be quoted in euros.
Q: How do the euro-savvy refer to the bloc of 11 countries in the euro?
A: "Euroland" is the hottest. "Euro-zone" is common, but not as snappy.
Q: What happened this weekend?
A: The 11 euro countries locked in the exchange rates between their national currencies and the euro. The mark, the lira and the others will now trade at the same rate against the euro until they completely disappear in 2002. But the euro's value will vary day to day against the dollar and other non-member currencies in the exchange markets.
Q: Which countries are in EMU?
A: France and Germany, which together account for 55% of Euroland's output. Plus Italy, Spain and Portugal, the so- called Club Med countries, which squeaked in by the skins of their teeth. The other members are Finland, Ireland, Belgium, the Netherlands, Luxembourg, Austria.
Q: What are the criteria for joining?
A: To be an EMU member, countries had to be a part of the European Union. They also had to meet five criteria:
Inflation during the year before joining couldn't exceed by more than 1.5 percentage points that of the three best- performing members.
Budget deficits must not exceed 3% of gross domestic product.
Total government debt had to be around 60% of GDP or less.
Long-term interest rates had to be within two percentage points of the three best-performing members.
Exchange rates had to be within the fluctuation margins provided by the European Monetary System.
Q: So who's not in EMU?
A: There are four remaining European Union countries that aren't in the single currency. Greece flunked all of the Maastricht criteria. Sweden, Britain and Denmark passed, but declined to join the party.
Q: Why would Britain not want to be in the single currency?
A: Many Brits don't trust the French or the Germans. They don't like the idea of linking their economic fate to a continent where they've lost so many lives at war. They fret about a further erosion of national sovereignty. And they really hate that their beloved queen would be banished from the euro's banknotes.
Q: So why do France and Germany want to be in the single currency?
A: Germany wants to make sure it never gets into another war with the rest of its neighbors. To prevent that, German leaders want to cement themselves to the continent economically, figuring it's harder to have conflict with countries when their economies are tied so tightly to your own. Helmut Kohl put it best. The single currency, he argued, "means the difference between peace and war."
France sees the euro as a way to dilute Germany's economic power and give itself a larger voice in European affairs.
The countries in the euro are also sick of playing second fiddle to America's dollar on world markets. They figure that by forming one monetary bloc, they'll have more clout than individually.
Q: What does the euro mean for America?
A: If Europe gets this right, Euroland will be a more nimble competitor, which could eventually cost jobs in the U.S. Europe has traditionally lagged behind the U.S. in privatization, deregulation and productivity. But now, partly to prepare for the euro, European countries and companies are streamlining to become more competitive.
And whatever happens to the euro will affect American exports abroad: If the euro is strong, this could help U.S. exports by making them seem cheaper on world markets than European goods; if the euro is weak, U.S. exports would be more expensive, which could hurt the U.S. economy and further widen America's trade deficit.
But there's a silver lining: U.S. multinationals, already used to doing business in the vast U.S. market, are expected to do well in the new, continent-sized euro- zone.
Q: What's the impact on the dollar?
A: Some economists say the greenback's role as the world's most powerful currency is threatened by the euro. They argue that central banks and institutional investors will rebalance their portfolios by selling dollars and buying euros, which would weaken the dollar.
Q: What happens when I go to France on vacation?
A: Nothing much right now, although if you're that hot to use the new currency, you could get traveler's checks in euros. For the next three years, the euro will be used for paperless transactions. This means that if a boutique in Paris posts prices in euros, you may use your Visa card to pay for your Hermes scarf in euros. But you can't pay for it in cash in euros, because there won't be any euro bills or coins until 2002. In the meantime, banks in Euroland are required to let customers keep their accounts in either euros or the national currencies, and all interbank transfers will be done in euros.
Starting in 2002, you will have 10 years to get rid of your old francs, marks or lire by trading them in at the bank. After that, they're no longer valid.
And airline tickets will be priced in euros.
Q: Does this mean the days are over when it was cheaper to buy a round-trip Frankfurt-Paris-Frankfurt ticket than a Paris- Frankfurt-Paris ticket?
A: Well, those days are numbered. One of the big changes EMU will bring is price transparency in Europe. In the past, it was harder for European consumers to tell how much more expensive a bottle of aspirin was in Spain than in Belgium, because that aspirin was priced in both pesetas and Belgian francs. But with one currency that will change. A euro in Spain will be equal to a euro in Belgium, which should, the theory goes, prod companies toward more uniform pricing.
Q: What happens if I own a stock or bond in a European currency?
A: Stocks and bonds will be automatically redenominated in euros as of Monday, and their prices will now be listed in euros. European government-bond yields may vary slightly from country to country, depending on the perceived credit standing of the issuer.
Q: Who's going to manage the whole thing?
A: The European Central Bank, which will be based in Frankfurt. The ECB will set interest rates for Euroland and manage the monetary policies for the 11 countries. The ECB, Euroland's equivalent to America's Federal Reserve, has a tough job ahead of it. It must choose the right policy course for Europe's slowing economic growth. It must make sure Euroland governments adhere to agreed-on fiscal policy limits. It's got to win the public's confidence. And, perhaps most important, the ECB must guard its political independence from Euroland national governments who might try to use monetary policy to spur their own economies. The ECB also has to carry out foreign-exchange operations, manage the official reserves of Euroland, and promote the smooth operation of the payment systems.
Q: Who's going to head the ECB?
A: Wim Duisenberg, the former Dutch finance minister and head of the Dutch Central Bank, who comes from the same anti- inflation school as Hans Tietmeyer, the head of Germany's Bundesbank. That's probably a good thing, because the ECB has been modeled after the Bundesbank, which will stay in business but only have one representative participating in ECB interest- rate decisions.
Q: What's the biggest challenge facing the new single currency?
A: Unemployment. European countries have notoriously higher jobless rates than America, and Euroland is no exception: the projected 1998 unemployment rate for the 11 countries is 11.8%. While EMU shouldn't worsen unemployment in Europe, most economists don't think it will relieve unemployment, at least not in the short term, unless it contributes quickly to growth. But political pressure is building to use monetary policy to spur economic growth, and a high jobless rate will only increase that pressure.
What's more, Euroland has less labor-market flexibility than America. Americans in an economically sagging region routinely pack up and move to more prosperous parts of the country. Legally, Europeans from one European Union country can work in any other EU state. But inconsistent application of the law, along with general confusion and language differences, make it more difficult for people to leave home. Without labor mobility as an agent to counter unemployment, the euro could run into trouble.
Q: Can any of the Euroland countries bail out of EMU? Can they get kicked out?
A: Yes, and no. Remember, national governments joining EMU are surrendering control over their monetary policy to the ECB. If things don't go well, they could be pressured by domestic political forces at home to pull out so that they can once again use their monetary policy to try to fix their economy, though the complexity of such a move would be huge. And, while countries don't get booted if their fiscal policies don't stick to the Maastricht criterion, they can be fined under the so- called Growth and Stability Pact.
Q: What's the best way to remember who's in EMU?
A: Try following this guide now popular in the British newspapers. The key to remember: BAFFLING SIP:
B -- Belgium
A -- Austria
F -- Finland
F -- France
L -- Luxembourg
I -- Italy
N -- Netherlands
G -- Germany
S -- Spain
I -- Ireland
P -- Portugal

Allegato BE.
La Stampa
Domenica 17 Gennaio 1999
IL TRONO VUOTO DEL PAPA
IL DUEMILA E IL MEDIOEVO DI RITORNO
I N apparenza è cosa molto progressista e moderna, il bisogno sempre più diffuso che hanno i politici, i filosofi, anche i commedianti, di esser ricevuti dal Santo Padre: il bisogno di farsi vedere, ascoltare, legittimare, dalla somma autorità morale che Giovanni Paolo II incarna sul finire di questo millennio. Francesco Merlo parla sul Corriere della Sera di una voga specialmente estesa presso gli atei tormentati, di un "Papa ridotto a griffe " , di una Chiesa romana che sostituisce la legittimazione garantita ieri dai romani salotti. L'ultimo grido è baciare anelli pontificali o cardinalizi, senza però rinunciare alle intime miscredenze. L'ultimo grido è il gusto medievaleggiante di santi, salvifici toccamenti. Nelle sale vaticane, dove il Pontefice riceve, si sperimenterebbe la felice fusione tra modernità, moda, e mondanità.
Sicché è comprensibile, lo sdegno espresso su questo giornale da Vattimo. Perché il Pontefice riceve tanti atei, e non si mette in ascolto dei pensatori cristiani che dissentono dalle dottrine ufficiali? Perché non apre le porte a credenti come lui, o come Pietro Prini che ha l'ardire di parlare dello scisma sommerso di una società ansiosa di diventare più aperta, più libera, meno rabbuiata dalla morale delle Scritture, fondata sul peccato, la colpa, l'inferno?
Tutti questi interrogativi si possono capire: sono anch'essi peraltro molto progressisti, moderni. Un teologo immensamente popolare in Germania, Eugen Drewermann, propone analoghe liberazioni dall'idea di colpa, e simili congedi dalle troppo esigenti Scritture, Bibbia ebraica in testa. Ma sono interrogativi che acquistano senso solo se è vero quel che si dice: il Papa non è che griffe. Solo se è vero che il Medio Evo è questione di gusto : buono o cattivo, secondo i criteri di una religione completamente estetizzata.
Non è così in realtà, e il Medio Evo non è purtroppo quel gusto leggero, inconsistente, di cui si parla. Il Medio Evo avanza dissimulato dietro volubili maschere, ma nei fatti torna con pesantezza gravosa, spesso torva, impaurente. Alla vigilia del Duemila sono di ritorno non pochi terrori, che divorarono l'anno Mille: terrori apocalittici delle epidemie - l'Aids al posto dell'antiche pesti, lebbre -, terrori di invasioni straniere contaminanti, dei brutali faubourg ovvero periferie cittadine dove accorrevano contadini immiseriti dall'assenza di lavoro, terrore di razze o classi pericolose - degli ebrei e dei cavalieri imbarbariti, nell'anno Mille. E paura delle violenze di individui o di bande non più governabili da poteri pubblici centrali, che solo i sacerdoti riuscivano ogni tanto a moderare. Il Medio Evo torna sotto forma di privatizzazione di spazi sempre più vasti della Cosa Pubblica , che si assottiglia oggi come attorno all'anno Mille si assottigliò l'antica Res Publica con il suo diritto romano, l'antico impero carolingio con i suoi sacralizzati legislatori politici. Dicono che Eurolandia faccia rinascere l'Europa carolingia: ma non basta l'Unica moneta per resuscitare l'Unico sovrano, non basta l'invenzione nominalistica di Eurolandia perché nell'Unione riprenda corpo una Res Publica comune. Questa ricaduta nel Medio Evo feconderà forse nuove crescite, come accadde dopo il Mille. Ma nel frattempo si assiste a una frammentazione feudale-  privatistica del settore pubblico, a un logorarsi dei poteri centrali e dei collettivi, a una delegittimazione dei politici classici, a un crescente monopolio esercitato dalla Chiesa sulle schegge sparse, impaurite, della società. Non è dunque improntato a levità e ancor meno a modernità, questo rifugiarsi presso il Pontefice: statisti come D'Alema ammettono un fallimento dell'autonomia e del prestigio della politica, cercando legittimazioni al Vaticano. Non hanno più in mano i poteri conferiti dalla gestione del Welfare, e sono costretti a riconoscere il ritorno della privata Carità cristiana, che lo Stato Sociale aveva laicizzato. Sono sempre più sorpassati da associazioni non governative, più o meno religiose: associazioni simili ai caritatevoli ordini di mendicanti, che sorsero dopo l'anno Mille per fronteggiare miseria e solitudine degli individui. Sotto lo sguardo stupito di laici osservatori, alcuni cardinali di curia usano percorrere lunghi corridoi nei sacri palazzi, tra due ali di poveri che si mettono obbedienti in fila per il bacio dell'anello.
Ma le analogie si fermano qui, perché ai vertici della Chiesa nulla è come prima e anche il mondo non è quello di ieri. E' sempre un trono quello attorno al quale si assiepano spenti sovrani, ma il trono è tragicamente vuoto. Il vicario di Cristo non è più il grande legislatore. Non può frenare i progressi di una scienza che spodesta definitivamente Dio e il potere che questi aveva sull'ora e la natura delle nascite, sull'ora della morte, sulla congiunzione fecondante tra uomo e donna. Non ha l'edificatrice forza politica, di reinvenzione dell'impero, che ebbe di fronte al millenarismo Gerbert d'Aurillac, divenuto papa Silvestro II e potentissimo legittimatore della nuova stirpe degli Ottoni in Germania, dei Capeti in Francia. Il trono è vuoto, son vuote le chiese, le scuole di teologi e sacerdoti. Il Duemila s'avvicina, e manca soprattutto la più spettacolare, catechizzante, sublime, delle risposte escogitate dalla Chiesa dopo l'anno Mille: mancano le cattedrali gotiche, immensi bianchi bastimenti di fede, naviganti in un mare di miseria.
La straordinaria saggezza di questo Pontefice è di essere tragicamente consapevole, di questo vuoto di fede e di potere civilizzatore. La sua ultima enciclica su Fede e Ragione non è il tentativo di ristabilire il dominio della Chiesa sul pensiero. E' invece una autentica rivoluzione, nella storia del cattolicesimo e del papato. E' l'appello, disperato, a smettere "le mete troppo modeste nel filosofare"; a ritrovare non solo "l'audacia" ma la più "completa autonomia" di un pensare metafisico profondo; a metter da parte la distruttiva "sfiducia nella ragione" che impregna le moderne o postmoderne filosofie: perché una filosofia debole condanna anche la fede a divenir debole. Senza l'aiuto di un pensare ardito - che riscopra la metafisica, la filosofia dell'essere - la fede si trasmuta in mero "sentimento, esperienza", e corre il rischio di non essere più una proposta universale. "E' illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggiore incisività". Senza ragione, la fede si degrada a "mito, superstizione": a setta. ( Fides et ratio , paragrafi 47, 48, 56). Mai il papato era andato così lontano: come quando fa iniziare la vera filosofia prima del cristianesimo, con la preziosa scoperta greca del principio di non contraddizione ("l'uomo è per natura filosofo"), o quando estende al massimo l'autonomia del ragionare: "La filosofia manifesta la legittima aspirazione ad essere un'impresa autonoma, che si avvale delle sole forze della ragione. Pur nella consapevolezza dei gravi limiti dovuti alla congenita debolezza dell'umana ragione, questa aspirazione va sostenuta e rafforzata" (paragrafo 75).
Alla disperazione dell'appello non basta rispondere con appelli a costumi più tolleranti della Chiesa, a dottrine più pragmatiche e consolatorie verso la società libertaria. A cospetto del Medio Evo che torna, del sovrano spento, del trono papale vuoto, son ben più radicali le debolezze, le mancanze, e i compiti. Ricominciare un pensiero forte, perché sia forte anche la fede. Rafforzare la fede, perché l'uomo sia "provocato" a pensare con la potenza dei filosofi e tragici greci. La sociologia pragmatica è certo utile per aumentare il numero di sacerdoti, ma la sociologia non somiglia alle eresie e non riempie il vuoto dei troni, pontificali e non. Disperatamente urgente è riprendere a pensare, a giudicare colpa e peccato, bene e male: per non dare tutti i poteri alla scienza, secondo la quale "quel che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso moralmente ammissibile" (paragrafo 88). Urgente nell'era del re-individuo sono la responsabilità e il senso del limite, oltre alla libertà di fare o non fare. Altrimenti diverremo veramente Ultimi Uomini, che hanno disimparato a distinguere il permesso dal proibito e conoscono solo il binomio, magari emancipatore ma di sicuro deprimente, del possibile-impossibile o del fattibile-infattibile.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato BF.
La Repubblica
Domenica 31 Gennaio 1999
È SCOPPIATA
LA RISSA
NEL CAMPO
DI AGRAMANTE
di EUGENIO SCALFARI
DUNQUE il partito di Prodi (più Di Pietro, più alcuni sindaci in cerca di un secondo lavoro) ci sarà ed è inutile camuffarlo da movimento: un movimento che presenta liste elettorali, costituisce gruppi parlamentari, recluta candidati, è un partito né più né meno. Tuttavia nega tenacemente di esserlo. Perché? Bisogna interrogarsi con molta attenzione su questo punto che è capitale per capire che cosa stia accadendo nel centrosinistra. E bisogna risalire alla vittoria di Berlusconi (insieme alla Lega di Bossi) nel '94.
A far data dall'inizio degli anni Novanta una percentuale sempre più consistente di italiani scoprirono che i partiti erano ferri vecchi, arrugginiti e corrosi, ormai da buttare; erano chiusi ai bisogni e alle speranze che emergevano dalla società, incapaci di interpretare e di rappresentare i cittadini, famelici nell'arrembare le istituzioni e i posti di comando, guidati da ristrettissime e inamovibili gerarchie: per di più, come se già non bastasse, erano corrotti fino al midollo o se volete fino all'anima. Anzi non avevan più anima perché s'erano venduta anche quella.
Nel '94 Berlusconi (e la Lega) si presentavano come il classico movimento anti-partito. Perciò una folta maggioranza di elettori li votarono senza badare troppo al sottile: conflitto d'interessi, antiche e recenti compromissioni con Craxi, gravi pendenze giudiziarie in arrivo, tutto ciò non fu minimamente preso in considerazione. Berlusconi (e la Lega) promettevano un liberismo totale, un "fai da te" in cui chi sgomitava di più avrebbe vinto la gara; uno Stato finalmente in ritirata; la maggioranza degli elettori scelse questa strada.
Poi sono accadute molte cose che qui non vale la pena di ricordare poiché sono cronaca recente. Ma un punto è rimasto ben fermo e cioè l'antipatia o addirittura l'odio contro i partiti. È una caratteristica tipica della società italiana, ha radici molto antiche e fa tutt'uno con l'antipatia nei confronti del Parlamento.
Negli altri grandi paesi dell'Occidente e in particolare in Europa l'antiparlamentarismo e l'antipartitismo non sono sentimenti diffusi. Non come in Italia, per lo meno. Si dirà che in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, i partiti sono migliori e funzionano meglio che da noi; ma sarei molto cauto in proposito. La verità è che gli italiani, nella media, sono più individualisti, più protagonisti, se volete più creativi degli altri. Per parecchio tempo furono tenuti insieme dal cemento delle ideologie, ciascuna delle quali si materializzava in un partito. Poi quel cemento si sciolse e non fu sostituito da alcun altro. E così riemersero i connotati permanenti: protagonismo, individualismo e un pizzico di istinto anarchico. Si può essere anarchici di destra e di sinistra, anarchici moderati o radicali, ma pur sempre anarchici.
Ho detto che quest'impasto di sentimenti e di vocazioni ha in sé qualche cosa di creativo e quindi di positivo. Ma anche di caotico e di distruttivo. Comunque buona parte degli italiani è così e questo è un dato di fatto e non un'opinione. Con i dati di fatto è perfettamete inutile polemizzare.
PERCHÉ l'Ulivo vinse nel '96? Perché non si identificava in un partito e perché il leader che era stato scelto per guidare la coalizione non apparteneva a nessun partito. Prodi fu ben accetto non perché fosse più moderato di D'Alema, non perché fosse rassicurantemente cattolico (figuriamoci, questo è un paese di miscredenti che non sanno di esserlo) ma perché fu vissuto come un tecnico, un grande tecnico dell'amministrazione dell'ecomomia, fuori dai partiti.
Berlusconi intanto si era logorato con le sue mani e, ancor peggio, aveva messo le mani maldestramente nella politica. Prodi invece era nuovo di zecca. Lo chiamavano Mortadella ma era un soprannome affettuoso. Fu disegnato da Forattini come un parroco bonario ma furbo quanto basta. Cominciò da subito a litigare con D'Alema. Non si iscrisse mai al Partito popolare. Piacque. L'Ulivo prese in tutte le varie consultazioni elettorali abbastanza di più della somma dei voti dei partiti che lo componevano. Quello era il famoso "valore aggiunto" del quale Prodi legittimamente si ascrive il merito.
Il valore aggiunto da solo servirebbe a ben poco; per questo si chiama aggiunto. Ma anche i valori ai quali esso si aggiunge servirebbero a poco: senza l'aggiunto in più, infatti, avrebbero perso la gara. Questa è la contraddizione di oggi: può l'aggiunto mettersi in gara contro quelli ai quali si aggiunge? E possono questi ultimi disgiungersi dall'aggiunto?
Se questo divorzio avvenisse il centrodestra vincerebbe a mani basse. Infatti il centrodestra, che per due anni e mezzo preferiva colloquiare con D'Alema e detestava Prodi, adesso colma di lodi il Prodi disgiunto. Il disordine e la rissa nel campo di Agramante: non è sempre stato questo l'obiettivo di ogni buon generale? Non è così che si vincono le battaglie e anche le guerre? Non cadde Berlusconi perché la Lega si disgiunse? E Prodi non è caduto per la disgiunzione di Bertinotti (anche se non lo nomina mai)? Il caso si ripete.
***
Il Prodi disgiunto piace a quegli italiani (molti anche nel centrosinistra) ai quali i partiti stanno indigesti. Perciò raccoglierà voti, tanto più in compagnia di Di Pietro - che è disgiunto per definizione - e dei sindaci. Il voto proporzionale delle elezioni europee rende possibile la disgiunzione perché ognuno può pensare e pesare per sé.
Prenderà voti anche fuori dal centrosinistra? Giorni fa, parlandone con Prodi, gli ho posto questa domanda. Mi ha risposto: "Il mio obiettivo è quello: ottenere che almeno la metà dei voti della mia lista provenga dall'altra metà del campo". E se non sarà così, gli ho domandato. "Allora sarebbe un vero dramma" ha risposto.
Lo penso anch'io, sarebbe un vero dramma. Ma perché mai gli elettori del centrodestra dovrebbero votarlo? Essi sanno che, dopo le europee proporzionalistiche, si tornerà al maggioritario e il Prodi disgiunto oggi dovrà tornare inevitabilmente ad aggiungersi domani agli odiati partiti del centrosinistra.
Temo dunque che lo sfondamento a destra di Prodi non ci sarà o sarà minimo. Ci sarà più confusione e più rissa sotto l'Ulivo. Stabilità e governabilità diventeranno più improbabili e il centrodestra se ne avvantaggerà. Tutto ciò è già scritto e chi non lo vede non vuole vederlo.
***
Tutto sommato, per chi fa di mestiere l'osservatore queste diatribe in chiave di stretto politichese interessano assai poco. La vertenza Prodi-Marini è un fatto di palazzo; così pure la contrapposta rivendicazione fra Prodi e D'Alema su chi di loro abbia inventato l'Ulivo. Che ce ne importa di chi l'ha inventato?
Invece ci importa molto di avere un governo che governi a dovere, ci importa che i deputati italiani che saranno eletti a Strasburgo abbiano un buon programma per l'Europa, ci importa che ci sia una buona classe dirigente locale e nazionale.
L'Europa e il mondo intero attraversano una crisi economica molto seria. Il problema è di far crescere la domanda di consumi e di investimenti; soprattutto di consumi, senza i quali gli investimenti non partiranno, quali che siano gli incentivi e la flessibilità dei salari. A Davos queste cose le hanno ribadite tutti gli economisti e i politici riuniti a convegno, ma sulle terapie non si sono fatti passi avanti.
Ora, c'è una sola terapia per far ripartire i consumi: aumentare il potere d'acquisto delle famiglie e quell'obiettivo si può realizzare soltanto alleggerendo la fiscalità sui redditi personali.
Per puntare su questo obiettivo ci vogliono due condizioni: un governo stabile in grado di governare il ciclo economico per quanto è possibile, e un'azione in Europa che faccia spazio a una politica espansiva anche a costo di un rallentamento negli obiettivi rigoristici del pareggio dei bilanci entro il 2002.
Tutto ciò che indebolisce stabilità del governo e compattezza della maggioranza parlamentare che lo sostiene va dunque contro gli interessi fondamentali del paese.
Del resto non fu Romano Prodi - quand'era al governo - ad affermare che la stabilità del governo "è un bene in sé"? Certo se il governo non governa allora la stabilità cessa di essere un bene e può diventare un male. Siamo a questo?
Queste domande avevo posto a Romano Prodi due domeniche fa, riaffermandogli stima e riconoscenza per quanto fece durante i due anni e mezzo del suo governo.
Egli per spiegare la sua posizione ha scritto un articolo che "Repubblica" ha pubblicato domenica scorsa, ma in quell'articolo non ha risposto a nessuno degli interrogativi che gli avevo posto. Sicché torno a domandare. Che Prodi sia congiunto o disgiunto è questione da politicanti. Ma io chiedo: con quale programma il suo drappello andrà a Strasburgo? A quale gruppo si iscriverà nell'assemblea dell'Europa? Quale politica economica sosterrà? E quale sarà la posizione del suo gruppo parlamentare a Montecitorio rispetto al programma del governo D'Alema sull'occupazione, sulla crescita economica, sulla scuola, sulla giustizia?
Noi elettori abbiamo diritto di saperlo dai capi del "partitone" auspicato da Massimo Cacciari. Deleghe in bianco no, grazie, abbiamo tutti già dato.

Allegato BG.
La Repubblica
Lunedì 1 Febbraio 1999
L'EUROPA
CON I PIEDI
PER TERRA
LE IDEE
di RALF DAHRENDORF
SECONDO un mito duro a morire, l'Europa è come un ciclista: se smette di pedalare cade. Perciò, per non rischiare il collasso, deve continuamente inseguire sempre nuovi obiettivi. Evidentemente, chi ha perpetuato questo mito non è mai andato in bicicletta; altrimenti saprebbe che se un ciclista vuole smettere di pedalare, gli basta mettere i piedi per terra. Forse l'Europa ha bisogno proprio di questo: mettere i piedi per terra, anziché tenere gli occhi puntati verso sempre nuove stelle, ogni volta più lontane. Si vedrebbero allora con maggior chiarezza alcuni problemi molto seri legati all'avvento dell'euro, che in un modo o nell'altro dovranno essere affrontati.
Con il manifesto di Vienna per le elezioni europee di quest'anno, la sinistra europea ci invita a concentrarci soprattutto sull'occupazione. I suoi autori hanno incominciato forse a rendersi conto che gli effetti dell'Ume sull'occupazione saranno scarsi, se non inesistenti. L' euro può rafforzare ulteriormente le imprese già forti, e promuovere in questo senso la crescita; ma una crescita di questo tipo sarà necessariamente "jobless"; in altri termini, farà perdere più posti di lavoro di quanti possa crearne. Semmai è concepibile che la Banca Centrale Europea prenda in considerazione misure contro la deflazione.
MA questo problema riguarda la Germania molto più degli altri paesi di Eurolandia. E il "patto per l'occupazione"? A mio parere, è destinato a rimanere un pezzo di carta. Se mai ha posto qualche obiettivo, è sul piano nazionale, non su quello europeo. Non esiste infatti un interesse di lotta alla disoccupazione autenticamente europeo. I lettori saranno forse choccati da quest'affermazione. Il fatto è che dobbiamo distinguere tra interessi analoghi in tutti, o in quasi tutti i paesi europei, e interessi comuni. Tutti gli stati membri hanno lo stesso interesse a contenere la disoccupazione ai più bassi livelli possibili, ma da ciò non si può desumere l' utilità di un'azione comune per conseguire questo risultato. (E lo stesso può dirsi per la riforma del welfare). E' difficile immaginare misure contro la disoccupazione che possano essere adottate soltanto, o quanto meno in maniera ottimale, dall'Unione Europea. Se il problema si presenta dovunque, i rimedi sono nazionali, se non addirittura regionali o locali, e in larga misura la soluzione non dipende neppure dai governi.
Ciò dipende in parte dal fatto che la disoccupazione non ha lo stesso significato nei diversi paesi, tanto che neppure le statistiche ufficiali sono comparabili; e il sostegno pubblico ai disoccupati presenta enormi differenze. La Germania assicura indennità di disoccupazione superiori ai salari di molti lavoratori britannici. In Italia, i disoccupati possono spesso ricorrere ad alternative che non esistono in Vallonia (Belgio). E' difficile immaginare una politica che produca gli stessi effetti a Bari, a Dortmund o a Mons. La Germania non è riuscita neppure a varare una politica capace di aiutare in eguale misura i disoccupati di Dortmund, nella zona occidentale, e quelli di Rostock, nell'ex Rdt. Un'altra ragione, ancora più importante, si apparenta alla vera risposta da dare alla domanda sul dopo-euro. Ciascuno degli stati membri dell'Unione sarebbe felice di poter accogliere qualche società giapponese o americana in grado di creare posti di lavoro. E molti cercheranno di trovare il modo per attirare gli investimenti. Non si versano lacrime francesi quando la Renault chiude una fabbrica in Belgio. La verità è che i paesi dell'Unione sono in concorrenza tra loro quando si tratta della creazione di posti di lavoro. E forse è giusto che sia così. Ecco la vera questione per l'Europa: fino a che punto siamo in concorrenza, e qual è il grado di coordinamento di cui abbiamo bisogno?
Su questa questione, i pareri sono diversi, come dimostra il dibattito sull'armonizzazione fiscale. Ma le posizioni divergono seguendo linee caratteristiche. Se prendiamo come esempio la questione fiscale, i paesi in cui la tassazione è elevata sono interessati all'armonizzazione, o almeno al coordinamento, e chiedono che venga eliminata la "concorrenza sleale" dei paesi a minor livello di tassazione. Quelli in cui il livello dell'imposizione fiscale è basso sono invece favorevoli alla competizione in campo fiscale: sanno benissimo che in assenza di armonizzazione, nei paesi in cui il fisco è più esigente le tasse dovranno diminuire.
Si può immaginare che un conflitto analogo sorga sulla questione occupazionale. I paesi con alti livelli di disoccupazione possono essere indotti a suggerire misure suscettibili di ridurre i vantaggi concorrenziali degli altri stati, insistendo ad esempio su standard sociali comuni, che portino all'aumento dei contributi sociali là dove attualmente sono bassi. E' questa la posizione tedesca, mentre i britannici sostengono che se la Germania e gli altri paesi con situazioni analoghe vogliono ridurre la disoccupazione, devono adottare misure a livello dell' offerta; e finché rifiutano di farlo, non hanno il diritto di lamentarsi del problema.
Ma queste divergenze sottendono problemi politici profondi. Ad esempio, il problema della Germania. La via tedesca deve diventare quella europea? Ovviamente, si può rovesciare la domanda e chiedersi se il modello britannico debba valere anche per gli altri paesi. Si pone inoltre una questione più ampia, e di più immediata pertinenza: è possibile sostenere una politica monetaria comune, condotta da un'istituzione indipendente quale la Banca centrale europea, in un contesto di accanita concorrenza in importanti settori della politica economica e sociale? La Banca centrale (nella misura in cui ha potuto adottare una posizione nella prima settimana della sua esistenza) è nel complesso agnostica su questa questione. I suoi responsabili si concentrano sulla stabilità dei prezzi, che rientra nella loro responsabilità istituzionale, e pensano di possedere gli strumenti per conseguirla. E non la ritengono incompatibile con la competizione nel campo della politica economica e sociale. Si può dire forse che nel complesso sono favorevoli a questa competizione, in quanto costituisce un'ulteriore garanzia dell'indipendenza della Bce.
Se la posizione di Oskar Lafontaine guadagnerà terreno, la Banca centrale sarà invitata di tanto in tanto a sacrificare la stabilità dei prezzi in nome di altri obiettivi. Ma qui ci addentriamo su un terreno per ora non sperimentato - che però potrebbe esserlo presto, se il manifesto di Vienna divenisse politica di governo in vari paesi.
Secondo il mio punto di vista, la propensione dei dirigenti della Banca centrale è corretta. Esiste un forte rischio che l'Unione Europea divenga sempre più sinonimo di protezione, prestata dai paesi con i conti in regola a beneficio degli altri; tutto questo riguarda anche i "near abroad", i paesi vicini esterni all' Ue, e i "far abroad", cioè gli Stati Uniti, il Giappone e altri. Come i neodemocratici degli Stati Uniti, i neosocialdemocratici europei tendono al protezionismo. E date le dimensioni che l'Unione europea ha ormai acquistato, una scelta del genere potrebbe apparire come una reale possibilità. C'è già chi afferma con tono trionfante che la crisi asiatica non ha scalfito Eurolandia; e non sono mancate le dichiarazioni aggressive nei riguardi del dollaro. Misure di armonizzazione - o anche di coordinamento - rischiano di rafforzare atteggiamenti eurocentrici di questo tipo, e soprattutto di creare rigidezze che in definitiva danneggerebbero la forza creativa, innovativa dell'Europa e delle sue economie.
La competizione è una buona cosa, e non soltanto per ragioni strettamente economiche. Favorisce i consumatori, libera dai controlli, incoraggia l'innovazione e mantiene vive le comunità. Nella scelta tra competizione e coordinamento, l'Europa si trova su uno spartiacque. Potrebbe usare l'euro per consentire a ogni paese o regione, e alla vita economica europea nel suo complesso, di dare il meglio di sé; così come potrebbe usarlo per ostruire le arterie della vita economica e sociale. Non si tratta qui di un altro Trattato di Maastricht o di Amsterdam. Saranno le azioni portate avanti giorno per giorno a decidere se potremo rallegrarci di essere cittadini dell'Unione europea.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
antologia Dahrendorf

Allegato BH.
La Stampa
Sabato 6 Febbraio 1999
Cohn-Bendit, viaggio nell'Europa delusa
"Mi candido perché a Bruxelles non contino solo i partiti, ma prendano la parola i cittadini"
Appello a Prodi: devi tornare dalla gente
ORANGE (Avignone)
DAL NOSTRO INVIATO
Accompagnare Daniel Cohn-Bendit nella città provenzale di Orange, dove governa un sindaco del Fronte Nazionale lepenista e dove le periferie sono difficili, serve a smuovere non poche cose nelle menti di chi osserva da vicino questa singolare campagna per l'Europa condotta in terre francesi da un ex-sessantottino d'origine tedesca. Aiuta a ripensare da capo la politica tradizionale, e i motivi per cui tanti elettori ne sono disgustati, o a volte perfino inorriditi: non solo in Francia, ma anche da noi in Italia. Aiuta il giornalista a non fissare troppo intensamente lo sguardo su quel che accade nei palazzi, e a vedere come vivono - lontani dai maquillages delle capitali, lontani dalle redazioni assiepate ai piedi dei sovrani - i singoli individui che provano a vivere in società: con le loro ansie e disillusioni raramente raffigurate o espresse, con la loro speciale nozione del tempo, con le loro aspettative. Aiuta a capire la più importante, la più perturbante di queste attese: l'attesa d'Europa, così come si aggruma sotto forma di interrogativi torbidi o speranzosamente incerti, adesso che la Moneta è fatta e che gli Stati hanno perduto non pochi poteri sovrani che ancor ieri possedevano.
Dany il Rosso è in campagna fin dall'autunno '98, e ha cominciato i comizi nelle pieghe della Francia subito dopo la nascita dell'euro, a gennaio. E' il primo politico a parlare un linguaggio eterodosso, che tiene conto di quel che è avvenuto in questo continente negli ultimi 10-12 anni, tra Cernobil, la caduta del Muro e la nascita della Moneta. Per questo ha uno strano sorriso, quando gli chiedono come mai si sia gettato così precocemente nella battaglia: in mezzo a un così grande silenzio, a un così vasto disinteresse per il Parlamento di Strasburgo che sarà rinnovato solo più in là, nel mese di giugno. Ha un sorriso che s'infiamma divertito dentro il celeste degli occhi - strani immutati "occhi stellanti", come in Thomas Mann - ma che al tempo stesso sembra raggelarsi stupefatto: "Troppo precoce per chi? Possibile che mi facciano tutti quest'insulsa domanda? Troppo tardi, semmai! Infinitamente troppo tardi per queste città e periferie cui son state raccontate mille storie sull'euro, e che non vedono sorgere nulla all'orizzonte! Certamente troppo tardi, se si guarda all'urgenza delle paure, delle attese disordinate, che la nuova Europa suscita nel cittadino: non solo l'Europa della moneta, ma l'Europa che sta per riunificarsi con l'Est, l'Europa confrontata con guerre e massacri ai propri confini!".
Questo dice Dany, fin dalle prime ore della campagna: questo spostarsi di linee, di coordinate storiche e strategiche, che i massimi tecnici della Moneta conoscono, ma che hanno custodito nel segreto delle menti e dei dossier per troppo tempo, con troppa gelosia. La nascita dell'euro dovrà scombussolare non solo il lessico e le promesse mantenibili del politico, ma anche i tempi, i ritmi del pensare, del reinventare la politica come pedagogia. "E' non solo sterile ma insultante, attendere che cominci la campagna ufficiale per fare quattro o cinque discorsetti saccenti sull'Europa, e poi ritornare alle abituali politiche nazionali come se nulla fosse successo. E' insultante per gli elettori, ed è inutile per i rappresentanti che andranno a Strasburgo". Un politico che non sia in grado di ascoltare la società per lungo tempo - mettendosi a sedere al suo fianco con pazienza, curiosità, ambizione pedagogica - è un politico finito. Cohn-Bendit lo ripete, sempre: "E' un politico che non prende sul serio l'Europa di cui pretende di parlare".
Lui invece prende sul serio l'Europa. La prende talmente sul serio che ha deciso di usare questa campagna per nominare il politico ideale che a suo parere dovrebbe divenire Presidente della Commissione di Bruxelles. Non dovranno essere solo i governi a decidere il nome, dice: il Parlamento deve influenzare la scelta degli Stati, come suggerito da Delors o, in Italia, da Tommaso Padoa-Schioppa. Dany fa la sua proposta proprio qui, in terra lepenista. Il candidato delle sinistre alle Europee non può essere che Romano Prodi, annuncia: "Prodi che per primo ha inventato e guidato una sinistra di coalizione: il movimento dell'Ulivo, che tutti noi, in Francia come in Germania, abbiamo poi imitato". Cohn- Bendit cita ancora Prodi, quando propone il suo piano per la costruzione di grandi progetti europei - ferrovie, infrastrutture estese ai Paesi dell'Est candidati all'ingresso nell'Unione - che potrebbe esser finanziato con parte delle riserve rese disponibili dalle banche centrali nazionali. "L'idea è di Prodi e deve essere il progetto delle sinistre", ricorda Dany nelle periferie e nel comizio finale a Orange. Ma l'ex Premier italiano è soprattutto l'uomo europeo di cui c'è bisogno, spiega ancora Cohn-Bendit, per evitare che il continente diventi una potenza troppo sbilanciata verso l'Est, come forse la Germania vorrebbe: "Prodi è la garanzia che l'Europa si concentrerà sull'Est, sull'ex Urss, ma anche sul Sud e il Mediterraneo, sulla Turchia e l'Algeria". Per questi motivi "non è raccomandabile la candidatura del socialista austriaco Vranitzky, esclusivamente attratto dall'Est. Né la candidatura dello spagnolo Solana, perché il capo simbolico d'Europa è meglio sia un politico decisamente civile, non un civile che ha guidato la Nato".
E' dunque un autentico appello, quello che Cohn-Bendit lancia indirettamente a Prodi. Un appello colmo di riconoscimenti, ma anche di aspettative, di domande, di sfide esigenti, severe. In fondo è chiesto a Prodi e ai suoi uomini di fare quello che ha fatto lui, Dany: di prendere il pullman o il treno -subito, senza indugi, senza minimamente curarsi di quel che fanno gli altri politici - e di partire in campagna per parlare infine dell'essenziale: non dei rapporti interni fra partiti, non delle lotte fra questa e quella poltrona romana, non dell'ultima telefonata di Prodi con Marini o col cardinale Ruini, non dell'ultimo scontro tra questa o quella corrente cattolica, fra questa o quell'idea di carriera nazionale, ma per parlare assieme agli elettori, e non semplicemente davanti a loro, dell'Europa ancora imperfetta che urge rafforzare e inventare politicamente, strategicamente.
Cohn-Bendit candida con entusiasmo Prodi ma tra le righe abbiamo intuito un invito, pressante: esci infine allo scoperto -  sembra dire il nuovo homo europaeus che è il candidato star della Francia -, rompi con le retoriche abitudinarie e non lasciarti imprigionare dai discorsi partitici che fatalmente ti diminuiscono! Esci perché hai potuto misurarlo sul mio caso, sullo scandalo che ho suscitato come sui successi che ho avuto nella Francia profonda: non è mai troppo presto, in ogni caso è sempre troppo tardi per occuparsi e parlare d'Europa.
Ancora non si sa quel che farà Prodi. Non si sa se saprà divenire un Cohn-Bendit italiano, un homo europaeus anche lui. Se uscirà dal cerchio dei complici chiacchiericci nazionali, e si rivolgerà agli italiani per prendere il tempo - lungo - di ascoltarli. Se saprà convincere i propri uomini che l'Europa è il compito, qui e ora: che occorre certo riformare le istituzioni italiane - rafforzando il bipolarismo, spezzando l'antica unità dei cattolici, lavorando per la creazione di una sinistra profondamente composita, capace di competere limpidamente con un fronte di centro destra - ma che le elezioni europee non sono fatte per un dibattito solo nazionale. Non sono fatte per decidere il futuro candidato alle presidenziali, in Francia. Non sono fatte per determinare chi guiderà l'Ulivo e chi succederà a D'Alema o Scalfaro. Non sono fatte per quel che dicono Di Pietro, o alcuni sindaci: "Andiamo alle europee per contarci", e nient'altro.
Il voto per il Parlamento di Strasburgo serve per meditare le politiche d'Europa e per l'Europa, per dare un compito faticoso, nuovo, all'Unione che ha oggi una poderosa e federale Banca Centrale, che ha drasticamente ridotto il potere dei sovrani nazionali, e che perciò stesso inquieta le popolazioni. A questo pensa Cohn-Bendit, quando elogia i successi europei di Prodi ed evoca la maniera di far politica che questi ha inaugurato: una maniera fondata sul colloquio diretto con la popolazione, e su una sorta di contratto politico con l'elettore. E' l'unica maniera - mi dicono a Orange i collaboratori del candidato verde - per riconquistare l'elettorato che si rifugia nell'astensione o peggio nel ribellismo, perché deluso da partiti e sovrani che tendono oggi a fare le due cose in simultanea: che esibiscono poteri centrali invadenti e al tempo stesso sterili, che mostrano i muscoli e al tempo stesso nascondono i poteri che hanno volontariamente sacrificato per avere un'Europa più forte.
Sono precisamente questi inganni e autoinganni dei politici, che accentuano il malessere nelle società. Cohn-Bendit lo constata nelle varie tappe della sua campagna: "Ho l'impressione di essere divenuto una specie di divano dello psicanalista, sul quale si stende una collettività in preda alle angosce, alle paure, che si interroga senza esser davvero ascoltata. E' proprio quello che voglio, d'altronde: permettere che i cittadini prendano finalmente la parola e interrompano tanti ostili silenzi, grazie alla mia presenza".
E' soprattutto nelle zone difficili che Dany si esercita in quest'arte politica che riscopre la pedagogia lenta, e l'ascolto. E' nelle periferie violente dove son svanite tutte le autorità, e innanzitutto si è sfaldata l'autorità delle famiglie, dei padri. "La società francese non è in crisi ma è in piena mutazione - spiega il candidato - come peraltro nel resto d'Europa occidentale. E' in mutazione il lavoro, l'apprendimento scolastico. Si parla molto di impieghi per i giovani, ma anche gli adulti devono essere occupati. Gli emigranti adulti che esercitano la funzione di padri, in prima linea. Forse soprattutto gli adulti debbono oggi essere reintegrati nella società: perché in zone sempre più vaste d'Europa siamo ormai alla seconda, alla terza generazione di disoccupati. E un giovane che vede il padre umiliato non ha più rispetto né dei genitori, né di se stesso, né della proprietà, né della polizia, né della scuola che è divenuta educatrice esclusiva, surrogato della famiglia in sfacelo".
E' la tesi centrale di Cohn-Bendit, questa dell'ascolto e del divano: "Altrimenti le giovani generazioni si rifugiano nelle strategie ultime, pur di attrarre l'attenzione sulle proprie difficoltà. Si rifugiano nell'integralismo del Fronte incarnato dal sindaco Bompard, qui a Orange o in altre città del Midi. O si rifugiano in sommosse urbane sempre più violente. Quando Le Pen ha successo vengono almeno sociologi e giornalisti, per occuparsi di noi e ascoltarci: si dicono gli elettori che votano estrema destra per motivi non solo razzisti ma sociali. Quando bruciano città e banlieues vengono gli esperti e gli inviati del governo per scoprire la nostra esistenza, si dicono inconsciamente i violenti che cercano uno sfogo alla loro noia atemporale, sconfinata, senza futuro". Cohn- Bendit non è permissivo. E' favorevole a punire infrazioni, ma non sembra convinto dalla maniera dura, specie sulle droghe leggere. Soprattutto se la maniera dura dà protezione ad alcuni quartieri, ma "lascia intere periferie, con trentamila abitanti senza neppure un posto di polizia". Lo dice nel quartiere delle Torri, a Orange, dove c'è insicurezza e neppure i cassonetti funzionano.
Naturalmente si possono ascoltare i cittadini in differenti modi, sul divano. Si possono raccontare loro favole avvincenti, sulle facili soluzioni che verranno: Berlusconi con grande successo credette di poter imboccare questa via, agli inizi degli Anni 90. Ma si possono prospettare anche vie in salita, più difficili: è il tentativo di Cohn-Bendit. La via stretta non è semplicemente e narcisisticamente voglia di "contarsi", come partito vecchio o novissimo. E' voglia che l'elettore conti, e che l'Europa conti di più là dove gli Stati sovrani perdono energie, e che gli Stati-nazione pesino invece con rinnovata forza là dove l'Europa non esiste. La via stretta non abolisce i partiti e non cerca salvezze nell'antipolitica, nella demagogia. Ma di certo constata lo svigorirsi di antiche strutture partitiche - a questo servono le visite dei politici nelle pieghe delle nazioni, nei quartieri difficili, nelle periferie, nelle città come Orange in Provenza - e il parallelo moltiplicarsi di nuove associazioni, di nuovi modi di far politica, di nuove forme di volontariato, di azione umanitaria non governativa, che hanno scarsi legami con le classiche organizzazioni della politica. La campagna di Cohn-Bendit dà voce e spazio a simili associazioni, con volontarismo. E' una possibile strada. In ogni caso è una strada che sarà utile percorrere, quando l'Unione si troverà a dover progettare - con queste nuove forze mediatrici - una comune politica dell'immigrazione, o della droga. Quando i politici cominceranno a competere attorno a diverse idee dell'Europa, e non solo a diverse idee delle nazioni. Quando riconosceranno che "l'Europa non è solo l'euro ma è un progetto di civiltà, un metodo di pacificazione tra i popoli", come dice Cohn-Bendit a Orange. Quando ammetteranno che "l'Unione come modello di civiltà è senza futuro, se non si occupa dei massacri e dei disordini ai propri confini, e non interviene con proprie forze di prevenzione, di aiuto umanitario, ma anche con proprie truppe di combattimento", per fronteggiare le minacce che la circondano.
Barbara Spinelli
antologia

Allegato BI.
La Stampa
Domenica 7 Marzo 1999
EURODELUSIONE
' L EUROPA è in gabbia, l'America galoppa. L'euro stenta a decollare, la crescita, specie in Italia, si è quasi fermata, suscitando l'ennesima polemica a distanza tra i ministri Ciampi e Visco e il Governatore della Banca d'Italia Fazio. La disoccupazione si riassorbe a fatica. Per trovare espansione e ottimismo, nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro bisogna attraversare l'Atlantico. Sono bastate poche settimane per sciupare la magìa dell'euro e bisogna valutare con serietà la prospettiva di una depressione alla giapponese. Lo ha ammesso in maniera velata, una decina di giorni fa, il presidente della Commissione, Jacques Santer, alla vigilia dell'inconcludente vertice europeo di Petersberg; lo ha affermato più chiaramente ieri il commissario Emma Bonino, rilevando la mancanza di un progetto politico europeo.
In realtà, non esiste neppure un progetto economico, come la recente riunione milanese dei socialisti europei ha posto tristemente in luce. La Banca Centrale Europea, costituita per garantire stabilità dei prezzi, sembra scrivere piuttosto la ricetta per una recessione, dal momento che, mantenendo stabile il costo del denaro con inflazione calante, di fatto rincara i tassi in termini reali. I governi nazionali, impietriti dal "patto di stabilità", non riescono a impostare politiche convincenti. E con la "guerra delle banane", che oppone Unione Europea e Stati Uniti, la Commissione sembra essersi cacciata in un pasticcio con poche vie d'uscita.
Prima che economica, la gabbia dell'Europa è culturale e civile. Gli europei si stipano di fronte ai televisori per guardare il Festival di Sanremo - o i suoi equivalenti in altri Paesi - e disertano le consultazioni elettorali; ovunque, e non solo in Italia, la classe politica affronta le prossime elezioni europee in termini puramente partitici e nazionali. Lo stentato decollo dell'euro è il risultato di difficoltà organizzative ma anche di disaffezione politica.
Da questa situazione si può uscire non tanto con programmi di rilancio confezionati da esperti a tavolino quanto con la percezione degli europei che l'euro è la loro moneta e che l'Europa è il loro Paese. In caso contrario, ci ritireremo nella nostra gabbia, dietro le sbarre della nostra miopia e indifferenza a guardare il Nordamerica che si allontana al galoppo.
Mario Deaglio

Allegato BJ.
Considerazioni conclusive
Non per essere ripetitivo, ma io l'avevo detto. Qualcuno insorgerà dicendo che l'Europa val bene una recessione momentanea, io dico che l'Europa valeva anche prima dell'Euro ed ora forse ci vorranno più tempo ed energie per riprendere un progetto politico che rinverdisca e faccia evolvere nella giusta direzione il trattato di Roma. Anche il 25 marzo del 1957 a Roma Martino, Spaak ed Adenauer avevano freddo. 
Se vuoi farti una ragione di quanto è avvenuto, e perché, ricomincia daccapo!
G. Losio, 8/3/99
Dopo la rinuncia del popolo Danese all'Euro, per referendum, mi torna di straordinaria attualità la visione di Franco Modigliani circa la priorità di un Euro dei Paesi al di fuori dell'area del Marco, io direi di tutti i Paesi dell'Europa del Sud in prospettiva a lungo termine. In prospettiva a medio termine di Portogallo, Spagna, (Francia), Italia e Grecia. Questo Sarebbe il Pese più importante della Comunità dopo l'unificazione della Germania! Io amo in particolare il Portogallo, la Spagna ed anche la Grecia e sarei felice se la Francia fosse del gruppo, ma non necessariamente. Necessariamente invece accanto e prioritariamente alla unificazione valutaria, un chiaro disegno di unificazione politica sulla base di una struttura regionale macroregionale di questo nuovo Stato che io fin d'ora chiamerei "della speranza", o "della vita" per il suo naturalissimo destino alla sussidiarietà tra i livelli di governo ed alla solidarietà, prodromo in eludibile per affrontare nel medio lungo termine il tema dell'Africa, del Medio Oriente, nello spirito dell'amore "di Soverato" tra tutti ipopoli dell'Europa del Sud. Che cosa ne pensi?
G. Losio 03/10/2000