1.2.3 Allegati K-Z
ALLEGATO 3
Allegato K.
La Repubblica
16/01/98
L'IMPERO AMERICANO ALLA GUERRA DELL'EURO
di BERNARDO VALLI
GLI AMERICANI sono scettici sulla riuscita dell'euro: oltre Atlantico, economisti di rilievo non si limitano ad esprimere dubbi sulla capacità degli europei di realizzare la moneta unica; rilevano anche la pericolosità del progetto. Milton Friedman, decano della scuola monetarista, ha già pronunciato la sentenza: l'euro è destinato al fallimento. Martin Feldstein intravede (su "Foreign Affairs") un'aperta tenzone tra Francia e Germania: e scorge nel confronto per assicurarsi la leadership dell'Unione monetaria il rischio di un vero conflitto sul Vecchio continente. Per l'economista di Harvard potrebbe accadere in sostanza l'esatto contrario di quel che si propongono gli europei, i quali vanno a marce forzate verso l'euro proprio per risparmiare alle generazioni del 2000 le carneficine del '900 sulle due sponde del Reno.
Negli ultimi giorni della presidenza (nel '95), François Mitterrand usò le scarse forze ancora concessegli dalla malattia mortale per andare a Berlino e dire con la solennità consentita a un testimone del secolo che i nazionalismi conducono alla guerra. Egli vedeva nell'euro - di cui era stato uno dei principali promotori - un passo indispensabile verso l'integrazione europea, il solo vero antidoto ai veleni annidati nel Vecchio continente. Ma non ci sono precedenti per dimostrare l'efficacia in quel senso di una moneta unica, sottolinea Christopher Dickey. Il giornalista americano (di "Newsweek") rievoca la vicenda del dollaro, che non avvalora i propositi europei. Il dollaro, infatti, accettato come moneta unica (nel 1789) dai tredici Stati americani, non ha creato un'autentica unione. L'unione politica vera è stata realizzata più di settanta anni dopo, a conclusione della guerra civile (1861-65). Una carneficina che la moneta unica non ha evitato. Inoltre gli Stati Uniti, aggiunge Dickey, sono "una nazione di immigrati": non certo paragonabile alle nazioni europee, fondate su una storia antica. L'"indice di fiducia dei consumatori" esprime più di qualsiasi altro sondaggio d'opinione l'umore degli americani: i quali, non potendosi identificare attraverso le strutture tradizionali, fissano i loro valori basandosi su quel che possono comperare. Gli europei non hanno lo stesso comun denominatore. Una moneta non basterà per unirli.
UN americano di Parigi, William Pfaff, ha notato durante una visita in patria che la prospettiva di una moneta unica europea crea allarme e confusione a Washington: e di conseguenza un certo smarrimento e una grande indecisione sul da farsi. Ha trovato che vi prevalgono disinformazione e ignoranza. Vi sopravvivono stereotipi che resistono al tempo: la Germania è dinamica, la Francia inflazionista, l'Italia lassista. Come fondere le loro economie in una moneta? Non vi si considera il fatto che la scommessa dell'euro rientra nella tradizione della Comunità diventata Unione Europea: la quale ha compiuto progressi politici ritenuti impossibili attraverso ambiziose e arrischiate imprese economiche. Sul versante europeo, in particolare a Parigi e a Bruxelles, si valutano i dubbi e le critiche americane come una dichiarazione di guerra del dollaro all'euro in gestazione. Quando dice che la nascita della moneta europea potrebbe comportare - addirittura - un rischio di conflitto tra le due sponde dell'Atlantico, Martin Feldstein viene talvolta preso alla lettera. Come se egli esprimesse una minaccia americana, e non un'opinione personale. E' altrettanto ridicolo attribuire allo scetticismo o all'avversione per l'euro della stampa americana in generale un qualsiasi significato, al di là di quello che può avere un'ottica regolata su un'altra filosofia e un'altra storia.
Resta tuttavia che l'euro nasce inevitabilmente come un concorrente del dollaro: e se avrà successo, se resisterà alle intemperie dei mercati e alle intemperanze dei bilanci nazionali, diventerà l'altra grande moneta di riserva nel mondo. Una prospettiva che può apparire assurda se la si guarda dall'alto dell'unica superpotenza esistente. La quale oggi soffre di un solo male: quello di non avere, dopo la scomparsa dell'Urss, un avversario degno con il quale competere, confrontare la propria forza economica, militare e tecnologica. Dopo la tesi sull'imminente "scontro delle civiltà", in sostituzione del confronto delle ideologie appena finito, Samuel Huntington ha inventato un'altra provocazione: gli Stati Uniti possono decadere, o addirittura finire in cenere, per mancanza di un nemico (e per multiculturalismo). Il professore di Harvard vede dunque da un lato la potenza delle società islamiche e confuciane che minacciano l'Occidente in declino, e dall'altro scorge in un saggio (su "Foreign Policy Quaterly") l'erosione degli interessi nazionali americani per la mancanza di un avversario capace di stimolarli.
E' interessante osservare dalla nostra sponda dell'Atlantico quegli umori, quelle idee tanto semplicistiche (e al tempo stesso virtualmente esplosive) che spumeggiano nel cuore dell'impero più potente e democratico della storia. In quel contesto, la nascita dell'euro può quasi apparire una provocazione e in egual misura un'impresa velleitaria. Come può sorgere una moneta con la volontà di competere col dollaro da un'entità senza una testa politica e senza un braccio armato, e frantumata in lingue nazionali e in atavici pregiudizi? Può una forza mercantile con quelle stigmate rivaleggiare con una superpotenza assoluta? Questi sono gli interrogativi che affiorano dagli articoli che l'europeo legge sui giornali americani, ogni volta che parlano della moneta unica.
La nascita di una moneta unica europea è destinata a creare una tensione transatlantica: è ovviamente assurdo pensare a un conflitto (come fa Martin Feldstein): quella tensione avrà una natura e un'intensità adeguate a questa fine di secolo dominata dall'economia. All'inizio il probabile prevalere della filosofia tedesca (tendente ad amministrare la futura moneta tecnicamente) sulla filosofia francese (tendente a farne uno strumento per favorire i prodotti europei) non inasprirà la competizione. Ma la perplessità americana, circa la possibilità che un'entità politicamente acefala possa governare una moneta tanto ambiziosa, è abbastanza fondata. Non è certo il governatore della banca europea che può gestire i rapporti interatlantici. Il compito va ben oltre il ruolo. Nonostante la sua importanza, questo argomento resta un tabù nelle nostre capitali. Dove nessuno osa pronunciare la parola più attuale e più proibita del momento: "federazione". Il cancelliere Kohl non si azzarda a scandirla in un anno di elezioni su cui pesa l'imminente rinuncia all'amato marco. Chirac e Jospin non ci pensano neanche a sfidare i cultori dello Stato- nazione. Gli americani hanno (quasi) ragione di non capire.

Allegato L.
ADN Kronos
ADN0139 7 16/01/1998 13:30
EURO: DE MATTE', MA CHE COSA ACCADRA' NEL SUD?
PER IL MEZZOGIORNO SALDO NEGATIVO PARTITE CORRENTI
Roma, 16 gen. (Adnkronos) - ''Se il Mezzogiorno d'Italia fosse un paese a se' stante, avrebbe un deficit delle partite correnti pari al 14 pc. del Pil italiano. Claudio De Matte', presidente della Banca Carime, non nasconde la propria preoccupazione per il Mezzogiorno perche', dice, ''dobbiamo domandarci tutti che cosa acccadra' quando l'Italia entrera' nell'Uem con un Mezzogiorno ancora in difficolta'''.

Allegato M.
La Repubblica
17/01/98
IL BUON SENSO RESTA SOLO ALLE MUCCHE
di GEMINELLO ALVI
V'È nella vita mutevolezza e diversità continua che impedisce o perlomeno complica il giudizio di chiunque, per cui il buonsenso d'ognuno dovrebbe sempre articolarsi, ed adoprare dei distinguo. Tropp'è la varietà delle cose che è la vita, perché essa possa ridursi ad un solo aspetto: economico o estetico o legale. E questa impossibilità a semplificare è confermata anche dalla marcia su Roma dei trattoristi padani. Essa muove alla complicità ed anzi all'applauso se giudicata comicamente; splendida sceneggiatura già scritta per un film di Zavattini. Consiglia invece, se giudicata legalmente, il reclutamento sul Don di un reggimento di cavalleria cosacca, che carichi e Cobas e trattori, e ministro, e Aima, e persino alcune aziende acquirenti del latte, risparmiando solo le mucche.
INFINE se giudicata economicamente renderebbe palese che prima di fare l'Euro la Ue avrebbe fatto meglio a riformare la sua politica agraria, generatrice solo d'assurdità.
Iniziamo dalla riuscita tragicomica degli eventi. Anzitutto nomi degni del miglior Gadda: c'è Angelo Perotti cinquantatreenne nel Mantovano colpito ad un occhio dal divincolarsi d'un poliziotto; Paolo Scarpa- Bonazza responsabile agricolo di Forza Italia che da Roma solidarizza e si sdegna; Marchioron che imprigionato in una stanza a Roma minimizza: era solo un passeggiata; Vilmare Giacomazzi dei Cobas di Verona a sua volta si preoccupa che non rovinino l'elettronica del suo trattore, e con la stessa affezione con cui il contadino di Leopardi aveva abbracciato una mucca sotto il palazzetto del conte. E c'è poi l'aria greve, il tutto orizzontale della Bassa, a Cremona, a Mantova, a Reggio, dove si minaccia una marcia sul consorzio del parmigiano reggiano. E il parmigiano è come la mamma; non c'è italiano che non reagirebbe se qualcuno la minaccia. Bossi intanto come meglio Brighella non saprebbe, riassume il tutto dicendo che si usa il randello contro i padani. Ma nel gran parlare l'effetto comico finale, anche quello che fa più preoccupare, sono le dichiarazioni delle Ferrovie dello Stato. Esse comunicano che "si stanno organizzando per cercare di limitare al massimo gli eventuali disagi che potrebbero subire i passeggeri". E una persona prudente, considerati i talenti organizzativi dimostrati sinora dalle Fs, allora dovrebbe forse temere questa notizia assai più dei trattori. Dalla furia dei Vilmare Giacomazzi o dalla commissione Lecca o da Bossi... che capolavoro potrebbero ricavare Zavattini o Gadda!
Ma appunto la vita non è solo arte o nel caso commedia epica, giacché alcune descrizioni della trappola di Torrimpietra sono degni della "Secchia rapita". La vita, come la vicenda delle quote, è anche giustizia, e se il commissario Ue Fischler reclama da Bruxelles le multe, non si vede perché dovrebbero essere gli altri cittadini italiani a pagarle, come è sempre stato. Perché nell'ingarbugliatissimo fattaccio delle proteste padane un fatto è incontestabile: sono stati disattesi i controlli e le sanzioni che le norme europee solennemente sottoscritte ci impegnavano a rispettare. In altri termini, secondo la lettera di Fischler: l'Italia ha ritardato il pagamento delle multe alla Ue per le quote latte; allevatori che hanno superato le quote ci sono stati e non pochi; i controlli dell'amministrazione pubblica e parapubblca sono stati pessimi. E dunque tutti ne escono male, ovvero colpevoli, anzitutto i mungitori che volevano lucrare violando la legge. E però quando l'ex onorevole Carandini rammenta che l'Aima ha pagato centinaia di miliardi per fornire dati inattendibili e per coprire imbrogli di ogni tipo non pare sia stato denunciato da alcuno. E il ministro Pinto peraltro ha complicato coi suoi decreti ulteriormente l'intero fattaccio, riproporzionando su base nazionale anziché regionale le compensazioni delle quote. E dall'indagine del procuratore di Treviso, Candiani, secondo fonte Ansa, risulterebbe addirittura che le maggiori irregolarità sembrerebbero concentrate su chi gestisce effettivamente le quote latte cioè le aziende acquirenti che poi commercializzano il prodotto.
In conclusione, giuridicamente qui non si salva nessuno: né il migliaio di padani in rivolta ma non ingenui che marciano su Roma e illegalmente bloccherebbero volentieri le strade e i treni. Né gli altri attori dell'intero fattaccio. Né le opposizioni che per cavalcare la protesta vorrebbero che le multe della Cee fossero di nuovo e tutte proprio tutte pagate con i nostri soldi. Di qui l'urgenza d'una carica ideale della cavalleria cosacca che spazzi via proprio tutti: Cobas, ministero, Aima e ditte che lavorano il latte.
Ma v'è appunto oltre a quello comico-artistico e a quello legale un ult imo aspetto nei casi umani impossibile da trascurarsi: quello economico, quello che attiene ai soldi e al modo in cui essi servono a riprodurre sanamente la sussistenza umana. Ora è vero che a conti fatti il decreto del Senato restituirebbe solo una parte delle multe. Ma è vero che tutta l' agricoltura ai cittadini non agricoltori costa non solo quelle multe. Nel 1993 il sostegno pubblico all'intera agricoltura, copriva il 61 per cento del valore aggiunto agricolo. In altri termini secondo gli ultimi dati disponibili, tra Aima, sussidi sui combustibili, sgravi fiscali e così via, senza considerare le pensioni e le multe pagate dallo Stato alla Cee, almeno il 60 per cento dei redditi prodotti dall'agricoltura non era prodotto ma semplicemente trasferito dallo Stato. Dunque pagato dai cittadini italiani che già pagano il latte almeno la metà in più di quanto lo pagherebbero se non ci fossero le quote latte e i dazi sulle importazioni. Veramente un po' troppo. Ma questo è un problema europeo e non solo italiano, e dunque non sarebbe leale incolparne i Cobas. Anche se con quello che costa uno dei loro beneamati trattori non pochi italiani si comprerebbero casa. Ma il problema è la politica agraria generale della Unione europea. Essa genera ormai solo scontenti e perpetua disastri ecologici come quelli che chiunque può vedere nei nostri campi. Ma invece di riformarla, questa politica agraria, si parla solamente e troppo dell'Euro... Non gli uomini; solo le mucche, quelle che ancora non sono state fatte divenire pazze, sembrano mantenere un qualche buonsenso.

Allegato N.
La Repubblica
17/01/98
I tedeschi non vogliono l'Euro e Kohl crolla nei sondaggi
Contrari alla moneta unica 70 tedeschi su cento. Solo un terzo sostiene il cancelliere
dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BONN - Sale ancora, tornando ai massimi storici del 1992, l'ostilità dell'opinione pubblica tedesca verso l'unione monetaria europea, e crolla in proporzione inversa ai minimi storici la popolarità di Helmut Kohl.
Per il cancelliere della riunificazione, atteso martedì a Roma, l'anno delle elezioni politiche più difficili inizia malissimo, con un sondaggio che stronca le sue chances e registra la bocciatura popolare del progetto che gli sta più a cuore, cioè appunto l'Euro. E la fonte dell'indagine non è sospetta: è il secondo canale tv pubblico, la Zdf, con il suo periodico "Politbarometer".
Il partito trasversale dei cittadini contrari all'unione monetaria si è drasticamente rafforzato con l'approssimarsi del sì finale all'Euro del vertice europeo di maggio, quello che con crescenti probabilità promuoverà anche l'Italia come partecipante dall'inizio.
Sono contro l'Ume ben 71 tedeschi su cento: è un aumento di 12 punti rispetto al mese scorso. Si torna così alla stessa maggioranza di tedeschi contrari alla moneta unica che era registrata dalle indagini d'opinione nel 1992, all'inizio del dibattito pubblico sul progetto.
Il no popolare all'Ume, di per sé, non appare preoccupante per la strategia europeista di Kohl: le elezioni politiche si terranno in settembre, quando cioè le scelte finali a livello europeo su data di partenza e paesi membri della moneta unica saranno già fatte e irreversibili. Lo stesso recente ricorso contro l'Euro di quattro professori presso la Corte costituzionale sembra avere scarse possibilità di successo. Ma sullo sfondo di una disoccupazione in aumento, di una diffusa paura del futuro e di una forte sfiducia verso un establishment con poche facce nuove, il varo della moneta unica potrebbe diventare l'ultima grande decisione di Kohl prima dell'uscita di scena.
Solo 34 tedeschi su cento, dice la Zdf, approvano la decisione di Kohl di ricandidarsi cancelliere: è la percentuale più bassa mai registrata. Sessantuno su cento, tra cui un 33 per cento di elettori della Cdu- Csu, il partito di Kohl, la ritengono un errore. Nel confronto con i due possibili sfidanti il cancelliere tedesco crolla: perderebbe con il 43 per cento dei consensi contro 47 se affrontasse il leader della Spd, l'ortodosso Oskar Lafontaine, e addirittura con un misero 31 per cento contro 61 se il candidato della sinistra fosse il più moderno e telegenico Gerhard Schroeder.
Quanto alle preferenze generiche per i partiti, la Spd vince con il 40 per cento contro il 34 per la Cdu, il 13 dei Verdi, il 5 dei liberali (alleati di Kohl), il 4 della Pds (postcomunisti dell'est) e il 5 restante tra indecisi e gruppi minori. Ma se si votasse domani, la Spd vincerebbe con il 38 per cento, appena un punto in più del blocco cristiano del cancelliere (situato al 37 per cento). I Verdi risulterebbero terza forza col 10 per cento, i liberali conquisterebbero un solido 6 per cento restando sopra il quorum del 5; la Pds sarebbe sotto, al 4 per cento (ma entrerebbe al Bundestag con alcuni mandati diretti dell'est).

Allegato O.
La Repubblica
18/01/98
Siluri tedeschi
DECISAMENTE, il partito trasversale che in Germania si oppone alla partecipazione italiana all'unione monetaria europea ce la sta mettendo tutta per sabotare il vertice di martedì a Roma tra il cancelliere Helmut Kohl e il presidente del Consiglio, Romano Prodi. Le dichiarazioni del presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, sono un siluro diplomatico contro l'ingresso italiano nell'Euro. E un siluro politico, sul piano interno, contro l'artefice della riunificazione, che - prima di affrontare in settembre elezioni politiche da cui può uscire spodestato - vuole vedere in maggio il vertice europeo decidere un varo puntuale dell'Euro col massimo numero di partecipanti. Sperabilmente anche con l'Italia di Prodi e Ciampi, che Kohl ammira per la nuova stabilità, e cui la Germania degli affari non vuol rinunciare come mercato tra i più importanti.
A cosa punta Hans Tietmeyer, e cosa può conseguire? Difficilmente può fermare sia il cammino verso l'Euro (e quindi verso l'addio al marco), sia verso una partecipazione italiana dall'inizio: sia le massime fonti di Bruxelles, come Eurostat, sia i migliori economisti tedeschi, quali il capo dei Cinque Saggi, Hax, ritengono l'ingresso di Roma nell'Ume acquisito dall'inizio. Per i meriti del risanamento italiano, ma anche perchè l'instabilità che scoppierebbero in un'Italia esclusa dall'Euro fanno paura.
Ma il partito anti-italiano spara per tre obiettivi: il primo, già conseguito, è ottenere che martedì a Roma Kohl non offra a Prodi e Ciampi nessuna assicurazione sul sì all'Italia. Il secondo è tentare comunque di creare nell'Europa dell'Ume un contropotere, contrastando la possibile maggioranza di sì all'Italia nell'Euro al vertice europeo del 2 maggio. Il terzo, forse il più importante a lungo termine è preparare il terreno in Germania a un'ipotesi di dopo-Kohl. Cioè a un Paese senza più lo statista che, mentre crollava il Muro, decise insieme all'amico Mitterrand e agli Usa di ancorare la riunificazione tedesca all'unità europea per evitare ogni sussulto nazionalista. Un paese che - vuoi governato dalla Spd con Schroeder o Lafontaine, vuoi ancora dalla Cdu-Csu - sarebbe molto più deciso di prima a dare la priorità agli interessi nazionali a ogni costo. Di questa partita tra europeisti e nazionalisti sul Reno, l'Italia è un attore decisivo.

Allegato P.
Top Stories from the Front Page of the International Herald Tribune,
Sunday, January 18, 1998
Kohl Sees Political Gold In the Birth of the Euro
By John Schmid International Herald Tribune
FRANKFURT - Trailing in the polls has become routine for Helmut Kohl, the ''eternal chancellor'' who rallied to win elections in 1987, 1990 and 1994.
Lagging again in the run-up to the Sept. 27 vote, the 16-year veteran has already drafted his latest comeback plan.
This time, however, the strategy seems to fly in the face of conventional thinking: Even though a clear and consistent majority opposes the new European common currency, Mr. Kohl's advisers say confidently that their leader plans to do everything he can to make his tireless support for the euro a central, if not decisive, campaign issue.
In theory, Mr. Kohl is setting himself up for a massive loss of votes, especially when one considers the steady stream of polls that show anywhere from 54 percent to 71 percent of Germans opposed to giving up the Deutsche mark.
The chancellor's advisers, with their eyes on a different batch of polling statistics, think differently.
Mr. Kohl, 67, has little to lose, campaign officials say, as long as the leaders of the European Union, as expected, meet in early May to select the inaugural nations for the 1999 launch of the euro, driving home to the Germans that their mark will be gone in less than a year.
With that decision, German distrust of the euro may overnight become a much more widespread anxiety over an uncertain economic future with an untested currency in what the myriad German critics of the euro call a risk-fraught experiment to amalgamate the sturdy
mark with a host of more inflation-prone economies.
Appealing directly to the nation's aversion to risk, the ''Euro Chancellor'' intends to reframe the debate: Now that Germany is getting the new currency, like it or not, who do you trust to manage what comes afterward?
According to Dieter Walz, director of political and election research at the Emnid polling institute, Mr. Kohl has the potential to tap into a groundswell of unexpected support as he seeks a record fifth term.
Asked which politicians can best smooth out any economic and political turbulence in the wake of the currency union, 56 percent of Germans polled by Emnid favored Mr. Kohl and his center-right Christian Democratic Union party. The left- leaning opposition Social Democrats scored only 17 percent, Emnid found.
''It makes clear that Kohl really is the only one who can profit if Europe becomes an important issue in the election,'' Mr. Walz said. Mr. Kohl is ''significantly more trusted'' on European affairs than the opposition, he added.
To ease insecurities, Mr. Kohl will remind the nervous electorate of his undisputed status as Europe's longest- governing political heavyweight. Mr. Kohl's ability to extinguish diplomatic fires within the EU will be on display Tuesday, when Mr. Kohl travels to Rome to meet Prime Minister Romano Prodi of Italy in an attempt to smooth out friction over Italy's euro candidacy.
''Most Germans reckon that the currency union is coming,'' said Wolfgang Schaeuble, Mr. Kohl's loyal deputy and parliamentary leader. ''And they say that when it comes, it would be better that the CDU is governing.''
The status of elder statesman also blunts the opposition's argument that a left-wing coalition in Bonn would get along better with newly elected labor governments elsewhere in the EU. Mr. Kohl will cite his close ties to social democratic counterparts like Tony Blair of Britain and Wim Kok of the Netherlands.
Euro-anxieties are certain to be close to the surface this year as the nation pensively celebrates the 50th birthday of the mark, an icon that the author Peter Bender hailed as ''the soul of the Germans.''
Inclusion of Italy's lira would only compound their fears, analysts say.
Because the strategy feeds on insecurity, the legions of euro opponents unwittingly appear to aid the strategy each time they stir the pot, according to one strategist at Mr. Kohl's party office in Bonn.
This may explain why Mr. Kohl himself seems to hype the euro as an issue of ''war and peace.'' It could also explain why the Social Democrats, who have experimented for two years with euroskepticism, have stopped demonizing the euro.
In the last week, Mr. Kohl began to heat up the euro campaign. Peter Hintze, a party secretary, called the euro the ''jewel'' of Mr. Kohl's campaign at a recent party caucus. Mr. Kohl last week authored a front- page essay on the euro for the mass-circulation newspaper Bild. And on Wednesday, he formally inaugurated the theme for his party with a ''Euro- congress'' in Bonn.
Immediately after the European Union decision in May, Mr. Kohl will step up his drumbeating for the unpopular euro as never before: He will mobilize the party's famously disciplined machinery, down to the last precinct captain, for a full week to try to win over Germans with card tables on every street corner and party officials on every television channel.
But if Mr. Kohl ever needed a trump card, now would appear to be the time. Emnid found that a coalition of Social Democrats and Greens would win if the vote were held today, although Mr. Kohl has narrowed the gap since last summer.
Political paralysis in Bonn deprives him of legislative victories and the opposition attacks the recent monthly unemployment records that have forced him to abandon job-creation goals.
Separately, a newspaper in Essen reported Friday on the chancellor's apparent health frailties. The report, which put Mr. Kohl's weight at ''over 170 kilograms'' (375 pounds), cited shortness of breath and stair-climbing exhaustion.
The report, which reminded Germans that Mr. Kohl had successful prostate surgery in 1989, reported that Mr. Kohl had canceled a trip to Asia. A spokesman for Mr. Kohl called the report ''nonsense'' and said Germany's busy election schedule compelled Mr. Kohl to postpone the Asia visit.

Allegato Q.
La Stampa
Domenica, 18 Gennaio 1998 ESTERI
Europa, serve un salto di qualità
Contro tutti «i litigi» di oggi costruiamo i nostri Stati Uniti
di ARRIGO LEVI
Le osservazioni di Angelo Panebianco sull'Europa che rischia di diventare sempre più litigiosa, dal momento che «la convivenza in uno spazio molto più ristretto esaspera le differenze, le politicizza e le trasforma in conflitti», fotografano una situazione reale: anche se forse, a chi per ragione d'età ha memoria diretta di tante lontane crisi del processo di unificazione durante mezzo secolo, le liti attuali appaiono meno nuove, e meno pericolose di altre del passato. La costruzione dell'unità europea è stata in realtà tutto un succedersi di inciampi, difficoltà, scontri e minacce di rottura, e di pericoli che quel che già si era costruito finisse per andare in pezzi. Chi ha questa più lunga memoria rischia di sottovalutare i nuovi motivi di rottura che deriveranno dialetticamente dal «restringersi degli spazi nazionali», ossia dall'accrescersi degli spazi europei in cui confluiscono pezzi di sovranità dei vecchi Stati nazionali.
Ha ragione Carlo Azeglio Ciampi quando sostiene che «l'esistenza della Banca Centrale Europea implica la necessità di un organismo policy making dotato di peso politico». E hanno ragione gli inglesi quando vedono nell'Euro un gran passo verso il federalismo, e un evento che sottrarrà ai Comuni larga parte dei poteri. La storia dell'unificazione europea è un unicum nella storia delle società umane: investe nella loro essenza gli Stati, organismi di cui si è sempre data per scontata l'impossibilità, per loro stessa natura, di sottoporre la loro sovranità a convenzioni, trattati o istituzioni sovrannazionali: rimanendo anche le concessioni parziali di sovranità come dei prestiti che possono sempre essere revocati da quei «mostri freddi» che sono gli Stati.
L'unificazione europea sembra invece dimostrare che è possibile agli Stati spogliarsi di pezzi di sovranità in un processo graduale, continuo e crescente, che finisce per far nascere, non per l'atto di imperio di un conquistatore ma per la libera scelta dei popoli, un nuovo Stato. Se poi si pensa che i protagonisti di questo processo sono i grandi Stati nazionali europei, con secoli e millenni di storia alle spalle, con le loro lingue, costumi, istituzioni, burocrazie e religioni, e con le loro memorie di innumerevoli guerre sanguinose gli uni contro gli altri, il processo di unificazione europea ha davvero un che di miracoloso. Non è tanto stupefacente che gli egoismi nazionali rimangano ancora vivi dopo quattro decenni di costruzione di una nuova statualità europea. È stupefacente che il processo vada avanti, quando la memoria degli olocausti del passato si va attenuando, e quando è venuta meno la minaccia dall'Est che fu un poderoso federatore esterno dell'Europa democratica.
Ma non serve rimirare il miracolo. Occorre invece rendersi conto delle nuove e vecchie minacce alla sua continuazione. A minacciarlo non è soltanto quel che rimane di antichi egoismi e antipatie, o la diversità di prospettiva degli Stati nazionali, alcuni dei quali guardano ad Est, altri ad Ovest e altri ancora a Sud - il che rende difficile mettere in comune politica estera e difesa. Ci sono molte altre sfide: i problemi transnazionali - agricoltura, droga, immigrazione, disoccupazione - presenti ovunque ma che suscitano reazioni diverse radicate in culture e istituzioni diverse; le incognite della globalizzazione; la complessa ondata regionalista, che minaccia dal basso la sovranità degli stati nazionali mentre l'Europa l'aggredisce dall'alto; la prevedibile difficile gestione della moneta unica; e infine quel rompicapo istituzionale che sarà l'allargamento a Est dell'Unione. Continuerà insomma ad esserci molto di acrobatico nel processo di costruzione europea. Allora, che fare? L'invito a esercitare un po' di sano patriottismo nazionale è ragionevole. Ma se si imboccasse solo questa via, addio Europa.
Io suppongo che sia giunto il momento, dopo la delusione del trattato di Amsterdam, di fare un salto di qualità e di proporre quello che dovrà essere, oltre l'Unione (Maastricht si autodefinisce soltanto come «una nuova tappa nel processo di creazione di una unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa non come il punto d'arrivo), un grande traguardo successivo, da realizzare in un arco di tempo pluridecennale: l'obiettivo 2020 potrebbe essere ragionevole. Dopo l'«Unione europea», non vedo come si potrebbe definire quel nuovo traguardo se non col vecchio onorato termine di Stati Uniti d'Europa. L'Europa ha avuto sempre bisogno, per andare avanti, di vasti orizzonti, di nuove grandi idee, le sole che possono muovere i popoli verso il futuro. Per questo obiettivo bisognerà, oltre che ragionare, cominciare fin d'ora, subito a lavorare attraverso le istituzioni e al di fuori di esse, nella società e nella cultura. Utopia? Se si fosse avuta paura delle utopie, in Europa ci sarebbero ancora i vecchi Stati litigiosi. E poi nel XXI secolo la pace mondiale dipenderà anche dalla nascita di una vasta zona di pace garantita anche da un nuovo spazio statale europeo: i giovani Stati Uniti d'Europa, legati attraverso l'Atlantico ai vecchi Stati Uniti d'America.

Allegato R.
January 19, 1998
Italy's Shares Continue Surge
Propelled by Plenty of Cash
By MAUREEN KLINE and SILVIA ASCARELLI
Staff Reporters of THE WALL STREET JOURNAL

The Italian bourse has gotten itself into something of a curious situation -- there are plenty of shoppers but not much to buy. With this supply/demand imbalance, the MIBtel Index has risen dramatically again this year, and now some experts wonder whether shares are getting too expensive.
Last year, average daily trading volume more than doubled to 1.3 trillion lire ($721.4 billion), while the number of listed companies actually shrank to 213 from 217. An onslaught of liquidity has helped send the benchmark index up a blistering 10% in just 16 days. On Friday, the index gained 1.8%, or 323 points, to 18368; for all of 1997, it soared 59%.
"Italy is riding right now on a wave of money and a wave of enthusiasm that it's going to be in the first round" of European economic and monetary union, says J.P. Morgan equity strategist Gary Dugan in London, who's got a nervous "overweight" recommendation on the market. The liquidity from mutual funds will continue to push stock prices higher over the next few months, he says, "But you really ought to be looking for the selling opportunities quite soon."
Spring Sales?
Milan analysts say the time to sell could be in May, after Italian short-term interest rates finish their downward convergence toward German and other European rates and European Union leaders make their final decision on who joins the single currency, presumably including Italy. Until then, enthusiasm -- both at home and abroad -- should outweigh the fundamentals of individual stocks.
Back in January 1997, Italians looked over their bank statements, realized they'd made very little on their bond investments over the previous year because of falling interest rates, and switched massive amounts of liquidity into stock funds.
The same thing is happening again now, only more so, fund managers say. "People notice when yields fall from, say, 6% to 4%, because a yield of below 5% is really nothing," says Massimo Fortuzzi, director of investments at Deutsche Bank's Milan mutual fund unit Finanza & Futuro. "This year, there will be bigger waves of liquidity flowing into the stock market. The real engine is falling interest rates," he says.
And not only private savings are heading into Italian stocks; as Italians and other Europeans get more skeptical that their governments actually will provide promised retirement pensions, more money is going into private pension funds and life- insurance policies, which in turn are investing in stocks as bond yields fall.
To be sure, there's a risk that these flows could dry up, or at least be diverted to other markets. The turmoil in Asia still has the potential to unnerve investors in Europe. Moreover, Italian investors already have shown a preference for non- Italian shares. For every lire invested in domestic equity mutual funds in the first 11 months of 1997, four lire were put in international or specialized equity funds.
At the moment, however, the Italian market looks inviting. To foreigners, it's a good convergence play as Italian interest rates keep falling ahead of EMU, and Italian companies aren't greatly exposed to Asia. From home, the Italian stock market looks safer than a lot of others.
Unusual Stability
Ahead of the May decision on euro membership, Italy is enjoying a rare period of political stability as politicians make a concerted effort to steer their country toward EMU. The government slashed its 1997 budget deficit to an estimated 2.7% from 6.7% in 1996, and has plans to halve its debt, which currently amounts to about 122.5% of gross domestic product, by 2010. (The guidelines for EMU membership in the Maastricht treaty are 3% and 60%, respectively.)
At a meeting in Brussels Monday, EU finance ministers are expected to approve Italy's 1998 budget and the country's plans to keep up its current financial discipline. Recently, Italian Treasury Minister Carlo Azeglio Ciampi said he is considering presenting 1999 budget proposals in April, a month ahead of time, in order to further prove Italy's commitment to EMU.
Market participants, meanwhile, expect there could be more setbacks, along the lines of last week's threat, later denied, by Dutch Finance Minister Gerrit Zalm that he would resign if Italy were allowed to join the common currency. On Saturday, a German news magazine reported that Bundesbank President Hans Tietmeyer, in an apparent warning to Italy, said countries with "debt of more than 100%" would be handicapped in EMU. Dutch and German politicians are expected to come under pressure ahead of domestic elections this year if they are too favorable toward Italian EMU membership.
Tuesday's summit between German Chancellor Helmut Kohl and Italian Prime Minister Romano Prodi will be watched closely. "There will be little setbacks, but nothing big like last year," Mr. Fortuzzi says.
So until May, the market should perform well. "In the first three to four months of 1998, I expect the market to soar," says Giampaolo Trasi of IMI Sigeco Sim, a Milan brokerage firm. After May, however, "I think the investor will start looking beyond Maastricht," Mr. Trasi says. "People will look at the effect of the euro on competitiveness and the search for winners and losers will be on."

Allegato S.
January 19, 1998
Tietmeyer Implies Italy
Can't Meet EMU Goal
By MATT MARSHALL
Staff Reporter of THE WALL STREET JOURNAL

BONN -- Bundesbank President Hans Tietmeyer, in a thinly veiled reference to Italy, said countries with high debts will be handicapped in the European economic and monetary union.
According to the German news magazine Focus, Mr. Tietmeyer responded to a question about whether Italy's participation in EMU in 1999 is a done deal by saying that countries with a "debt of more than 100% of gross domestic product" are "handicapped." Italy said its 1997 debt level was 122% of GDP in 1997, and that its debt target for 1998 is 120% of GDP. Mr. Tietmeyer said only countries with "not too much baggage" should be allowed to participate, the magazine said, citing comments the central banker made at a bankers meeting in Germany. Separately, Mr. Tietmeyer said Friday that "the next important step is determining which countries enter EMU in the first wave."
The comments are the latest in a growing controversy about whether Italy should be allowed to join EMU, an issue that could come to boil when EU finance ministers meet today, or when Chancellor Helmut Kohl visits Rome on Tuesday for informal talks with Italian Prime Minister Romano Prodi. A Dutch newspaper reported last week that Dutch Finance Minister Gerrit Zalm would resign if Italy were allowed to join EMU in 1999. Though Mr. Zalm denied the report, he did not endorse Italy's bid. Rather, he repeatedly has said the Maastricht treaty's criteria must be strictly met. The treaty sets a limit of 60% of GDP for public debt levels.
Other Bundesbank council members have started to raise questions about Italy's participation in EMU. "There are good reasons for viewing Italy somewhat more critically. It has a very high debt level," said Klaus-Dieter Kuehbacher last week, adding that Italy has been helped by especially low long-term interest rates, indicating that it might have a harder time under different conditions.

Allegato T.
La Stampa
Martedi' 20 Gennaio 1998
DIETRO LA QUESTIONE ITALIANA
Mario Deaglio
L A moneta è troppo importante per essere lasciata ai banchieri, agli economisti, ai contabili nazionali e, genericamente, ai tecnici del settore; la moneta è forse l'istituzione-chiave attorno alla quale ruotano le società basate sul mercato e, pur fondandosi necessariamente sui tecnicismi, li trascende del tutto. La creazione di un'Unione monetaria, come quella che si è deciso di realizzare in Europa, non è, quindi, un atto di virtuosismo economico ma un processo politico: è il tentativo di dar vita a una nuova entità nazionale senza usare né sopraffazioni né la forza delle armi.
Come tutti i processi politici, anche quello che conduce all'euro contiene, per chi li mette in moto, elementi di incertezza, implica la volontà di scommettere, di rischiare, di impegnarsi, di dar qualcosa in cambio: la scommessa europea è che la moneta unica porti con sé benessere, sviluppo, stabilità sociale e garantisca la sopravvivenza dell'Europa e dei suoi valori nel mondo, economicamente turbolento, che si preannuncia per i prossimi decenni.
Quando tale scommessa è stata fatta, i nostri partners sapevano chiaramente delle debolezze strutturali italiane e in particolare dell'elevato livello del debito pubblico, nonché dell'impossibilità di curarle in tempi brevi; hanno implicitamente accettato di cedere qualcosa della cristallina sicurezza delle loro monete in cambio dello sforzo dell'Italia per ridurre l'abissale insicurezza della propria. Se si voleva soltanto formalizzare l'area del marco, adeguando tutti, puramente e semplicemente, ai livelli tedeschi, tanto valeva dar vita subito a un'intesa tra Germania, Austria e Paesi Bassi, dal momento che a ben vedere neppure la Francia e il Belgio hanno tutte le carte contabili in regola secondo i famosi parametri di Maastricht.
E' questo che il capo del governo italiano, Romano Prodi, dovrebbe ricordare al capo del governo tedesco, Helmut Kohl, che oggi viene a trovarlo a Roma. Così come potrebbe rammentargli, se mai Kohl ne avesse bisogno, che i parametri di Maastricht hanno in ogni caso un valore indicativo, che la decisione finale non spetta ai tecnici e che non è corretto che ministri e banchieri centrali di altri Paesi rilascino a getto continuo dichiarazioni sulla salute dell'economia italiana, quasi a far dimenticare lo scarso successo nel migliorare la salute delle proprie economie. E' arduo accettare prediche dai tedeschi, per i quali sono freschissimi i dati che mostrano il livello di disoccupazione più grave dal dopoguerra, e sarebbe ineducato rammentar loro un lungo anno di sostanziale insuccesso nella riduzione del loro deficit pubblico.
Per gli europeisti convinti - e non c'è dubbio che Kohl e Prodi lo sono entrambi - è tempo di guardarsi francamente negli occhi e domandarsi se si vuole davvero realizzare la moneta unica. Se la risposta è positiva, in base alla convinzione degli effetti benefici di carattere generale che deriveranno da tale moneta, l'esclusione dell'Italia - Paese che da solo rappresenta un sesto dell'economia europea - sarebbe tale da alterare profondamente la natura stessa della nuova moneta. Se la risposta è invece negativa, è bene cercare di realizzare con altri mezzi una maggiore unione politico- economica del continente (la cosa è infatti possibile anche senza la moneta unica) e occorre avere il coraggio di dirlo apertamente e serenamente, senza prendere come alibi la debolezza italiana.
Vi è infatti la sensazione diffusa che la "questione italiana" rappresenti una pedina importante in un gioco politico che si svolge a ridosso delle elezioni olandesi e tedesche, il cui scopo è quello di ottenere, suscitando un caricaturale sentimento anti-italiano, il consenso decisivo di una parte importante dell'elettorato; che si tratti, insomma, di una questione interna olandese e tedesca in cui si agita, in negativo, lo spauracchio dell'"orco italiano", così come il governo italiano ha giocato, in positivo, l'immagine dell'Europa per avviare riforme indispensabili.
Se così dovesse essere e se, in un'Europa percorsa da forti tensioni sociali, l'Italia divenisse una sorta di irrazionale e simbolico capro espiatorio, occorrerebbe imboccare con decisione un'altra strada: forte di uno spettacolare risanamento finanziario, che ha tutte le premesse per rivelarsi duraturo, di una nuova solidità e di un'intensa attività di rinnovamento economico-istituzionale, il Paese dovrebbe comportarsi in modo alquanto simile alla Gran Bretagna. Dichiarare, cioè, di voler, sì, aderire all'euro ma con i propri tempi e secondo il proprio prudente giudizio, riservandosi così una certa autonomia nelle politiche economiche e monetarie, pur continuando nel proprio impegno per l'unità del continente.
Non è possibile, per un'Italia che ha ottenuto miglioramenti sostanziali, essere considerata come un'eterna Cenerentola, infingarda e sciupona. Questo, con grande pacatezza, il presidente del Consiglio dovrebbe ricordare ai suoi interlocutori europei.

Allegato U.
La Repubblica, 20/01/98
"Progetto folle così si rischia un terremoto"
Parla l'euroscettico Hankel
BONN (a.t.) - "Kohl a Roma dovrebbe chiedere a quali ulteriori sacrifici l'Italia è disposta. Ma tutto il progetto dell'Euro è folle e sbagliato. Se partirà, la Germania affronterà un terremoto: disoccupazione, migrazioni, tensioni sociali ben peggiori di quelle francesi... crollerebbe il mercato unico. Sarebbe il passo indietro più grave dalla fine della seconda guerra mondiale". Così parla il professor Wilhelm Hankel, l'illustre economista, massimo "cervello" e ideologo del fronte euroscettico. Con altri tre accademici, ha appena presentato un ricorso contro l'Euro alla Corte costituzionale.
Professore, anche Lei non si fida dell'Italia?
"Certo, ora rispettate 4 dei Parametri di Maastricht. Ma il Vostro debito, in percentuale sul Pil, è il doppio del tetto massimo, ed è sceso troppo lentamente. E non è tutto".
Che altri rimproveri ci muove?
"La nuova stabilità della lira e il calo degli interessi non derivano da riforme interne ma dall'indebitamento con l'estero e da flussi di capitali speculativi, mossi dalla scommessa sulle chances italiane. Ma in maggio, la fissazione a livello politico d'un rapporto di cambio irreale lira-marco potrebbe causare flussi di denaro in senso contrario e terremoti valutari. L'intero castello di carte crollerebbe".
Meglio dunque un Euro senza l'Italia?
"E' logico varare un'unione monetaria tra paesi le cui valute hanno tassi di cambio stabili da anni, e pericoloso farla con chi non garantisce ancora stabilità duratura. Ho grande simpatia per l'idea di Franco Modigliani: un'unione monetaria a due tempi, che cominci con un Euro dei paesi latini sotto guida francese, senza Germania e area marco. Eviterebbe unioni tra paesi stabili e instabili, e darebbe tempo a questi ultimi di stabilizzarsi per un'unione più vasta in un secondo tempo".

Allegato V.
D I   G I A N N I   R I O T T A
20/01/98
Italia: maghi della contabilità
nome=Frank C. Arnone
Caro Riotta,
recenti informazioni dall'Italia indicano che, per l'esercizio finanziario 1997, la cosa pubblica è stata praticamente camuffata. Ai miei tempi, cioè 57 anni fa, quando tu non eri ancora nato, studiai ragioneria pubblica. Per gli enti pubblici si usavano due bilanci: uno preventivo e uno consuntivo.
Potevano essere chiusi con un avanzo, pareggio o disavanzo. Le amministrazioni più oculate chiudevano sempre con un pareggio, anche perché un disavanzo doveva essere giustificato con rigorosa documentazione. La terminologia allora usata mi sembra che fosse abbastanza chiara.
Oggigiorno, invece di disavanzo, o anche "deficit di bilancio" all'americana, sento parlare di "fabbisogno di cassa", "fabbisogno statale" e altro che non rendono affatto chiaro il significato della parola disavanzo. Ciò mi ha reso molto sospettoso.
Alcuni giorni fa ho letto che, in Italia, il "fabbisogno di cassa" per l'esercizio 1997 è stato 52 mila miliardi di lire, più che dimezzato in un anno. Per rendere più chiara l'informazione ai contribuenti, nonché a chi di competenza, io, sempre ligio alla verità, direi che il "disavanzo" del bilancio consuntivo dell'esercizio 1997 è stato 52.500 miliardi di lire, cioè, al cambio del giorno di 1760 lire per dollaro, il totale sarebbe 29,83 miliardi di dollari.
L'equivalente deficit di bilancio americano per lo stesso esercizio finanziario, calcolato con le regole ragioneristiche che, per legge, ogni Cpa (Certified Public Accountant=commercialista) deve usare, è stato 22 miliardi di dollari e, con accordo congressuale, deve essere azzerato per il 2002. Clinton ha promesso che l'azzeramento potrebbe essere fatto ancora prima; però, soggiunse, non sperate di spendere un eventuale avanzo prima di avere la moneta in tasca (molto chiaro).
Qualcuno direbbe: l'America con 268 (e non 250, come indicato da qualche facilone) milioni di abitanti è ricca, mentre l'Italia con 57 milioni di abitanti è (stavo per dire "povera", big pardon) "la quinta potenza economica del mondo". Ciò potrebbe essere una scusante, ma non è una scausante il metodo come il disavanzo italiano è stato calcolato.
"L'80% di quello che è stato fatto è dovuto ad anticipi di incassi e posticipi di spese". Mostrando che si è incassato più di quello che si doveva, ma che apparteneva all'anno successivo, e posticipando al futuro esercizio le spese che sono state fatte nel 1997, il risultato è stato dolosamente alterato. Come si aggiusteranno i conti dei futuri esercizi? Sarà questo garbuglio contabile accettato dal Parlamento o dall'autorità esecutiva dell'Unione europea?
V'è di più. Sembra che il restante 20%, che contiene l'eurotassa, faccia parte della manipolazione del disavanzo. Difatti, che specie di "tassa" è se, come è stato affermato, verrà restituita in un paio di anni? La sua vera natura è un prestito senza interessi forzato dal governo. Pertanto non dovrebbe essere considerata un'entrata, ma un debito e un credito che si eliminano a vicenda con zero effetto.
In America tutta questa magia ragioneristica costituirebbe un cambio abusivo del metodo contabile che rasenterebbe una frode. Il raporto tra deficit e pil (prodotto interno lordo) sarebbe più elevato del 2,7%, anche perché il debito pubblico ne subirebbe un contraccolpo. Il "fabbisogno statale"? Lo capisco: sono stato un U.S. Internal Revenue Agent and Reviewer per 25 anni. Ah la verità! La Verità!
Cordiali saluti,
Frank C. Arnone

Allegato W.
Financial Times
International finance: Europe looks to play wider role in global money system
TUESDAY JANUARY 20 1998
By Lionel Barber in Brussels
Signs emerged yesterday that the European Union aims to play a bigger role in the management of the international financial system, with the US and Japan.
Philippe Maystadt, Belgian finance minister and long-time chairman of the International Monetary Fund's interim committee led calls for a new trilateral dialogue between members of the future European single currency zone, the US and Japan.
He told EU colleagues in Brussels that the idea would strengthen the external role of the euro, the future European single currency.
The Belgian initiative, backed by France, appears inspired by the financial crisis in Asia, where the US and the IMF have taken the lead, but it could reopen political divisions over "who speaks for Europe" once economic and monetary union goes ahead on January 1 1999.
As many as 11 out of 15 members of the EU are on track to become founder members of the euro zone. Britain, Denmark and Sweden are expected to remain outside the first wave on political grounds. Greece is not ready to join for economic reasons.
The British presidency of the EU played down the Belgian initiative. Gordon Brown, UK chancellor, who chaired the Brussels meeting, suggested that Mr Maystadt's call for a group of "wise men" to study the issue had met with little support.
Other countries, notably Germany, stressed the role of the Group of Seven industrialised nations in working alongside the IMF to manage the international financial system. Mr Maystadt said the new arrangements would not be a rival to the IMF.
Dominique Strauss-Kahn, French finance minister, said he saw the EU developing into a pole of stability once the euro went ahead: "We want Europe's voice to be much firmer."
EU leaders agreed at last month's summit in Luxembourg that members of the euro zone should speak with one voice, but they fudged the issue of representation in external forums. It is assumed that the future president of the European Central Bank will speak for the monetary policy of the single currency bloc, but it remains unclear whether the country holding the six-month EU presidency can represent the euro members if that country is outside the euro zone.
Representation is a delicate issue for Britain, which last year fought unsuccessfully for a seat at the euro table. Britain also holds the G7 presidency.
Mr Maystadt's initiative tallies with Washington's view that it may be necessary to consolidate European membership inside the G7 to provide a better reflection of the euro zone.

Allegato X.
January 20, 1998
Italy Clears a Hurdle
On the Path to EMU
By BRIAN COLEMAN
Staff Reporter of THE WALL STREET JOURNAL
BRUSSELS -- Suddenly, it looks too late to turn back.
Italy's headlong drive to join a single European currency appeared to reach the point of no return on Monday, as European Union finance ministers declared that the country was on track to bring its budget deficit this year to below 3% of gross domestic product -- the key criteria for joining monetary union.
The upbeat appraisal came at a gathering in Brussels that represented the last serious chance for European governments to throw an insurmountable hurdle in the way of Italy's campaign to become a founding member of European economic and monetary union next Jan. 1. The budget review by the finance ministers was part of the EU's normal efforts at policy coordination in the run-up to monetary union, and Italy was the last major candidate to pass the test. After Monday's upbeat statement, any decision to exclude Italy from EMU would have potentially explosive consequences for European markets, analysts said.
"There's only a very slight risk that Italy can be turned away now," said Ulrich Schroeder, senior economist at Deutsche Bank Research in Frankfurt. "And it has come to the point where that is very unlikely. It's going to be a broad EMU."
Markets Cheer
Financial markets seemed to agree. The Italian lira moved higher against other EU currencies, finishing European trading at 983.60 lire to the mark compared with 984.55 on Friday. The Italian benchmark 10- year bond also received a boost from the news; the risk premium investors pay for holding Italian bonds rather than German government debt narrowed by two basis points, or hundredths of a percentage point.
Only Italian stocks slipped: After climbing to an all-time high of 18604 points earlier in the day, the MIBtel Index closed down 94 points at 18274, off 0.5%. But traders attributed the decline to profit-taking after several days of blistering gains sparked by expectations that Italy would pass Monday's test.
Without question, the finance ministers' decision will make it much more difficult -- and dangerous -- to leave Italy out of the single currency when EU heads of state and government make a final decision on the matter in May. With markets now expecting a monetary union that spreads from Finland to Sicily, Mr. Schroeder and others argued, the exclusion of Italy would wreak terrible damage. Traders would almost certainly hammer the Italian currency, bonds and stocks, all of which would become less attractive to investors who are now betting that Italy will enjoy all the benefits of a strong and stable currency.
"It's going to be difficult to exclude Italy," said James Lister-Cheese, a global strategist at Independent Strategy in London. Monday's decision, he said, "was a big step forward for Italy."
Not a Done Deal
If there were any lingering doubts before Monday's meeting, they should now be fading: The EU's single currency looks more likely than ever to start promptly on Jan. 1 with 11 countries participating. The May summit, which once promised to be a brutal showdown between EU governments, will now likely be an anticlimactic affair. Of the EU's 15 members, only four are likely to stay outside the currency union: The U.K., Sweden and Denmark have opted out, while Greece fails to qualify for membership in the euro, as the currency will be called.
This isn't to say that Italy's membership is a done deal. Before that happens, the country must pass further assessments in March from the European Commission and the European Monetary Institute, the forerunner to the European Central Bank. More worrisome, the Bundesbank has yet to weigh in with its opinion of which countries qualify, while Germany's Constitutional Court could still throw a wrench in the works when it considers a pending case that challenges the reliability of the data used by EU officials in deciding whether member countries are fit enough to join the euro.
"It's not over yet," warned Bronwyn Curtis, chief economist with Nomura International in London.
For their part, EU finance ministers took pains on Monday to avoid leaving the impression that their decision held any special significance for Italy or the union. Far from being giddy, they drank Highland Spring Water from Scotland at the meeting -- a sobering change from the champagne they enjoyed at their last gathering.
And they couched their decision in dry diplomatic language, saying they "welcomed the major reforms introduced or completed by Italy" and "encouraged" Rome to keep up the good work. The ministers also noted "with satisfaction" that Italy's 1998 budget plans should lead to a deficit of 2.8% of GDP -- safely under the 3% limit for joining the single currency. Even Italian Treasury Carlo Azeglio Ciampi avoided crowing about the decision, saying that more work remained to be done.
But the ministers couldn't escape the fact that Italy is posting some remarkable economic figures. The 1998 budget deficit forecast follows Italy's better-than- expected performance in 1997, for which it expects to report a budget deficit of 2.7% of GDP -- a tremendous decline from the 6.8% posted in 1996. And the government predicts it will cut the deficit to just 1.8% of GDP by the year 2000. U.K. Chancellor of the Exchequer Gordon Brown, who headed the meeting, noted that the 15 EU ministers were unanimous in their vote favoring the Italians.
The Italians are hoping for more explicit praise from German Chancellor Helmut Kohl, who will meet Tuesday in Rome with Italian Prime Minister Romano Prodi to discuss a range of EU issues.
German Skepticism
Germany continues to represent one of the biggest threats to Italian participation in EMU. Concerned that the Italians lack budgetary discipline and could therefore weaken the euro, German officials joined their Dutch counterparts on Monday in stressing that the final decision on who qualifies for the euro won't be made until the extraordinary summit of EU heads of state and government in Brussels on May 2.
"All of this does not prejudge the decisions we will make" in May, German Finance Minister Theo Waigel told reporters during a break in the meeting.
In the meeting itself, Mr. Waigel took direct aim at one of the main questions that still threatens Italian membership -- namely, whether Italy can maintain its good fiscal performance in the future. "Sustainability must be at the heart of this," he said. "We cannot simply be content with the state of convergence at the end of 1997."
Mr. Waigel was particularly worried about the Italian government's outstanding commitments to spend money. The government owes an estimated 150 trillion lire ($83 billion) to other ministries and localities -- money that it simply refuses to pay for now. It pledges to reduce the amount by about 50% over time.
Dutch Finance Minister Gerrit Zalm wasn't very encouraging, either. Like Mr. Waigel, he voiced concerns that some of the Italian moves will have only a one-time effect. He also raised the second major concern about Italy's candidacy: its outstanding debt, which weighs in at 122% of GDP -- far above the limit of 60% that the Maastricht treaty requires members to shoot for. And because much of the Italian debt is short-term, Mr. Zalm said, a sudden spike in interest rates could force the government into higher spending to service that debt.
Mr. Zalm was in the spotlight on Monday, following a Dutch newspaper report last week that he threatened to resign if Italy is allowed to join the euro-zone. But one of his first acts on Monday was to approach Mr. Ciampi, the Italian treasury minister, to dismiss the report: "I'm not resigning," Mr. Ciampi quoted him as saying.
In the face of such skepticism, Mr. Ciampi avoided celebrating the positive result as a guarantee that Italy would join the single currency, stressing that his colleagues had signed off only on the budget cuts already made by his government.
No Apologies
But he wasn't apologizing, either. Asked by reporters about the Dutch and German criticisms, he held up the official, one-page communique, asking: "Why should I respond to Mr. Zalm and Mr. Waigel when I have this?"
And he deflected questions about Italy's one-off budget moves by deftly noting that Italy has plenty of company. "The problem of sustainability is one that affects every European country," he said.
Indeed, he argued that many of the economic reforms made by Italy will have a lasting impact. He pointed at far- reaching changes to Italy's pension system, competition rules and tax policies. Mr. Ciampi even predicted that Italy's debt will drop from its current 122% of GDP to 100% by 2002 and to 60% by 2010.
Italy also had some strong backers at Monday's meeting. "They've made a very, very strong effort to produce results that were good for 1997," said French Finance Minister Dominique Strauss-Kahn. Spain's finance minister, Rodrigo Rato y Figaredo, argued that "a broad euro ... would be a strong euro."
With markets now expecting Italy to be a member, the EMU debate looks certain to shift toward questions such as who will head the European Central Bank and who will speak for the euro-zone at international forums such as the Group of Seven. "Monday was one of the last official occasions when EU ministers could have put an obstacle in Italy's way," said Mr. Lister-Cheese of Independent Strategy.
They didn't.
--Silvia Ascarelli contributed to this report.

Allegato Y.
Top Stories from the Front Page of the International Herald Tribune,
Tuesday, January 20, 1998
Show of Support for Rome's EMU Bid
By Barry James and Alan Friedman International Herald Tribune
BRUSSELS - European Union finance ministers on Monday dispelled doubts about Italy's ability to meet the strict criteria to join the planned European Monetary Union this spring, voicing approval for Rome's 1998 budget package of spending cuts and tax and social security reforms.
''Italy has achieved remarkable success,'' said Theo Waigel, the German finance minister who has been one of Italy's sharpest critics.
The endorsement from the 15 EU countries was ''entirely unanimous,'' said Gordon Brown, Britain's chancellor of the Exchequer, who on Monday began his six- month term as chairman of the finance ministers' meetings.
The fear that weak Italian economic figures could undermine the EU cropped up in the Netherlands last week, where the finance minister, Gerrit Zalm, was reported to be on the verge of resignation over the issue. He has denied the report and said Monday that the Netherlands had no ''historical or geographical prejudgment'' about Italy's entrance into monetary union.
The recognition of Italy's economic progress came on the eve of a politically significant visit to Rome by Chancellor Helmut Kohl of Germany, who is scheduled to meet with Prime Minister Romano Prodi on Tuesday.
Italian officials are hoping that Mr. Kohl will offer some expression of support for Italy's determined drive to get its public-sector finances in order, but some analysts predicted Monday that Mr. Kohl was unlikely to provide a full-blown endorsement.
''I think Mr. Kohl will make some positive noises about Italy's progress toward meeting single currency terms while also emphasizing that he cannot prejudge anybody's membership prospects until the heads of government meet to decide on who will be admitted to EMU early in May,'' said Julian Jessop, economist at Nikko Europe in London.
Mr. Jessop and other analysts said that despite skepticism in Germany about the single currency and some vocal opposition to Italian membership, Mr. Kohl could no longer ignore the progress made by Mr. Prodi's government in bringing Italy's deficit levels down. At the same time, Mr. Kohl must avoid giving the impression that political rather than economic considerations would influence the decision over EMU membership, they said.
Italy and other countries hoping to join the currency union still have one more hurdle to cross - the examination of their 1997 financial results by the EU's executive arm, the European Commission, at the end of March.
The EU finance ministers said they considered that measures included in Italy's just-released 1998 budget would enable the country to achieve a targeted reduction of the deficit to 2.8 percent of gross domestic product, well within the 3 percent target needed to join monetary union. The ministers also said they ''welcomed the major reforms introduced or completed by Italy'' since it began a final dash to meet the criteria last summer.
They noted, however, that a number of potential problems remained, including a short-term loss of revenue caused by tax reform and the need to consolidate work on pension reform. But they said they were taking into account the ''renewed commitment made by the Italian government to introduce corrective measures in the event of any slippage.''
Carlo Azeglio Ciampi, the Italian treasury minister, made his case to his fellow ministers Monday, saying that his government was considering presenting its annual three-year budget program ahead of the May meeting on the single currency. By bringing it forward, Italy would try to offer proof of the sustainability of its deficit-reduction effort.
Mr. Ciampi has stressed that Italy is working hard to reduce its public-sector debt, which is still running at about 120 percent of gross domestic product, or twice the target level contained in the Maastricht treaty that governs monetary union. The treaty does allow for governments that exceed the 60 percent target to qualify for EMU as long as the direction of their public debt as a proportion of GDP is trending lower.
Despite the political accolade given Monday, analysts still expect some skeptics to question Italy's ability to sustain its fiscal rigor until the time of the May meeting, to be held in Britain.
''The politics of EMU imply that Italy will probably get in, but we will have speculation until the last minute,'' said Ken Wattret, an economist at Paribas in London.
The finance ministers also said Monday that the financial crisis in Asia made monetary union more necessary than ever, as the single currency would help the EU resist currency and trade shocks.
Belgium's minister of finance and foreign trade, Philippe Maystadt, said the ''violence'' of the Asian crisis had shown the extent to which the international financial system was vulnerable to such abrupt fluctuations.
He called for a committee of ''wise men'' to discuss relations between the euro zone and foreign trade partners, particularly the United States and Japan. He said it would be an ''important test of our capacity to assume the responsibilities that will fall on us'' once the euro was adopted.
His proposal was not welcome to the countries that will be outside the euro zone - Britain, Sweden, Denmark and Greece. Britain, which fought and lost a bid to be a member of the informal council that will rule over the new currency, holds the EU presidency and would be expected to enact the Belgian proposal if it was approved by a majority of countries.
Mr. Brown conceded that the Asian crisis could affect jobs and prosperity in the EU. ''Europe has a higher volume of exports to the region than the United States, a greater banking exposure than the United States and Japan combined,'' he said.
The Spanish finance minister, Rodrigo Rato y Figaredo, said the crisis showed ''we need a euro even more than in the past.'' And Dominique Strauss-Kahn, the French finance minister, said, ''In a time of instability in Asia, we need to ensure that Europe is a pole of stability.''

Allegato Z.
EURO
Wirtschaftswoche 4/15.1.1998
Paris und Bonn abgeschlagen
Deutschland und Frankreich belegen die hintersten Plätze beim Kampf um die Qualifikation für die gemeimsame europäische Währung. Nach Schätzungen der Deutschen Bank erreicht Deutschland 3,2 und Frankreich ein Defizit von 3,1 Prozent des BIP. Alle anderen Länder jedoch halten die 3,0-Prozent- Marke leichtfüßig ein. Je kleiner, je besser schneiden die Kandidaten ab.
"Die großen Länder tun sich viel schwerer, Reformen durchzusetzen", urteilt Ulrich Hombrecher, Chefvolkswirt bei der WestLB. Zudem stehe für kleine Länder mehr auf dem Spiel als für Deutsche und Franzosen, deren Teilnahme außer Frage steht, weshalb sie sich mehr anstrengen, resümiert Deutsche-  Bank-Analyst Theodor Schonebeck. Spürbar entlastend wirken zudem die niedrigen Zinsen. So ist der Schuldendienst der Belgier von 8,5 auf 8,0 Prozent gesunken - daraus resultieren drei Viertel des belgischen Defizitwunders. Ähnlich in Italien: Dort sank das Defizit binnen eines Jahres von 6,8 Prozent auf unter 3,0 - mehr als ein Prozent des Spareffektes verdanken die Italiener dem Glauben der Finanzmärkte an den Euro. Im alles entscheidenden Jahr 1997 haben die Belgier ihr Defizit nach Angaben ihrer Haushälter auf 2,4 Prozent gesenkt. Italien schafft nach eigenen Angaben 2,7 Prozent - drei Zehntel unter der erlaubten Marke.
Auf die Bekanntgabe dieser Zahlen reagierten die Buchhalter anderer EU-Länder verschnupft. "Diesen Zahlen", so ein Sprecher des deutschen Finanzministeriums trocken, "stehen wir sehr, sehr skeptisch gegenüber."
link a perchè i nostri numeri non sono creduti
Die Stimmung wird um so gereizter - je näher der Tag der Wahrheit rückt. Kein Wunder: Waigel und sein niederländischer Amtskollege Zalm sind verärgert, weil die Zahlen vorab präsentiert wurden. Das ist gegen die Absprache. Der Ecofin-Rat hatte im November empfohlen, daß alle Euro-Aspiranten ihre finanzwirtschaftlichen Daten gemeinsam Ende Februar bekanntgeben, um Gerüchte über Sein und Nichtsein im Zaum zu halten.
Doch jetzt ist die Selbstvermarktung der potentiellen Teilnehmer nicht mehr zu stoppen. Schadenfreude bei den Kleinen, Erklärungsnot für Waigel.
Noch in dieser Woche werden Waigels Beamte die Haushaltszahlen zum Statistischen Bundesamt weiterleiten. In Wiesbaden allerdings will man das Geheimnis erst Ende Februar lüften. Bis dahin darf spekuliert werden, ob die Deutschen eine Punktlandung schaffen - der Finanzminister jedenfalls hält unverdrossen am "3,0 ist 3,0" fest.