1.1.4.9.1 Anthony Giddens
La proposta di Giddens, padre della Terza Via
Intervista al direttore della London School of Economics, a pochi giorni dal vertice di Firenze
dal nostro inviato ANTONIO POLITO
da La Repubblica del 17/11/99
LONDRA - Professor Giddens, lei è il direttore della London School of Economics, e con i suoi libri si è conquistato il copyright intellettuale del termine "Terza Via". Non è dispiaciuto che questa parola sia stata censurata dal titolo del seminario di Firenze per non irritare Jospin?
"Per niente. E' perfettamente legittimo. So bene che quel termine ha una storia diversa nei diversi paesi. Mi basta che si discuta della modernizzazione della socialdemocrazia, perché questo comporta abbandonare alcuni dogmi della vecchia sinistra".
Però qualche mese fa sembrava esserci una sola via, la Terza Via. Ora c'è una proliferazione di vie nazionali, e la Sinistra europea sembra aspramente divisa tra Blair e Jospin, con Schroeder e D'Alema in mezzo.
"Ma la Terza Via non è mica un binario, da seguire o lasciare. Né un match Blair-Jospin o Lafontaine- Schroeder. E' un dibattito per scoprire come far contare i valori della socialdemocrazia in un mondo così radicalmente cambiato. Il problema di tutti è come perseguire solidarietà, eguaglianza, protezione dei più vulnerabili, recuperare un ruolo attivo ai governi. E la discussione - mi creda - è uguale in tutto il mondo".
Ma Jospin...
"Guardi alle 35 ore francesi. Non sono forse un modello particolare di flessibilità, per realizzarlo laddove questa è una parolaccia? Quella legge ha reso possibile varie forme di lavoro che prima i sindacati non avrebbero consentito. E del resto Jospin ha privatizzato forse più di ogni altro suo collega premier di sinistra".
Dunque le differenze sarebbero solo fittizie?
"No, un problema c'è, e io lo affronterò nel mio prossimo libro. Come far funzionare modelli sostenibili e concreti di giustizia sociale. Questa è la vera differenza tra vecchia e nuova sinistra. E io sostengo che solo la nuova Sinistra può perseguire efficacemente la giustizia sociale".
E perché?
"Perché gli strumenti tradizionali della socialdemocrazia non sono più adatti alla nuova realtà. L'idea che la giustizia sociale sia Stato contro mercato, togliere ai ricchi per dare ai poveri, non è più così vera. Talvolta lo Stato è il problema, non la soluzione. La trappola della povertà in cui cade chi vive di sussidi, o chi abita nei ghetti di edilizia pubblica, è solo un esempio. Talvolta il mercato può anzi aiutare la giustizia sociale, come è avvenuto col programma "dal welfare al lavoro" sperimentato in Gran Bretagna e Stati Uniti. Questa è una chiave della Terza Via".
Ma ai poveri e agli sfortunati chi ci pensa?
"Guardi che oggi disponiamo di ricerche che ci dicono cose nuove. Prima di tutto, i poveri sono più di quelli che pensavamo, perfino in Germania. E poi sono più mobili, cioè molti di loro riescono anche a uscire dalla povertà. Non sono solo vittime, ma agenti attivi nella partita dell'economia. Non è detto che un alto livello di tassazione progressiva riduca automaticamente la povertà. Non è detto che lo Stato che spende di più ha il toccasana. Bisogna spendere saggiamente. E associare le elites a meccanismi di responsabilità politica, sociale, morale e fiscale. Noi dobbiamo creare una società che non impedisca a Bill Gates di arricchirsi, perché questo è un bene per tutti. Credo che in Europa sarebbe molto difficile per un Bill Gates che viene dal nulla di diventare l'uomo più ricco del mondo".
Pensa che Schroeder deve i suoi problemi in patria all'aver abbracciato la Terza Via?
"Ma no. C'è una struttura specifica della Germania, della sua economia e del suo sistema di governo, che esalta la natura conservatrice della società tedesca. Le ragioni che rendono indispensabile il cambiamento in quel paese sono le stesse che lo impediscono. Non è questione di ideologia; è che è davvero difficile. Per tutti. Fu difficile anche per Kohl, che infatti perse le elezioni. Non dico certo che la Germania deve buttare via tutto quello che ha conquistato in termini di protezione sociale e di Welfare. Sono assolutamente contrario all'idea che difendere la Terza Via equivalga a proporre il modello inglese o americano, perché hanno anch'essi i loro problemi. Per esempio: mi ha colpito leggere che la sicurezza delle ferrovie italiane è molto superiore a quella inglese".
A proposito d'Italia, secondo lei D'Alema segue la Terza Via?
"Ci risiamo col binario... Guardi, non so abbastanza della politica italiana degli ultimi mesi. So che Prodi da primo ministro diede un formidabile contributo a questo dibattito, e mi auguro che possa farlo anche da Bruxelles. Per i sostenitori della Terza Via l'Europa unita è un test decisivo della possibilità di governare in maniera transnazionale i fenomeni della globalizzazione e della modernità".
Che lezione devono apprendere i leader europei da Clinton, a Firenze?
"Molte lezioni. Innanzitutto che fa una grande differenza se l'America è governata dai democratici o dai repubblicani, come si vede in questi giorni col trattato sulla proliferazione nucleare. Un governo repubblicano, aggressivo e isolazionista, sarebbe un pericolo per il mondo. Clinton ha invece portato gli Usa sulla strada di un nuovo internazionalismo. E poi i leader europei dovrebbero anche imparare che talvolta sconti fiscali e riduzione delle tasse possono accrescere la giustizia sociale, non danneggiarla. Il sistema di Welfare americano può apparire un po' punitivo agli europei, ma è un fatto che oggi più gente è al lavoro, e che la popolazione nera non è mai stata così bene negli ultimi 25 anni. La sinistra europea ha un'idea un po' ingiusta di Clinton. Ha fatto molto, e se fosse riuscito anche a far passare la riforma sanitaria, oggi verrebbe visto in una luce diversa. Molti deridono questi seminari della Terza Via, ma invece sono importantissimi. Perché senza gli americani nessuno riuscirà a creare un mondo più giusto, capace di distribuire meglio le risorse".
Bisognerebbe cambiare anche nome all'Internazionale socialista, per aprirla ai democratici americani?
"Forse sì. Bisogna dialogare con la sinistra americana. Le differenze tra i democratici statunitensi e i socialdemocratici europei non sono più così grandi, e i problemi sono simili. Ma non mi chieda un nuovo nome per l'Internazionale. Mi viene solo: socialdemocrazia globale. E non è molto efficace".

La Terza via nasce
dalla storia della sinistra

di ANTHONY GIDDENS
da La Repubblica del 9 marzo 2000
E' appena uscito in Gran Bretagna il nuovo libro di Anthony Giddens, direttore della London School of Economics, dal titolo "The Third Way and its critics". In quest'articolo l'autore ne sintetizza i contenuti.
LA terza via è il termine con cui oggi si identifica il revival della socialdemocrazia. Dodici dei quindici paesi dell'Unione Europea sono attualmente governati da partiti o coalizioni di sinistra. La Spagna, l'Irlanda e l' Austria sono i soli paesi ancora governati dalla destra. È la prima volta che il centrosinistra si trova contemporaneamente a governare i quattro più importanti paesi europei: Regno Unito, Germania, Francia e Italia.
L'idea della terza via non è esattamente senza controversie. Il termine non è nuovo, né ha una storia immacolata. In passato è stato usato molte volte, sia dalla destra che dalla sinistra. Già negli anni '50 alcuni socialdemocratici parlavano di tracciare una terza via, alternativa al liberismo americano da una parte e al comunismo sovietico dall'altra. In seguito, il termine è stato spesso impiegato per descrivere il cosiddetto socialismo di mercato, un'idea che non ha portato da nessuna parte.
Il primo politico attuale a rendere di nuovo popolare la "terza via" non è stato un europeo, bensì il Presidente Bill Clinton. Nel suo discorso del 1996 sullo Stato dell' Unione, Clinton ha affermato di aver trovato una nuova via politica, una terza via, appunto. Il termine è stato però usato molto più spesso da Tony Blair, il quale nel 1998, tramite la Società fabiana, ha scritto un libello che recava quel titolo.
Il dibattito sulla terza via è diventata una questione internazionale. Uno dei suoi più importanti commentatori, al di fuori dell'Europa e degli Stati Uniti, è il Presidente del Brasile, l'ex sociologo Enrique Cardoso. Questo concetto ha inoltre attirato l'attenzione di vari leader politici di altri paesi latino- americani, tra cui il Messico, l'Argentina e la Colombia. Il dibattito sulla terza via sta prendendo piede anche in Asia: recentemente sono stato a Pechino dove ho tenuto una conferenza sulla terza via nella politica presso l'Accademia delle Scienze sociali cinese. Sono rimasto sorpreso dalla profondità del dibattito che ha fatto seguito alla conferenza, nonché dal consenso che la terza via suscita in relazione al contesto cinese. Un'analoga conferenza ha suscitato un interesse ancora maggiore in Corea, dove mi sono recato subito dopo.
Ma cos'è esattamente la terza via? Molti socialdemocratici europei la guardano con sospetto, in quanto associano il termine a Clinton e a Blair, considerati troppo vicini a politiche neoliberiste. Per questi critici, la terza via non è altro che un Thatcherismo dal volto umano. È un tradimento dell'ideale socialdemocratico del provvedere collettivo alle necessità dei poveri e dei bisognosi. Questo tema è diventato un cavallo di battaglia degli oppositori di Tony Blair nel Regno Unito. I critici di sinistra Stuart Hall e Martin Jacques l'hanno criticato aspramente nell'unica riedizione di Marxism Today, intitolata semplicemente 'Wrong!' ("Sbagliato!"). Gli autori di destra, da parte loro, considerano la terza via un concetto vacuo. In un recente articolo dell'Economist, ad esempio, si parlava della terza via come di una "politica dei lustrini", che propone agli elettori una minestra riscaldata, un guazzabuglio di idee e politiche fatto di tanto fumo e niente arrosto.
Non credo che queste critiche siano giustificate. La terza via politica, così come la vedo io, fa parte della tradizione della socialdemocrazia, anzi, è la socialdemocrazia, rivista e attualizzata. E non è affatto un concetto vuoto. Al contrario; la terza via è un serio tentativo di confrontarsi con i dilemmi chiave della politica contemporanea. La terza via cerca di andare oltre le due filosofie politiche dominanti del dopoguerra. Una di queste è la stessa democrazia vecchio stile, ovvero quella forma di socialdemocrazia che ha tenuto banco per circa un quarto di secolo dopo la Guerra. Trovava le sue radici nella gestione keynesiana della domanda, nell'interventismo del governo, nello stato assistenziale e nell'egualitarismo. L'altra filosofia è proprio il neoliberismo o il fondamentalismo di mercato. I neoliberisti credono che il mercato sia sempre più intelligente dei governi, e che quindi l'intervento dello stato e del governo debba essere ridotto al minimo indispensabile. I neoliberisti sono ostili allo stato assistenziale, perché paralizzerebbe la produttività soffocando l'iniziativa privata.
Ognuno di questi punti di vista, corrispondenti rispettivamente alla vecchia sinistra e alla nuova destra, ha ancora i suoi partigiani. È però chiaro come entrambi siano lontani dalle esigenze attuali. Pochissime persone, certamente non il grosso degli elettori dei paesi sviluppati, desiderano tornare al vecchio stato burocratico e verticistico. È però altrettanto ovvio che la società non può essere gestita come se fosse un gigantesco mercato. Se in Europa la gente ha votato per i partiti del centrosinistra e negli Stati Uniti continua a sostenere il Presidente Clinton, è perché vuole qualcosa di diverso da queste due alternative.
La terza via è qualcosa di diverso. Non è ancora una filosofia politica ben definita, ma è sulla strada giusta per diventarlo. La vecchia sinistra vorrebbe restare aggrappata, o ritornare, a quelle politiche che sembravano funzionare così bene nei primi anni del dopoguerra. Questo non è possibile. I cambiamenti avvenuti da allora sono stati troppo radicali. I cambiamenti più importanti riguardano la crescente globalizzazione, un processo che si è accelerato dopo il crollo del comunismo sovietico.
Le diverse reazioni ed interpretazioni della globalizzazione contraddistinguono alcune delle nuove linee politiche sbagliate. Nella sinistra tradizionale si tende a negare i cambiamenti avvenuti nel mondo negli ultimi trent' anni o a considerare la globalizzazione nefasta a tal punto da opporvisi con tutte le forze. Un notevole esempio del primo punto di vista è rappresentato dall'opera di Paul Hirst e Graeme Thompson : Globalisation in Question (La globalizzazione in questione). Due libri appartenenti all'ultimo genere, best- seller rispettivamente in Germania e in Francia, sono The Global Trap, (La trappola globale) di Hans-Peter Martin e The Economic Horror (L'orrore economico) di Vivienne Forrester. Invece, la politica della terza via accetta la realtà della globalizzazione, ma la vede come un fenomeno con molti effetti positivi ma anche problematici. Un altro modo per esprimere che cos'è la terza via è il seguente: una risposta positiva della socialdemocrazia alla globalizzazione.
Diversamente dai neoliberisti, i teorici della terza via pensano che la globalizzazione richieda una gestione collettiva. Che richieda perciò un'amministrazione attiva, a tutti i livelli, globale, nazionale e locale. È diventato un luogo comune pensare che, a mano a mano che la globalizzazione avanza, l'amministrazione pubblica divenga superflua. La terza via, invece, non vede nella globalizzazione un ridimensionamento del ruolo dell'amministrazione, bensì una sua maggiore importanza. Tuttavia la "amministrazione" non deve più essere identificata semplicemente con il governo nazionale. Lo stato- nazione non diventa un concetto obsoleto, anzi; un obiettivo primario della terza via è proprio quello di riaffermare le identità nazionali in un quadro globale. La globalizzazione, in ogni caso, produce una spinta verso il decentramento e la delega amministrativa.
Allo stesso tempo, essa crea sia l'esigenza che la possibilità di forme di governo transnazionali. Il fervore del dibattito sulla terza via in atto in Europa si spiega proprio con i progressi dell'Unione Europea. L'UE non è un semplice trattato tra stati, né un' associazione internazionale come le Nazioni Unite. Nell'UE, le nazioni hanno rinunciato volontariamente a parte della loro sovranità, unendo le proprie risorse a vantaggio di tutti. Da ciò possono trarre lezione molti altri paesi del mondo, compresi quelli dell'Estremo Oriente. La terza via non cerca di amministrare tutto, ma di amministrare in modo dinamico. Pone un forte accento sul rinnovamento delle pubbliche istituzioni, ma non equipara più il "pubblico" con lo "statale". Spesso infatti le pubbliche istituzioni vengono meglio tutelate, o ravvivate, da più entità combinate, di cui lo stato è solo una. Ad esempio, nelle regioni dove la concorrenza esterna o i cambiamenti tecnologici hanno distrutto l'industria locale, l'interventismo governativo di vecchio stampo si rivela di scarsa utilità. Invece, un intervento concertato con le imprese e le comunità locali può contribuire a rilanciare lo sviluppo economico.
Rosabeth Moss Kanter, della Harvard Business School, ha documentato l'efficacia di questo tipo di iniziative negli Stati Uniti. Il suo studio contribuisce a sfatare il mito secondo cui gli alti livelli occupazionali negli Stati Uniti sono stati ottenuti solo attraverso la creazione di posti di lavoro mal pagati e la deregulation del lavoro. Uno dei tanti esempi da lei citati è quello del risanamento industriale nell'area di Denver. Alla fine degli anni '80 l'economia di Denver, completamente dipendente dal petrolio, si trovava in piena recessione. Una nuova coalizione regionale, la Greater Denver Cooperation, è riuscita a rigenerare l'economia locale. Moss Kantler sottolinea che per la riuscita di questo processo è stata di vitale importanza la cooperazione tra le comunità locali e le organizzazioni non- profit con le imprese e la pubblica amministrazione.
Nel contesto europeo, una questione fondamentale per il nuovo centrosinistra riguarda il suo atteggiamento verso lo stato assistenziale e più in generale, verso la giustizia sociale. Un segno distintivo della moderna sinistra è che non dipinge più il vecchio stato assistenziale tutto a rose e fiori. Gli scrittori e i politici della vecchia sinistra amano ricordare un tempo in cui tutto al mondo andava bene, quando lo stato assistenziale tutelava i cittadini dalla nascita alla morte e quando la piena occupazione era la normalità. La realtà era invece molto più complessa; i sistemi assistenziali erano spesso burocratici e inefficienti e a volte non riuscivano ad aiutare proprio i più bisognosi. La piena occupazione veniva raggiunta solo nel contesto della famiglia tradizionale, dove vi erano forti discriminazioni di sesso.
I teorici della terza via insistono sul fatto che lo stato assistenziale necessita di una riforma radicale, ma non vogliono ridurlo a una semplice ancora di salvezza. Piuttosto, come per altri aspetti del programma della terza via, il punto fondamentale è la modernizzazione. Uno stato assistenziale modernizzato è uno stato riformato internamente e adeguato alle esigenze del mercato globale. Tra le altre cose, questo implica il miglioramento dell'istruzione e della capacità occupazionale, l'eliminazione delle sacche di povertà e la modifica dei sistemi pensionistici. Tuttavia non implica, e non deve implicare, il soccombere alle regole del mercato e l'abbandono del tradizionale interesse della socialdemocrazia verso la giustizia sociale. I sistemi assistenziali esistenti non sono stati molto efficaci nella ridistribuzione del reddito e del benessere tra i ricchi ed i poveri. Dobbiamo trovare altre soluzioni. La terza via deve contemplare un nuovo programma di ridistribuzione, che sia però compatibile con l'iniziativa privata e la libertà individuale.
Non penso che questa aspirazione debba essere limitata ai paesi ricchi. Così come altri aspetti della terza via, ha un'applicazione molto più generale. È una componente essenziale del dialogo globale oggi in atto. Qualunque siano i suoi esiti, la teoria della terza via sarà probabilmente al centro del dibattito politico dei prossimi dieci-vent' anni, come il neoliberismo lo è stato negli ultimi vent'anni e la vecchia socialdemocrazia nei vent'anni precedenti.
(traduzione a cura del Gruppo Logos)

"La terza via europea
uniti ma non federati"
Il sociologo Giddens sulla rivista on line Caffè Europa
di GIANCARLO BOSETTI
da La Repubblica del 6 dicembre 2000
LONDRA - "La risposta alle difficoltà dell'Unione è: "terza via". Terza via tra una pesante Europa federale di impronta franco-tedesca e una minimalistica Europa neoliberale. Il progetto europeo non può più essere pensato sotto il dominio dei due paesi che ne hanno guidato il cammino nell'epoca della guerra fredda: cioè Francia e Germania. Di "terza via" oggi ha bisogno il disegno europeo, proprio come di "terza via" avevano e hanno bisogno le politiche dei governi nazionali". Anthony Giddens, dal posto di comando della London School of Economics, guarda al vertice di Nizza e alle tribolazioni che la precedono da una angolatura assai diversa da quelle di Chirac e Schroeder. E anche assai diversa da quella italiana. Visto con gli occhi di un influente intellettuale, pure impegnato per l'Europa, e vicino al primo ministro britannico, il vertice non ha l'aria di preparare decisioni storiche di impronta "federale".
La mancanza di un accordo tra Schroeder e Chirac, i contatti di Amato e Dini per trovare una soluzione in extremis. Non la preoccupa che la conferenza di Nizza si concluda con un nulla di fatto?
"Spero che fino all'ultimo si trovi un accordo che mandi avanti il cammino dell'Unione europea, ma quella della costruzione delle nuove istituzioni europee è una traiettoria lunga e graduale. E poi non è più l'epoca in cui tutto dipendeva dagli accordi franco-tedeschi".
Il disaccordo franco-tedesco lascia nell'ombra il dissenso inglese sull'idea di una federazione europea. Ma non è che voi inglesi vi metterete sempre per traverso di fronte alla prospettiva di una intensificazione dei poteri comunitari dell' Unione?
"Ci sono molti problemi con l' euro e questo complica anche il ruolo della Gran Bretagna nell'Unione. La nostra opinione pubblica è diventata ancora più contraria. Ma una ragione per cui gli inglesi non hanno avuto una incidenza maggiore nella costruzione europea è che non hanno avuto un progetto intellettuale di Europa. Io spero che adesso sviluppino una attititudine positiva e originale verso l'Unione in modo da influenzarne gli sviluppi in senso più cosmopolitico rispetto al modello franco- tedesco".
Qui in Europa non tira aria di grandi progressi. Non sembra che si stia per dar vita, con il principio di maggioranza, a un embrione di federalismo.
"No, non ci credo e infatti non sono d'accordo con Joschka Fischer. Nella sua visione i progressi verso una Europa federale si dovrebbero basare in modo decisivo sulla collaborazione franco- tedesca. Ma quello schema funzionava nell'epoca della guerra fredda; oggi il tema di "contenere" la Germania non esiste più. E poi non credo comunque che abbiamo bisogno di un modello federale".
Perché lo esclude?
"Non credo né al modello federale né a quello minimalista dei neoliberali. Ecco perché parlo di una "terza via" per l'Europa. Il concetto federale è inappropriato perché implica che gli ulteriori passi nella integrazione politica europea dovrebbero muovere nella direzione di formare uno stato, con istituzioni appropriate. Ma non occorre essere euroscettici, e io non lo sono, per vedere che l'Unione europea non è uno stato e non lo diventerà mai".
Ma dovrà diventare pure qualcosa di superiore rispetto ai governi nazionali.
"L'Europa è una nuova forma di autorità sovranazionale, caratterizzata dalla condivisione volontaria di aspetti della sovranità. La forma che ha avuto sotto l'influenza predominante franco-tedesca non può essere la migliore forma per il futuro. Alcuni dei limiti del modello tedesco sono limiti per la stessa Unione europea così com'è ora: troppo centralismo, troppa burocrazia, troppe regolazioni, troppe lentezze. Perciò bisognerà cambiare prospettiva".
Che Europa ha in mente?
"L'Unione europea dovrebbe sapersi confrontare economicamente a livello globale ma anche mantenere alle nazioni la loro legittimazione. Insomma né un progetto antinazionale né un progetto federale. Ed è necessario evitare che est e ovest si riproducano all'interno della Ue, un pericolo reale dal momento che i paesi dell'Europa occidentale possono già beneficiare della politica agricola comune così generosa con Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna. Questo non è un futuro desiderabile".
Che cos'è allora la "terza via" europea?
"E' un grande esperimento di governo transnazionale, carico di conseguenze anche per il resto del mondo. Dovrà accompagnare il cammino dei paesi europei verso il mondo dell'economia globale e dell'interdipendenza e dovrà non contrastare gli Stati Uniti ma aiutarli a legarsi a un più ampio ordine cosmopolitico".
Ma le istituzioni europee dovranno avere un ruolo più forte. Come si fa a rafforzarle senza il principio di maggioranza?
"Un Parlamento e una Commissione forti ci vogliono per dare stabilità all'influenza europea. Ma l'adattamento delle forme di decisione dovrà essere progressivo e graduale. E ci vorrà forse anche una seconda Camera come propone Fischer, per coinvolgere di più i parlamenti nazionali nella formulazione delle politiche europee, ma non necessariamente come espressione di un ordinamento federale. Soprattutto ci vorrà più democrazia".
Che cosa vuol dire?
"Ci serve una "seconda ondata" di democratizzazione o quella che io chiamo anche "democratizzazione della democrazia". E questa riguarda sia gli ordinamenti europei che quelli nazionali. Gli stessi sistemi parlamentari dei singoli paesi, anche quelli più ortodossamente democratici, non sono abbastanza democratici per l'epoca della information society e della globalizzazione: poca trasparenza delle istituzioni pubbliche, influenze indebite dei poteri delle grandi corporation, la mediatizzazione della politica, gli affari dietro le quinte, le reti di legami personali paramafiosi, la corruzione diretta, il deficit di rappresentanza delle donne e delle minoranze etniche. Sono tutti difetti che troviamo anche nei paesi democratici e certamente anche nella Ue. C'è molto da fare".
Questa intervista compare nella versione integrale sulla rivista on line di cultura "Caffè Europa" (www.caffeeuropa.it)