1.1.3.10 Articoli sulle Riforme
Antologia    articoli     "di    fondo"
  • LA VIA DELLE RIFORME
    Sergio Romano, Corriere della Sera, 14 Novembre 1999
  • D'ALEMA, LE RIFORME DEVONO ANDARE AVANTI
    Guido Tiberga, La Stampa, 20 Novembre 1999
  • UNA EMERGENZA CHE NON SI VEDE
    Ferruccio De Bortoli, Corriere della Sera, 28 Novembre 1999
  • Chi controlla i controllori del mercato globale?
    Paul Ginsborg, La Repubblica, 4 Dicembre 1999
  • LA NECESSITA' DELLE RIFORME
    Giovanni Valentini, La Repubblica, 23 Dicembre 1999
  • L'ITALIA VISTA DA FUORI
    Rudi Dornbush, Corriere della Sera, 20/05/2000
  • LE BOMBE DI BURRO
    Alexander Stille, La Repubblica, 21/09/2001
LA VIA DELLE RIFORME
L'invito del presidente del Consiglio a una storia condivisa in cui ciascuno accetta le proprie responsabilità, apprezza le ragioni degli altri e rinuncia a brandire il passato contro l'avversario risponde in primo luogo a un'esigenza politica. D'Alema ha capito che il dibattito storico provocato dalle vicende dei mesi scorsi (le rivelazioni del «caso Mitrokhin», la conclusione dei due processi intentati a Giulio Andreotti e altre polemiche minori suscitate da queste due vicende) ha creato un'atmosfera velenosa da cui egli stesso rischia d'essere travolto.
Ma credo che vi siano altre ragioni meno contingenti e piùnobili. Credo che il presidente del Consiglio si sia reso conto dell'impossibilità di riformare e modernizzare un Paese in cui la sinistra accusa la destra di avere instaurato un regime corrotto o semi-criminale e la destra accusa la sinistra di avere servito gli interessi di una potenza straniera.
La modernizzazione del Paese e le riforme istituzionali (due necessità a cui l'Italia, dopo l'ingresso nell'Unione economico- monetaria, deve far fronte il più rapidamente possibile) non sono «normale amministrazione». Non èpossibile cambiare a colpi di maggioranza governativa (quale?) il disegno complessivo di uno Stato e di una economia.
Non è possibile approvare una nuova legge elettorale, rafforzare l'esecutivo, passare da un sistema centralizzato a un sistema federale, smantellare lo Stato imprenditore e rinnovare lo Stato sociale. Quando sono di questa ampiezza, le riforme richiedono consensi che vanno al di là di una qualsiasi maggioranza parlamentare. D'Alema lavora per se stesso, naturalmente, e non vuole passare la mano. Ma qualsiasi presidente del Consiglio, al suo posto, avrebbe il diritto di ricordare che il sillogismo è semplice: il Paese ha bisogno di riforme, le riforme richiedono larghe maggioranze, nessuna larga maggioranza è possibile là dove la storia viene continuamente usata dai partiti per incriminarsi a vicenda. D'Alema ha avuto il merito di capirlo e di trarre da questa constatazione le necessarie conseguenze.
Vi è un aspetto del problema, tuttavia, di cui mi auguro che il presidente del Consiglio sia consapevole. D'Alema non ha soltanto concesso ai suoi avversari l'onore delle armi. Ha riconosciuto, ad esempio, che la Dc e il Psi hanno avuto strategie legittime e che Tangentopoli non proietta un'ombra sulla intera storia dei due partiti. Ha adottato, su un piano più generale, una posizione non troppo diversa da quella che Craxi adottò in Parlamento quando ricordò che i finanziamenti illeciti avevano coinvolto buona parte del sistema politico italiano. Ha riconosciuto implicitamente, in altre parole, che la via giudiziaria alla riforma italiana non è né giusta néopportuna. Non è giusta perché diffonde la convinzione che alcuni partiti meritino di essere condannati di fronte alla storia. Non è opportuna perché impedisce all'Italia di riformarsi e pregiudica il suo destino in Europa. Non basta quindi firmare un armistizio sulla storia. Occorre chiudere un capitolo della storia nazionale e cominciare a scriverne un altro.
di SERGIO ROMANO
Corriere della Sera
Domenica, 14 Novembre 1999
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Il premier e Prodi ai sindaci: non si può mollare
D’Alema: le riforme
devono andare avanti
Guido Tiberga
inviato a CATANIA
«Di queste cose non parlo». A chi gli chiede della crisi, Massimo D’Alema risponde così. Ma dal suo lungo intervento all’assemblea dell’Anci, davanti ai sindaci d’Italia che chiedono più risorse e meno burocrazia, appare chiaro che il premier è più che convinto di andare avanti. Riforme subito, dice, e niente elezioni anticipate. Il messaggio per il Polo è netto: «Qui c’èqualcuno che continua a ripetere: ’’Andiamo al voto, poi quando governeremo noi riformeremo pure le istituzioni’’ - avverte D’Alema -. Se noi cinicamente pensassimo che vale la pena di lasciare la macchina sgangherata, per poi magari divertirci quando al volante ci sarà qualcun altro, potremmo anche ragionare così. Ma non sarebbe un modo corretto di ragionare. Qui c’è una priorità, quella di completare il riassetto delle istituzioni...». In chiusura, il premier saràancora più chiaro: «Se riesplode il conflitto, se torniamo a pensare che tutto può andare a gambe levate, salvo poi riaprire il gioco di chi sia la colpa, allora i cittadini daranno la colpa a tutti. E sarà un’intera classe dirigente a essere bocciata per sempre».
D’Alema arriva a Catania a metà pomeriggio, fianco a fianco con Romano Prodi. Ma se per il presidente della Commissione Europea la trasferta siciliana è poco più di una visita di cortesia, dal capo del governo sindaci e amministratori pretendono risposte precise. «Devo avvertirvi che un’accoglienza calorosa non aumenta le risorse della Finanziaria», sorride D’Alema di fronte agli applausi che salutano la sua entrata sul palco. Più tardi, dopo aver strappato altri applausi con qualche concessione alle richieste sull’Iva e la gestione dei beni demaniali, il premier punterà i piedi: «Qualche piccola correzione ci puòanche stare, ma l’asse della Finanziaria non puòessere scardinato. Mi opporrò con forza a chiunque venga a dire: lasciamo una tassa per dare più fondi a questo o a quel settore della pubblica amministrazione. Le riduzioni fiscali non si toccano: sono una scelta strategica».
Sulle riforme, «urgenti, necessarie, irrinunciabili», D’Alema preme l’acceleratore. Dalla legge elettorale, «che serve pure ai sindaci», dice il premier alla platea: «Voi dovete la vostra stabilità al fatto di essere eletti dai cittadini, e che hanno tutto l’interesse di trovare a Roma interlocutori nelle stesse condizioni di stabilità». Al federalismo, in cui molti sindaci vedono un pericoloso passaggio «dal centralismo di Roma al centralismo delle Regioni». Per il governo, confida il premier, «sarebbe facile giocare sul conflitto tra gli enti locali. Ma non dobbiamo arenare il processo federalista sulla frontiera della conflittualità tra Regioni e Comuni». Il federalismo, continua, «è un obiettivo di questa legislatura, non un tema della prossima campagna elettorale».
In questa battaglia, conclude, i sindaci possono e devono fare la loro parte. «Voi ed io condividiamo la fatica di governare», dice rivolto alla platea di amministratori locali che questa mattina rieleggeranno Enzo Bianco al vertice dell’Anci. «Noi sappiamo bene che il sentiero èstretto, che non c’è spazio per le fantasie straordinarie».
Qui arriva la richiesta di appoggio: «Voi siete la frontiera più esposta delle istituzioni - continua D’Alema -. Pochi come voi sono testimoni che quest’aria di rimpianto del passato che si va diffondendo è quanto mai esiziale. Una cosa è riflettere sulla nostra storia, un’altra è tornare indietro al ’’glorioso’’ sistema politico da cui abbiamo ereditato debiti e sfascio istituzionale. Una riflessione seria sul passato è indispensabile per andare avanti, verso le nuove riforme che segnano il futuro».
Il percorso parlamentare della riforma federalista è ripartito «in un clima difficile», dice il presidente del Consiglio. E allora «è molto importante che il sistema delle autonomie scenda in campo come sollecitatore, non soltanto come proponente. Voi sindaci non rappresentate una parte politica, ma le istituzioni locali del Paese. Una vostra proposta potrebbe piegare le resistenze...».
La Stampa
Sabato, 20 Novembre 1999
Interni
 
Euforia per Internet, ma poca innovazione
UNA EMERGENZA CHE NON SI VEDE
Jack Welch, leader di General Electric, sostiene che Internet è la priorità numero uno, due, tre e quattro del proprio gruppo. Welch non è un giovanotto, potrebbe infischiarsene della e- economy, dell'economia digitale, e badare alla pensione (dorata). Eppure sente che una rivoluzione sta trasformando alla radice il modo di produrre, di consumare e di vivere. Avverte che fra pochi anni tutto non sarà nemmeno lontanamente come prima. Non è un sacerdote del web, un fanatico dell'on line, un guerriero della rete, alla Jeff Bezos di Amazon.com, la grande libreria virtuale, ma interpreta assai bene lo spirito che pervade i protagonisti della straordinaria crescita economica degli Stati Uniti: quasi nove anni consecutivi di sviluppo, produttivitàche grazie alle nuove tecnologie cresce a dismisura, boom azionario senza precedenti, disoccupazione al minimo degli ultimi trent'anni, investimenti che aumentano a un ritmo superiore di cinque volte a quello europeo. Le tecnologie della rete sono negli Stati Uniti la principale fonte di creazione di imprese e di posti di lavoro.
Nell'Europa dell'euro avvilito, che ristagna nelle sue rigidità e nei suoi timori, e in Italia in particolare, le reazioni al fenomeno sono di due tipi. O c'è un'adesione entusiastica, febbrile, che si concreta per esempio nella sottoscrizione di titoli quotati legati alle nuove attività(accade anche a Wall Street, ma nel Vecchio Continente ci troviamo di fronte più a un fenomeno finanziario che a una trasformazione radicale e condivisa dei modi di produrre, come avviene in America). Oppure prevalgono atteggiamenti miopi e superficiali dove lo scetticismo trascolora nell'oscurantismo: paure radicate da globalità, scenari apocalittici da disoccupazione tecnologica, così bene smascherati dall'ultimo lavoro di Mauricio Rojas (Perché essere ottimisti sul futuro del lavoro, Carocci). L'attuale euforia borsistica sui titoli Internet, da Tiscali all'ultima esagerazione rappresentata da Finmatica, è messa in relazione dai più prudenti e ansiosi alla celebre e rovinosa speculazione sui bulbi di tulipano che mise al tappeto l'Olanda della prima metà del Seicento. Un parallelo improprio, anche se molti titoli di società, che magari promettono utili fra sei o sette anni (lo segnalava, con arguzia, Paolo Panerai su Milano Finanza), sono certamente destinati a procurare cocenti delusioni agli investitori.
La questione è un'altra. Ci siamo resi perfettamente conto, al di là dell'ubriacatura borsistica, della portata che la rivoluzione digitale avrà nella nostra società? Probabilmente no, o se sì spesso solo a parole o per impulso emotivo, per convincimento mistico. Nel 2005, domani, tra il 10 e il 15 per cento della ricchezza prodotta al mondo verràdall'economia digitale. Cambia il modo di produrre, di fare impresa, di lavorare. La rete annulla lo spazio e il tempo, rende obsoleti i concetti economici classici e tra i fattori di produzione (capitale, lavoro) ne conterà davvero uno soltanto: la conoscenza e la preparazione dell'uomo. Tutto il resto saràaccessibile, comprabile con poco, una commodity, come il petrolio. Con una velocità di penetrazione straordinaria: dieci volte superiore a quella della radio, cinque a quella della tv. Vint Cerf, uno dei padri di Internet, ha dichiarato all'Espresso che nel 2006 il 90 per cento delle nostre comunicazioni avverràattraverso la «grande ragnatela». Si comprende la fretta di Welch: è un problema di adesso, non di domani. Di tutti, non di qualcuno soltanto.
Elio Catania, presidente di Ibm Italia, dice, provocando, che per capire il fenomeno Internet non bisogna andare molto lontano, basta rileggersi la celebre poesia di Totò, 'A livella. Ecco, Internet abbatte tutte le barriere, travolge i confini, livella appunto. Mette tutti sullo stesso piano.
Da vivi, ovviamente, non nell'Aldilà della poesia. E il potere si trasferisce dalle imprese ai consumatori, dalle amministrazioni ai cittadini, dai media agli spettatori e ai lettori. Il potere è di chi naviga e di chi compra. Il rettore del Politecnico di Milano, Adriano De Maio, quando si sgola a denunciare la fuga dei cervelli e dei migliori laureati dal nostro Paese si rifà a Carlo Cattaneo, sottraendolo per un attimo alla tutela leghista, quando scriveva, a metà dell'Ottocento, che il progresso è fatto di una sola materia prima: l'intelligenza. Peccato che soprattutto nel nostro Paese venga trattata così male, che si investa così poco sul capitale umano, che si umiliino i migliori laureati costringendoli ad andare via.
L'innovazione non è un'emergenza nazionale: dovrebbe esserlo. E' una parola che ricorre poco: provate a cercarla nei discorsi dei principali uomini politici, degli esponenti di governo, di molti imprenditori. O è assente o è in secondo piano. E non è una questione di pubblico o privato: spesso il primo (vedi il caso dell'informatizzazione delle Finanze) è più aggiornato del secondo. Anche nelle maggiori aziende, con poche lodevoli eccezioni, persistono alcuni atteggiamenti culturali significativi. L'e-commerce? Ho altro a cui pensare. Internet? Siamo pronti, se ne occupa già qualcuno in azienda. Insomma: riguarda gli altri, per ora io mi salvo. Il dirigente naviga a parole, l'e- mail lo manda la segretaria. Welch ha imposto ai manager del suo gruppo, di età in molti casi non più verde, di trascorrere due ore la settimana con i dipendenti più giovani: per imparare a navigare. Chi lo fa in Italia?
L'innovazione, che è anche formazione e sensibilitàverso gli investimenti nell'educazione e nel sistema scolastico, non è ancora cultura diffusa e condivisa, vittima di paure e diffidenze. Un governo attento e avveduto giocherebbe d'anticipo prendendo in contropiede la classe dirigente del Paese, facendola confrontare con un grande progetto per la digitalizzazione: misure appropriate, incentivi.
Nessuna tentazione dirigista. Solo il disegno di un quadro. Un'idea, come lo era, niente di più, quella delle autostrade informatiche di Clinton e Gore otto anni fa. Poi faccia il mercato. E' apprezzabile che i Ds di Veltroni abbiano convocato a Vicenza domani il primo convegno di un partito politico sull'e- commerce, sulle reti distributive e sui distretti digitali. Ma è ancora poco. L'innovazione è competitività, quella che stiamo drammaticamente perdendo senza avere più la morfina delle svalutazioni. Il lavoro e il benessere futuri dipendono fortemente dagli investimenti nella conoscenza. La rete saràanche una livella, democratica, che non esclude nessuno, ma chi non ha tecnologie dell'informazione, servizi da offrire, contenuti da proporre e idee d'impresa ne resterà schiacciato, o ben che vada si prenderà solo le briciole. Pagherà il lavoro fatto da altri e altrove. I risparmiatori magari ne sottoscriveranno i titoli in Borsa, forse ci guadagneranno. Ma di strada il Paese ne farà poca. Chi non vive lo spirito del suo tempo, scriveva Voltaire, del suo tempo si prende solo i mali. E, adesso, si è fatto un po' tardi.
di FERRUCCIO DE BORTOLI
Corriere della Sera
Domenica, 28 Novembre 1999
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Chi controlla i controllori
del mercato globale?

di PAUL GINSBORG
da La Repubblica di sabato 4 dicembre 1999
DUE settimane fa, ad un incontro tenutosi a margine del vertice fiorentino sulla Terza via, mi sono trovato a discutere sulla globalizzazione e sul futuro della sinistra con Walter Veltroni, Sergio Cofferati e Anthony Giddens. In quell'occasione ho tentato, peraltro senza molto successo, di aprire una discussione su due interrogativi storici della sinistra, interrogativi ancora legittimi e pertinenti, ma che negli ultimi tempi sono stati tenuti un po' nascosti, e con un certo imbarazzo: chi decide, e su quali basi?
La serie di eventi che hanno avuto luogo a Seattle apre numerose questioni. Una di esse, che ha avuto un ruolo fondamentale nella protesta, è quella del controllo. Non vi è dubbio che i dimostranti di Seattle, nei modi variegati e dissonanti della loro alleanza multicolore, hanno dato voce e visibilità ai diffusi sentimenti di impotenza e di esclusione suscitati da molti dei processi di globalizzazione.
Anche senza sposare le teorie del complotto, né adottare un semplicistico e volgare antiamericanismo, si deve rilevare la presenza di molti elementi che indicano come il potere, a livello economico, si stia concentrando in un numero di mani sempre più ristretto. "Grande è bello", è stato lo slogan degli anni Novanta. Anche il più distratto lettore del Financial Times non può che restare impressionato dal numero e dall'entità delle fusioni, delle concentrazioni e delle alleanze che si sono realizzate nell'ultimo decennio. Le grandi imprese multinazionali controllano gran parte dei capitali e dei flussi di investimenti diretti esteri, vale a dire della forza trainante dell'economia mondiale. Grazie alle loro organizzazioni transnazionali, come la TASBD (Transatlantic Business Dialogue) e la ICC (International Chamber of Commerce), e alle loro immense risorse, esse sono in grado di esercitare forti pressioni di tipo lobbistico sulle organizzazioni mondiali come la WTO (World Trade Organisation). A loro confronto, i gruppi ecologisti, le organizzazioni non- profit, i sindacati, anche quando siano organizzati a livello internazionale, sembrano dei pigmei.
Le concentrazioni di potere economico, inoltre, sono spesso alquanto pronunciate proprio nei settori più dinamici del capitalismo moderno - la finanza, la tecnologia informatica, i mass media. E' la struttura stessa di alcune parti della nuova economia del settore dei servizi (e quello dei mass media è un buon esempio) che rende quasi inevitabile l'ascesa di tycoons come Rupert Murdoch, i quali assumono decisioni su basi che coincidono quasi interamente con quelle dell'ulteriore espansione delle proprie compagnie multinazionali.
Simili processi di concentrazione non producono automaticamente maggiore stabilità, e neppure efficienza. Come ha scritto Will Hutton, il direttore dell'Observer, la ferrea legge rivelata da ogni ricerca accademica indica che la conquista del controllo di altre imprese non necessariamente incide in modo positivo sull'innovazione, la produzione e la crescita. Quanto ai mercati finanziari, l'ultimo libro di Susan Strange - "Denaro impazzito", appena pubblicato dalle Edizioni di Comunità - è una lettura fosca e allo stesso tempo illuminante. Ha fatto bene Jospin, a Firenze, a citare lo storico Fernand Braudel per descrivere il capitalismo come una forza in costante movimento ma priva di direzione.
Se passiamo dalla dimensione globale ai processi micro- economici, dal mercato al posto di lavoro, il quadro non èpiùconfortante. La flessibilità può avere un effetto positivo sulla crescita e sui profitti, ma non sulla lealtà e sulla partecipazione. I lavoratori con contratti a breve termine non sono certo in grado di poter dire molto sul modo con cui vengono gestiti i loro posti di lavoro. In Italia, la nuova natura precaria del lavoro si sovrappone a un'antica struttura verticale basata su relazioni del tipo patrono-cliente. Nelle professioni, nelle università, in molti servizi e imprese, troviamo in posizione dominante attempati e potenti padroni, boss e baroni (di solito uomini), i quali spesso riducono gli esponenti delle giovani generazioni (in molti casi donne) ad un ruolo non molto diverso da una servitù mascherata.

Vista in termini economici, la globalizzazione sembra quindi offrire pochi motivi di consolazione riguardo ai processi decisionali. Tuttavia, la questione non può essere esaurita in questi termini (altrimenti potremmo avvolgerci in un comodo bozzolo vetero-marxista). Se la affrontiamo in termini politici, una delle dinamiche fondamentali della modernità (come Ulrich Beck e lo stesso Giddens si sono sforzati di chiarire), consiste nell'affermazione della libertà politica. Nessuno puòrimanere indifferente di fronte alla diffusione che la democrazia ha avuto in questi ultimi decenni, alla sua conquista dell'Europa meridionale e del Sud Africa, alla sua estensione, nonostante mille difficoltà, all'Europa orientale e all'America latina. Milioni di persone che erano prive dei diritti politici adesso possono votare, milioni di persone che non potevano né riunirsi né parlare liberamente adesso possono farlo.
La democrazia moderna, tuttavia, soffre di due mali principali. Il primo è quell'inquietante processo in base al quale piùuna democrazia diventa "matura" nell'epoca del capitalismo dei consumi, più tende ad abbassarsi il livello di partecipazione alla politica o addirittura al voto. Il secondo male, spesso rilevato, consiste nell'arretratezza delle istituzioni democratiche a dimensione internazionale; rispetto alla Banca centrale europea, il Parlamento europeo è debole; le Nazioni Unite lo sono ancora di più. Se a livello nazionale le democrazie hanno poteri limitati, a livello internazionale le democrazie non esistono neppure. Come ha scritto di recente Jonathan Friedland sul Guardian, "ognuno capisce, d'istinto, che anche se Tony Blair volesse sfidare la Microsoft o la Monsanto, non potrebbe farlo".
Nel Manifesto del partito comunista Karl Marx affermò che ogni stadio dello sviluppo economico della borghesia è accompagnato da un corrispondente avanzamento politico. E' difficile sostenere che la storia contemporanea abbia proceduto in modo cosìlineare. E tuttavia le connessioni, le tensioni e le rotture fra i processi di sviluppo nella sfera economica e in quella politica sono ancora, come lo erano ai tempi di Marx, la questione centrale della politica. In questa fine di secolo, fra queste due sfere non vi è simmetria, bensì un profondo divario. In quella economica, il potere di controllo e di decisione sembra sempre più concentrato e irresponsabile. Allo stesso tempo, la democrazia è sempre più diffusa e culturalmente egemone, ma non ha i poteri, e forse neppure la vitalità, che le consentirebbero di affermare il proprio primato.
Il compito che ci troviamo di fronte è quindi enorme, ma non disperato. La sua urgenza è ulteriormente accresciuta dal fatto che alcune delle imminenti decisioni di portata globale del prossimo secolo - come quelle relative alle manipolazioni genetiche - toccano, letteralmente, questioni di vita e di morte. Chi prenderà queste gravi decisioni, e su quali basi?

(traduzione di David Scaffei)
 
LA NECESSITA'
DELLE RIFORME
di GIOVANNI VALENTINI
La Repubblica del 23 Dicembre 1999
SARA' stata anche la crisi più breve nella storia della Repubblica. Ed è senz'altro un dato positivo. Ma se qualcuno pensasse di aver risolto tutto in questi quattro giorni sbaglierebbe di grosso. Fatto il nuovo governo, i problemi restano e anzi rischiano in qualche misura di aggravarsi.
Il D'Alema-bis nasce debole e precario: debole nei numeri, precario nelle prospettive. Può anche darsi che si rafforzi strada facendo, come pronostica convinta il ministro Bindi, ma per ora appare gracile e rachitico, avviato a percorrere un sentiero molto stretto. Un governo a rischio, nato con l'handicap di una maggioranza insufficiente, destinato a soffrire nell'incubatrice del Parlamento.

GOVERNO a termine. Governicchio. Governo senza maggioranza precostituita. Governo minoritario o semi- minoritario. Astensione tecnica. Astensione costruttiva. Per l'occasione, è stato rispolverato il vecchio lessico della Prima Repubblica e basterebbe già questo a dire quanto sia difficile accreditarlo come il governo del Nuovo Ulivo, nonostante gli aspetti positivi che certamente non mancano: dal riequilibrio dei rapporti di forza tra centro e sinistra nella compagine ministeriale, con l'inserimento di alcune "new entry" tra cui spicca Enzo Bianco, alla continuità rappresentata da figure di primo piano come Amato, Visco, Dini o Maccanico. Ancora troppo poco, comunque, per rilanciare una coalizione organica di centrosinistra, senza trattino, come l'ha scritto anche il presidente del Consiglio nel suo discorso d'investitura.
Eppure, per quanto debole e precario, bisogna pur riconoscere che il D'Alema-bis è un governo senza alternative, generato da uno stato di necessità ancora più impellente di quello che dette luogo un anno fa al governo precedente. O meglio: l'unica alternativa reale sarebbe stato il ricorso alle urne, magari attraverso il passaggio di un governo istituzionale. Ma in una situazione come quella attuale non c' è persona di buon senso che non veda quanto inutile e pericolosa possa risultare la via delle elezioni anticipate: inutile, perché il voto non produrrebbe verosimilmente alcuna maggioranza stabile, ammesso che se ne costituisca una; pericolosa, perché una tale maggioranza assicurerebbe comunque una governabilità scarsa o nulla, in mancanza di regole condivise.
Abbiamo già visto, del resto, come sono saltate negli ultimi cinque anni la maggioranza di centrodestra e quella di centrosinistra; come sono andati in crisi il governo Berlusconi, il governo Prodi e poi il governo D' Alema. Una volta la Lega, un'altra volta Rifondazione comunista e un'altra ancora il fantomatico Trifoglio dei reduci socialisti e repubblicani, sotto la direzione artistica del "picconatore", è bastato poco per provocare rotture e ribaltoni all'insegna del peggiore trasformismo. No, le elezioni anticipate così non servirebbero a niente e rischierebbero piuttosto di consumare quel tanto di credibilità che a stento la politica ancora mantiene. Nési può ragionare in termini di convenienza di parte, in base ai sondaggi di questo o di quello, quasi fosse una scommessa o un gioco d'azzardo sulla pelle di tutti noi.
Non è un caso evidentemente che da Ciampi a Cossiga, e qui si citano davvero gli estremi, la gran parte del mondo politico invochi oggi una nuova legge elettorale come l'avvento dello Spirito Santo. Questa è davvero "la madre di tutte le leggi e di tutte le riforme" per tentare di uscire dalla palude in cui è impantanata la vita pubblica italiana. Questa è la strada maestra per rimettersi veramente al popolo sovrano, per rispettare la volontà popolare. E ha fatto molto bene ieri il presidente del Consiglio a ribadire in Parlamento che una nuova legge elettorale dovrà essere conforme alle indicazioni del referendum, sottraendosi così all'ennesimo tranello teso dai socialisti e alla tentazione di compiacerli per raccattare magari in extremis il loro appoggio.
Anche questo l'abbiamo già visto. Abbiamo visto il regime dei partiti boicottare scientificamente l'ultimo referendum della primavera scorsa, insinuando il dubbio e lo scetticismo fino a sollecitare il fallimento del quorum. Li abbiamo sentiti dire, prima che il referendum fosse convocato, che tanto era inutile perché il Parlamento poteva benissimo approvare la riforma "motu proprio". Abbiamo visto e sentito Berlusconi prima fingere soddisfazione per la vittoria del Sì annunciata intempestivamente dalle proiezioni demoscopiche, poi esultare per la sconfitta e infine riconvertirsi negli ultimi giorni sulla via di Hammamet al sistema proporzionale, tanto caro alla vecchia partitocrazia di Tangentopoli a cui D'Alema ha concesso fin troppo accettando la proposta della commissione parlamentare d'inchiesta. Che cos'altro dobbiamo ancora vedere e sentire per convincerci che questa è una strada obbligata, l'unica uscita d'emergenza ancora a disposizione per sfuggire al crollo e al disastro?

Referendum. Riforma della legge elettorale. E quindi nuove elezioni politiche. Ecco il percorso che può assicurare al paese un minimo di stabilità e di governabilità, rafforzando il maggioritario e il bipolarismo. Ed è apprezzabile in questa direzione la coerenza di Alleanza nazionale nello "strappo" con Forza Italia, su un crinale che segna la linea di confine tra conservatori e riformatori, tra chi tenta di difendere a tutti i costi "il vecchio che avanza" o che vuole tornare e chi invece punta a stabilire nuove regole del gioco, valide per tutti, per l'opposizione di oggi e per la maggioranza di domani. Ma, com'è accaduto tante volte in passato, sarà soltanto il responso popolare a imporre una riforma che altrimenti resteràlettera morta, confinata nei cassetti o negli archivi della Camera e del Senato.
Poi, per completare il disegno e armonizzare l'assetto del governo nazionale con quello locale, dei Comuni, delle Province e delle Regioni, il Parlamento potrà benissimo mettere all'ordine del giorno la riforma costituzionale per l'elezione diretta del premier, secondo il modello del "Sindaco d'Italia" che abbiamo già sperimentato positivamente nell'amministrazione delle città, di destra o di sinistra. A quel punto, però, e dovrebbe essere ben chiaro fin d'ora all'onorevole Boselli, ai suoi mandanti e ai suoi referenti, verrà al pettine anche il nodo del conflitto d'interessi che tuttora pende sulla testa di Berlusconi. Non s'è mai visto il sindaco di una città che possiede metà dei giornali e delle televisioni locali. Meno che mai potremmo accettare l' idea di un "Sindaco d'Italia", cioè un presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo, che controlla la più grande concentrazione mediatica a livello nazionale.
 

L'Italia vista da fuori, di RUDI DORNBUSCH, Corriere della Sera del 20/05/2000
(uno dei perchéper una riforma dalle fondamenta come quella che sostengo in questo sito)
L'Italia sta vivendo un breve periodo di calma tra la crisi del bilancio dello Stato appena superata e quella che verrà. La creazione dell'Unione monetaria europea ha abbattuto notevolmente i tassi di interesse italiani evitando in questo modo quello che nel tempo si sarebbe sicuramente trasformato in un problema irrisolvibile di debito pubblico. Si tratta però di una calma che non giustifica manovre finanziarie indolori.
La tendenza demografica futura porterà, nell'arco di un decennio o due, a un'altra crisi.
Sembrerebbe un futuro lontano ma, a meno che non si affronti subito la questione, si tratterà di una crisi globale enorme, le cui dimensioni si possono capire da uno studio pubblicato recentemente sull'American Economic Review. Sul caso Italia, i ricercatori concludono che anche solo per lasciare le generazioni future con lo stesso fardello fiscale di oggi necessita uno qualsiasi dei seguenti interventi: un taglio immediato del 49 per cento delle spese correnti dello Stato o di un 13 per cento dei trasferimenti dello Stato; un aumento dell'11 per cento del complesso delle tasse o un aumento del 28 per cento delle imposte sul reddito.
Questi sono aggiustamenti formidabili da attuare immediatamente e, com'è ovvio, non si verificheranno. La conclusione è che saranno le generazioni future a doverli compiere: questi e altri ancora.
L'Italia sta caricando i giovani di pesi sempre piùgravosi.
Editorials May 2000: Reinventing Italy; Euro Troubles
Paper, July 2000: A Century of Unrivalled Prosperi
 
Le bombe di burro
di
Alexander Stille
da La Repubblica di venerdì 21 settembre 2001
Oggi, per caso, ho incontrato il mio amico Mark. Non ci vedevamo da prima dell'attacco così, inevitabilmente, l'argomento ha dominato la nostra conversazione. Ora che gli aerei e le navi americane sono partite per il Medio oriente tra la gente la tensione cresce. Tutti si aspettano una qualche azione militare da parte Usa e un possibile secondo attacco terroristico. Mark èpoeta e scrittore, ma suo fratello, vigile del fuoco a Seattle, fa parte di quella legione, sempre in aumento, di bombardieri in pantofole che si affannano a programmare la nostra campagna militare. «Non faccio che ricevere da lui email farneticanti, le manda anche alla Casa Bianca, roba del tipo: dobbiamo ridurli in fumo. Credo che si sia bevuto il cervello ma poi accendo il televisore, sento Bush dire le stesse cose e penso: accidenti Steve, hai fatto centro con i tuoi messaggi!»Ridiamo insieme, ma poi improvvisamente cambia tono e mi chiede serio: «So che sembra pazzesco, ma non credi che dovremmo cominciare pensare di lasciare New York?»
In altre parti del paese, colpite solo nell'orgoglio, si grida alla guerra e si attaccano benzinai col turbante, pakistani e sik. A New York la rabbia si mescola ad una forte componente di paura. Noi abbiamo gettato uno sguardo nell'abisso e abbiamo visto come può essere un ciclo di attacchi e contrattacchi.
Pensavo di aver sentito ormai uscire tutte le possibili paranoie dalla bocca di amici all'improvviso preoccupati che i terroristi possano avvelenare l'acqua potabile, ma ieri sera Grace, compagna di corso di yoga, ne ha aggiunta alla lista una ancor piùbizzarra. «E se avessero il virus del vaiolo?»Era talmente angosciata che ha telefonato a vari ospedali in cerca del vaccino. Tutti le hanno risposto che il vaiolo ormai èstato debellato. Grace ci ha anche raccontato che lei e alcune sue amiche si sono scambiate le chiavi, in modo da formare una specie di squadra di soccorso in caso di disastro. «Siamo cinque e abbiamo due macchine, così pensiamo di poter lasciare la città in fretta se fosse necessario.»
Ma nelle email e nelle conversazioni private sento piùopposizione alla risposta militare di quanto emerga dai media tradizionali. Circolano molti appelli a favore di una risposta pacifica. Un amico mi ha girato una email divertente che esordiva: «Bombardateli di burro». Seguiva una nota: «Buffo vero? Sì, finché non vi rendete conto che ha piùsenso di quello che sta facendo il nostro governo!»Invece di una risposta militare, che guadagnerebbe simpatie ai terroristi, l'autore propone un'altra idea: «Bombardate l'Afghanistan di burro, riso, pane, indumenti e medicinali. Costa meno delle armi convenzionali, non mette a rischio vite americane e può far riflettere la popolazione che forse i Talebani non hanno tutte le risposte. Dopo tre anni di siccità, a un passo dal morire di fame, offriamo al popolo afgano la prospettiva di un nuovo futuro. Uno che includa la pancia piena.
Bombardiamoli di informazioni. Video e audiocassette di leader mondiali, soprattutto leader islamici, che condannano il terrorismo. Tappezziamo il paese di giornali che mostrano l'orrore degli atti terroristici compiuti dal loro «ospite». Sorprendiamoli con computer portatili e lettori Dvd pieni di prospettive che i loro governi gli negano. Di tutte queste bombe di speranza, qualcuna centrerà il bersaglio. Mandiamone tante che i Talebani non possano raccoglierle e nasconderle.
A parte tutti gli scherzi, se facessimo qualcosa di fantasioso e totalmente inaspettato, al posto dei bombardamenti in predicato destinati a produrre un inevitabile corollario di sofferenza tra la popolazione civile e un successivo contrattacco? Per strana coincidenza stamattina ho ritrovato un elemento della mail «bombardiamoli di burro» in un articolo del giornalista più conservatore del New York Times, William Safire, quando sollecita la diffusione di trasmissioni radio in territorio afgano. «Perché non c'è una Radio Afghanistan che trasmette la verità sulle conseguenze che comporta dare rifugio ai vertici del terrorismo?»