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Russia, Ossezia, 4 settembre 2004, ma che cosa abbiamo combinato ancora?
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L’irriducibilità della politica ne cambia il senso, perchè politica è compromesso, ricerca del massimo consenso, disponibilità all’ascolto delle ragioni dell’altro. Ne deve conseguire che il terrorismo, in ogni sua forma, non ha più nulla di politico, come non ne ha la politica americana in Iraq, come non ne hanno gli inutili interventi militari russi nella scuola di Ossezia ora come nel teatro prima. Uno stesso copione di orrore, irriducibile ad ogni ragione.
E qualcuno pensa di portare questa irriducibilità in Europa?
Beslan e l’irriducibilità della politica - Rosanna De Rosa, da Politicaonline sabato 4.9.04 h. 10,44 am

America, New York, 11 settembre 2001
Articoli nella pagina: 
  • PER CHE COSA COMBATTIAMO
  • LE BOMBE DI BURRO
  • IL MUTISMO DEL MALE
  • Le paure dell'Occidente
  • Alla Giornata
  • E ora il mondo scivola nella palude-recessione
  • una preghiera al mio Vescovo
  • Le nostre complicità
  • dall'India con amore
  • Il mio punto

LA STAMPA
PER CHE COSA COMBATTIAMO
Domenica 16 Settembre 2001
di Barbara Spinelli
PER che cosa combattiamo : saperlo è importante in ogni circostanza, e lo fu in particolare nell’ultima guerra, dopo le inutili carneficine del ’14-’18, tanto che Frank Capra titolò così una serie di documentari sul nazismo e sugli ideali che motivavano gli americani. E se la consapevolezza fu importante allora, ancor più lo è oggi. Oggi infatti non sappiamo bene da dove venga la minaccia e quale sia il volto del nemico, anche se ne conosciamo l’immane potere distruttore. Non sappiamo neppure se l’attentato contro i simboli dell’America - Manhattan e Pentagono - sia equiparabile a una guerra classica, cui si risponde con offensive tali da debellare il pericolo entro un tempo circoscritto. A meno di non essere suicidi questo non è uno scontro tra culture che ha come bersaglio l’Islam, e l’Occidente che si arma contro un miliardo di musulmani è immagine da incubo. L’obiettivo è al tempo stesso più modesto e più impervio: si tratta di colpire un terrore nichilista che agisce al momento in nome dell’Islam, e di pensare un mondo in cui questo tipo di violenza è destinato a moltiplicarsi, per il semplice fatto di essere inafferrabile e non identificabile con uno Stato, una religione, una determinata politica. Nelle future guerre contro il nichilismo armato conviene sapere quel che esso odia di più, e che più invidia: in altre parole bisogna sapere chi siamo, di quale pasta è fatta la civiltà che rappresentiamo e che incute tanto risentimento. Solo su questa base è possibile una scelta avveduta, non rovinosa, di amici e alleati. Solo su questa base è ipotizzabile quell’intesa con Mosca e Pechino che tanti - a cominciare da Kissinger e dallo storico militare John Keegan su questo giornale - invocano con urgenza. La popolazione americana sta dimostrando ciò di cui è capace una democrazia: la compostezza, lo straordinario slancio pionieristico di solidarietà, il patriottismo di chi non vuol aver paura della paura. Probabilmente ci sono stati atti intolleranti ma chi ha guardato la Cnn sarà rimasto stupito: non una parola d’odio, un tono vendicativo verso la fede coranica. Nessun popolo nasce a tal punto perseverante, fermo, rattenuto: sono necessarie una cultura dei diritti e del contratto, un’abitudine a respingere la vendetta mafiosa, un’obbedienza istintiva alla convivenza e al conversare cittadino. E’ necessario il regno delle leggi garantito da uno Stato di diritto. Il terrorista si propone di annientarlo e può pensare di poterlo fare, perché le società aperte sono immensamente fragili a causa di tale apertura. Ma sono anche forti, a causa del modello civile. Nessun regime ha analoga irradiazione. Nessun altro può accampare il diritto all’ingerenza umanitaria, e questo spiega i risentimenti come l’invidia. Né Mosca né Pechino possiedono simile patrimonio, anche quando pretendono di combattere la stessa battaglia anti-integralista. Lo si vide dopo gli attentati in Russia, nel ’99. Il premier Putin annunciò con toni malavitosi: «Cacceremo i terroristi fin dentro i cessi». E prima di sapere chi fossero i colpevoli i moscoviti si misero a caccia del vicino di casa ceceno. L’ex dissidente Kowaliov mi confermò che la lotta antiterrorista era fatta per attizzare razzismo e ridurre le libertà civili. In molte città vi furono pogrom contro i caucasici. Lo stesso in Cina: le sommosse musulmane nella regione dello Xinjiang furono represse nel sangue, nel ’97-’98. Il patto con Mosca e Pechino può rivelarsi una necessità tattica , così come fu una necessità patteggiare con il diavolo-Stalin per abbattere il diavolo-Hitler. E’ l’alleanza strategica che può rivelarsi distruttiva, per il patrimonio difeso dalle democrazie. E’ l’enorme fascino esercitato sulle menti dalla spregiudicatezza, dalla brutalità che anima le campagne russe e cinesi contro l’Islam. Allearsi ideologicamente con il Cremlino - nella Nato o nel G8 - significa proprio questo: integrare il suo metodo e quello di Milosevic, per condurre cosiddette guerre di civiltà con l’arma dello sterminio: radere al suolo città come Grozny, colpire e torturare i civili per impaurirli, contravvenir e a ogni regola di civiltà, alle leggi di pace e di guerra, liquidando prigionieri e terrorizzando anziani, vedove, bambini. Per l’Occidente non sarebbe solo la rinuncia a sapere Why We Fight . L’abbandono della morale - dei costumi e leggi che ci hanno educati - sarebbe devastante per il morale dei combattenti e la loro riuscita. Si sa quel che è accaduto in Cecenia: se oggi c’è un fanatismo che può prevalere, è in ragione della guerra annientatrice di Eltsin e Putin. Non è il terrore islamico che l’ha prodotta, ma è la guerra che ha generato integralismi poi sfruttati da Bin Laden. Una simile scelta strategica vorrebbe dire che si sa poco, di quelle che sono chiamate le guerre del secolo XXI. Guerre non votate a concludersi presto, con definitive battaglie, ma che assedieranno le democrazie per anni. Guerre che non è l’Islam in quanto tale a condurre, contro il modello occidentale, ma che vedono schierato contro l’Occidente un nichilismo proteiforme, folle di Dio o del nulla, somigliante a una piovra più che a uno Stato. E’ il caso di ricordare che gli arabi musulmani non hanno inventato l’omicidio kamikaze, e che non v’è traccia di esso nella loro storia. L’hanno osservato in occasione del primo attentato suicida della storia, commesso il 30 maggio ’72 da tre studenti giapponesi del gruppo anarchico-trotzkista Armata Rossa , all’aeroporto Lod di Tel Aviv. Il giorno dopo Gheddafi invitò i fedain a «imitare il coraggio degli attentatori», e l’ Armata Rossa che voleva espiare le colpe dei kamikaze imperiali fu ingaggiata come addestratrice nei campi palestinesi. Il male non è dunque iscritto nei testi coranici ma nel secolo che abbiamo alle spalle. Contro le sue perversioni vale la pena mobilitarsi, ma non ripetendo i disastri o preparandone nuovi. Non ci si mobilita soltanto in nome del mercato e della superiorità tecnologica, perché i despoti sono ormai fautori del capitalismo e la superiorità tecnologica si è infranta a Manhattan. Ci si mobilita per nuove guerre umanitarie , elaborando un diritto internazionale basato sul rispetto della persona. E’ l’unico conflitto vincibile, a meno di non voler entrare nel 2000 con il vecchio secolo nel bagaglio, e affilare i coltelli per nuove spartizioni tipo Yalta e nuove guerre di sterminio .

LE REPUBBLICA
LE BOMBE DI BURRO
Venerdì 21 settembre 2001
di Alexander Stille
Oggi, per caso, ho incontrato il mio amico Mark. Non ci vedevamo da prima dell'attacco così, inevitabilmente, l'argomento ha dominato la nostra conversazione. Ora che gli aerei e le navi americane sono partite per il Medio oriente tra la gente la tensione cresce. Tutti si aspettano una qualche azione militare da parte Usa e un possibile secondo attacco terroristico. Mark è poeta e scrittore, ma suo fratello, vigile del fuoco a Seattle, fa parte di quella legione, sempre in aumento, di bombardieri in pantofole che si affannano a programmare la nostra campagna militare. «Non faccio che ricevere da lui email farneticanti, le manda anche alla Casa Bianca, roba del tipo: dobbiamo ridurli in fumo. Credo che si sia bevuto il cervello ma poi accendo il televisore, sento Bush dire le stesse cose e penso: accidenti Steve, hai fatto centro con i tuoi messaggi!» Ridiamo insieme, ma poi improvvisamente cambia tono e mi chiede serio: «So che sembra pazzesco, ma non credi che dovremmo cominciare pensare di lasciare New York?»
In altre parti del paese, colpite solo nell'orgoglio, si grida alla guerra e si attaccano benzinai col turbante, pakistani e sik. A New York la rabbia si mescola ad una forte componente di paura. Noi abbiamo gettato uno sguardo nell'abisso e abbiamo visto come può essere un ciclo di attacchi e contrattacchi.
Pensavo di aver sentito ormai uscire tutte le possibili paranoie dalla bocca di amici all'improvviso preoccupati che i terroristi possano avvelenare l'acqua potabile, ma ieri sera Grace, compagna di corso di yoga, ne ha aggiunta alla lista una ancor più bizzarra. «E se avessero il virus del vaiolo?» Era talmente angosciata che ha telefonato a vari ospedali in cerca del vaccino. Tutti le hanno risposto che il vaiolo ormai è stato debellato. Grace ci ha anche raccontato che lei e alcune sue amiche si sono scambiate le chiavi, in modo da formare una specie di squadra di soccorso in caso di disastro. «Siamo cinque e abbiamo due macchine, così pensiamo di poter lasciare la città in fretta se fosse necessario.»
Ma nelle email e nelle conversazioni private sento più opposizione alla risposta militare di quanto emerga dai media tradizionali. Circolano molti appelli a favore di una risposta pacifica. Un amico mi ha girato una email divertente che esordiva: «Bombardateli di burro». Seguiva una nota: «Buffo vero? Sì, finché non vi rendete conto che ha più senso di quello che sta facendo il nostro governo!» Invece di una risposta militare, che guadagnerebbe simpatie ai terroristi, l'autore propone un'altra idea: «Bombardate l'Afghanistan di burro, riso, pane, indumenti e medicinali. Costa meno delle armi convenzionali, non mette a rischio vite americane e può far riflettere la popolazione che forse i Talebani non hanno tutte le risposte. Dopo tre anni di siccità, a un passo dal morire di fame, offriamo al popolo afgano la prospettiva di un nuovo futuro. Uno che includa la pancia piena.
Bombardiamoli di informazioni. Video e audiocassette di leader mondiali, soprattutto leader islamici, che condannano il terrorismo. Tappezziamo il paese di giornali che mostrano l'orrore degli atti terroristici compiuti dal loro «ospite». Sorprendiamoli con computer portatili e lettori Dvd pieni di prospettive che i loro governi gli negano. Di tutte queste bombe di speranza, qualcuna centrerà il bersaglio. Mandiamone tante che i Talebani non possano raccoglierle e nasconderle.
A parte tutti gli scherzi, se facessimo qualcosa di fantasioso e totalmente inaspettato, al posto dei bombardamenti in predicato destinati a produrre un inevitabile corollario di sofferenza tra la popolazione civile e un successivo contrattacco? Per strana coincidenza stamattina ho ritrovato un elemento della mail «bombardiamoli di burro» in un articolo del giornalista più conservatore del New York Times, William Safire, quando sollecita la diffusione di trasmissioni radio in territorio afgano. «Perché non c'è una Radio Afghanistan che trasmette la verità sulle conseguenze che comporta dare rifugio ai vertici del terrorismo?»

LA STAMPA
IL MUTISMO DEL MALE
23 settembre 2001
di Barbara Spinelli
DA molti giorni ormai cerchiamo di capire la guerra che il terrore ha dichiarato all’Occidente, l’11 settembre 2001. Cerchiamo di ricostruire le motivazioni degli assassini, di risalire alle cause di tanta concentrazione d’odio, di tanta volontà distruttiva.
Ma forse è una trappola mortale, questa trepidante esplorazione di ragioni, motivi. Inavvertitamente, forse, stiamo cercando le parole lì dove la parola è stata bandita, siamo alla ricerca di spiegazioni lì dove nessuna spiegazione è disponibile.
Non è la prima volta che ci si ritrova a corto di interpretazioni di fronte ai crimini contro l’umanità - è già accaduto a Auschwitz, nei Gulag - ma questa volta il male totalitario si presenta sotto nuove vesti. E’ un male totalmente sconnesso dal verbo, muto oltre che anonimo, e da questo punto di vista inaugura il secolo così come la Grande Guerra del ’14- 18 inaugurò il Novecento. Le nuove forze di distruzione non si limitano a essere mondiali e a disconoscere le frontiere, annullando le idee classiche del territorio, dello Stato, delle invasioni. Sono soprattutto prive di qualsiasi discorso: sono senza lògos, senza parola.
La loro energia nichilista non dichiara guerre ma è guerra fine a se stessa, distruzione per la distruzione, paura levatrice di paura. La loro sostanza è fatta di nulla, di vuoto. E’ un cratere che si spalanca simultaneamente nel cuore di New York e nelle menti. Tutto era stato pensato, del secolo appena cominciato, tranne questo: che fossimo minacciati dalla morte della parola, ingrediente del nostro esistere ma anche delle strategie consuete del terrore.
Che pensare l’impensabile consistesse nel guardare in faccia un male assoluto che solo in parte si ricollega al passato: un male non solo supremo, non solo teso a strappare ennesimi paradisi privati o collettivi, ma sconnesso dal verbo che tradizionalmente accompagna l’operare umano anche nella sue perversioni. Il 2001 comincia con quest’Odissea nello spazio afono del terrorista che non ha volto né lingua. Che non rivendica e che impaura con la mera epifania del proprio vuoto.
Da molti giorni ci si trova a cospetto dell’impensabile e si cerca di riempire questo vuoto. Si pronunciano torrenti di parole nella duplice illusione di capire e di consolarsi: un delitto accompagnato da rivendicazioni angoscia meno di un’empietà inspiegata. I più avveduti cercano lumi in vecchi film che ritraggono Bin Laden mentre spiega la sua visione dell’Occidente troppo ricco, troppo corrotto. Gli insofferenti si precipitano a completare tale visione con le più varie analisi delle nostre responsabilità: responsabilità nell’immenso divario tra ricchi e poveri, nell’arroganza dell’Occidente, nelle sue guerre, nell’incapacità della Palestina o di Israele di fermare gli orrori, nelle rivolte dei reietti.
Le spiegazioni si accumulano, impazienti. Vorremmo trovare le parole di quel che è accaduto e non ci accorgiamo che in realtà stiamo fornendo parole all’autore dell’atto totalitario. Stiamo redigendo il discorso che egli non fa. Stiamo scrivendo i sottotitoli del film muto che egli ha concepito e di cui resta pur sempre il demiurgo. Stiamo collaborando con le forze del male, giustificandole mentre le capiamo, e facendoci scrivani del terrore concediamo loro la prima vittoria. Non è facile restare diritti davanti al nulla. Convivere con esso e lasciare che il vuoto resti vuoto sarà una delle tappe più ardue degli sforzi, ma non è tappa impossibile: come prima cosa lo sguardo può spostarsi sulle vittime civili, sull’immenso loro dolore, anziché sulle pulsioni più o meno eccitanti dell’omicida.
Il cuore di New York e Washington ridotto a detriti è lo spirito e l’esperienza d’Europa che rinascono in America, e già questo può esser materia di pensiero, di progetto. Così come può esserlo il destino della nazione afghana: percossa da una carestia ignorata, vittima di due guerre scatenate dai sovietici e dai talebani, composta di migliaia di fuggitivi che urge al più presto soccorrere e salvare, se non si vuole che nei campi profughi sorgano altri Bin Laden e altri rancori. Nessuno può dire con chiarezza cosa significhi pensare l’impensabile, in presenza di un terrore senza lògos.
Ma è sufficientemente chiaro quel che non dovrebbe significare. Così come accadde nel ’14-18, l’attentato dell’11 settembre non può essere iscritto in un contesto rassicurante, in un cosmo che torna a essere armonico grazie al dialogo indiretto tra la vittima che parla del boia e il boia che in silenzio l’uccide. L’iniziativa del male è partita da potenze nemiche d’ogni dialogo, e a loro spetta l’iniziativa di accordare quel che si è fatto con quel che il fatto voleva dire. Se facciamo lavorare la memoria del ’900 troveremo momenti in cui si presentò un dilemma analogo.
Accadde dopo il ’45, all’ombra delle camere a gas, e un filosofo, Adorno, prese la parola per dire che «dopo Auschwitz non è possibile scrivere poesie». Che sarebbe stata una barbarie, ricominciare come se niente fosse. Si può invece vivere e operare - il presidente Ciampi ha invitato a «fare il proprio dovere quotidiano» - a condizione di non fornire una cornice razionale al crimine. Quest’ultimo resta assoluto - sciolto da ogni legge, ragionamento - e accanto a questa voragine tocca vivere senza coprirla con spiegazioni e soprattutto senza imbellirla. Rimettere il crimine in un contesto intelligibile, dare un senso e addirittura una bellezza a quel che l’occhio nudo ha visto senza mediazioni: questa è la colpa di cui ci potremmo oggi macchiare. Collaborare con l’avversario, scrivendo al suo posto la magnifica apocalisse che non ha scritto: questa la seduzione da cui conviene guardarsi.
E’ il tranello in cui è caduto il musicista Stockhausen: «L’attentato è in assoluto la più grande opera d’arte. Ecco un gruppo di individui che si concentra sulla recita, e poi 5000 persone che d’un colpo vengono sospinte nella Resurrezione: al confronto noi compositori non siamo nulla». Questa è la riva fatale cui può condurre il tentativo di riempire il vuoto con frasi che s’ingegnano a capire, identificando abusivamente terroristi, religioni, poveri del mondo. Come si è visto, breve è il passo che conduce dall’invidia di Stockhausen all’estetica del crimine. Adorno non aveva ragione, quando definì barbarico l’umile ricominciamento della storia, dell’arte.
Gli rispose indirettamente Paul Celan, con la grandezza della sua opera e la reinvenzione della lingua poetica. Si può rispondere al male, replicò Celan, a condizione che la parola sia ferita dalla realtà e cercatrice della realtà. E’ l’unico modo di restare padroni di se stessi, di riprendere l’iniziativa nella battaglia infinita che sta iniziando, e di non sottostare alla muta legge del terrore.

LA REPUBBLICA
Le paure dell'Occidente
10 ottobre 2001
Cacciari
ANTONIO GNOLI
FIRENZE - Cesare Garboli e Massimo Cacciari: ovvero il letterato e il filosofo. Due generazioni a confronto. Due personalità del mondo della cultura diverse nella formazione ma unite da una forte passione civile per la politica. Entrambi hanno guardato con indicibile orrore a ciò che è accaduto l'undici settembre; hanno pensato che l'inimmaginabile a volte può accadere, e che una società, quella occidentale, fino a ieri ritenuta salda, sicura, inattaccabile è costretto a rifare i conti con le sue certezze. Niente - si sente dire in giro - sarà più come prima. Intanto, dopo circa un mese di preparativi, di annunci, di attese, la guerra è iniziata. C'era da aspettarselo. Quello che nessuno probabilmente si attendeva è stata la risposta mediatica di Osama Bin Laden attraverso un video che tutte le televisioni del mondo hanno mandato in onda. Se siete d'accordo partirei da quest'ultimo evento, da quel discorso che univa la minaccia e l'avvertimento.
Garboli "Il discorso pronunciato da Bin Laden è più un appello alla mobilitazione degli arabi che non una dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti. Il suo scopo è chiaro: mobilitare il fondamentalismo islamico per cercare di impadronirsi del potere politico ed economico, in particolare dell'Arabia Saudita. È da lì che lui proviene: è uno sceicco saudita. Ma soprattutto è un uomo ricchissimo e scaltro. Immaginiamo cosa accadrebbe se riuscisse a governare gli sterminati giacimenti del petrolio del suo paese. Se posso aggiungere ancora una cosa, ho la netta sensazione rileggendo quello che è accaduto che negli ultimi anni la diplomazia statunitense ha clamorosamente sbagliato nemico".
Cacciari "La dichiarazione di Bin Laden indica chiaramente che i suoi primissimi nemici sono all'interno del mondo islamico, in quella parte moderata dell'Islam che cerca l'alleanza con gli Stati Uniti. È significativo l'accenno che egli ha fatto agli "ipocriti", al fatto che i primi nemici sono loro, cioè quelli che fingono di essere musulmani, fedeli, credenti ma in realtà trafficano con il nemico. Più che l'Arabia Saudita i tre grandi nemici a cui Bin Laden fa riferimento sono Musharraf, Mubarak e Arafat, cioè Pakistan, Egitto e Palestina. Inoltre, a differenza di Garboli, penso che il discorso di Bin Laden sia una vera e propria dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti, anche se non contro l'Occidente. Ed è evidente che se la guerra si dovesse prolungare a lungo, darebbe ulteriori carte a Bin Laden e ai suoi progetti". Lei Garboli accennava prima al fatto che gli Stati Uniti hanno sbagliato nemico. Cosa intendeva dire?
Garboli "Dai primi anni Ottanta il nemico comunista non era più da considerare così temibile. Si poteva, già allora, cominciare a pensare che il cosiddetto impero sovietico fosse a un bivio: o soggetto a un processo di deterioramento irreversibile oppure destinato a un processo di democratizzazione. In tutto questo periodo, che arriva fino alla caduta del muro, la diplomazia degli Stati Uniti ha continuato a pensare il rapporto con l'Unione Sovietica in termini di guerra fredda. Mentre il vero nemico era un altro e proveniva dal mondo arabo".
Cacciari "Quello descritto da Garboli è un esame ormai largamente presente in un certo tipo di letteratura americana. Però è difficile dire quanto quell'errore di valutazione abbia pesato sul decennio successivo".
Garboli "Scusa se ti interrompo, ma il punto che a me preme non è una valutazione da esperto internazionale, quanto piuttosto il fatto che si è assistito a quello che i francesi chiamano un chassé-croiset, un incrocio che nasce da posizioni diverse. Non c'è dubbio che in quegli anni la politica degli Stati Uniti si trovava di fronte a un nemico che esprimeva un progetto economico diverso, alternativo e ostile alla società capitalista. Ma quel progetto aveva le sue radici in una cultura che appartiene all'Occidente. Al contrario la minaccia fondamentalista parte da una società capitalista e condivide lo stesso progetto economico, mentre le premesse culturali sono diverse. Questa minaccia è ben più temibile. Il comunismo voleva rovesciare la società capitalistica, l'integralismo islamico vuole mantenerla in piedi, ma sostituirsi alla leadership degli Usa".
Cacciari "Che ci siano potenze arabe che si possano sostituire alla leadership americana è oggi impensabile. Non c'è nessun paese, in quanto potenza statuale, in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti. Il problema è un altro. E consiste nel capire che questi paesi, che sono anche ricchi e potenti, hanno al loro interno, come in Pakistan, centinaia di milioni di persone ridotte alla disperazione. Se questi paesi non entrano da protagonisti nel riordino della politica internazionale e del diritto internazionale, allora è evidente che dovremo abituarci a una conflittualità permanente e a un terrorismo diffuso a livello globale". È un terrorismo di segno diverso rispetto a quello che abbiamo finora vissuto o mantiene la continuità con certe forme di lotta armata che abbiamo conosciuto?
Cacciari "Non è il terrorismo tradizionale che l'Europa ha conosciuto per secoli. Voglio dire che non è un terrorismo al servizio delle potenze statuali. È un terrorismo che pensa localmente e agisce globalmente e per questo è molto più potente nei suoi effetti e molto meno prevedibile".
Garboli "Sono d'accordo. Aggiungerei che è un terrorismo diverso da zona a zona, ed è pluricellulare in quanto non solo non esiste uno Stato di riferimento, ma neppure un unico capo".
Cacciari "Però l'attentato alle due torri può essere letto come un tentativo di egemonia di un gruppo terrorista sul resto delle immensa rete eversiva". Si è parlato della figura del "nemico" della sua forza insidiosa, dei mezzi economici che possiede. Ma qual è la collocazione giusta da dargli?
Garboli "Premetto che non credo che gli arabi abbiano un disegno eversivo. Non riesco a immaginare l'emiro o lo sceicco che complottano contro l'Occidente e questo per il semplice motivo che costoro vogliono essere ricchi, vivere nell'agio e nel lusso e ciò è possibile solo se l'Occidente non viene destabilizzato. Il nemico, voglio dire, non è il socio arabo della multinazionale a cui si vuole strappare la maggioranza. Quello è solo un avversario, un concorrente. Però può diventare un nemico se gli viene inoculato un liquido che parte da una fiala religiosa. È questo che ha reso demoniaca la figura di Bin Laden, perché lui ha fatto un passo in più rispetto agli altri miliardari arabi".
Cacciari "Da un lato occorre capire qual è il tuo avversario all'interno dei paesi arabi e all'interno dell'Islam, dall'altro occorre anche capire di quale occidente parliamo. Detto questo non c'è dubbio che il nemico si alimenta con motivazioni di carattere religioso".
Garboli "Io parlo degli Stati Uniti, l'Occidente è un argomento troppo vasto".
Cacciari "Sì ma gli Stati Uniti dicono di essere Occidente. E noi possiamo dire Islam e Occidente in modo assolutamente contrapposto; come possiamo dirlo in un modo che permette di apprezzare le differenze e incoraggiare il dialogo".
Garboli "Ovvio che la strada giusta sia la seconda".
Cacciari "Però occorre capire che cosa sono l'Islam e l'Occidente. Se chiaramente l'Islam è quello che esprimono certe tendenze fondamentaliste e se l'Occidente è quello della globalizzazione alla Belle Epoque, allora le due rotte finiscono in collisione e non ci sarà diplomazia o politica che tenga". Mi scusi, cosa intende per "globalizzazione alla belle époque"?
Cacciari "Mi riferisco a quel periodo iniziato con la caduta dell'impero sovietico durante il quale alcune potenze occidentali hanno pensato che si potesse realizzare una globalizzazione governata da modelli di tipo tecnico economico. Qualcosa del genere era stata avanzata dalla prima belle époque la cui utopia progressista si fondava anche in quel caso su aspetti prevalentemente tecnico scientifico ed economico. Da questo punto di vista credo che il crollo delle due torri ci obblighi, tra l'altro, a ripensare il concetto di globalizzazione. In questo senso si può auspicare una svolta epocale".
Garboli "Personalmente non credo che l'attentato alle Twin Towers segni una svolta "epocale". Non credo che ci obblighi a ripensare tutta la storia daccapo. Può sembrare cinico dirlo, considerata l'entità del dolore e della tragedia, ma un po' dello shock prodotto dall'attentato è dovuto alla sua spettacolarità". Però vorrei che riprendessimo il filo dell'Islam e il confronto con l'Occidente. Confronto che ha rischiato in più d'una interpretazione di essere ridotto a una caricatura.
Cacciari "Partirei dalla constatazione che in qualunque tradizione islamica - sunnita, sciita eccetera -  ci sono presupposti che non possono collimare con i nostri. L'Arabia Saudita, che è il migliore alleato degli Stati Uniti, ha una costituzione che coincide con il Corano. Mentre in tutti gli altri paesi arabi esistono costituzioni e regole politiche distinte dal mondo religioso".
Garboli "Fino a un certo punto...".
Cacciari "Non sto dicendo che hanno realizzato il parlamento inglese, sto affermando che lì le regole politiche intanto sono legittime in quanto si possono presentare come interpretazione del Corano o della Sunna, cioè della tradizione. Di qui la pluralità delle interpretazioni e la pluralità dei regimi politici. Allora l'Islam non è né una società per azioni né il nemico. È una grandissima civiltà che è entrata in crisi all'incirca tre secoli fa. Cioè quando l'Occidente inventa gli Stati Uniti. Da allora tutto il mondo islamico - dall'India all'impero ottomano - è tagliato fuori. La sua ricchezza era nell'essere mediazione strategica con tutto il mondo europeo. E l'atteggiamento europeo nei riguardi di quei paesi è stato di dire loro: se volete sopravvivere modernizzatevi, occidentalizzatevi. È esattamente qui che nascono le premesse del conflitto":
Garboli "Non vorrei essere frainteso. Quando io dico che la diplomazia Usa, il Pentagono, la Cia, la Casa Bianca, non hanno envisagé il loro vero nemico perché c'è stato quell'infausto incidente di percorso che è il comunismo negli ultimi vent'anni, non sto parlando di un nemico aggressivo. Nel senso che un nemico non è necessariamente qualcuno che si presenta con la faccia feroce. Credo che i detentori della ricchezza araba siano ormai capacissimi di muoversi nei corridoi del capitalismo senza che assumano la faccia cattiva. Ed è questa una delle ragioni per cui essendo la diplomazia statunitense abituata a vedere i sovietici che ringhiavano, non ha visto e catalogato come nemici gli altri. Adesso li ha visti e c'è mancato poco che tutto l'Islam non fosse demonizzato". È la guerra del bene contro il male?
Garboli "Il male è di nuovo un nemico ideologico. Non è l'Islam il nemico. Però l'Islam è diventato oggi un collante aggressivo, perché esistono i talebani, ed esiste un terrorismo che nasce ricco. È un fenomeno ricco che trae il suo alimento dalla povertà, dalla disperazione. Ho parlato di capitalismo. Ma quello di marca araba è fondato, diciamo così, su una struttura feudale. Il capitalismo arabo non ha controlli, nessuna limitazione, nessuna opposizione interna. Sopra c'è un gruppo di famiglie oligarchiche, dotate di immensi patrimoni, che mandano i loro figli a studiare a Oxford o negli Stati Uniti. Sotto vediamo una immensa fascia di popolazione affamata. È in questo fango di anime morte che il fondamentalismo può far presa".
Cacciari "Certamente questo tipo di fondamentalismo è una corrente politica dell'Islam, ma non è l'Islam. È nell'interesse dei terroristi che l'Occidente percepisca l'Islam come fosse esclusivamente il loro. E secondo me Bin Laden è un politico perfettamente secolarizzato, che fa un uso strumentale secondo i dettami occidentali dell'elemento religioso. Il nostro sforzo dovrebbe servire a individuare all'interno dell'Islam questo nemico che è anche un nemico dell'Islam. C'è stato un grande dialogo tra l'Occidente cristiano e l'Islam che fu tragicamente interrotto nel corso degli anni Sessanta e Settanta quando la prospettiva di pace fra israeliani e palestinesi si è sfasciata. Ed è stato un naufragio politico, non una impossibilità di confronto culturale".
Garboli "Quest'ultima cosa detta da Cacciari mi fa pensare che per la prima volta la diplomazia Usa ha visto di colpo una situazione che non aveva compreso prima. Ha visto che tutta la politica nata dal conflitto israeliano palestinese andava riveduta. E infatti la prima cosa che ha fatto è stato di cercare un negoziato, uscendosene con quella frase di grandissima importanza: "i palestinesi hanno diritto a uno Stato". Mi auguro che questi negoziati vadano avanti, ma se vuoi sapere la mia opinione intima e profonda, allora dico che è tardi. Troppo tardi la diplomazia Usa ha visto questo problema. Perché uno Stato palestinese si può formare ma ai confini di Israele rischia di essere risucchiato nell'orbita del fondamentalismo islamico". Ma c'è una speranza che il fondamentalismo possa essere sconfitto definitivamente?
Cacciari "Solo a condizione che l'intero processo di globalizzazione venga ripensato. Mi auguro insomma che davvero questa tragedia con quello che ne consegue porti a un mutamento radicale, a una svolta. Nel senso che questa epoca tutti la riconoscano finita e si cominci a pensare politicamente a un nuovo ordine mondiale, di cui necessariamente dovranno essere protagoniste potenze che finora sono state emarginate dal gioco. In particolare i paesi arabi, le grandi culture musulmane, la civiltà islamica. È difficile stabilire i termini di questo cambiamento in quanto si tratta di culture e civiltà diverse. E nel criticare il discorso aberrante della superiorità di una civiltà su un'altra, non bisogna commettere l'errore opposto di ridurre il peso delle diversità".
Garboli "La speranza secondo me è solo una politica di pace che riesca a svuotare di contenuto aggressivo la faccia dell'Islam. Però è un'acrobazia difficile portare avanti un dialogo di pace e nello stesso tempo mandare spedizioni di guerra in Afghanistan. Detto questo noi cittadini siamo tagliati fuori. Non sappiamo nulla, e tutt'al più possiamo almanaccare con i nostri strumenti storici, antropologici, filosofici o politici. Siamo tagliati fuori perché in una età in cui i mezzi mediatici sono il massimo della civiltà in corso, l'informazione non arriva o ci arriva già manipolata. Noi avremo sempre immagini distorte, notizie che non sapremo mai interpretare".
Cacciari "È vero sappiamo poco, ma non è vero che possiamo fare poco. Perché l'Islam è già qui: è in Francia, in Spagna, in Germania, da noi. Qui possiamo fare moltissimo". Come finirà?
Cacciari "Siamo in una situazione di inquietudine tellurica e nulla resterà come prima. Abbiamo due strade percorribili. Si può procedere ciecamente con una politica e con atteggiamenti da scontro di civiltà. E su questo non possiamo rimanere spettatori passivi. Oppure, come anche ha detto Bush, questa tragedia è una sfida, una chance per cambiare il mondo in meglio. Mi auguro che sia questa seconda strada a prevalere. Anche perché è evidente che i processi economici o sono politicamente governati o implodono".
Garboli "Sì, nulla sarà mai come prima. Ma niente è mai stato come prima. Viviamo nella stupidità e nella barbarie, Occidente compreso, e mai Voltaire è stato più lontano da noi".

Il Manifesto
Alla giornata
26 ottobre 2001
RICCARDO BARENGHI
Da venti giorni si sta combattendo (chi col morale, chi col corpo, chi giocandosi la vita) una guerra contro il terrorismo e il suo capo indiscusso, Osama bin Laden. L'uomo da battere, il personaggio da eliminare, colui che l'America vuole vivo o morto ad ogni costo, anche a costo appunto di una guerra con tutto quel che una guerra si porta dietro.
Avevamo capito male. La guerra che stiamo combattendo, da ieri non sappiamo più contro chi la combattiamo. Certo, il terrorismo: ma quale terrorismo? Certo, il male: ma chi è il male? Certo, per evitare che altre torri ci crollino addosso: ma chi le ha distrutte, quelle torri?
Il ministro della difesa degli Stati uniti ci ha informato che non è affatto detto che riusciremo a catturare, vivo o morto, Osama bin Laden. Perché lui è molto potente, ha molti soldi (ma non gli avevano bloccato le finanziarie?), un sacco di amici e di nascondigli dove rifugiarsi. Ma, ha subito aggiunto Rumsfeld, pure se non lo prenderemo la nostra battaglia continuerà più dura e lunga che mai fino a nuovo ordine. Contro chi, un popolo di disperati? E soprattutto, per fare che cosa dopo (se mai ci sarà un dopo)?
Intanto aspettiamo il nuovo ordine, che forse arriverà quando gli esperti del Pentagono (il ministero diretto da Rumsfeld) avranno esaminato le centinaia di migliaia di proposte che presumibilmente inonderanno nei prossimi giorni gli uffici del poligono di Washington. Il Pentagono ha infatti bandito una sorta di concorso (senza premi in denaro) invitando gli americani (ma possiamo partecipare anche noi alleati e gli arabi moderati, gli altri forse no) a fornire idee su come battere il terrorismo islamico. Il Pentagono assicura che verranno selezionate le proposte migliori i cui autori saranno chiamati a specificarle ulteriormente fino a scegliere il vincitore che dovrà compilare una vero e proprio piano di attacco, completo in tutti i suoi dettagli. Sarà poi messo in pratica da chi possiede i mezzi necessari per farlo (il fortunato vincitore verrà forse invitato alle operazioni).
Non è uno scherzo purtroppo. Sono fatti realmente accaduti che ci dicono che una guerra è stata iniziata senza sapere non come e quando sarebbe finita, ma neanche come farla andare avanti. Una guerra alla giornata.
Il nemico, impalpabile ma che almeno aveva una faccia, adesso non c'è più, scomparso così come era apparso. I taleban che dovevano essere sconfitti in pochi giorni non mollano. I civili che non dovevano essere toccati muoiono come mosche. I popoli islamici confinanti si agitano sempre di più. Ogni postino americano è ormai una vittima innocente e un involontario carnefice. I piloti dei cacciabombardieri non sanno più cosa colpire ma non possono smettere, altrimenti che guerra sarebbe.
Appunto, che guerra è una guerra diretta da un ministro - sempre Rumsfeld - che la mattina dice che non riusciremo a prendere bin Laden e la sera assicura che stiamo per prendere bin Laden? Una guerra folle. O cieca, che è anche peggio.

La Repubblica di Mercoledì 24 Ottobre 2001
RUDI DORNBUSCH 

-----Messaggio originale-----
Da: G. Losio [mailto:xxxxx@xxxxx.xxx]
Inviato: martedì 4 dicembre 2001 21.36
A: 'com_soc@diocesi.milano.it'
Oggetto: I: Una preghiera al mio Vescovo
...
***
Manifesto al Cardinal Martini tutta la mia immensa tristezza che mi deriva dall'assistere allo sterminio di figli di Dio da parte del paese che si arroga l'imperio della terra.
Questo senza disporre nemmeno di prove, elementarmente giuridiche e manifeste, sulla colpevolezza di chicchessia e contro i più primordiali diritti dell'uomo, "i diritti fondamentali della persona, a cominciare dal diritto alla vita dal primo sbocciare fino al suo naturale tramonto". (DISCORSO DEL SANTO PADRE AI GIOVANNI - PIAZZA KAPTOL - CATTEDRALE DI ZAGREB 2 OTTOBRE 1998).
Questo utilizzando strumenti indiscriminati di sterminio su intere città, etnie, bambini, vecchi, donne e uomini con l'obbiettivo, gridato ai popoli della terra, di sradicare, di distruggere di sterminare senza pietà.
Io reclamo una forte voce del mio Vescovo a difesa dei diritti fondamentali della persona.

Con filiale devozione.
G.
La Repubblica del 7 Dicembre 2001
Le nostre complicità
CARLO MARIA MARTINI
SONO molte le domande che si pone oggi l'uomo della strada di fronte alle notizie e alle immagini televisive di questi mesi e di questi giorni. La prima riguarda gli autori dei gesti di terrorismo, a partire dai più clamorosi e micidiali, in particolare quelli connessi col suicidio dell'attentatore, ed è la domanda sul "perché". Ci si chiede in quali oscuri meandri della coscienza possano albergare tali sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, quali risentimenti personali e sensi di umiliazione collettiva possano essere alla radice di simili folli decisioni.
Ma ci dobbiamo anche chiedere: ci siamo noi tutti davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire questi risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire, e contribuisse di fatto, ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio?
Ma non posso, a proposito di questa prima domanda, non sottolineare anche la tremenda responsabilità di chi, magari dotato di grandi mezzi di fortuna, ha imparato a sfruttare questi risentimenti e li fornisce di strumenti di morte, finanziando, armando e organizzando i terroristi in ogni parte del mondo, forse anche vicino a noi.
Emerge nel cuore della gente anche una seconda domanda, di natura politica e militare: il tipo di operazioni che si vanno facendo contro il terrorismo sarà efficace? Anche a questa domanda non osiamo dare una risposta. Essa è però connessa strettamente con la seguente.
La terza domanda è infatti di tipo etico: ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell'eccesso di violenza, della vendetta?
E' chiaro che il diritto di legittima difesa non si può negare a nessuno, neppure in nome di un principio evangelico. Ma occorre una continua vigilanza e un costante dominio su di sé e delle proprie passioni individuali e collettive per far sì che nella necessaria azione di prevenzione e di giustizia non si insinui la voluttà della rivalsa e la dismisura della vendetta. Si era avuta l'impressione che questi princìpi di cautela fossero presenti nei primi giorni della reazione ai terribili attentati dell'11 settembre. Ma ora a che punto siamo? Non ha forse l'ansia di vittoria e il dinamismo della violenza preso la mano, diminuendo la soglia di vigilanza sulle azioni di guerra che potrebbero essere non strettamente necessarie rispetto agli obiettivi originari e soprattutto colpire popolazioni inermi? E' qui che il principio della legittima difesa viene messo gravemente in questione: esso non può essere impunemente scavalcato senza creare più odi e conflitti di quanto non pretenda risolverne. Sembra questo in particolare il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua a succedere in maniera crescente in Medio Oriente. Da una parte un terrorismo folle e suicida contro cittadini pacifici e anche tanti bambini, un terrorismo che non conduce da nessuna parte e che suscita un crescendo di ira, indignazione e orrore. Dall'altra atti di rappresaglia che è difficile definire ancora come operazioni di legittima difesa, che colpiscono popolazioni inermi, e anche qui tanti bambini. Vi si aggiungono in più vere e proprie azioni belliche, di fronte alle quali anche l'osservatore più imparziale e sinceramente desideroso e convinto del bisogno di una piena sicurezza per il paese che così agisce, non riesce più a cogliere quale sia quella strategia della pace e della sicurezza che pure è sempre nel desiderio di tutto quel popolo la cui sopravvivenza è essenziale per il futuro della pace nella regione e nel mondo.
C'è un'ulteriore domanda. Molto semplice, evangelica. Suona così: che cosa ci direbbe oggi Gesù su quanto abbiamo evocato fin qui?
Che cosa ci suggerirebbe nello spirito del Discorso della Montagna, nel quadro delle beatitudini dei misericordiosi e degli operatori di pace? Gesù rimanda alla radice profonda di tutti questi mali, cioè alla peccaminosità di tutti, alla connivenza interiore di ciascuno con la violenza e il male, ripetendo per ben due volte: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Egli invita a cercare in ciascuno di noi i segni della nostra complicità con l'ingiustizia. Ci ammonisce a non limitarsi a sradicarla qui o là, ma a cambiare scala di valori, a cambiare vita. Gesù non intende per nulla togliere a ciascuno la sua concreta responsabilità. Ognuno è responsabile delle sue azioni e ne porta le conseguenze. Per questo Gesù disse a Pietro che tentava di difenderlo con la forza quando vennero per arrestarlo: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che metteranno mano alla spada periranno di spada». Gesù sa che ciascuno deve prendere le sue decisioni morali di fronte alle singole situazioni. Ma gli importa molto di più segnalare che tutti gli sforzi umani di distruggere il male con la forza delle armi non avranno mai un effetto duraturo se non si prenderà seriamente coscienza di come le cause profonde del male stanno dentro, nel cuore e nella vita di ogni persona, etnia, gruppo, nazione, istituzione che è connivente con l'ingiustizia.
Anche se lasciamo al Signore della storia il calcolo dei tempi, sappiamo che è ben possibile che maturi di nuovo in Occidente, forse proprio sotto la spinta di eventi così drammatici, la percezione che è necessario un cambio di vita, l'adozione di una nuova scala di valori. In un articolo recente si parlava, a proposito di tale riconoscimento, di «Apocalisse», nel senso etimologico di un «alzare il velo» di «una rivelazione» (Enzo Bianchi, Le apocalissi dell'11 settembre, La Repubblica 27.10.01). In questo contesto si tratta di una rivelazione del male in cui siamo immersi, dell'assurdità di una società il cui dio è il denaro, la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari di apertura delle borse mondiali. Una società che giunge quasi al ridicolo nella sua ricerca affannosa di investimenti virtuali, di transazioni puramente mediatiche e che pretende di esportare messianicamente questo modo di vedere in tutto il mondo. E' questa la globalizzazione che è giusto rifiutare. Se ciò vale per l'economia e la politica, perché non dovrebbero aprirsi anche nel campo della moralità nuovi spazi per un rinnovato impegno di serietà e di giustizia, per una ricerca del significato profondo della vita, per una maggiore apertura sul mistero di Dio? Ma non è così importante sapere se ciò si avvererà presto. In fondo, come diceva Bonhoeffer: «Per chi è responsabile la domanda ultima non è: "come me la cavo eroicamente in questo affare", ma: "quale potrà essere la vita per la generazione che viene?". Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde».
La pace è il più grande bene umano, perché è la somma di tutti i beni messianici. Come la pace è sintesi e simbolo di tutti i beni, così la guerra è sintesi e simbolo di tutti i mali. Non si può mai volere la guerra per se stessa, perché è sistematica violazione di sostanziali diritti umani. Vi saranno al limite casi di legittima difesa di beni irrinunciabili. Però il contrasto all'azione ingiusta, non di rado doveroso e meritorio, deve restare nei limiti strettamente necessari per difendersi efficacemente. Potranno anche essere necessarie coraggiose azioni di «ingerenza umanitaria» e interventi volti alla restituzione e al mantenimento della pace in situazioni a gravissimo rischio. Ma non saranno ancora la pace.
Pace non è solo assenza di conflitto, cessazione delle ostilità, armistizio. Pace è frutto di alleanze durature e sincere, (enduring covenants e non solo enduring freedom), a partire dall'Alleanza che Dio fa in Cristo perdonando l'uomo. In virtù di questa unità e di questa alleanza ciascuno vede nell'altro anzitutto uno simile a sé, come lui amato e perdonato, e se è cristiano legge nel suo volto il riflesso della gloria di Cristo e lo splendore della Trinità. Può dire al fratello: tu sei sommamente importante per me, ciò che è mio è tuo. Ti amo più di me stesso, le tue cose mi importano più delle mie. E poiché mi importa sommamente il bene tuo, mi importa il bene di tutti, il bene dell'umanità nuova: non più solo il bene della famiglia, del clan, della tribù, della razza, dell'etnia, del movimento, del partito, della nazione, ma il bene dell'umanità intera: questa è la pace.
Ogni azione contro questo «bene comune», questo «interesse generale» affonda le radici nella paura, nell'invidia e nella diffidenza. Genera i conflitti e nutre gli odi che causano le guerre. Ci vorrà una intera storia e superstoria di grazia per compiere questo cammino. Ma è questa la pace che è meta della vicenda umana.
@AR~Tondo:l'autore è l'Arcivescovo di Milano
(questo articolo è un estratto dall'omelia che è stata tenuta ieri nel Duomo di Milano)
http://www.diocesi.milano.it/vescovo/default.asp?documento=http://www.diocesi.milano.it/vescovo/s_ambrogio/6_12_2001.htm


La Repubblica di GIOVEDÌ, 10 GENNAIO 2002  - Prima Pagina
Solo chi ha più di 17 anni potrà vedere "La stanza del figlio": il dolore fa scandalo Moretti vietato ai minori Usa
MICHELE SERRA
Le cosiddette «maglie della censura» hanno, in tutti i paesi, una trama piuttosto cervellotica. In genere, però, sono il sesso e la violenza (più il sesso della violenza, va detto) a far scattare i divieti. Non può non destare sensazione, dunque, la notizia che gli americani hanno deciso di vietare ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto «La stanza del figlio» di Nanni Moretti. Si consideri, come termine di paragone, che la categoria nella quale il film di Moretti è stato incluso è la stessa che accoglie di solito registi di cruda spregiudicatezza come Tarantino e Spike Lee, oppure le più trucibalde pellicole horror. Quale «scandalo», quale choc, quale sconvenienza in un film che racconta la morte senza mostrare nemmeno un cadavere (solo una bara), e racconta il dolore umano senza esporre gli organi interni?
L'ipotesi – lusinghiera per Moretti, a ben vedere – è che lo scandalo scaturisca dalla precisione implacabile con la quale il film inquadra l'intollerabilità di una morte (una sola).
Uno scandalo artistico, dunque, che avrebbe costretto un comitato di censori abituato agli scannamenti di massa e alle cascate di sangue, a dubitare che i minorenni americani, pur pasciuti di sparatorie e stragi di celluloide, possano sopportare la visione di un padre e una madre verosimili che piangono disperati la perdita di un figlio verosimile.
Chiunque abbia visto il film, gli sia o non gli sia piaciuto, sa che per lo spettatore la prova emotiva è molto forte. Appunto perché si parla di una morte normale e quotidiana, non di uno show obitoriale come ce ne sono a centinaia. Si parla di una «morte vicina», che azzera la distanza stellare che il cinema ha saputo mettere tra lo spettacolo della morte e la morte vera.
Questo ci fa capire quanto la spettacolarità anestetizzi il dolore e la paura, e quanto la gigantesca produzione hollywoodiana (horror, noir, bellica) sia ben più facilmente metabolizzabile rispetto all'indigeribilità del dolore morettiano. I bravi padri di famiglia che, negli Stati Uniti come ovunque, si fanno carico di evitare ai minori proiezioni imbarazzanti, devono essersi detti che questo strano film italiano, così anomalo e così provocatoriamente privo dei consueti filtri culturali che sanno trasformare anche le peggiori catastrofi in «entertainment», avrebbe rischiato di angosciare oltre misura gli spettatori più giovani. Il cinema, dopotutto, è pur sempre un luogo dove il coinvolgimento emotivo non deve mai avere un tonnellaggio superiore a quello dei popcorn.
Altre spiegazioni sostanziali, francamente, non se ne trovano. Formalmente, pare che gli americani abbiano individuato perfino nel seno coniugale di Laura Morante «scene di sesso».
La centesima porzione, diciamo, delle orge di epidermide ormai riscontrabili perfino in un eventuale kolossal su Teresa di Calcutta o Florence Nightingale.
Nel cinema americano si muore in massa, a raffica, e si muore atrocemente, specie in quei popolarissimi e divertentissimi filmoni catastrofisti che solo l'attentato alle Twin Towers ha (momentaneamente) oscurato.
Ma un film in cui qualcuno muore «veramente», muore come capita di morire fuori dai cinema, nonostante il cinema, disobbedendo al cinema, beh, un film così è inevitabilmente sospettabile di poter impressionare i minorenni.
Forse sarebbe bastato che Moretti avesse scelto di raccontare l'immersione fatale del ragazzo filmandola, mostrandola, inquadrando in primo piano gli occhi strabuzzati, l'asfissia disperata, infine il cadavere inerte che risale tra le bolle (e qualche squalo, magari).
Allora sì che avrebbe fatto «cinema per famiglie».

  
Il mio punto
my point
La prima vittima della guerra è la verità, la seconda vittima della guerra è l'innocenza.
The first victim of the war is the truth, the second victim of the war is the innocence.
(Igor Man)

Non ci si mobilita soltanto in nome del mercato e della superiorità tecnologica, perché i despoti sono ormai fautori del capitalismo e la superiorità tecnologica si è infranta a Manhattan. Ci si mobilita per nuove guerre umanitarie , elaborando un diritto internazionale basato sul rispetto della persona. E’ l’unico conflitto vincibile, a meno di non voler entrare nel 2000 con il vecchio secolo nel bagaglio, e affilare i coltelli per nuove spartizioni tipo Yalta e nuove guerre di sterminio.
Not only mobilize ourselves in the name of the market and of the technological superiority, because the despots are by now supporters of the capitalism and the technological superiority has broken up into Manhattan. We have to mobilize ourselves for new humanitarian wars, processing an international right based on the respect of the person. It is the only winning conflict, unless enter 2000 with the old century in the baggage, and sharpen the knives for new partitions Yalta type and new extermination wars.
(Barbara Spinelli)

Messaggio per la pace - Cattivo auspicio le armi. Forgiate dall'ignorante, attentano alla nostra serenità. Quando il ricorso ad esse è inevitabile, il saggio agisce con misura. La natura aggressiva delle armi ci spinge ad offendere. Esse costituiscono uno strumento spaventoso il cui scopo è dare la morte. Triste è il ricorso alle armi ma quando si rende indispensabile, l'uomo di buona volontà non si compiace di usarle. Ciò che più ci addolora è assistere alla sofferenza altrui. La nostra impotenza di fronte alla strage ci addolora. Ma scendere in guerra significa oltrepassare il limite, essere oltre la soglia della ragionevolezza. Nella furia del combattimento il controllo è perduto. In guerra i nostri ideali periranno e noi con loro.
Message for the peace - Bad auspice the arms. Forged by the ignorant man, attempt to our serenity. When the recourse to them is unavoidable, the wise man acts with measure. The aggressive nature of the arms pushes us to offend. They constitute a frightful instrument whose scope is to give the death. Sad it is the recourse to the arms but when it becomes indispensable, the man of good will is not pleased to use them. What gives me mostly pain is to assist other people suffering. Our impotence in front of the massacre gives pain to us. But to go to the war means to exceed the limit, to be beyond the threshold of the reasonableness. In the fury of the combat the control is lost. In the war our ideals will die and we with them.
(Serena Dellepiane)

Bombardate l'Afghanistan di burro, riso, pane, indumenti e medicinali. Costa meno delle armi convenzionali, non mette a rischio vite americane e può far riflettere la popolazione che forse i Talebani non hanno tutte le risposte. Dopo tre anni di siccità, a un passo dal morire di fame, offriamo al popolo afgano la prospettiva di un nuovo futuro. Uno che includa la pancia piena.
Bombardiamoli di informazioni. Video e audiocassette di leader mondiali, soprattutto leader islamici, che condannano il terrorismo. Tappezziamo il paese di giornali che mostrano l'orrore degli atti terroristici compiuti dal loro «ospite». Sorprendiamoli con computer portatili e lettori Dvd pieni di prospettive che i loro governi gli negano. Di tutte queste bombe di speranza, qualcuna centrerà il bersaglio. Mandiamone tante che i Talebani non possano raccoglierle e nasconderle...
(Alexander Stille)
Da: G. Losio [mailto:xxxxx@xxxxx.xxx]
Inviato: sabato 22 settembre 2001 11.02
A: 'president@whitehouse.gov'
Oggetto: A warm recommendation
Dear President George W. Bush,
my deepest condolences for your People suffering, for your Institutions under high pressure.
Let me suggest, with the highest humility but also with the greatest involvement as member of the human being, the following recommendation/idea:
That's is a part of an article (of Alexander Stille) appeared yesterday in a local newspaper (La Repubblica):
…Let bombard Afghanistan with butter, medicines, rice, bread, clothes. It costs less than the conventional arms, it does not risk lives of Americans and it can let the population reflect that perhaps the Talebans do not have all the answers. After three years of drought, a step ahead starving, let us offer to the Afghan people the perspective of a new future. One that includes the belly full. Let us bomb them with information, videos and audiocassettes of world- wide leaders, above all leader Muslims, who condemn the terrorism. Let us upholster the country with newspapers, that shows the horror of the terrorist actions completed by their " host ". We should surprise them with portable computers and readers DVD full of perspectives that their governments deny to them. Among all these bombs of hope, someone will center the target. We should send so many of them, that the Talebans couldn't collect and hide all of them….
A strong embrace to you and to all America
Se sei d'accordo, puoi copiare il messaggio ed inviarlo a George W. Bush
If you agree, you can copy the message and send it to George W. Bush

"Vince il volatile".
Da un vecchio film americano "Morire d'amore" con Meryl Streep e Robert de Niro.
Ricordate la gara del protagonista con una gallina, alla fine della tombola vince la gallina ed esce la sritta "vince il volatile"
Conclusione:
Se non ci rendiamo conto che in tutta questa faccenda, che sta oscurando tutte le altre notizie ed avvenimenti del mondo (magari ci sta precipitando sulla testa un meteorite e i nostri sistemi di sicurezza non lo vedono perché distratti da questa guerra virtuale che incombe e basta, o magari nostro figlio ha messo incinta una poveretta e trascuriamo anche la famiglia con i suoi piccoli e grandi problemi, che sono le nostre vere bombe attuali) se non ci rendiamo conto che stiamo combattendo contro i sintomi (il crollo delle twin towers, il fenomeno Heider in Austria, ecc.) dimenticando di individuare le cause vere della malattia e curarle con la dovuta accuratezza ed attenzione massima, finiremo inevitabilmente male. Questo è il punto! Se non ci comportiamo da uomini, come ci induce a fare il nostro Papa ed esempio, vincerà inevitabilmente il volatile e perderà definitivamente l'uomo.
"Bird wins"
From an old American film "Falling in love” with Meryl Streep and Robert de Niro. 
Do you remember the game of the protagonist with a hen, at the end of the bingo the chicken wins and it appears the message: "bird wins"
Conclusion:
If we do not realize that in all this Afghanistan matter, which is darkening all the other news and events of the world (perhaps is even throwing down on our heads a meteorite and our security systems do not detect it because it is distracted from this still virtual war, or perhaps our son has made pregnant a young girl and we are neglecting also our family with its small and great problems, which are our true actual bombs) if we do not realize that we are fighting against the symptoms (the collapse of the twin towers, the Heider phenomenon in Austria, etc.)  forgetting to characterize the true causes of the disease and to cure them with the due accuracy and the maximum attention, we will end unavoidably badly.  This is the point!  If we do not behave ourselves as men, as suggest us for example to do our Pope, the bird will unavoidably win and the man will lose definitively.

E la sera andavano in via Veneto "5 sfigati 5"
Notizie reali sugli Afgani arrestati a Roma.
Per essere coscienti della manipolazione dell'informazione, vi aggiorno sulla situazione reale dei 5 pericolosissi Afgani arrestati a Roma nei giorni scorsi: sono 5 poveracci sfigati (uno di 15anni e gli altri minorenni!) arrivati in Italia qualche giorno prima, la cartina che avevano in mano gliel'hanno data all'ufficio immigrazione del comune (!!! cazzo, ci pensate!!) e il percorso segnato sopra è quello usuale che riporta i luoghi dove possono trovare assistenza (aiuto, il Vaticano sulla mappa!!...andavano dalle sorelle di madre Teresa, giusto a fianco, per trovare abiti... ri-aiuto, Trastevere segnalata!!... lì c'è il convento delle sorelle dove dovevano mangiare... oggi "Repubblica online": si rifiutano di parlare!! ... un quindicenne Afgano scampato ad una delle peggiori situazioni al mondo di povertà e mancanza di diritti umani che non parla ovviamente una parola di italiano... non so se c'è da piangere o da ridere...)... erano passati anche ad un centro di accoglienza di Roma, dove erano stati assistiti... ieri pomeriggio è tornato il fratello del quindicenne arrestato (di 17 anni, anche lui appena entrato in Italia - sono arrivati in 7) che è arrivato piangendo e terrorizzato, non sapeva più dove fosse il fratellino, tutto il pomeriggio a non riuscire a rendersi conto...ieri sera sono state fatte diverse telefonate alle redazioni dei giornali, ai telegiornali, ma il clima non è da rettifiche e mea culpa, e qualcuno ha ventilato che fosse un'operazione programmata dall'ufficio stampa dei carabinieri per far vedere che "siamo attenti e vigilanti".... per la cronaca, la notizia è finita anche sulla CNN... dei fatti reali, invece, nessuno fa menzione...
In the evening walking to Via Veneto"5 poor unlucky kids 5"
Real news on the Afghans arrested in Rome.
To be aware of the manipulation of the information, let me draw your attention to the real situation of the 5 "most dangerous" Afghans arrests to Rome some days before: they are 5 poor cool unlucky kids (one 15  and the other an under-age one!) some day arrives to you in Italy before, the map that they had in hand have been  given by the office immigration of the common one (!!! shit, unbelievable!!) and the distance marked over is that usual one that filler the places where they can find attendance (aid, the Vatican on the map!!... went from the mother sisters Teresa, just to flank, in order to find dresses... -aid, marked Trastevere!!... lì there is the convent of the sisters where they had to eat...  today "La Repubblica online": they refuse to speak!! 15 years old an Afghan escaped from one of the worse situations of poverty and lack of human rights of the world  that obviously does not speak a word in Italian... I do not know if there is to cry or to laugh...)... they passed also by a center of acceptance of Rome, where they have been  assisted...  yesterday afternoon the brother of the 15 years old kid arrested came back  (17 years old, he also just entered  in Italy - they arrived in 7) who arrived crying and terrified, did not know anymore where the little brother was,  all the afternoon he did not succeed to realize what was happening to them... yesterday evening  have been made various telephone calls to the editorial offices  of various newspapers, to the television news, but the climate was not the one of rectifying  and of mea culpa, and someone has thought that it was a programmed operation by the print office of the police  in order to let see that " we are overseeing and supervising ".... chronicle that: the news ended up also on the CNN...  the real facts, instead, nobody mention...
(Sefano Maero - Fratelliditalia Italiani all'estero)

16 ottobre. Sono tornato questa mattina al mio lavoro. Ho 54 anni, gestisco un'azienda di circa 20 miliardi di fatturato ed ho investito in felicità tre giorni del mio tempo alla Pace. Ho partecipato a parte ai lavori della 4. Assemblea dell'ONU dei Popoli al Palazzo dei Priori di Perugia il sabato, ho partecipato alla veglia serale sulla pace nella vicina Cattedrale, organizzata dai giovani dell'Associazione Scoutistica Cattolica Italiana con altre Organizzazioni sorelle del Terzo mondo ed ho percorso il giorno seguente i 26 Km integralmente dai Giardini del Frontone di Perugia alla Rocca Maggiore di Assisi. Un forte intelligente spontaneo richiamo ai valori immortali della pace e dell'attenzione a chi ha bisogno di una parola, di un pezzo di pane, di un bicchiere d'acqua, di una opportunità di lavoro, per vivere da uomo. Un crogiuolo di amori e di passioni che meritano soltanto di essere abbracciati per crescere senza esclusioni. PER FAVORE NON SPRECHIAMO PER FAZIOSITA' QUESTI VALORI, TROVIAMOCI ANCORA PIU' NUMEROSI, PRESTO. G. Losio
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October 16th. I am just returned this morning to my job. I am 54, I manage a company of approximately 10 million US$ turnover and I have invested in happiness three days of my time to the Peace. I have participated to part to the jobs of the 4. Assembly of the UN of the People in the Palazzo dei Priori of Perugia on Saturday, I participated also to the evening waking on the peace in the near Cathedral, organized by the young people of Italian Catholic Scout Association with other sister organizations of the Third world and the following day I have covered walking the 26 Km integrally from the Gardens of Frontone in Perugia to the Rocca Maggiore of Assisi. An intelligent, strong, spontaneous callback to the immortal values of the peace and to the attention to whom has need of one word, of a piece of bread, a glass of water, one job opportunity, for living as a man. A crucible of loves and passions that only deserve of being embraced in order to grow without exclusions. PLEASE WE DO NOT WASTE FOR FACTIOUSNESS THESE VALUES, LET US MEET OURSELVES STILL MORE NUMEROUS, SOON.

AFGHANISTAN: VATICANO, RAPPRESAGLIE SOLUZIONE ILLUSORIA MONS. MARTINO ALL'ONU CONDANNA RAID AFGHANI, NON ISOLANO TERRORISMO Citta' del Vaticano, 22 ott. - (Adnkronos) - ''Le rappresaglie, che colpiscono in modo indiscriminato degli innocenti, continuano la spirale di violenza e sono soluzioni illusorie che non portano all'isolamento morale dei terroristi''. Parlando oggi all'Assemblea generale dell'Onu in corso in questi giorni a New York, sul tema 'La Cultura della pace', mons. Renato Martino, riferisce Fides, ha espresso le perplessita' della Santa Sede sulla campagna militare anglo-americana in Afghanistan, con un intervento che sembra essere la prima piu' esplicita condanna vaticana dei raid in Afghanistan dall'inizio dei bombardamenti dopo i ripetuti appelli del Papa per la fine dei raid.(Mbr/Pn/Adnkronos) 22-OTT-0120:24
AFGHANISTAN: VATICAN, REPRISALS ILLUSORY SOLUTION MONS. MARTINO To the UN SENTENCE RAID AFGHANI, DO NOT ISOLATE TERRORISM Vatican City, 22 ott. - (Adnkronos) - ' ' the reprisals, which hit in indiscriminate way the innocents, continue the violence spiral and are illusory solutions that do not carry to the moral isolation of the terrorists' '. Speaking today to the General Assembly of the UN running in these days in New York, on the topic ' the Culture of the pace', Mons. Renato Martino, reports Fides, expressed the perplexity of the Holy Seat on the Anglo- American military campaign in Afghanistan, with an intervention which seems to be the first most explicit Vatican sentence of the raid in Afghanistan from the beginning of the strafing, after the repeated appeals of the Pope for the end of the raids. (Mbr/Pn/Adnkronos) 22-ott-0120:24

Salvare la vita di uno solo dei nostri figli vale sei miliardi di volte il rischio di far saltare il mondo. Non esiste il ricatto quando si tratta di salvare la vita di un bambino, e bambini lo sono tutti infine. Cedere al ricatto per questo è celebrare la volontà di Dio. Che Dio ti  benedica mamma, bellissima, di tutte le latitudini, di tutti i focolari del mondo. Nessuno è diavolo, tutti siamo figli di Dio.
To save the life of  only one of our children is worth six billions of times the risk to blow up the world. It does not exist blackmail when it's about  to save the life of a child, and children are all of us finally. To give in to blackmail for that means to celebrate the will of God. God bless mothers, beautiful, of all the latitudes, all the hearths of the world. Nobody is devil, we all are God's children.

Una infamia politica, una imbecillità umana senza eguali nella storia dell'uomo. Credere e far credere di cancellare il terrorismo con un terrorismo che più terrorismo non si può. Una vera e propria nuova Babele di tutto quanto pensato, creato dall'uomo dalla sua comparsa su questa terra.
Nemmeno Hitler ha avuto l'infamia di pigiare, di lacerare, di spremere, di bruciare, come in un tino tragico, i corpi di uomini, donne, bambini come noi, come le nostre, come i nostri bambini, con le sue bombe immani. Uomini, donne, bambini volutamente rinchiusi e non fatti uscire, tra le mura prigioniere di intere città, per essere spremuti meglio, senza tregua e senza pietà.
E nemmeno si sa ancora veramente, nel disprezzo di ogni diritto, chi sia il vero colpevole. Il più ricco e più potente, che massacra gli uomini, le donne, i bambini già più poveri, già più miserabili e più perseguitati della terra.
E si esercita la peggiore violenza ancora e sempre sull'altra metà del mondo, dicendo, a posteriori, che si è andati a liberare le donne afgane dal burka, quando per venti, cento, mille anni, nessuno si è curato di loro prima.
Ancora, si usano le donne come tamponi al sangue delle ferite fatte in nome solo e soltanto di una viscerale sete di pura, cristallina vendetta.
Ed ancora il codazzo laido dei politici del mondo "civile".
Ed ancora, insaziabilmente, nelle loro società protette si scherza, si ride, ci si sollazza tra una battuta su Bin Laden ed una su Bill Clinton, adeguatamente ripescato, anche lui, per l'occasione.
Ma in Afghanistan oggi si continuano a bombardare, si continuano a sbriciolare crani di uomini, crani di donne, crani di bambini,
A political infamy, a human imbecility without equal in the history of the human beings. To believe and to let others believe to be able to cancel the terrorism with a terrorism that more terrorism it doesn't exist. One true and real new Babel of all what has been thought, created by the human being since its appearance on this earth.
Neider Adolf Hitler had the infamy of treading, tearing, squeezing, burning, like in a tragic vat, the bodies of men, women, children, like we, ours, like our children, with its enormous bombs. Men, women, children intentionally locked up and not let go out, inside the prison of the walls of entire cities, to squeeze them better, without ending and without mercy.
And we do not know still truly, in the contempt of every right, who is the true guilty. The richest and more powerful individual, who massacres the men, the women, the children already the poorest, already more wretch and more persecuted of the entire earth.
And the violence is practised always and always worse on the other half of the world, saying afterward, that it has been done to free the Afghans women from the burka, when for twenty, hundreds, thousand years, nobody has taken care of them before.
Still, the women manipulated like pads to the blood of wounds, only and always in the name of a visceral thirst of pure, crystalline revenge.
And still the vile crew of the politicians of "the civil" world.
And still, insatiably, in their protected societies, they joke, laugh, take delight between a witticism on Bin Laden and one on Bill Clinton, adequately refund again, he too, for this occasion.
And in Afghanistan today they continue bombing, they continue crumbling skulls of men, skulls of women, skulls of children, like we, ours, like our children.

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Kabul orphans: despite the conditions the orphans manage a smile for any visitor

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hanno bisogno di noi, they all miss us
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