1.1.4.6.1 Dahrendorf 01
PROGRAMMA TEMA - Domande di fine millenio
Intervista a Lord Ralf Dahrendorf, sociologo
Andata in onda a Tema, Raitre il 26 febbraio 1998
A suo avviso, quali sono i rischi che la democrazia potrebbe correre nel XXI secolo?
La democrazia, a mio avviso, rappresenta un sistema che ci consente di eleggere ma, cosa ancora più importante, di liberarci di un governo a attraverso il voto popolare. In altre parole, i governi vengono formati in seguito a elezioni, ma è possibile, nelle elezioni successive, negare il proprio consenso ai governi in carica. Si tratta di un sistema che si è rivelato utile anche nel XX secolo. Intendo dire che con questo sistema le grandi democrazie - come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Svezia, la Svizzera - sono riuscite risolvere i maggiori problemi del ventesimo secolo. I paesi che, al contrario, hanno scelto altre forme di governo - in particolare l'Italia, la Germania, la Spagna ed altri - non hanno avuto gli stessi risultati. Così, c'è stata una grande vittoria della democrazia, prima in occidente dopo il 1945 e poi, nella Europa centrale e orientale, dove la democrazia è stata introdotta dopo il 1989. Tuttavia, una volta introdotta la democrazia, nascono molti problemi: i governi eletti democraticamente sono sempre a rischio in quanto possono non essere confermati da nuove elezioni. Questo è uno dei maggiori problemi del nostro tempo. Le trasformazioni economiche, i cambiamenti strutturali, che risultano dal processo di normalizzazione, richiedono misure dure. A esempio, nel campo della spesa pubblica, è assolutamente necessaria la riforma dello stato sociale. Allo stesso tempo ci sono problemi relativi alla legalità e all'ordine, ci sono problemi enormi in relazione all'immigrazione. Tutti questi problemi portano alla luce una tendenza verso l'autoritarismo, che spinge le persone a pensare "tutti questi partiti e i governi basati sui partiti, non sono in grado di affrontare questi problemi ". Abbiamo bisogno di un punto fermo, di una leadership capace di durare più allungo. Credo che questo rischio di autori carisma rappresenti attualmente il maggior pericolo per la democrazia.
Lei ha sottolineato che il processo di globalizzazione mette in pericolo la coesione sociale. In che modo?
La globalizzazione è la condizione in cui tutti viviamo. I mercati sono diventati più vasti, in alcuni settori, globali. Questo processo di globalizzazione richiede enormi sforzi da parte di tutti paesi, soprattutto da parte dei paesi industrializzati, per restare competitivi. Questo sforzo esige un apparato statale e uno stato sociale molto snello; è una competizione fra gli individui, che vogliono emergere, spesso a spese degli altri. È un processo che rende difficile quel senso di solidarietà che ha caratterizzato soprattutto i paesi europei. Se a questa solidarietà diamo il nome di coesione sociale, vediamo allora una certa tensione, non tanto tra la globalizzazione e la coesione sociale, quanto tra la necessità della concorrenza all'interno del mercato mondiale e la coesione sociale. Mentre ci rendiamo conto che le comunità sociali si vanno disgregando ovunque - le famiglie, per molti versi, sono già andate in frantumi - le istituzioni della solidarietà non sembrano esistere. Ci troviamo dunque di fronte a un dilemma.
Per utilizzare la sua espressione, riuscirà occidente a "quadrare il cerchio", conciliando opportunità economiche, società civili e libertà politica. Quali sono le difficoltà che gli ostacoli?
Come tutti abbiamo imparato a scuola, la quadratura del cerchio non è del tutto possibile. In altre parole non ci si riesce concretamente, sebbene ci si possa avvicinare. La domanda è dunque quanto riusciamo ad avvicinarci. Quadrare il cerchio significa raggiungere tre cose: crescita economica sostenibile e prosperità, coesione sociale e libertà politica. Ritengo che non dobbiamo permettere a nessuno di costringerci a sacrificare uno di questi principi. Questo significa che il metodo di crescita economica americana, associato alla libertà politica, ma privo di coesione sociale, non è soddisfacente. Ma anche il metodo tedesco di forte coesione sociale e libertà politica, che però minaccia la concorrenza e lo sviluppo economico, è assolutamente insoddisfacente. Inoltre, il metodo asiatico che pone l'enfasi sulla crescita economica che sulla coesione sociale ma privo di libertà politica, risorta, accesso insoddisfacente. Credo che in Europa ci stiamo muovendo abbastanza bene e sono dell'avviso che questo possa rappresentare l'ambito in cui l'Europa può diventare un modello per gli altri.
Un'ultima domanda. Lord Dahrendorf, lei è ottimista?
No, sono una convinto sostenitore dell'analisi pessimista, seguita dall'azione, da un tentativo attivo di migliorare le cose.

SOCIALISTI EUROPEI UN AMARO RISVEGLIO
di RALF DAHRENDORF
La Repubblica del 9 Marzo 1999,
ALCUNI riformatori che si considerano di centro-sinistra esultano: tranne l'Irlanda e la Spagna, dicono, i governi dell'Unione Europea sono guidati da politici di sinistra. Si preferisce dimenticare i fatti che contraddicono quest'affermazione. Chi governa la Francia della cohabitation? Fino a che punto la "grande coalizione" austriaca è di sinistra? E come considerare il governo olandese, composto di socialdemocratici e liberali di destra? Cosa significa esattamente "sinistra" in un Belgio in via di disintegrazione? E quanto sono di "sinistra" i sostenitori di Cossiga in Italia? In verità, sembra che l'elettorato europeo non sappia bene chi sostenere. Sono pochi oggi i partiti che ottengono più del 40% dei voti. In realtà, regna l'incertezza.
Di fatto però, i nomi che oggi catturano l'immaginazione non sono più quelli di Margaret Thatcher o di Helmut Kohl, e neppure di Jacques Chirac. Tony Blair è tuttora un divo della politica, come lo sono D'Alema e Veltroni, Schroeder e Lafontaine, e persino Jospin e Strauss- Kahn. Nuovi impulsi dovrebbero venire dalla "terza via", o "neue Mitte". Ma i rappresentanti dei governi si trovano ad affrontare una serie di difficili problemi, che sono quelli classici della socialdemocrazia. Il primo è lo scontro tra internazionalismo teorico e nazionalismo pratico e popolare. L'Europa, nelle prime settimane dell'esperienza dell'euro, ne rappresenta un caso pressoché classico. Anche lasciando da parte questioni esplosive quali quella di Gibilterra (oltre che, fuori dall'Ue, la Grecia e la Turchia), il dibattito sull'Agenda 2000 ha rivelato divisioni profonde. Se il primo ministro italiano scrive al cancelliere Schroeder, o se il ministro francese dell'agricoltura si rivolge al suo omologo tedesco, il fatto di potersi chiamare reciprocamente "compagni" (cosa che peraltro probabilmente evitano di fare) non li avvicina affatto a un accordo.
PER il primo ministro britannico non esiste una terza via per risolvere i nodi del paese. L'insistenza del primo ministro spagnolo per la prosecuzione del Fondo di coesione ha ben poco a che fare con i suoi convincimenti di centro-destra: qualsiasi capo di governo spagnolo si muoverebbe sulla stessa linea. Ed è ormai chiaro che l'appartenenza alla stessa "famiglia" politica non è di grande aiuto per la soluzione di questi problemi. Non diversamente dai loro omologhi conservatori, i governi di centro-sinistra troveranno accordi soltanto a spese altrui - e in particolare degli aspiranti stati membri dell'Europa centro-orientale. Le questioni interne non sono meno spinose. Ora che l'utopia europea incomincia a perdere il suo fascino, i governi si rendono conto di dover affrontare il problema occupazionale nei rispettivi paesi. Non li aiuterà la Banca centrale europea, e neppure un "patto per l'occupazione", che non produrrà un solo posto di lavoro. Così i governi si ritrovano davanti ai soliti problemi. Tony Blair raccomanda la via americana, con un mercato del lavoro flessibile e incentivi alle imprese, mentre il ministro Lafontaine propende per soluzioni più tradizionali, quali gli stimoli alla domanda e un certo grado di redistribuzione. Queste posizioni hanno entrambe oppositori sia all'interno dei rispettivi governi che all'estero, e non contribuiscono esattamente a dare un'idea chiara su ciò che le sinistre al governo si dispongono a fare.
Non è dunque cambiato nulla? Il nuovo centro, o la terza via, sono soltanto miraggi? L'incontro milanese dei leader dei nuovi governi è stato solo un'occasione per pronunciare altre parole vuote? Un discorso del genere sarebbe un'interpretazione errata di ciò che sta accadendo oggi in Europa. Le sinistre al governo incontrano problemi non diversi da quelli affrontati in precedenza dalle destre. In realtà, è difficile identificare la differenza tra il "nuovo centro" di Aznar in Spagna e Schroeder in Germania. Vi è stato però un cambiamento dello stato d'animo dominante tra l'elettorato europeo. Il capitalismo puro non è più popolare come lo era negli anni 80 e all'inizio degli anni 90. La gente vuole la nuova libertà dei mercati, le opportunità di scelta; ma vuole anche essere certa che il prezzo da pagare in termini di solidarietà e di coesione sociale non sia troppo elevato. Quello che sta cercando è un modo per far coincidere la competitività sui mercati globali con la coesione di comunità civili.
Lo stato d'animo è mutato. L'ondata neoliberista degli anni 80 appartiene al passato. Ecco perché una minoranza significativa ha modificato le proprie preferenze elettorali, e vota per i partiti di centro-sinistra. Ma questi partiti, pur avendo preso atto del clima mutato, non hanno ancora trovato una nuova via. Per il momento il cambiamento, più che realtà politica, è apparenza a livello di pubbliche relazioni. Ad esempio, la questione cruciale delle tasse - chi paga, quanto, in che modo e per quali scopi pubblici - è strenuamente elusa dalla sinistra oggi. Allo stesso modo, stiamo semplicemente evitando di discutere i problemi reali delle società che tentano di trovare un modo per incoraggiare la creazione di ricchezza, riconoscendo al tempo stesso le esigenze dell'ambito pubblico.
Perciò, per il momento le sinistre di governo deludono. Se documentano un diffuso desiderio di cambiamento, non sono state finora in grado di tradurlo in realtà. Forse è fuori moda pensare che la finzione possa bastare. A volte si ha la sensazione che stiamo tutti vivendo in un mondo virtuale, soprattutto nell'ambito dei mercati finanziari, così determinanti per la nostra vita. Ma potrebbe accadere che una nuova politica "di stabilità e di crescita", di creazione di ricchezza e coesione sociale, sia portata avanti da qualche parte - fors'anche da chi oggi non è al governo.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

I difficili confini
della liberale Europa
di RALF DAHRENDORF
La Repubblica del 01/05/99
Il tempo della guerra non è tempo di parole, neppure delle più perspicaci. Chi è contrario alla guerra in Jugoslavia può manifestare, firmare appelli, scrivere ai parlamentari; e chi è a favore può sperare in un esito ragionevole. Ma il grande dibattito potrà avere inizio solo in un secondo tempo, quando la scena avrà cessato di mutare ogni giorno. Perciò in questa fase sono riluttante a spendere molte parole. Con queste note vorrei più che altro indicare alcuni punti di riferimento per i dibattiti futuri. Il processo sistematico, spesso palese ma talvolta anche invisibile, di "epurazione" dei non serbi da vaste zone dell' ex Jugoslavia per stabilirvi una "pura" tirannia serba, è stato fin dall' inizio inaccettabile e insopportabile in termini umani. MA l' Occidente lo ha tollerato: prima con il riconoscimento di nuovi stati etnicamente "puliti" quali la Croazia, e quindi con il tentativo di imporre un ordine multietnico sostenibile in Bosnia-Erzegovina, attraverso gli accordi di Dayton. La questione del Kosovo è rimasta però in sospeso. Quando il regime di Milosevic ha dato inizio alla "pulizia etnica" nell' intera provincia e ai massacri dei kosovari di origine albanese, si è raggiunto un punto in cui dovevamo dire: "Basta!" A mio parere, se l' Occidente e l' Europa hanno un significato, intervenire era necessario e giustificato. La questione del rapporto tra gli obiettivi e i mezzi usati nella guerra in Jugoslavia è precisamente tra quelle che non ha senso discutere ora.
Conosceremo a tempo debito la risposta. C' è chi crede di conoscerla fin d' ora, e vorrebbe forse poter dire "io l' avevo detto", una volta che il risultato sarà noto. Ma dato che io non ho desideri di questo genere, non sento il bisogno di pronunciarmi in proposito. La guerra in Jugoslavia è stata definita la prima guerra della sinistra. è vero che i suoi obiettivi non assomigliano in nulla ai fini tradizionali degli interventi armati. La sicurezza dell' Europa non è direttamente minacciata dalle stragi e dall' espulsione di un parte della popolazione dei Balcani; e la Nato non ha fini di conquista, come non ne hanno i suoi membri. In termini geopolitici, questa guerra non ha molto senso. Perciò non sorprende il fatto che l' opposizione all' intervento armato provenga in buona parte dalla destra politica. Per la scuola di pensiero di Kissinger, questa è la guerra sbagliata. Si esita a usare il termine "umanitaria" per qualsiasi tipo di conflitto armato; ma gli obiettivi in questo caso sono chiaramente la salvezza e la sopravvivenza di esseri umani minacciati da un nazionalismo aggressivo. La guerra in Jugoslavia la dice lunga sull' Europa.
C' è da sospettare che senza la Nato - o piuttosto senza il presidente Clinton e gli Stati Uniti - l' Europa non si sarebbe spinta al di là di una certa soglia. Ora che è andata oltre, è accaduto qualcosa di cruciale in relazione alla sua stessa definizione del continente europeo. La discussione su dove incominci e dove finisca l' Europa è stata spesso di natura quasi metafisica. Chi sono i veri europei? Gli slavi sono europei? E i musulmani? Domande del genere sono praticamente prive di senso. Potremmo senz' altro convivere con una definizione geograficamente vaga dell' Europa, ma la sua definizione politica deve essere rigorosa. L' Europa comprende i paesi europei che hanno aderito ai principi dell' ordine liberale, dello stato di diritto, della democrazia e della convivenza civile. A questo riguardo, il Consiglio d' Europa ha disegnato i suoi confini con eccessiva generosità, mentre quelli tracciati dall' Unione Europea sono troppo restrittivi. Tra gli altri suoi effetti, la guerra avrà quello di definire i paesi balcanici, Serbia compresa, come appartenenti all' Europa sebbene abbiano ancora un lungo cammino da percorrere prima di poter essere considerati nel novero degli Stati che aderiscono ai principi di un ordine liberale. L' impegno dell' Europa comporta, quanto meno, la promessa di accogliere in futuro nell' Unione l' intera regione compresa tra l' Austria e la Grecia.
Una promessa di vasta portata. Parlare di piano Marshall è una tentazione, ma rischia anche di essere fuorviante. Le dimensioni dell' impegno necessario sono comunque analoghe. Per l' attuazione del Piano Marshall gli Stati Uniti hanno stanziato in favore dell' Europa il 2% del loro Pil. Ricordiamo che il costo totale dell' Unione Europea non raggiunge l' 1,2% del Pil dei suoi stati membri.
Una volta conclusa l' azione militare, saranno necessari aiuti massicci d' ogni genere, sia per le opere di ricostruzione in Serbia che per programmi di sviluppo in altre zone dell' ex Jugoslavia, compreso il Kosovo. Sarà questo il test reale della volontà dell' Europa di difendere i suoi valori. Uno dei primi atti qualificanti del nuovo presidente della Commissione, da quando è entrato nell' esercizio delle sue funzioni, è stato quello di nominare un Commissario con responsabilità speciali per i Balcani: un' iniziativa che dimostra - sia detto per inciso - la sua volontà di presiedere una Commissione più operativa che burocratica. Per i fautori di una società liberale si pone un problema molto allarmante. L' ordine liberale presuppone la convivenza pacifica tra popolazioni con opinioni, origini e confessioni diverse, in base alle norme del diritto e della democrazia. Per principio, ogni ordinamento liberale riconosce l' eterogeneità dei suoi cittadini, e da essa trae beneficio. Nel caso della Bosnia, si è tentato di affermare questo principio, anche se è lecito dubitare che il tentativo abbia avuto buon esito. Ma come si giustifica l' eventualità di proporre altrove, e in particolare in Kosovo, l' omogeneità etnica? L' Europa si prepara davvero a presiedere di fatto alla creazione di una provincia o di uno Stato deliberatamente omogeneo? Saremo proprio noi liberali europei a fare da guardiani alla "pulizia etnica"? Per ora si tratta di una domanda ipotetica, che però si può senz' altro presentare nella realtà, ed è in un certo senso già implicita nelle diverse formulazioni degli obiettivi della guerra. Probabilmente la risposta è affermativa: è a questo che stiamo mirando. Ed è una risposta preoccupante. I lettori di "Repubblica" non mancheranno di notare che in questi commenti ho evitato di affrontare i temi cruciali di cui si discute in Europa, nelle case come nei luoghi di lavoro e di incontro. è una scelta deliberata. Non credo che le elucubrazioni di intellettuali sulle prossime mosse da fare sul campo possano essere di grande utilità. Concluderò con un triste commento finale, in linea con le mie precedenti note. Si è affermato spesso che il processo di integrazione europea ha ottenuto almeno un risultato incontestabile: quello di rendere oramai impossibile una guerra in Europa. Per quanto mi riguarda, non l' ho mai detto, e neppure pensato. Nelle vicende umane bisogna usare molta cautela con la parola "impossibile". Sono pochissime le cose che erano possibili una volta, e oggi non lo sono più. Perciò è essenziale non dare nulla per scontato, e costruire un' Europa per ogni eventualità. L' ordine liberale è sempre minacciato. Ma è tuttora la cosa migliore in cui sperare.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

COM’E’ DIFFICILE PROCESSARE I LEADER
Il Messaggero del 1 Giugno 1999
di RALF DAHRENDORF
I CASI di Ocalan e di Pinochet, del leader militante curdo in Italia (oggi processato in Turchia dopo la cattura - ndr) e del leader militare cileno in Gran Bretagna, non hanno molto in comune fra loro ma sollevano entrambi lo stesso interrogativo: è ammissibile che un Paese qualsiasi o la comunità internazionale portino in giudizio leader politici che potrebbero aver commesso dei crimini contro l’umanità nella propria nazione? Questa domanda è diventata di maggiore attualità non solamente in conseguenza dei due casi citati, ma anche a seguito dell’iniziativa presa da Emma Bonino ed altri per l’istituzione di un tribunale penale internazionale e del modesto successo conseguito con i processi ai criminali di guerra jugoslavi di fronte al Tribunale Internazionale dell’Aja. Tuttavia, le implicazioni della materia sono enormemente complesse, e girano tutte intorno ad un interrogativo classico: come è possibile sottomettere il rispetto dei diritti umani a leggi universalmente valide?
Per il momento non disponiamo di una risposta adeguata, tuttavia sono ipotizzabili alcune affermazioni.
La prima è che i governi e i loro leader, in veste ufficiale, sono autorizzati a commettere crimini che normalmente sarebbero perseguibili. In un certo senso è stato proprio questo il punto chiave delle udienze della Camera dei Lord sul caso Pinochet. Esiste il principio di “immunità sovrana”? In molti Paesi le leggi vigenti prevedono un tale istituto, ma sono sempre più numerosi coloro che ritengono inaccettabile concedere l’impunità totale a chi detiene il potere... La seconda affermazione è che alcune di queste violazioni sono talmente orribili da attrarre l’attenzione internazionale. Le stragi dei Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia sono ritornate sugli schermi televisivi. Da Algeri al Sud Africa, il continente africano è una fonte fin troppo copiosa di esempi recenti. Questi casi riguardano solo i paesi direttamente interessati? E’ accettabile che ad Idi Amin, all’“imperatore” Bokassa o a Duvalier, dittatore di Haiti, vengano offerti asilo e protezione da parte di Paesi terzi? Una risposta è l’estradizione. Non facciamoci abbagliare dal fascino di un’idea che ci sembra buona: per il momento, l’unica arma giuridica realistica per le violazioni nazionali dei diritti umani è la giurisdizione nazionale: rimane l’unico strumento efficace per perseguire crimini commessi all’interno dei confini nazionali.
In terzo luogo, la maggior parte dei più orrendi crimini commessi dagli stati in qualche modo travalicano i confini nazionali e quindi sollevano una serie di interrogativi diversi. Ad esempio, possono coinvolgere cittadini stranieri o essere stati commessi in altri paesi. Non è infrequente che siano proprio i dittatori criminali a valicare le frontiere: invadono il Kuwait, oppure le Malvine. E’ discutibile se questi casi costituiscano una base per l’evolversi di una giurisdizione internazionale, ma essi possono, anzi debbono certamente essere utilizzati per consolidare il principio secondo il quale qualsiasi ordine internazionale degno di questo nome deve sempre esigere il rispetto dei diritti umani (...).
La quarta affermazione ci trascina in acque un po’ più pericolose. Alcuni reati non vengono commessi nel nome di una nazione, bensì allo scopo di crearla. I leader terroristi affermano di agire nel nome di un popolo che non ha ancora trovato il proprio paese. Pensiamo al Kurdistan, alla Palestina, al Kosovo. Su questo punto la comunità internazionale ha le idee estremamente confuse ma chi può darle torto? Coloro che fino a ieri erano terroristi domani potrebbero vedersi assegnare il premio Nobel per la pace. E’ giusto consentire al Presidente Arafat ma non al Generale Pinochet di viaggiare liberamente per il mondo? E che dire del Presidente Milosevic o addirittura di Saddam Hussein?
Per tutti coloro che credono nello stato di diritto come fondamento della società civile, la prima risposta è che un crimine è sempre un crimine. Non definire le cose con il proprio nome è riduttivo per il significato stesso dei diritti umani. Un’altra risposta è che il giusto fine (e già questa definizione solleva molti dubbi) non deve essere una scusa per ricorrere a mezzi inaccettabili. Tuttavia, questi discorsi non servono a nulla di fronte alla realtà del potere (...).
Negli ultimi anni, in relazione a questi casi si è andato sviluppando il concetto di “processo di pace”. Un processo di pace tende a conciliare ciò che non è conciliabile e nella maggior parte dei casi si conclude con l’istituzione di un qualcosa che inizialmente si chiama nuova entità e dopo qualche tempo si chiamerà nuovo stato. E’ difficile immaginare una reazione internazionale adeguata per tutti questi casi: il Kosovo dovrebbe essere una nazione? La Bosnia deve essere costretta a rimanere multiculturale? E in caso di risposta positiva, l’auspicabilità di tali obiettivi renderebbe accettabile qualsiasi mezzo per conseguirli?
A mio parere la risposta è no. Tuttavia, mi rendo conto che si tratta di problemi per i quali è molto facile dare risposte politically correct ma è molto difficile trovare soluzioni praticabili. Basterebbe questo per incoraggiarci ad elaborare una giurisprudenza dei diritti umani internazionali.
L’articolo sopra riportato è parte del saggio che Ralf Dahrendorf pubblicherà sul prossimo numero di Aspenia, rivista dell’Aspen Institute Italia diretta da Antonella Rampino.

MA LA TERZA VIA NON È UNA SOLA
di RALF DAHRENDORF
La Repubblica del 6 Luglio 1999
FA PIACERE notare che in molti paesi si sia aperto un dibattito che va "al di là della destra e della sinistra". La sua tematica è stata descritta in vari modi, ma la designazione più corrente è la "terza via". I suoi protagonisti hanno per lo più stretti rapporti con quello che in Gran Bretagna è chiamato New Labour, o anche "progetto Blair". Di fatto, il dibattito sulla "terza via" è oggi l'unico progetto sul tappeto, il solo a indicare nuove direzioni, in mezzo a una moltitudine alquanto confusa di tendenze e di idee. Alla base dei miei commenti, seppure critici, c'è quindi un senso di apprezzamento per chi ha lanciato questo progetto, e in particolare per il suo principale teorico, Anthony Giddens.
I commenti che vorrei fare sono quattro.
UN RECENTE documento firmato da Tony Blair e da Gerhard Schroeder, intitolato Europe, the Third Way - Die neue Mitte, si apre con la seguente, orgogliosa dichiarazione: "I socialdemocratici sono al governo in quasi tutti i paesi dell'Unione. Se la socialdemocrazia ha ricevuto nuovi consensi, è soltanto perché, pur rimanendo fedele ai propri valori tradizionali, ha posto mano a una credibile opera di rinnovamento delle proprie idee e di modernizzazione dei propri programmi. Se ha riscosso nuovi consensi, è anche perché si impegna sia per la giustizia sociale che per il dinamismo economico e la libera espansione della creatività e dell'innovazione".
E' stato forse incauto pubblicare questo documento a una settimana dalle elezioni europee del 10-13 giugno. Pare che il testo abbia creato una certa confusione, soprattutto tra i socialdemocratici tedeschi. E, soprattutto, quali che siano i limiti e le carenze delle elezioni europee, il loro esito offre l'occasione di una verifica dei "nuovi consensi" riscossi dalla socialdemocrazia. Il risultato è eloquente: in sei paesi dell'Unione su quindici, (Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Italia e Olanda) i partiti socialdemocratici non hanno ottenuto più del 20% dei voti. In Francia e nel Lussemburgo sono arrivati rispettivamente al 22 e al 23%. In Germania, Grecia, Gran Bretagna, Austria e Svezia il voto socialdemocratico ha oscillato tra il 26 e il 33%; in Spagna ha raggiunto il 35%, in Portogallo il 43%. I socialdemocratici hanno conquistato la maggioranza relativa soltanto in quattro paesi, tra cui la Francia, dove la frammentazione della destra ha consentito ai socialisti di Jospin (anch'essi tutt'altro che uniti) di affermarsi come primo partito con il 22%.
Si potrebbe essere tentati a questo punto di esaminare la forza reale dei socialdemocratici nei vari governi dell'Ue. Per quelli del Belgio e del Lussemburgo si prevedono del resto cambiamenti imminenti. Ma il punto più importante è che in molti paesi europei, vent'anni fa il voto popolare per la socialdemocrazia era due volte quello attuale. Oggi questi partiti sono nettamente minoritari nella maggior parte degli stati; persino in Gran Bretagna la solida maggioranza parlamentare di Blair è ingannevole, dato che si basa su non più del 43% dei voti.
In termini di analisi elettorale, la tendenza reale, sottolineata dal voto europeo, premia i partiti non tradizionali, molti dei quali non esistevano vent'anni fa. Nella maggior parte degli stati, la somma dei loro voti supera quelli ottenuti dai partiti socialdemocratici. La verità è che gli elettori sono confusi e incerti, e finiscono per essere sballottati qua e là; ed è quindi difficile discernere una reale tendenza verso una nuova cristallizzazione di orientamenti elettorali.
OVVIAMENTE, malgrado, ciò è concepibile che le idee promosse da Blair e Schroeder ricevano un ampio sostegno. (Peraltro, potrebbero trovarlo presso altri partiti, in misura forse anche maggiore che al proprio interno; e in effetti, Tony Blair sembra andare d'accordo con il primo ministro conservatore spagnolo Aznar non meno che con il suo collega socialista Jospin). Posso dire, senza voler rivendicare diritti di precedenza e meno ancora di paternità, che alcuni dei concetti della "terza via" non sono affatto dissimili dall'idea di fondo espressa nel rapporto di un comitato che ho presieduto negli anni 1995-1996, denominato Wealth Creation and Social Coehesion in a Free Society (Creazione di ricchezza e coesione sociale in una società libera).
Il problema chiave, che tutti gli Stati sono oggi chiamati a risolvere, è quello della creazione di condizioni sostenibili di progresso economico in un contesto di mercati globali, senza sacrificare la solidarietà di base, la coesione delle nostre società e le istituzioni costituzionali garanti della libertà.
La terminologia utilizzata nei vari tentativi di rispondere a queste domande ci è ormai familiare. Abbiamo bisogno di economie di mercato forti e competitive, e ciò è possibile solo allentando i vincoli e liberando l'economia sul piano dell'offerta. Ma la società deve anche includere tutti i cittadini, anziché escludere una fascia della popolazione definendola "underclass". La competizione individuale, per quanto utile all'economia, deve essere temperata dalla solidarietà nei rapporti sociali. Il documento Blair-Schroeder usa in questo senso una formula che mi sembra fuorviante, quando afferma: "Noi sosteniamo un'economia di mercato, non una società di mercato". E' soltanto un lapsus, o qualcosa di più? Se così fosse, il loro obiettivo sarebbe una società dirigista. Il progetto rappresenterebbe allora un passo nella direzione di Singapore, volto a ridurre, se non a mettere a repentaglio, il terzo elemento di un programma che aspira alla quadratura del cerchio: conseguire tutti i suoi propositi in una società libera.
Anthony Giddens inquadra il compito di conciliare creazione di ricchezza e coesione sociale nel contesto dei grandi cambiamenti indotti dalla globalizzazione, dal "nuovo dialogo" con la scienza e la tecnologia, nonché dalla trasformazione dei valori e delle scelte di vita. Quindi identifica sei aree di attuazione della "terza via": 1) una nuova politica di rapporto diretto con la cittadinanza, o "seconda ondata della democratizzazione"; 2) nuove relazioni volte a "coniugare" Stato, mercato e società civile; 3) una politica economica centrata sull'offerta, attraverso investimenti sociali, in particolare nel campo dell'istru zione e dei progetti infrastrutturali; 4) una riforma fondamentale del welfare attraverso la creazione di un nuovo equilibrio tra rischio e sicurezza; 5) un nuovo rapporto con l'ambiente attraverso la "modernizzazione ecologica"; 6) un forte impegno per le iniziative transnazionali, in un mondo di "sovranità evanescente".
Ci sarebbe molto da dire su ciascuno di questi punti; e già molto è stato detto in proposito, in numerosi libri e documenti. Il progetto è stato descritto come una combinazione di economia neoliberale e politica sociale di stampo socialdemocratico: una definizione probabilmente non del tutto corretta. In qualche modo, la caratteristica chiave non dichiarata, ma implicita in questa impostazione, è il suo ottimismo. Potrei definirla con la formula "oltre la globalizzazione": l'accettazione delle esigenze dei mercati globali, con l'aggiunta di alcuni elementi chiave finalizzati al benessere sociale. Potrebbero esservi altri modi per descriverne i presupposti, ad esempio con riferimento all'uso del concetto di "rischio". Ulrich Beck, uno dei protagonisti della "terza via", ha dimostrato che se il rischio è opportunità, è anche minaccia alla sicurezza; se invita allo spirito imprenditoriale, è anche una condizione di incertezza. E si potrebbe fare lo stesso ragionamento a proposito della flessibilità, altro concetto privilegiato da questa tesi.
E' forse su questo punto che la "terza via" ha di fatto diviso i socialdemocratici. Il laburismo vecchio stile vede il rischio come minaccia e la flessibilità come sinonimo di insicurezza, per cui si aggrappa alle antiche certezze. Il New Labour, al contrario, pone l'accento sulle nuove opportunità dell'iniziativa individuale, e sulla possibilità per ciascuno di promuovere il proprio benessere affrontando nuove sfide. Qui appare evidente il motivo per cui la riforma del welfare è il punto cruciale dei contrasti politici; e si comprende anche perché il New Labour possa esistere in Gran Bretagna o in Olanda, ma non in molti altri paesi, dove sono piuttosto i partiti della vecchia destra a tendere verso la neue Mitte, il nuovo centro. Dopo tutto, l'alleanza tra Blair e Aznar non è poi tanto sorprendente.
IN ragione del suo carattere positivo e orientato a sottolineare soprattutto le opportunità del futuro, la tesi della "terza via" esercita una grande attrattiva su coloro che non si sentono minacciati, e in particolare sulla nuova "global class", che può sperare di trarre vantaggi dai cambiamenti nel campo delle forze produttive. Perciò si potrebbe pensare che la "terza via" non abbia molte probabilità di ispirare un movimento di massa, anche se in alcuni casi può contribuire a far vincere le elezioni. E' una concezione forse un po' troppo elucubrata, quasi elitaria, tanto che può attirare l'attenzione di un pubblico più vasto solo a condizione di essere sostenuta da una predicazione quasi missionaria.
Tutto questo non può che apparire sconcertante a un popperiano inveterato. A far sorgere i primi dubbi è il concetto stesso di "terza via": il suo uso denota nei suoi protagonisti una curiosa assenza di consapevolezza storica, che in ogni caso caratterizza le leadership del genere Clinton- Blair. Inoltre, il termine rivela un malaugurato bisogno di ideologia unificata, o posta quanto meno sotto un'unica etichetta. Mentre per converso, il significato della grande liberazione seguita alla rivoluzione del 1989 è stato per molti di noi proprio quello della fine dell'era dei sistemi. Ormai non si può più parlare di primo, secondo e terzo mondo, ma soltanto di una pluralità di tentativi di rispondere alle necessità economiche, sociali e politiche, oltretutto - dobbiamo ammetterlo - con gradi assai diversi di successo. La "terza via" presuppone una concezione più hegeliana del mondo. I suoi esponenti sono costretti a definirsi, più che attraverso il proprio peculiare complesso di idee, in relazione agli altri; i quali, di conseguenza, spesso devono essere inventati, in modi a volte anche caricaturali.
Il fatto è che in un mondo aperto le vie non sono soltanto due o tre, ma centodieci (come ho avuto occasione di dire altrove): in altri termini, il loro numero è indefinito. E questo è importante ai fini pratici della politica. L'interrogativo può porsi dovunque allo stesso modo, dal momento che sorge da una situazione in larga misura globale: come conseguire a un tempo la creazione di ricchezza e la coesione sociale, nell'ambito di società libere? Le risposte tuttavia sono plurime: esistono molti capitalismi, non solo quello di Chicago; e molte democrazie, non solo quella di Westminster. La diversità non è un optional per società ad alto livello culturale. E' un dato fondamentale per un mondo che ha lasciato dietro di sé il bisogno di sistemi chiusi e onnicomprensivi. Di fatto, si potrebbe dire che anche la politica portata avanti in nome della "terza via" è tutt'altro che omogenea. Nessuno si aspetterebbe che il cancelliere Schroeder trasformi la Germania in una seconda Gran Bretagna. A riforme compiute, il "modello renano" resterà del tutto diverso da quello anglosassone, e nessuno dei due sarà necessariamente un modello per altri paesi. In ogni caso molti - e non solo i più cinici - hanno osservato che se si vuole definire la "terza via", la cosa migliore è forse rifarsi a "quello che sta facendo Blair". Quando postula l'elezione diretta del sindaco di Londra o la privatizzazione delle ferrovie, o quando vuole arginare il fenomeno delle madri nubili minorenni, tutto questo evidentemente fa parte della "terza via". Resta però l'ombra di un dubbio: perché mai Blair e i suoi amici sentono il bisogno di infilare tutto ciò in un unico canestro? E' forse troppo difficile convivere con le illimitate opportunità offerte dal mondo del dopo-1989? O forse i leader della "terza via" anelano, quanto meno sul piano mentale, a quella sicurezza che negano alla popolazione per le esigenze concrete del vivere? Come dire che tutti devono saper rischiare, tranne chi sta al vertice?
Queste domande conducono al quarto e più serio commento sull'attuale dibattito politico. Ho letto la maggior parte delle pubblicazioni sulla tesi della "terza via", e sono stato di volta in volta sempre più colpito dall'assenza quasi totale, in tutti questi discorsi, saggi, opuscoli e libri, di una parola che anche quando compare non occupa mai un posto centrale: la parola libertà. Numerosi sono invece i riferimenti alla fratellanza, che in effetti è uno dei temi centrali della "terza via". L'uguaglianza non è più un fine; al suo posto compare il concetto di inclusione sociale, e più recentemente quello di giustizia: due istanze che hanno tutta la mia simpatia. Ma la libertà? Senza alcun dubbio, i protagonisti della "terza via" direbbero che essa è data per acquisita, e quindi implicita in tutta la loro concezione. E infatti, la parola libertà fa una breve apparizione nell'introduzione del documento Blair-Schroeder, ove sono elencati i valori "atemporali": "equità e giustizia sociale, libertà e pari opportunità, solidarietà e responsabilità verso gli altri". Mentre tra i valori temporali, la libertà non compare.
E non a caso. La "terza via" non persegue la società aperta, né la libertà. Di fatto, essa presenta un tratto curiosamente autoritario, e non soltanto nell'applicazione pratica. Quando Giddens parla di "seconda ondata della democratizzazione", quello che di fatto ha in mente è lo smantellamento delle istituzioni democratiche tradizionali. I parlamenti sono ormai obsoleti e vanno sostituiti dai referendum e da gruppi ad hoc, i "Focus Groups". Quanto alle riforme del welfare postulate dalla "terza via", non solo esse prevedono il risparmio obbligatorio, ma insistono soprattutto sul massimo rigore nel mettere al lavoro tutti, compresi gli handicappati e le madri nubili. Laddove non è disponibile un normale impiego - per non parlare di quello desiderato - il lavoro deve essere comunque imposto con la revoca del sussidio. Il documento Blair- Schroeder contiene tra l'altro una formulazione curiosa: "Lo Stato non deve remare ma stare al timone". In altri termini, non deve erogare aiuti ma stabilire la rotta. Perciò smetterà di coprire le spese, e darà invece gli ordini sul da farsi. Certo, l'esperienza britannica fornisce un'illustrazione preoccupante di ciò che questo potrebbe significare.
La questione riveste un'importanza cruciale in un periodo in cui le tentazioni autoritarie sono in ogni caso già troppe. L'internazionalizzazione dei processi decisionali e delle attività in genere comporta quasi invariabilmente una perdita di democrazia. Le decisioni di guerra o di pace del Consiglio della Nato, quelle del Fmi sulla Russia, e le stesse leggi emanate dal Consiglio dei ministri dell'Unione europea non sono soggette ad alcun tipo di controllo democratico. E meno ancora lo è l'arena "privata" delle transazioni finanziarie mondiali. D'altra parte, raramente il decentramento promuove la democrazia e la libertà, soprattutto ai livelli subnazionali, dove il più delle volte finisce per conferire maggior potere ad attivisti più o meno militanti, piuttosto che alla cittadinanza, e rappresenta quindi un cedimento ai nuovi nazionalismi di alcuni leader millantatori. Anche a livello nazionale, sia l'impostazione dei problemi che le soluzioni contrastano con l'ordine liberale. Tra i problemi, sono in primo piano quelli della legge e dell'ordine, mentre le soluzioni prevedono una proliferazione di enti e organismi che sfuggono al controllo civico. La sindrome di Singapore in effetti non è poi tanto lontana dalle più diffuse tendenze, o se vogliamo anche preferenze: "Facciano pure quelli lassù, purché ci lascino in pace!" Così la classe politica diventa una sorta di nomenklatura che non viene più messa in discussione, a causa dell'apatia di molti; se poi chi non è d'accordo viene zittito, nessuno più potrà far sentire la propria voce.
Non intendo dire che sia questa l'attuale applicazione pratica della "terza via"; e di certo non è ciò che postulano i suoi teorici. Ma mi chiedo se il curioso silenzio sul valore fondamentale di una vita degna di essere vissuta, il silenzio sulla vecchia, antica libertà, non finirà involontariamente per fare di quest'episodio politico un ulteriore elemento al servizio di uno sviluppo pericoloso. Se al momento di costituire la "Commissione per la creazione di ricchezza e la coesione sociale" ho insistito per far aggiungere a questa denominazione le parole "in una società libera", pensavo certo a Beveridge ("Piena occupazione in una società libera"), ma anche alla sindrome di Singapore. Nel dare vita al nuovo progetto politico, oggi è più che mai importante porre l'accento sulla libertà, prima ancora di affrontare i problemi dell'inclusione sociale e della coesione.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)