Dahrendorf 02
La grande delusione
degli eroi del Muro
di RALF DAHRENDORF
da La Repubblica del 09/11/1999
MENTRE celebriamo il decimo anniversario della rivoluzione del 1989, i protagonisti di quell'avvenimento storico sono spariti tutti dalla scena. Gli organizzatori della grande manifestazione commemorativa di Berlino hanno in effetti scoperto tardivamente di aver "dimenticato" di invitare gli ex- dissidenti. Jana Reich è stato inserito nell'elenco solo all'ultimo minuto.
A PRAGA e a Budapest questo non succederà; i presidenti Havel e Goncz sono ancora in carica. Tuttavia, la loro popolarità è calata; essi vengono festeggiati quando viaggiano in occidente, ma nei loro Paesi la maggioranza della popolazione sta pensando all'elezione dei loro successori. E in Polonia nessuno ora parla di Lech Walesa, sebbene la situazione polacca sia più complessa. Bronislaw Geremek è un ministro degli esteri di successo - come lo è Andrej Flesu in Romania - e il gruppo alla guida del quotidiano "Gazete Wyborcza", diretto da Adam Michnik, ha un'indiscussa influenza. Inoltre all'est, le speranze dell'autore della glasnost e della perestroika, Gorbachev, di ritornare al potere, sono chiaramente illusorie.
Pochi mesi fa, nel corso di una riunione a Vienna, si incontrarono alcuni dei rivoluzionari del 1989. Ne nacque un acceso dibattito. Per un osservatore esterno, non è stato facile, in un primo momento, comprendere il motivo per cui Michnik fosse così animoso nei confronti del primo ministro ungherese Orban, e perché Havel facesse commenti tanto tristi sui leader politici cechi del momento. Soltanto gradatamente la ragione si fece strada fra di noi. In qualche modo, i dissidenti si erano aspettati un nuovo mondo. O, almeno, una nuova politica. Essi non avevano combattuto le loro battaglie per unirsi al mondo "normale". Un uomo come Viktor Orban, d'altro canto, - e questo sarebbe ugualmente valido per Vaclav Klaus nella Repubblica Ceca - si ritiene un politico pragmatico come altri in altre realtà. Non desidera essere ricordato troppo spesso per i giorni esaltanti del 1989. Ora, il suo lavoro è quello di affrontare problematiche reali in modo efficace, né più né meno.
Che tipo di nuova politica auspicavano i dissidenti? In una parola, essi pensavano che la moralità avrebbe avuto un ruolo più sostanziale nelle decisioni politiche. La politica non doveva più essere pratica, pragmaticamente decisionista, ma doveva essere guidata da valori e gestita in modo da mostrare principi etici in ogni circostanza. Non è sempre chiaro quello che intendevano con tale politica morale, ma è chiaro quello che non intendevano. Si ricordano gli scontri indiretti sempre più accesi fra il presidente Havel e l' allora suo primo ministro Klaus. Adam Michnik ha una posizione leggermente più facile; nella sua veste di editore di un quotidiano, può ricordare agli attori politici i loro doveri morali, senza dover dimostrare la sua personale capacità di essere all'altezza di questo ideale. (In realtà, questa affermazione è un po' scorretta: la "Gazeta Wyborcza" è diventata un'attività commerciale di notevole successo, ma Michnik stesso ha rifiutato la sua quota di profitti o addirittura la proprietà del giornale). Un uomo come Andrej Flesu, in Romania, si trae d'impaccio con la sua insuperabile ironia, il suo sense of humour.
Val la pena di ricordare l'infelice distinzione di Max Weber fra "etica di convinzione" e "etica di responsabilità". La distinzione è infelice in quanto sembra sostenere principi duplici. L'etica di convinzione è quella che noi chiamiamo normalmente etica o moralità; vale a dire attenersi ai principi piuttosto che alle esigenze della situazione. Weber tendeva più ai santi che ai politici peccatori. Questi ultimi sono legati a problemi pratici e scomodi vincoli di tempo. Le regole cui si attengono non sono tanto legate ai principi quanto alla pratica. Non li si dovrebbe quindi chiamare in alcun modo etici? Può essere così, infatti da quanto è avvenuto nell'Europa centro orientale, è chiaro che i praticanti della "etica di responsabilità" sono succeduti ai fautori della "etica di convinzione", i politici peccatori al posto di santi dissidenti.
Questo era inevitabile? Probabilmente sì. Le qualità richieste per resistere alla pressione autoritaria o totalitaria non sono necessariamente le stesse indispensabili all'arte del governo. Non è un caso che i capi dei governi post comunisti siano stati, per la maggior parte, dissidenti riluttanti, come Vaclav Klaus, che fu uno dei pochi membri dell'Accademia delle scienze ceca a rifiutarsi di firmare una petizione per il rilascio di Havel dal carcere. Situazioni di cambiamento radicale portano ad occupare posizioni pubbliche persone che, nel corso normale degli avvenimenti, non le assumerebbero. Essi sono autori, intellettuali, che commentano gli avvenimenti da una posizione di principio, ma non sono attori. Possiedono la statura morale per opporsi alla tirannia, ma questo non significa che essi abbiano il talento di progettare e realizzare politiche in tempi normali.
Si può ben rimpiangere questa conseguenza della normalità. Certamente le lotte dei dissidenti pre- 1989 trovavano la loro ragion d'essere nel corso degli eventi. Ora essi credono che i loro valori siano stati cancellati da una generazione di politici che sono proprio come tutti gli altri. Di recente, Vaclav Havel ha pubblicato un breve servizio piuttosto duro, in "New York Review of Books", in cui si è spinto fino al punto di affermare che non sta nascendo una nuova politica morale ispirata agli eroi del 1989, la cui battaglia è stata "vana". Per una volta, Havel è stato probabilmente troppo riduttivo. La battaglia, ovviamente, non è stata vana. Almeno nell'Europa centrale ora viviamo in un mondo di società aperte. La democrazia e le regole della legge hanno fatto grandi passi, grazie al successo dei moralisti del 1989. In un altro senso, tuttavia, stiamo bene attenti a continuare ad ascoltare quelli che hanno rischiato le loro vite per la libertà. Non hanno bisogno di ricoprire cariche pubbliche, in quanto queste potrebbero probabilmente indurli a scendere a compromessi che creerebbero sconcerto fra i loro seguaci. Ma essi hanno qualcosa da dire riguardo le situazioni politiche che abbiamo affrontato. Anche se il loro unico contributo è di dire che non dobbiamo mai dimenticare gli imperativi morali del vivere in una società decente, essi vanno presi sul serio. La delusione personale di alcuni di quelli che hanno avuto il loro momento di grandezza nel 1989 può essere un'eventualità inevitabile. Ma la delusione sarebbe superiore per tutti noi, se il loro messaggio fosse dimenticato.
(traduzione a cura del Gruppo Logos)

LA SINISTRA IN CERCA DELLA VIA SMARRITA
di RALF DAHRENDORF
da La Repubblica del 20/11/99
QUANDO i leader della socialdemocrazia internazionale si incontreranno a Firenze, faranno alcune scoperte sorprendenti. Innanzitutto, il clima di fiducia quasi esuberante che si era instaurato tra loro due anni fa è quanto meno appannato. Come è evidente, il presidente Clinton (ovviamente non un socialdemocratico ma un "nuovo democratico") è ormai a fine corsa, e secondo molte previsioni il suo successore sarà un repubblicano.
Il presidente del Consiglio D' Alema, che ospiterà l'incontro, sembra aver svolto bene il suo compito, a quanto generalmente si dice; ma non è affatto certo di vincere le prossime elezioni. Secondo i sondaggi, le quotazione del cancelliere Schroeder sono scese drasticamente; e recentemente lo stesso Tony Blair ha dovuto incassare qualche colpo. Il modo in cui maltratta tutti per metterli in riga, che è apparso evidente anche ultimamente, nei massicci interventi sulla scelta del candidato a sindaco di Londra, non trova buona accoglienza presso l'opinione pubblica e nel suo stesso partito.
Un'altra scoperta sorprendente è che nessuno parlerà della "Terza via". Anche quest' "idea vincente" è ormai in declino, come lo sono i leader socialdemocratici. Personalmente non sono mai stato affascinato da questo slogan, e ho sempre pensato che esistono cento e una vie verso un futuro aperto; perciò la scomparsa della "Terza via" non è per me motivo di rammarico. E di fatto, anche uno dei suoi inventori, il mio successore alla direzione della London School of Economics Tony Giddens, mio buon amico, ha dichiarato a "la Repubblica" che non avrebbe sparso neppure una lacrima per quest'etichetta.
CHE cos'è accaduto? Anche stavolta - e forse ora più che mai - la differenza tra la Gran Bretagna e il continente europeo appare notevole. Nel Regno Unito il nuovo linguaggio ufficiale è quello di Charles Leadbeater, definito da Tony Blair, sulla fascetta del suo ultimo libro, "un pensatore straordinariamente interessante". La tesi centrale del libro, dal titolo "Living on thin air" (Vivere di aria fina), è che stiamo sperimentando un nuovo metodo per la creazione di ricchezza, basato non più su prodotti tangibili, ma sulle idee e su Internet - vale a dire su quasi nulla. Da qui il titolo del libro. Charles Leadbeater, come Giddens prima di lui, ha una visione ottimistica del nuovo, e vede i rischi come opportunità. Ma sostiene anche con forza che le istituzioni nelle quali viviamo - dalle società per azioni alla democrazia parlamentare - sono superate, e ostacolano l'emergere delle nuove opportunità; perciò devono essere riformate.
In questo contesto, Charles Leadbeater usa un linguaggio divenuto ormai familiare al pubblico britannico: è un grande sostenitore di ciò che chiama la "modernizzazione". E' questa oggi la parola magica del blairismo. La seconda frase pronunciata dalla Regina questa settimana (nel suo discorso sul programma annuale del governo) è stata la seguente: I piani "saranno fondati sul programma di riforma del mio Governo, impegnato a modernizzare il Paese e le sue istituzioni per affrontare le sfide del nuovo millennio". Una dichiarazione che sarebbe sembrata più plausibile in bocca a Charles Leadbeater. Del resto, Sua Maestà ha detto anche altre cose. Asempio: "Il mio governo si impegnerà per modernizzare le Nazioni Unite".
Modernizzare vuol dire riformare: altro dei concetti che predilige. Ma per riformare bisogna cambiare le vecchie istituzioni vittoriane. "Siamo rivoluzionari sul piano scientifico e tecnologico, ma conservatori su quello politico e istituzionale. La formulazione è di Charles Leadbeater, ma potrebbe anche appartenere a Blair il quale, nel suo discorso al Congresso del Partito Laburista, sosteneva l'esigenza di combattere "le forze del conservatorismo". Con quale obiettivo? Quello di creare "un'economia dinamica, basata sulla conoscenza". Questo concetto ritorna nel discorso della Regina, così come lo slogan "correttezza e imprenditorialità", nel quale si riassume ciò che Lionel Jospin ha definito il "blairismo".
Jospin e Gerhard Schroeder usano un linguaggio diverso, ma concordano entrambi sulla necessità di aggiornare i programmi dei loro partiti. E sperano di imprimere nelle menti dei loro elettori l'idea che soltanto i socialdemocratici si faranno carico dei meno fortunati, promuovendo al tempo stesso la crescita economica. Di fatto, su tutta una serie di questioni pratiche i socialdemocratici francesi, tedeschi e britannici possono probabilmente trovarsi d' accordo; ma il tono sarà diverso. La maggior parte dei socialdemocratici continentali conservano nel proprio intimo l' idea che i loro partiti hanno sopra ogni altra cosa la responsabilità di aiutare i perdenti. Vogliono prendersi cura di chi cade ai margini della pista di quel "runaway world" (il titolo dell'ultimo libro di Tony Giddens: "Un mondo in fuga"), e sono contro il "neoliberismo".
Senza alcun dubbio, gli esclusi stanno a cuore a Tony Blair, che ha creato al numero 10 di Downing Street un apposito centro; e ha avviato programmi efficaci per affrontare situazioni che vanno dall'abbandono scolastico ai senzatetto, dalle madri nubili ai giovani disoccupati. Ma nella sua impostazione di base, è più vicino a Bill Clinton che ai suoi colleghi europei. Di fatto, il pedigree statunitense del New Labour è un tema molto discusso. Le idee americane piacciono evidentemente, oltre che a Blair, anche al suo ministro delle finanze e probabile erede Gordon Brown. Entrambi sono attratti dal fondamentale ottimismo americano nei confronti della globalizzazione. Clinton sarà probabilmente ricordato come l'uomo che ha presieduto il più lungo periodo di boom economico della storia: una reputazione che non dispiacerebbe né a Blair, né a Brown. Ma potranno averla solo a condizione di continuare a sostenere la correttezza e l'imprenditorialità. La loro socialdemocrazia pone in primo piano la creazione di ricchezza, mentre la sua distribuzione segue al secondo posto; e anche se la mettono in pratica, favoriscono sopra ogni altra cosa l'iniziativa individuale.
Comunque, la socialdemocrazia internazionale non modificherà il fatto fondamentale che non esiste un solo capitalismo. Ci sarebbe da discutere sulla validità di aggettivi come "anglosassone" o "renano"; ma probabilmente vi sono più di due, o anche più di tre vie per gestire le economie moderne in un mercato globale. I leader socialdemocratici possono senz' altro imparare gli uni dagli altri, ma non troveranno una piattaforma politica veramente comune. Sarà interessante vedere chi di loro avrà più successo, quando verrà il momento, alle prossime elezioni nazionali.
(traduzione di Elisabetta Horvat)