Dahrendorf 04
I peccati dell'Austria
l'ipocrisia dell'Europa
LE IDEE
di RALPH DAHRENDORF
da La Repubblica del 5 Febbraio 2000
DUNQUE ci siamo: l'Austria ha un governo che include il "Partito della Libertà" di Haider. La prospettiva è sgradevole. È vero che il partito di Haider è stato al governo in passato (in coalizione con i socialisti, sotto Bruno Kreisky); ma dopo di allora i motivi di critica nei suoi confronti sono cresciuti. Esso non è etichettabile come "estrema destra", ma ciò non fa, ahimè, che avvicinarlo al fascismo, poiché rappresenta l'"estremismo del centro" (una formula creata molti anni fa dal sociologo americano S.M. Lipset per descrivere i movimenti fascisti). Non è tuttavia nettamente, inequivocabilmente fascista; e il suo capo ha la capacità di sintonizzare le sue emozioni con gli stati d'animo prevalenti. In un certo senso, Haider è più un opportunista che un ideologo.
TUTTO questo è male. Ed è giusto che gli intellettuali e l'opinione informata esprimano su quest'evoluzione i loro giudizi in termini chiari e netti. "La Repubblica" l'ha fatto, e io sono d'accordo con la linea di questo giornale.
Ma che dire dei giudizi dei governi, in Europa e altrove? Che dire dell'Unione Europea? È giusto che abbiano dichiarato la loro ostilità al nuovo governo austriaco prima ancora che fosse nato? È credibile l'atteggiamento minaccioso dei partner dell'Austria in Europa e fuori dell'Europa? Ed è utile? Su questo punto ho i miei dubbi.
Il punto non è innanzitutto che questi attacchi precoci, e spesso male informati, rischiano di essere "controproducenti". Ci sono circostanze in cui occorre accettare questa possibilità, la quale rimane comunque non dimostrata, ed è probabilmente indimostrabile. Ci sono questioni di principio che esigono una posizione chiara, anche se il suo effetto è imprevedibile.
Personalmente, non mi turba neppure la questione della sovranità delle nazioni, col corollario che il rispetto di questa sovranità impedirebbe le interferenze esterne. Almeno in Europa, la politica interna di ciascun paese è diventata la politica interna di tutti. Se l'Europa ha un qualunque significato al di sopra e al di là del mercato unico, ne segue necessariamente che ciò che accade nei singoli Stati membri è soggetto allo scrutinio di tutti gli altri. Dopo il Kosovo, abbiamo anzi adottato - non senza esitazioni, e tuttavia con fermezza - la dottrina che certe questioni importanti, che coinvolgono i diritti umani e le istituzioni democratiche, hanno una rilevanza globale.
Una più ardua serie di dubbi emerge invece riguardo all'ipocrisia dei critici dell'Austria. Che cosa ha spinto i governi dell' Unione ad esprimere giudizi così duri prima ancora che il nuovo governo austriaco vedesse la luce? Sarebbero essi stati altrettanto severi se l'Austria avesse le dimensioni di una Spagna o di una Germania? E furono altrettanto espliciti quando nel governo italiano entrò un partito da molti descritto come neofascista? Hanno esaminato con altrettanta attenzione tutti i paesi dell'Unione? È possibile che i loro motivi per intervenire siano in parte di ordine interno ed elettorale? È il presidente Chirac impegnato in una vendetta personale contro un uomo - Haider - che l'ha definito un leader stanco e senza speranze?
C'è poi anche una questione tedesca. Prendersela con l'Austria è, in certo senso, mettere in guardia la Germania. Ma metterla in guardia contro che cosa? Forse che l'Austria è considerata una sorta di ventre molle di una più ampia nazione tedesca, in cui potrebbero succedere cose analoghe? Sarebbe un'analisi gravemente sbagliata; ma d'altro canto la reazione dei governi europei agli avvenimenti austriaci sembra essere piuttosto povera di analisi.
Il presidente della Commissione europea, Prodi, è stato attaccato per la sua linea sull'Austria (che è anche quella della Commissione), apparentemente più "morbida". Ma forse è soltanto più realistica, e invero più politica. Prodi sa che l'Unione Europea continuerà a lavorare come prima, e che non avrà alcun motivo immediato di comportarsi diversamente. A meno che, e fintantoché, il nuovo governo austriaco non faccia qualcosa di abominevole, non ha senso scagliare anatemi contro l'Austria. La verità è che né il diritto internazionale né le leggi europee offrono una base per mettere in castigo un paese il cui governo non si conforma agli umori politici dominanti. Nel caso dell'Austria, sanzioni di qualunque specie sono sicuramente (almeno per ora) fuori questione.
Mi sia permesso ripeterlo: quelli di noi che hanno a cuore la libertà, e sono egualmente preoccupati da tutti gli attacchi alle nostre libere istituzioni, provengano da destra o da sinistra, hanno buone ragioni per essere allarmati dal nuovo governo austriaco. Esso sarà sottoposto a una stretta vigilanza, ed è giusto che sia così. Contro questo tipo di critiche, invocare il principio di non- interferenza è una linea di difesa inaccettabile. Ma una cosa è mobilitare l'opinione pubblica contro un governo indesiderabile, e un'altra invitare le istituzioni a combatterlo.
A mio parere, sarebbe dunque una buona cosa se i leader politici europei smettessero di tenere nei confronti dell'Austria un linguaggio irresponsabile, e talvolta ipocrita. La comprensibile reazione di Israele, e quella degli americani in un anno elettorale in cui occorre accattivarsi i sentimenti di certi gruppi influenti, sono già abbastanza gravi. Quanto a loro, l'Europa, l'Unione Europea e i suoi governi debbono dimostrare da un lato che non stanno combattendo battaglie personali o ispirate a interessi politici di partito, e dall'altro che quando chiedono ai paesi candidati di rispettare il principio di legalità e la democrazia fanno sul serio. Essi debbono mettere in pratica ciò che predicano, il che in questo caso significa vigilare sulle parole e le azioni che vengono da Vienna, ed esaminarle con scrupolosa attenzione; ma significa anche, al di là di questo, osservare un periodo di silenzio pubblico.
(Traduzione a cura del Gruppo Logos)

Sinistra una crisi europea
LE IDEE
di RALF DAHRENDORF
da La Repubblica del 13 Maggio 2000
IL centrosinistra in Europa è in difficoltà. Non riesce più a far quadrare le intenzioni dei suoi leader con le preferenze dei suoi elettori. Il risultato è che si insinua l'incertezza nella sua politica e la paura nelle sue campagne elettorali.
La prima osservazione da fare è che il nuovo centrosinistra non è mai stato così forte in Europa, come hanno dimostrato alcuni volti nuovi nei paesi più importanti. E' vero che nel 1997- 98, la Terza Via del nuovo partito laburista in Gran Bretagna, la neue Mitte in Germania e l'Ulivo in Italia promisero qualcosa di nuovo: volti nuovi, come Blair, Schroeder, Prodi; una nuova politica ispirata a un capitalismo compassionevole e perfino di far quadrare il cerchio della creazione di benessere e della coesione sociale in un ambito globale.
La promessa era attraente per gli elettori e anche per le chattering classes, gli intellettuali e i giornalisti.
Del resto, è anche vero che il nuovo approccio non era affatto generale in Europa. La cohabitation in Francia ha lasciato un diffuso senso di ambiguità. Il nuovo centro in Spagna ha un volto conservatore. Nei paesi più piccoli, come l'Irlanda o il Belgio, la costellazione di partiti di governo si è inclinata più a destra che a sinistra.
DOVUNQUE, fatto spesso trascurato, il nuovo centrosinistra otteneva un appoggio elettorale di gran lunga inferiore a quello che i partiti meno ambiguamente di sinistra avevano avuto nel quarto di secolo precedente. Dopo tutto, il partito laburista aveva raggiunto il 50% del voto popolare, mentre Blair è riuscito a ottenere solo il 43 per cento. I socialdemocratici tedeschi erano elettoralmente più forti sotto Willy Brandt di quanto non lo siano sotto Gerhard Schroeder. I Democratici di Sinistra italiani sono molto lontani dalla forza elettorale del vecchio Partito comunista. Non c'è mai stato un motivo per esagerare l'appoggio elettorale al nuovo progetto.
Ora, due fatti si sono aggiunti a questa situazione di sofferenza. Uno è la scoperta che l'appoggio degli elettori è superficiale. A molta gente è piaciuto quello che ha visto: gli è piaciuta la parola "nuovo" (nuovo partito laburista, nuovo centro, nuova economia e via dicendo) e gli sono piaciute le nuove facce. Questi sentimenti, però, non erano molto profondi. Dove ci sono grandi aspettative, le delusioni sono inevitabili. I delusi non passano necessariamente dall' altra parte dello schieramento politico. In effetti, il fenomeno più sorprendente di questi anni è l'astensionismo, e quindi lo scarso afflusso alle urne. E questa ridotta partecipazione sembra colpire in maniera sproporzionata il centro-sinistra. Vediamo l'esempio austriaco: gli elettori di Haider sono andati a votare, gli elettori di Klima sono rimasti a casa. Così i nazionalisti hanno vinto e i socialdemocratici hanno perso.
L'altro fatto potrebbe essere ancor più importante. Il nuovo centrosinistra ha cercato di autodefinirsi l'avanguardia del cambiamento e della speranza. Ha accettato le sfide della globalizzazione e ci ha detto che il rischio è un'opportunità, più che un pericolo. Ha parlato di disponibilità al cambiamento, di modernizzazione. Questa era una prospettiva attraente che ha prodotto un'inclinazione all'ottimismo in un mondo di dubbi. Per i socialdemocratici tradizionali, tutto ciò richiedeva uno strano riorientamento. All'improvviso, gli veniva detto che stavano dalla parte dei vincitori, invece che da quella dei perdenti che avevano tradizionalmente difeso. Si può capire l'ottimismo che ha accompagnato il progetto del centro-sinistra per un certo tempo.
Ma la realtà, purtroppo, è crudele. Effettivamente, ci sono dei vincitori, e i rappresentanti della nuova classe globale erano i più desiderosi di abbracciare la Terza Via. Se guardiamo l'esempio britannico, pochi hanno appoggiato Blair con tanto vigore quanto il Financial Times. Una recente inchiesta, però, ha dimostrato che i lettori di questo giornale sono anche i meno propensi a votare. Quasi il 40 per cento di essi, infatti, è rimasto a casa nelle ultime elezioni. Perfino i lettori di tabloid come il Sun sono andati a votare di più. E' difficile costruire una base solida ad un partito di centro- sinistra corteggiando i vincitori della nuova economia.
Questo è particolarmente vero dato che ci sono molti perdenti. L'ineguaglianza nella maggior parte dei paesi moderni è cresciuta con la globalizzazione. In alcuni, come la Gran Bretagna, lo sviluppo è stato drastico: non solo ha fatto diventare i ricchi più ricchi, ma i poveri sono diventati addirittura più poveri. A chi possono rivolgersi per trovare chi dia voce ai loro interessi? Le opinioni di sinistra tradizionali sembrano screditate a livello intellettuale ed emarginate a livello organizzativo. I piccoli partiti dell'estrema sinistra possono trarre beneficio da questa situazione. Può accadere che un indipendente come il sindaco di Londra, Kent Livingston, riesca a mobilitare il risentimento dei perdenti. Ma l'alternativa è sempre di più quella che ci insegna fin troppo bene l' esperienza storica, ovvero una brusca svolta a destra. I partiti del risentimento vedono accrescere l'appoggio popolare, Haider e Bossi, Vlaamse Blok in Belgio e i gruppi antieuropei in Scandinavia.
Non c'è niente che il centro-sinistra possa fare per fermare questa serie di disfatte? Sarebbe una conclusione eccessivamente pessimistica. L'ingenuo abbraccio della globalizzazione in stile americano non è la risposta. Anche un certo blando ottimismo sulla modernizzazione deve essere abbandonato. E' possibile perseguire con fiducia e chiarezza delle politiche sociali compatibili con le esigenze competitive della nuova economia. Ciò richiede una politica più precisa di quella che può offrire la Terza Via.
Ci vorrà anche un po' di tempo per riuscirci. E' quindi molto probabile che vedremo oscillare il pendolo politico nei prossimi anni. Il compito di tutti coloro che si impegnano per la libertà al di sopra di tutto sarà quello di garantire che questa oscillazione rimanga entro le norme e i valori dell'ordine liberale.
(Traduzione di Luis E. Moriones)

Se l'Università diventa una boutique
LE IDEE
di RALF DAHRENDORF
da La Repubblica del 10 Giugno 2000
MEZZO secolo fa, quando ero studente, a me e a molti altri l'università sembrava un posto molto speciale, quasi avvolto nell'aura del sacro. Parecchie erano le ragioni che mi inducevano a questa riflessione, anche perché ero il primo in famiglia ad essere arrivato fino all'università. I miei genitori non erano riusciti ad andare oltre la scuola elementare, pur continuando a imparare per tutta la vita. Mio padre, che aveva seguito i corsi e i seminari per gli studenti lavoratori - percorso assai significativo all'epoca -, era molto soddisfatto nel vedere suo figlio fare un passo così importante. Fu per me un grande piacere apprendere la notizia di essere stato ammesso all'Università di Amburgo nel 1947. Molti anni dopo, parlando con un amico inglese, mi sono trovato a condividere il suo giudizio sulla rivolta studentesca del 1968: "Ciò che mi dispiaceva di più era vedere quei ragazzi e ragazze privilegiati intenti a distruggere un'istituzione che per me, figlio di operai, era stata il grande sogno. Mi sembrava un sacrilegio".
La fine degli anni Quaranta fu anche il periodo in cui sia gli ex combattenti che i giovani come me ardevano dal desiderio di conoscere i nuovi fermenti culturali.
Per di più io studiavo filosofia e lettere antiche, materie considerate divinamente inutili, anche se sarebbe il caso di rileggere la lezione di Abraham Flexner sull'Utilità della conoscenza inutile.
Erano specialmente inutili nel contesto della mia città anseatica. L'università di Amburgo era stata fondata all'inizio della prima guerra mondiale, al termine di un intenso dibattito pubblico nel corso del quale uno dei nostri eminenti uomini d'affari aveva sostenuto che la città apparteneva ad una "antica tradizione materialista" nella quale non c'era posto "per un'istituzione idealista quale una università".
E che istituzione idealista. All'epoca aveva senso parlare di "idea dell'università". IL filosofo Karl Jaspers aveva pubblicato poco prima, nel 1946, un'edizione rivista da lui stesso del suo saggio del 1923 L'idea di università. "L'università", si legge in questo testo, "è la realizzazione di quel desiderio originale di conoscenza che non ha altra finalità se non scoprire ciò che è possibile conoscere e ciò che diventiamo in virtù della conoscenza". Parole non molto diverse da quelle che ritroviamo nella celebre Idea di università con la quale il Cardinale Newman nel 1852 auspicava la prosecuzione della conoscenza pura. Uno dei miei idoli culturali, l'economista e riformatore dell'educazione Lord Robbins, non condivideva questo approccio: "Non sono in disaccordo con il valore che Newman attribuisce alla conoscenza in quanto tale, anzi, personalmente approvo il giudizio. Ma trovo completamente fuori dalla storia e dalla realtà l'idea di una università consacrata totalmente a quegli scopi e indifferente sia alla elaborazione di una carriera ulteriore sia all'utilità della conoscenza".
Il pensiero di Lord Robbins aveva sicuramente maggiori affinità con quello di colui che ha formulato la prima grande idea moderna di università, Wilhem von Humboldt, il quale nel 1810, quando era ministro dell'Istruzione della Prussia, aveva fondato l'Università di Berlino. Anche Humboldt difendeva l'esigenza di sapere, di ricercare la sempre sfuggente e attraente verità, l'esigenza di capire ciò che veramente costituisce il sapere. La libertà e l'autonomia, o come egli scriveva "la solitudine e l'indipendenza", sono l'essenza degli studi superiori. Ma c'è una differenza importante. "Mentre l'università è sempre legata alla vita pratica ed ai bisogni dello Stato, in nome del quale assolve il compito pratico di guida dei giovani, l'accademia si occupa esclusivamente della conoscenza in quanto tale". Se lasciamo un attimo da parte l'ossessione prussiana dello Stato e i suoi bisogni, vediamo che la differenza tra università e accademia è stata negli ultimi due secoli una notevole fonte di idee riformatrici, a cominciare da quella innovazione sorta negli Stati Uniti verso la fine dell'Ottocento: la graduate school. In anni più vicini a noi tale distinzione ha ispirato la creazione degli istituti di studi superiori. Eppure per Humboldt università e accademia erano parte dello stesso mondo dello spirito. La universitas magistrorum et scholarium era un'idea medievale rivista in un'ottica moderna, il cui centro era la filosofia. L'idea stessa di università ha un carattere filosofico.
La mia tesi principale è che ai giorni nostri questa nobile tradizione abbia perso molta della sua forza. All'inizio del ventunesimo secolo parlare dell'idea di università non ha alcun senso. Chi ne parla ancora? Pochi, al di fuori di alcuni grandi umanisti che vivono negli Stati Uniti, spesso quelli cresciuti in culture più antiche: Henry Rosovsky, Vartan Gregorian (presidente della Carnegie Corporation dopo essere stato rettore della Brown University). Secondo Gregorian, l'università serve a preservare l'unità del sapere. "Una delle grandi sfide a cui guarda la nostra società è quella di capire come e quando trasformare l'informazione in conoscenza. Le nostre università, i nostri college, le biblioteche, le istituzioni culturali - l'insieme dell'erudizione contemporanea - hanno oggi più che mai una responsabilità storica e sociale fondamentale: assicurare di fornire non addestramento, bensì educazione; non soltanto educazione ma anche cultura; non pura e semplice informazione ma il suo distillato, la conoscenza, per proteggere la società contro l'informazione contraffatta e ammantata di sapere".
"Compito non facile", ammette egli stesso, "ma certamente nobile". Avrete notato, tuttavia, che la sua lista di istituzioni ne annovera una piuttosto astratta, l'"erudizione contemporanea", e omette proprio l'università. Tuttavia, trovo questo tradizionalismo più amorevole che convincente, e persino di scarsa utilità in un'epoca in cui, a mio avviso, dobbiamo favorire degli sviluppi diversificati, persino incontrollati, piuttosto che cercare di catturare la conoscenza in un'idea e, men che mai, in una istituzione.
Le ragioni sono molteplici. La prima è legata proprio all'argomento caro a Gregorian, l'unità della conoscenza. Gestione alberghiera, Archeologia del mondo classico, Lingua e letteratura russa, Ingegneria genetica, Macroeconomia, Giurisprudenza, Istituzioni comunitarie, Psicologia, Scienze ambientali, volete che vada avanti? Queste e centinaia di altre materie sono oggi oggetto di insegnamento, e non soltanto di insegnamento ma anche di ricerca nelle università. Qual è il loro comune denominatore, il loro tratto unificante? Forse il fatto che tutte hanno a che fare con il sapere. Per dirla con un luogo comune, viviamo nella società del sapere, in cui le vecchie differenze fra conoscenza pura e applicata e persino fra teoria e pratica, hanno perso molta importanza. Ma quando letteralmente tutto è conoscenza, oppure è in grado di essere considerato tale, l'unità riguarda tutto l'universo scibile.
Certamente l'insegnamento, compreso quello superiore, ha una ragion d'essere, e sono proprio le parole di Gregorian che ci consentono di trovarla. Al primo gradino abbiamo l'informazione, diciamo il caos enciclopedico di Internet. Vasta quantità di informazione teoricamente e - nella misura in cui più gente ne impara le procedure - anche "praticamente" alla portata di chiunque. Ma raramente la formula di Kant per descrivere il rapporto fra i concetti e i fatti empirici è stata più calzante. Nel linguaggio di oggi diremmo che la conoscenza senza informazione è vuota, e l'informazione senza conoscenza è cieca. Dobbiamo fare dell'informazione una vera fonte di discernimento applicandovi il filtro dei nostri concetti e delle nostre teorie. L'informazione è totalmente priva di significato se non diventa conoscenza, ma non attraverso la distillazione (come sembra pensare Gregorian) bensì grazie all'attività della nostra mente. Ecco il ruolo che le istituzioni educative possono e devono avere se vogliamo che la società dell'informazione si trasformi in quella della conoscenza.
Ma l'unità assicurata da questo ruolo è puramente formale. Chiamiamola pure educazione anziché addestramento, ma non è cultura. E non è nemmeno questa l'unica domanda che si pone la società del ventunesimo secolo sull'idea di università. Un secondo complesso di questioni di natura sociale riguarda l'espansione dell'insegnamento terziario. Il mondo dell'educazione post- secondaria è divenuto semplicemente troppo grande perché l'idea di università continui ad avere senso. Ai tempi di Humboldt e dello stesso Newman meno dell'uno per cento di ogni generazione andava all'università; all'epoca di Jaspers eravamo arrivati a meno del cinque; ai tempi di Gregorian la percentuale è cresciuta in media di dieci volte, di trenta se prendiamo in esame soltanto i paesi avanzati. E' un mutamento impressionante. Come Lord Robbins, anch'io negli anni Sessanta ho lavorato per favorirlo.
Robbins era fra quelli che pensavano che la crescita economica fosse legata in maniera esponenziale alla percentuale di giovani laureati. Questa è stata anche la linea dell'Ocse nonché di buona parte dei dirigenti politici dei suoi paesi membri. Io avevo delle motivazioni diverse. L'istruzione superiore è un diritto civile, dicevo, è sbagliato escluderne buona parte della popolazione, anzi, bisogna fare ogni sforzo affinché le donne, i figli delle classi meno abbienti e i ragazzi dei piccoli centri rurali possano andare all'università. Qualunque sia stata la ragione, l'espansione c'è stata e le possibilità di entrare nella società del sapere continuano ad aumentare, attualmente nel nome dell'eguaglianza di opportunità.
Uno sviluppo così straordinario ha certamente gli effetti che il mio amico Hirsch ha descritto nel suo libro I limiti sociali dello sviluppo. Se tutti volessimo avere una casa appartata in riva a un bel lago, probabilmente finiremmo per non avere né case appartate né bei laghi, ma un mondo decisamente molto diverso. Quando diventai titolare di cattedra, nel 1958 in Germania, c'era meno di un migliaio di professori universitari. Oggi ce ne sono all'incirca centomila. Intendiamoci. Non sto rimpiangendo i privilegi perduti. Per la verità il risultato non mi dispiace affatto. Tutto quello che voglio dire è che questo mutamento non può non modificare la natura stessa di quell'istituzione che chiamiamo università.
Nel peggiore dei casi, l'espansione massiccia porta a quello che in alcuni paesi europei si chiama università di massa. Centinaia, persino migliaia di studenti seguono le stesse lezioni nelle quali imparano poco. Poche volte incontrano il professore, se non frequentano i corsi nessuno se ne accorge e molti abbandonano prima di ottenere un diploma. Nei casi migliori si assiste ad un elevato grado di differenziazione fra università. Qui sono state pioniere le università americane. Al livello più basso troviamo quelle che non sono molto meglio delle scuole secondarie europee. Paradossalmente potrebbero essere l'ultima spiaggia della cultura e dell'istruzione; certo è che fu il rettore di Harvard Dean Rosovsky ad iniziare il dibattito sul canone di conoscenze generali da seguire nei college. All'estremo opposto troviamo delle graduate school e spesso degli istituti di ricerca collegati alle università in cui di insegnamento se ne fa poco.
La maggior parte delle università è una via di mezzo. Comunque, sono diventate ciò che Clark Kerr ai tempi in cui era rettore dell'Università della California chiamò per primo le "multiversità". Sono grandi magazzini della conoscenza con angoli delle occasioni, boutique di lusso e in mezzo molto altro. Non c'è nessuna idea unificante al di là dell'insegnamento e dell'avanzamento della conoscenza.
Avrete sicuramente colto qualche nota nostalgica nelle mie parole. La vecchia università mi piaceva molto e forse per questo l'ho idealizzata. Persino quando ho diretto la London School of Economics negli anni Settanta ho mantenuto la finzione di una scuola con un corpo docente unificato, un consiglio accademico e dipartimenti deboli. (...) Anthony Giddens, che l'ha diretta più tardi, ha aggiunto fin dall'inizio un mucchio di istituzioni diverse, scuole di management, istituti di ricerca, professori che non insegnano, assistenti che fanno lezione, una scuola estiva e quant'altro. Il risultato è un qualcosa di vibrante ed eccitante per il quale non è facile trovare un nome: raccolta di varianti desiderabili dell'attività accademica? Parco a tema di scienze sociali? Chiamiamola pure multiversità, ma università alla maniera tradizionale no di certo.
(Traduzione a cura del Gruppo Logos)

UNA CARTA EUROPEA
di RALF DAHRENDORF
da La Repubblica del 5 Luglio 2000
SEMBRA che il grande dibattito sul futuro dell'Europa stia volando alto. Il ministro degli Esteri tedesco Fischer ha esposto al mondo la sua visione. Il ministro dell'Interno francese Chevènement ha espresso alcune opinioni diverse e qualche sospetto. Il presidente Chirac ha presentato con garbo le sue vedute a breve e a lungo termine. Il cancelliere Schroeder si è detto d'accordo con lui sull'esigenza di una "cooperazione rafforzata".
IL primo ministro Blair ha espresso dapprima il suo disaccordo e quindi il suo accordo con i colleghi, aggiungendo al dibattito una dimensione quasi religiosa. Abbiamo ora le idee più chiare su dove stiamo andando?
Se vogliamo dare una risposta onesta, non di molto. Il fatto che i punti di vista sull'Europa siano diversi non è precisamente una novità. Ci sono gli euro-hegeliani (come Joschka Fischer), secondo i quali lo spirito cosmico avrebbe decretato che un giorno gli Stati Uniti d'Europa si faranno. Dal canto loro, gli euro-kantiani (come Chevènement) preferiscono affrontare la realtà del momento, e innanzitutto i problemi pratici. Curiosamente, gli uni e gli altri si diffondono sulla perdurante importanza dello stato nazione, benché la posizione tedesca sia più ambigua di quella dei britannici o dei francesi. I tedeschi danno volentieri l'impressione di non avere nulla in contrario a lasciare che il loro stato nazione sia assorbito dal più ampio oceano europeo. Tuttavia, negli stati nazione di più antica data quali la Francia e la Germania ci si chiede se in definitiva non si stia andando verso un'Europa tedesca. E c'è davvero una differenza tra la Germania europea tanto cara ai tedeschi, e un' Europa germanica?
Una tematica sempre presente, in tutti i contributi al dibattito, è quella della flessibilità, o della cooperazione rafforzata, come si tende a definirla oggi. Il presidente Chirac è stato particolarmente esplicito su questo tema: i paesi membri dell'UE che intendono potenziare la loro cooperazione dovrebbero avere la possibilità di farlo, preferibilmente in base a una decisione formale del Consiglio. Quest'idea ha tuttavia suscitato molti sospetti. In Gran Bretagna è diffuso un timore irrazionale di essere lasciati in serie B, a fare da spettatori. Gli stati membri più piccoli credono di individuare nel discorso sulla flessibilità un tentativo di quelli maggiori di ridurre il ruolo di paesi quali il Portogallo o la Finlandia. I candidati all'accesso pensano con orrore alla prospettiva che subito dopo averli ammessi, il club si divida tra paesi in ascesa e semplici stati membri.
Timori del genere sembrano giustificati da alcune espressioni del presidente francese e del cancelliere tedesco; ma per dissolverli basta guardare le cose più da vicino. Si continua a parlare molto della cooperazione franco-tedesca e del ruolo di questi due paesi come motori dell'integrazione. Ma sul piano pratico, le proposte di Chirac risultano quasi patetiche. Si parla della creazione di un istituto cinematografico franco- tedesco e un programma di scambi per 2000 giovani. Di fatto, non esiste per l' Europa un progetto franco- tedesco che questi due paesi potrebbero imporre ai rimanenti.
La flessibilità, in una forma o nell'altra, finirà per realizzarsi; anzi, di fatto esiste già. Se l'allargamento condurrà davvero a un' Unione di 27 paesi, quelli che entreranno a far parte dell'unione monetaria non saranno più della metà. Schengen riconosce esclusioni significative, e prevedo che da qui alla conclusione dei negoziati per l'accesso il loro numero sia destinato ad aumentare ancora. La cooperazione rafforzata in un'Unione di 27 stati darà vita a numerose configurazioni, in parte su basi geografiche: è probabile che gli esempi del Benelux o del Consiglio Nordico trovino imitatori nell'Europa orientale e sud- orientale, così come tra gli stati del Mediterraneo. E non è da escludere una cooperazione rafforzata tra gli stati membri più piccoli. In altri termini, le strutture che emergeranno non saranno tali da portare a una configurazione trainata da un unico motore.
I veri problemi di un'Europa allargata non sono comunque quelli della flessibilità o della creazione di istituzioni appropriate. Sono problemi di potere. Finora, il potere dell'Unione europea è stato di natura essenzialmente negativa: la capacità di impedire che accadessero determinate cose, e il tentativo di arginare l'egemonia americana nel mondo. Da dove dovrebbe provenire un suo potere positivo? Non certo dai numeri, dai dati della popolazione, e neppure da quelli del PIL. Ecco il problema più serio: è possibile che da un'Unione allargata, debole per altri versi, emerga una qualche forma di potere egemonico?
L'altro aspetto della questione è quello dei valori. Il primo ministro Blair ha approfittato della sua visita al cattolico dissidente Hans Kueng per indulgere al proselitismo - il suo sport preferito - collegando questioni politiche molto specifiche, come quella della riscossione immediata delle multe da affidare alla polizia, a considerazioni etiche e religiose di carattere generale. E improbabile che un'impostazione del genere trovi un'accoglienza favorevole presso i suoi colleghi. D'altra parte, tra i leader europei c'è una tendenza crescente a definire l'Europa attraverso una serie di valori comuni di tipo più pratico, quali la democrazia e lo stato di diritto: questioni che giocano un ruolo di primo piano nei negoziati per l'accesso, e sono alla base del problema austriaco.
C'è infine, in questo grande dibattito, un tema il cui significato politico potrebbe ancora emergere più nettamente: quello di una costituzione europea. La definizione data da Chirac del ruolo di Bruxelles nei confronti delle capitali nazionali è lontanissima dall'idea di un assetto costituzionale in piena regola postulata da Joschka Fischer - come lo è del resto la preoccupazione di Schroeder per l'atteggiamento dei Laender tedeschi a fronte delle decisioni europee. Comunque sia, la questione costituzionale è ormai sul tappeto. E un altro problema che sicuramente si pone è quello di una Carta dei diritti fondamentali. Blair è contrariato da questi sviluppi, per timore che venga riattizzato il dibattito sulla sovranità. E per la stessa ragione, non li vedono di buon occhio neppure i paesi candidati all'accesso, che hanno particolarmente a cuore la propria sovranità nazionale, in quanto espressione di una libertà da poco ritrovata. Altri argomentano che in un'Europa in piena fase di sviluppo sarebbe errato fissare nel cemento costituzionale tutto ciò che attualmente si trova allo stato fluido. Ma il dibattito sulla costituzione è ormai avviato, ed è improbabile che venga accantonato.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Il filo smarrito tra la gente e i politici
di RALF DAHRENDORF
da La Repubblica del 26 Settembre 2000
BLAIR sta mietendo la tempesta del vento che lui stesso ha seminato. Al primo ministro britannico non è mai piaciuta la democrazia basata sul dibattito parlamentare. La legittimità, per lui, deve basarsi su un contatto più diretto con "la gente". Ma chi è "la gente"? Si persuase presto di poterla trovare nei "gruppi di interesse", campioni presumibilmente rappresentativi invitati a discutere temi di attualità, o con l'approccio diretto per mezzo di un referendum. Inoltre, i sondaggi di opinione sono presi più seriamente dei punti di vista dei partiti politici. Ma il Parlamento? Blair ci va di rado e si esibisce malamente, peggio del già modesto leader conservatore, William Hague.
Che questa sia una strategia ad alto rischio è divenuto evidente da mesi a molti osservatori. Da una parte, "la gente" è in genere poco chiara circa le proprie preferenze quanto il primo ministro stesso. Ciò che "la gente" dice nei gruppi di interesse o nei sondaggi di opinione si basa spesso su pareri superficiali che possono cambiare nel giro di minuti di fronte a nuovi eventi o nuovi argomenti. Perfino i referendum, per non parlare dei sondaggi di opinione, hanno la qualità di un'istantanea. In un mondo volubile riflettono umori passeggeri piuttosto che interessi duraturi o convinzioni.
TUTTAVIA, ora "la gente" ha scoperto l'abdicazione del potere da parte dei suoi cosiddetti leader. Senza curarsi delle elezioni, può ottenere ciò che vuole immediatamente mettendo in atto delle manifestazioni di massa, bloccando i porti o le raffinerie di petrolio o altri luoghi. Queste manifestazioni sono a loro volta facilmente organizzabili con l'aiuto dei telefonini e di internet. A chi toccherà, poi? Forse, agli insegnanti, o ai contadini perennemente frustrati. Dove andremo? A Praga, naturalmente, dove le istituzioni finanziare organizzano i loro incontri. I soggetti particolari non hanno quasi importanza. Ciò che importa è che il re è nudo, che il potere dei leader si rivela inconsistente.
L'orientamento di Blair non è che un esempio della tendenza più generale di spostare il gioco politico fuori dai canali costituzionali. Il governo rappresentativo ne è la prima vittima. Le elezioni non sono più il meccanismo per creare una camera dove si svolga il dibattito e si prendano le decisioni per un lungo periodo di quattro o cinque anni, al contrario, anch' esse sono diventate solo un'istantanea di stati d'animo passeggeri. Il fatto che un parlamento sia stato eletto oggi non significa più nulla dopodomani.
Oltre alla politica istantanea dei sondaggi d'opinione e dei referendum, questo cambiamento promuove il ruolo di chi si autodefinisce portavoce di interessi particolari. Le organizzazioni non governative sono la linfa vitale delle società civile; ma una vera società civile esiste soprattutto laddove il governo non esiste e non dovrebbe arrivare. La società civile come tale non è né a favore né contro il governo - questo è vero almeno nelle condizioni di un ordine liberale -, ma è indipendente rispetto al governo. Tuttavia, molte organizzazioni non-governative non si considerano più in questa maniera. Le Organizzazioni non governative (Ong) agiscono come se prendessero il posto del governo o, almeno, quello del parlamento come espressione della volontà popolare.
Non mancano gli esempi della nuova politica "della gente" attraverso il referendum, le manifestazioni "spontanee", o le attività delle Ong. In un certo senso, i blocchi stradali per far scendere le tasse sui carburanti, i progetti di tenere referendum anticostituzionali su questioni di rilevanza costituzionale e i tentativi di impedire lo svolgimento di alcuni incontri di organizzazioni internazionali fanno parte della stessa tendenza alla dissoluzione e diffusione della legittimità. Con la legittimità, la democrazia soffre, quanto meno nella sua incarnazione istituzionale.
In una situazione del genere, sono opportuni due commenti e una conclusione. Il primo commento è che stiamo entrando in un clima politico pericolosamente fluido. La sua fluidità è pericolosa perché le espressioni non strutturate della volontà popolare che dominano la scena istituzionalizzano la volubilità. La politica perde il passato e il futuro al tempo stesso. Né la storia né la visione di quello che è necessario informano le decisioni. Questo situazionalismo è un invito per leader senza scrupoli - e certamente non democratici - ad imporre la loro volontà come la nuova volontà popolare. E' un invito ad una tendenza neofascista.
Il secondo commento è che, comunque, "la gente", comprese le Ong, non hanno necessariamente torto. Infatti, una causa degli sviluppi qui descritti è che "i politici hanno perso il contatto". Sono incapaci di riconoscere i mutamenti nelle preoccupazioni della gente e questo è il motivo per cui appena vengono eletti la loro legittimità viene messa in dubbio. In qualche modo, i legami tra i cittadini e i loro leader sono divenuti fragili. Questo è particolarmente vero per i partiti politici clamorosamente incapaci di raccogliere i pareri popolari e di incanalarli in una leadership. In questo modo, non solo le opinioni situazionali di ampi gruppi rimangono inascoltate nei canali ufficiali, ma anche quelle persistenti. Il Parlamento non è più la vera tribuna nazionale.
La conclusione è problematica, data la natura del caso. Si dice spesso che stiamo vivendo in un'era di globalizzazione ma non abbiamo istituzioni globali adeguate. Ora emerge che non abbiamo più nemmeno delle istituzioni nazionali adeguate. Stiamo sperimentando dovunque nuovi metodi e anche nuovi spazi: il populismo e il federalismo vanno a braccetto. A mio parere, il compito principale è quello di recuperare in parte le forze perdute dei parlamenti. Essi sono l'epitome del governo attraverso il dibattito. Oltre a questo, bisognerà trovare nuove regole del gioco che diano alle opinioni popolari, organizzate o no, un'espressione regolare. Un forum delle ONG sarebbe meglio del situazionalismo del presente. Ovviamente, tutto ciò non è che un inizio. Forse, bisogna innanzi tutto riconoscere che sta accadendo qualcosa di nuovo sotto i nostri occhi e che non passerà.
(Traduzione di Luis E. Moriones)