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UOMINI, FATTI, IDEE
mercoledì 5 dicembre 1979
Bresciaoggi pag. 3
Il convegno bresciano del Cedoc
Il cattolicesimo lombardo del primo Novecento
Il «problema della cultura cattolica» - La molteplicità delle iniziative
La formazione di una classe dirigente e l'attenzione alla realtà popolare
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L'insegnamento religioso nelle scuole statali, le iniziative dei cattolici per una cultura popolare, il «femminismo cattolico»: questi i principali temi approfonditi, ora con un paziente lavoro di scavo, in una documentazione ancora inesplorata, ora con relazioni di sintesi e con interpretazioni dei momenti storici considerati, nelle 14 comunicazioni del convegno «Cultura scuola e società nel cattolicesimo lombardo del primo novecento», organizzato dal Cedoc, il 24 e 25 novembre scorsi.
Ma il senso del convegno non risulterebbe appieno (così come il legame tra le singole comunicazioni non sarebbe immediatamente avvertibile) se non si menzionasse l'ampia e sottile introduzione di Giorgio Rumi su «Il problema della cultura cattolica italiana nel novecento», essenziale punto di riferimento per situare e spiegare la miriade di iniziative locali dei cattolici lombardi nel campo della scuola e della cultura in rapporto a un progetto, lombardo rispetto all'origine e all'«humanitas» dei suoi promotori, ma di importanza e di impegno nazionale, per la creazione di una classe dirigente alternativa rispetto a quella liberale.

L'Università cattolica
Un problema, quello appunto della formazione di una classe dirigente, rimasto secondo Rumi, per molto tempo insoluto proprio per l'incapacità del mondo cattolico di elaborare proposte effettive, concrete (con quale cultura? e dove si forma questa élite intellettuale?), che non fossero nostalgico richiamo del passato. Occorre arrivare ai primi decenni del novecento perché prenda vita, a Milano, la prima importante iniziativa: l'Università cattolica, che, nelle intenzioni del suo fondatore, Padre Agostino Gemelli, avrebbe dovuto segnare la presenza, l'espansione e, infine, l'egemonia culturale cattolica nel mondo.
Un progetto, quello di Padre Gemelli, connotato da un deciso integralismo e da una concezione di tipo gerarchico della società (importante, in questo senso, l'esperienza diretta della vita militare durante la guerra '15-'18); da considerare, tuttavia, secondo Rumi, come perfettamente inserito nello spirito del suo tempo, il tempo appunto dei grandi totalitarismi.

La Fuci e le parrocchie
Negli stessi anni,a Brescia matura un'esperienza culturale e umana che, nel categorico rifiuto dell'odio antimodernista, si propone di mettere la Chiesa in grado di muoversi nel mondo. Il gruppo che si potrebbe definire «Brescia-Fuci» (G.B. Montini, Bendiscioli, Bevilacqua, la Morcelliana), si muove secondo l'esigenza della «lettura dei segni dei tempi», con una attitudine alla trasformazione della realtà storica. Ciò che Gemelli vive in termini di egemonia, in Montini è esigenza critica («ruminare non basta, occorre assimilare»);
e questo atteggiamento culturale «inventivo e missionario e non più difensivo e tutorio», si esprimerà più compiutamente nel pensiero e nell'azione del futuro Paolo VI, nella convinzione che la cultura (e quindi l'intellettuale) debba interpretare la fame e la sete di giustizia nel mondo e nella speranza che il pensiero umano, cui non devono costituire impaccio i legami col passato, è orientato per sua natura verso la verità.
In queste fucine di intellettuali possiamo dunque trovare le radici dell'autogoverno culturale da parte dei cattolici. Ma non solo qui. Come ha fatto acutamente notare don Fappani, fu soprattutto nelle parrocchie, nella loro attività oratoriale e nelle scuole popolari da esse organizzate e ospitate, che si formò una classe dirigenziale di base (operatori sociali, dirigenti sindacali, futuri leader di partito ecc.). E, sotto questo aspetto, Brescia conobbe a partire dalla fine dell'800, un fervore di iniziative: dalle scuole serali fondate da Giuseppe Losio (con l'appoggio della Banca S. Paolo), presto diffuse dalla città in provincia, alle scuole serali del popolo di don Zamboni e di don Giovanni Frosio, dalla scuola popolare per le ragazze di don Domenico Baldini (istituita nel 1883, presso S. Afra, raggiunse in pochi anni il numero di 1200 ragazze frequentanti), al circolo di S. Tommaso, ai circoli della gioventù cattolica, alle scuole serali della Pace e a tante altre ancora, fino a quelle forme speciali di intervento educativo (peculiari del mondo cattolico) per la riabilitazione dei minorati e per l'educazione dei sordomuti, dei ciechi, ecc.
Quale spirito suscitava e animava tutte queste attività? In primo luogo, per Fappani, c'era la spinta alla evangelizzazione e promozione umana, che è dovere morale di ogni credente; ma sicuramente diffuso e vivo, agiva pure uno spirito di rivalsa nei confronti della politica laizizzatrice della classe dirigente e, sempre secondo Fappani, la necessità di intervenire con strutture private nel campo dell'educazione popolare in seguito al fallimento della scuola pubblica e al suo rifiuto da parte delle masse popolari.

«L'editrice La Scuola»
Probabilmente di questa spinta per la cultura popolare fu, a Brescia, la casa editrice «La Scuola», le cui origini sono state ripercorse, con ampia comunicazione da Enzo Giammancheri. La sua fondazione risalente al maggio del 1904  (celebrazione del  centenario) per decisione dei membri del terzo gruppo dell'Opera dei Congressi, quasi tutti bresciani (tra i firmatari dell'atto costitutivo della società, otto laici, tra cui, N. Rezzara, G. Montini, L. Bazoli, G. Losio e sei sacerdoti, tra cui A. Zammarchi e L. Fossati) rispondeva principalmente ad un motivo funzionale: si voleva il rilancio di «Scuola italiana moderna», il periodico didattico dell'Opera dei Congressi, fondato nel 1893, che, per lo scarso livello professionale, non risultava competitivo e conduceva una vita stentata (800-900 abbonamenti). La rivista rinnovata non avrebbe dovuto essere decisamente confessionale (per motivi competitivi), sarebbe stata affidata in direzione ad un laico, mediante concorso, e, soprattutto, avrebbe dovuto godere della collaborazione di esperti di buon livello.
L'atteso rilancio avvenne: già nell'anno scolastico 1904/05 il numero degli abbonati salì a 2500; nel 1913/14 erano 7500. Dal catalogo delle pubblicazioni dei primi dieci anni di attività è inoltre possibile cogliere la linea editoriale: oltre ai testi scolastici e ai libri per gli alunni frequentanti le scuole popolari, serali, festive (scritti soprattutto da G. Losio) e ai primi testi di divulgazione scientifica (ad es. «Nei cieli» di A. Maffi, amico di Zammarchi, a sua volta studioso di meteorologia e astronomia), la casa editrice intervenne con la collana «problemi di cultura generale», nel dibattito sull'insegnamento religioso nelle scuole (la pubblicazione delle «Osservazioni sulla morale cattolica» del Manzoni, con prefazione del Crispolti, è da vedere come risposta polemica all'obbligo fatto dal ministro Nasi di leggere nelle scuole i «Diritti dell'uomo» di Mazzini).

La religione e la scuola
Una polemica, quella dell'insegnamento della religione nelle scuole di stato, che finiva per proiettarsi al di fuori dell'ambito dell'istituzione scuola, per toccare e coinvolgere questioni di politica culturale e di controllo di guida delle masse. Le posizioni che contrapponevano i laici ai cattolici, sulla questione della religione nelle scuole, non erano affatto nette e monolitiche: in entrambi i gruppi vi erano atteggiamenti assai diversificati tra loro, anche se, nella polemica, il campo avversario veniva considerato e combattuto come un tutto unico. A questo proposito, la comunicazione di Luciano Pazzaglia ha messo a fuoco il dibattito all'interno del mondo cattolico, semplicisticamente liquidato dai laici come ottusamente conservatore.
Dal Fogazzaro, che non condivideva l'idea di introdurre l'insegnamento religioso nelle scuole(ma che nella migliore tradizione separatista, riteneva che lo stato dovesse sostanziare gli insegnamenti di forti idealità religiose), al Card. Ferrari, per il quale solo nella scuola i ragazzi potevano apprendere e educarsi alla fede (essenziale a questo proposito il tradizionale catechismo), c'era di mezzo una notevole varietà di posizioni che, ora ispirandosi alle tesi moderniste, ora rifacendosi al conservatorismo e alla tradizione, testimoniavano quanto veramente sofferta fosse per i cattolici tale questione.
Questione che, se partiva dal tentativo di contrastare il monopolio dello stato liberale in campo scolastico, assumeva poi il valore di una libertà da conquistare e mantenere. Importante e sicuramente «moderna» la posizione di Gallarati Scotti che, criticando il formalismo stereotipo del catechismo incapace di creare nel fanciullo una vita religiosa, proponeva di abolire l'insegnamento religioso dalle scuole elementari (visto come una pura concessione dello stato laico al sentimento religioso popolare) e di creare delle scuole di religione, con un catechismo ripensato su basi nuove.
La polemica fu sicuramente viva anche a Brescia e i periodici cattolici, quali «Scuola italiana moderna» e «La madre cattolica», la ripresero frequentemente. Mons. Zammarchi, constatando come un insegnamento meramente catechistico potesse essere rifiutato dai ragazzi perché didatticamente sbagliato, propose di utilizzare la lanterna magica, Egli stesso, con uno spirito creativo e pratico tutto bresciano, ne costruì una con 560 diapositive. Quando il comune di Brescia, nel 1906, proibì l'insegnamento della religione nelle scuole, Zammarchi propose e realizzò, in locali dotati delle necessarie strutture e vicini alle scuole pubbliche, delle scuole di religione.

La figura della donna
Rimane ora da considerare un ultimo aspetto riguardante l'attenzione dei cattolici ai nuovi problemi che la modificazione della società andava maturando: la figura della donna e tutta la problematica connessa alla sua funzione sociale. Ne hanno parlato Franco Molinari e Francesco Turelli, analizzando il primo il periodico milanese «In cammino» fondato da Antonietta Giacomelli e il secondo la rivista bresciana «La madre cattolica».
Nella affermazione della sacralità della famiglia di tipo tradizionale e, quindi, dell'eternità dell'amore, e nella convinzione che il divorzio fosse una sciagura e sicuramente meglio, per i figli, fosse l'indissolubilità del matrimonio, le due riviste si ritrovavano accanto nel delineare una figura di sposa e di madre di tipo tradizionale. L'attenzione per il contesto sociale, fatto di sfruttamento di donne e fanciulli sul lavoro e per i pericoli derivanti dalle condizioni della miseria (degradazione morale, prostituzione), spinsero il periodico milanese alla ricerca di possibili rimedi, quale l'apertura di ricreatori per le operaie, e alla richiesta di una legislazione sociale anche al fine di equiparare i salari delle donne a quelli degli uomini.
Più lento il cammino della rivista bresciana verso una apertura per le nuove realtà sociali: l'emancipazione della donna è dannosa (niente lavoro, visti con diffidenza gli studi superiori), solo educando i figli la donna può diventare artefice del progresso. A partire dai primi del novecento, anche di fronte ai «pericoli del socialismo» (vuole il divorzio e il libero amore), la rivista accettò che la donna uscisse dall'ambito familiare perché così poteva meglio difendere i sacri diritti della famiglia. In entrambi i periodici, comunque, un elemento decisamente classista: le madri popolane sono incapaci di educare; necessario quindi il buon esempio dai ceti alti.

Arroccamento o apertura?
Alla fine di questo quadro complesso e articolato sugli atteggiamenti e le iniziative della cultura cattolica lombarda ai primi del secolo è possibile porre un quesito d fondo: è una cultura, questa, aperta al mondo oppure, saldamente arroccata su posizioni difensive, concepisce i rapporti col mondo moderno in termini di conservazione? L'impressione è che nel mondo cattolico convivessero (e ancora convivano) ambedue le tendenze, con una ricca molteplicità di posizioni variamente sfumate, tanto che riesce sicuramente arduo, per non dire impossibile, definire in modo unitario un atteggiamento culturale dei cattolici.
Emilio Venturini
Giuseppe Losio: opere (V. Gambara Riferimenti e varie)
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Luogo d'origine: Gàmbara (Brescia)