Giorgio Ruffolo
Articoli che seguono:
  • LA SINISTRA E LE CICALE di GIORGIO RUFFOLO La Repubblica di Sabato 13 Giugno 1998
  • INTERVISTA di LÙCIA BORGIA da Il Mattino di Napoli del 20/11/99
  • Il turbo-capitalismo e i falsi riformisti, di Giorgio Ruffolo, tratto da "la Repubblica" del 12/12/02

LA SINISTRA E LE CICALE
di GIORGIO RUFFOLO
La Repubblica di Sabato 13 Giugno 1998
LE ELEZIONI amministrative sono state per la Cosa due - o comunque si voglia chiamarla - un insuccesso. È inutile negarlo, accampando interpretazioni consolatorie. È utile invece chiedersi se -  come certi affermano - l'insuccesso sia dovuto all'inconsistenza del disegno. Io non lo credo affatto. Penso che il disegno fosse giusto. Che non sia stato seguito con la necessaria determinazione. Che andare a caccia di altre geometrie politiche sarebbe perdere tempo, schivare i problemi veri, aggravare le difficoltà della sinistra italiana. Che bisogna riprenderlo, su nuove e più solide basi.
Quel disegno nasceva dalla constatazione dell' anomalia della sinistra italiana in Europa, con un partito, il Pds, che costituisce, con il 20 per cento dell'elettorato circa, il corrispondente di partiti socialisti che gravitano attorno al 40 per cento.
ANOMALA, in realtà, la sinistra italiana lo è stata per mezzo secolo: egemonizzata da un partito comunista relegato all'opposizione e contrapposto a una Dc sempre al governo, con un piccolo e inquieto partito socialista in mezzo. Quando quel quadro si è decomposto, la sinistra anziché ricomporsi, si è ulteriormente frammentata, in un quadro istituzionale confuso e anomalo anch'esso.
Il disegno di D'Alema mirava ad europeizzare finalmente il quadro in senso bipolare, con la riforma della Bicamerale; e ad europeizzare la sinistra, radicandola saldamente nella tradizione del socialismo riformista europeo. Per quanto riguarda la prima parte del disegno, bisogna dargli atto di averla perseguita fino all'ultimo, con un coraggio e una coerenza che gli sono stati riconosciuti più dagli avversari che dagli amici. Per quanto riguarda la seconda parte, penso invece che sia mancata una vera convinzione e una necessaria perseveranza. In particolare, sono mancati due elementi essenziali, che non scopro ora, nel dopo partita, ma sui quali ho insistito vanamente da molto tempo, fino alla noia.
Il primo è una reale volontà di risolvere la questione socialista. Il primo scopo di un partito che voleva radicarsi nel socialismo europeo era quello di recuperare i socialisti italiani: intendo dire, una gran parte di quell'elettorato che votava socialista non certo per opportunismo e malcostume, ma per un'antica e nobile tradizione riformista e democratica della sinistra: quella che oggi gli ex comunisti riconoscono come vittoriosa. Per questo occorreva un esplicito riconoscimento di quella tradizione, delle sue ragioni ideali e storiche; una recisa condanna di quell'irresponsabile e vendicativa campagna di denigrazione dei socialisti che il Pci ha favorito o addirittura promosso; un'assunzione di questa questione come prioritaria per la costituzione del nuovo partito. Invece si è deciso di rimuovere la questione socialista aggirandola dall'esterno, attraverso la legittimazione europea, e diluendola all'interno, in una specie di confederazione di rappresentanze "etnico- culturali" dignitose, ma singolarmente prive di retroterra. Ciò ha fatto mancare al nuovo disegno la spinta propulsiva necessaria per superare resistenze e rancori. La maggior parte dell'elettorato ex socialista è rimasto "al di fuori". Non erano certo gli altri piccoli raggruppamenti federati in grado di sostituirlo.
Il secondo elemento è stato il mancato collegamento della costituzione del nuovo partito a un progetto politico definito. La "fondazione" di una grande nuova sinistra riformista richiedeva particolarmente in Italia, dove una grande sinistra riformista non è mai esistita, un profondo ripensamento collettivo dei valori, del progetto, dei programmi. Per questo si era suggerita una vasta mobilitazione culturale di tutte le forze vive della sinistra in un grande Forum dal quale potesse emergere l'identità di un partito realmente "nuovo". Devo dire che questo grande disegno di mobilitazione culturale si è risolto in una serie di dignitosi seminari. Devo ricordare che in altri paesi, e soprattutto in Gran Bretagna, dove pure poggiava sulle strutture solidissime di un antico partito senza alcun bisogno di rilegittimazione, la "rivoluzione blairiana" è stata preceduta da uno sforzo di aggiornamento culturale vasto e profondo.
Difetto di identificazione delle componenti prioritarie e, soprattutto, difetto di identificazione progettuale mi sembrano fattori sufficienti a spiegare l' impasse nella quale quel giusto disegno è caduto.
Non mi convincono però affatto le ragioni di coloro che da quell'impasse suggeriscono di uscire gettando a mare quel disegno per sostituirlo con un altro molto più astratto e indeterminato. Puntare sull'alleanza dell'Ulivo anziché sul partito? Che significa in pratica? Dappertutto in Europa la sinistra si fonda su partiti solidamente radicati nella società e fortemente strutturati. Quando, e accade spesso, formano delle alleanze, si guardano bene dallo sbiadire i loro contorni e la loro identità. Altro sarebbe puntare, attraverso l'alleanza, a una formazione politica più ampia, in pratica ad allargare i confini del "partito della sinistra" a forze con diverse tradizioni e provenienze storiche: come è accaduto altrove, in Europa (in Francia, in Spagna, in Inghilterra). Ma questo non si dice, anzi, si nega. Resta allora l'anomalia. E poiché è tale si tende curiosamente, anziché a ridurla, ad estenderla a tutta Europa e al mondo: inventandosi nuovi Ulivi europei e nuove internazionali mondiali. È un vecchio vizio della vecchia sinistra comunista quello di vendere l'arretratezza italiana per avanguardismo.
Voglio dirlo con franchezza. Ho sempre apprezzato l'onestà e l'intelligenza di Walter Veltroni. Devo dire che mi convincono molto più la sua ottima performance governativa, la passione e la competenza con la quale ha finalmente dato forza e prestigio alla politica dei beni culturali che non le sue variazioni sul tema di nuove internazionali.
Penso che la risposta alle difficoltà che la sinistra e la stessa maggioranza dell'Ulivo incontrano oggi, alla loro indubbia battuta d'arresto, non debba essere cercata sul piano di nuove geometrie elettorali, ma su quello del progetto politico. Non costruendo meta-soggetti senza progetto. Ma un progetto sul quale fondare un soggetto. Il quale potrà pure abbracciare, col tempo, tutte le forze che oggi si riconoscono nell'Ulivo. E allora ci si accorgerà con stupore che è diventato molto simile ai partiti della sinistra europea, che continuano a chiamarsi socialisti e socialdemocratici, e che raccolgono sotto il loro ombrello socialisti, cattolici, protestanti, liberali, trotzkisti e buddisti. E che non c'è il pressante bisogno di ombrelli nuovi.
Le risposte vere, necessarie, bisogna darle ai problemi formidabili posti dalla mondializzazione, dalla rivoluzione tecnologica, dall'invecchiamento della popolazione, dall'insostenibilità dei regimi pensionistici, dalla persistente invadenza delle strutture burocratiche, dalle resistenze corporative, dalla congestione metropolitana, dalla minaccia dell'insicurezza, dal flagello della droga, dall'immigrazione, dall'insufficienza della formazione e dell'educazione, dal sottosviluppo culturale: problemi che, se non sono gestiti, provocano disoccupazione, ineguaglianza, demoralizzazione, ma che, se gestiti programmaticamente e pragmaticamente possono essere orientati verso soluzioni di sviluppo e di civiltà superiori.
La differenza tra la sinistra e la destra è proprio qui: che la sinistra deve assumersi il compito di regolare quei problemi secondo ragione e giustizia, mentre la destra li gestisce secondo la logica dei rapporti di forza. La sinistra una volta era votata a sovvertire l'ordine. Oggi è condannata a costruirlo. Perciò le si chiede capacità progettuale all' altezza di quei problemi formidabili.
La sinistra italiana ha dimostrato finora di saper guidare il paese attraverso il drammatico passaggio dell'Unione monetaria. Questo straordinario successo è dovuto in gran parte alla forte finalizzazione programmatica dell'azione di risanamento finanziario. Alla drammatizzazione di quei parametri di Maastricht tanto vilipesi. Alla tensione che si è riusciti a suscitare nella coscienza collettiva attorno a quei traguardi. Ciò che diventa necessario, ora che quella tensione si è allentata, è finalizzare in modo altrettanto strigente l'azione riformatrice, che pure su più terreni il governo ha cominciato a promuovere. Per questo è necessario fondare l'azione della sinistra su un progetto riformatore, che contrasti le derive populistiche, e renda espliciti e per quanto possibile quantificati i traguardi e i tempi di quel progetto: i parametri di una Maastricht sociale. Un progetto che risponda alle domande più urgenti della società.
Invece di inventare nuovi nomi, c'è bisogno di ridare vita ai nomi e alle forme esistenti. Invece di tracciare nuove internazionali, occorre dare il nostro contributo al compito cui la sinistra europea si appresta, di governare un'Europa che sta affrontando le sfide dell'unione monetaria e dell'allargamento. Occorre dare scopo e coesione a quel partito socialista europeo che per ora è solo uno slogan, e che terrà il suo Congresso a Milano nella prossima primavera.
Finiamola di parlare di geometrie politiche. È un discorso che non interessa proprio nessuno, quello dei nomi, delle sigle, dei colori. Mi ricordo di quel sonetto di Trilussa. Il camaleonte annuncia che assumerà nuovi colori. Gli rispondono le cicale: "Sai quanto ce ne frega a noi cecale, de che colore sei?".

INTERVISTA
di LÙCIA BORGIA
da Il Mattino di Napoli del 20/11/99
Nel nostro progetto ”Sinistra del 2000”, preparato per il Congresso Ds Torino, abbiamo adottato una sintesi molto ragionevole tra una politica macroeconomica e una politica della flessibilità. Come ha detto Paolo Silos Labini, non c’è bisogno di contrapporle. Occorrono tutte e due. È questa la cornice dei documenti preparati da D’Alema per il vertice di Firenze. I Ds hanno una sola politica economica, che vede l’Europa come nuova dimensione della sinistra per governare insieme la globalizzazione». Giorgio Ruffolo è da sempre un intellettuale di sinistra non marxista. Economista, parlamentare europeo, presidente del Cer, con Walter Veltroni è entrato nella segreteria dei Ds. Gli abbiamo chiesto una spiegazione della conferenza di Firenze per profani curiosi.
Quali sono gli obiettivi di questa consultazione tra socialdemocratici europei e democratici americani, di questo confronto tra due culture diverse?
«Credo che il confronto tra il rappresentante più autorevole del partito democratico americano e i leader della socialdemocrazia europea sia assolutamente utile e opportuno. Ci sono dei problemi comuni: come reagire alla mondializzazione, alla rivoluzione tecnologica. Ci sono strategie comuni che la sinistra americana e la sinistra europea possono intraprendere. In un mondo che diventa sempre più interdipendente sarebbe opportuno realizzare almeno una Internazionale delle idee della sinistra. C’era una volta un’Internazionale del movimento operaio, oggi si sente il bisogno di un confronto delle culture della sinistra».
Gli Stati Uniti non hanno mai avuto una sinistra di massa. Ora Clinton propone una sua Terza via. Non c’è rischio di fare confusione, permettendo all’America di mettere il cappello sulle socialdemocrazie europee?
«Sono molto diffidente verso qualunque forma di importazione e di innesto di culture. Per parlare fuori dai denti, pensare in Europa a un partito democratico di tipo americano significa dimenticare che abbiamo due secoli di esperienze e culture diverse. È necessario costruire sulle nostre radici e non sulle radici degli altri. Come sarebbe del tutto assurdo pensare che i democratici americani importino il nostro sistema di partiti, il nostro welfare. Confrontarsi va benissimo, confondersi non ha senso».
Più del confronto tra sinistra europea e sinistra americana, nell’immediato forse importano le strategie all’interno dell’Europa.
«Il fine generale della socialdemocrazia europea - comprendendovi dentro i laburisti di Blair, i socialdemocratici di Schroeder, i socialisti francesi di Jospin e la nostra sinistra di D’Alema - è lo stesso. I leader hanno ribadito quella che è l’essenza della sinistra: la ricerca di una società più giusta. Quando a Milano tutti i partiti socialisti hanno sottoscritto la formula Economia di mercato sì, società di mercato no hanno espresso in modo icastico un idem sentire».
Si parla tanto di flessibilità. Da noi in Italia qual è la prospettiva reale?
«Per questo parlavo di Europa come nuova dimensione della sinistra. La politica di espansione macroeconomica è possibile solo a livello europeo. Su questo Blair è molto conservatore ed è una limitazione della sua cosiddetta Terza via. Da un lato la flessibilità è necessaria, ha ragione Blair. Ed è necessaria la formazione dei lavoratori, una regolamentazione del mercato del lavoro molto meno dirigistica, meno protezionistica. Questo però non significa che deve essere abbandonata l’esigenza della protezione. Mi spiego. Una volta la protezione dei lavoratori era assicurata da regole sindacali molto rigide. Ora bisognerà accettare che il lavoro non sia più lo stesso per tutta la vita».
È possibile assicurare una rete di protezione a un lavoratore che cambia continuamente lavoro?
«Nel nostro tipo di società, grazie alle nuove tecnologie che permettono di registrare con immediatezza i cambiamenti, è possibile. Come? Immaginiamo che un lavoratore sia provvisto di una garanzia di cittadinanza che gli consente ogni volta che cambia lavoro di conservare gli effetti dei contributi pensionistici dati, i suoi dirittti al sistema sanitario, di conservare soprattutto il diritto a essere aiutato a riqualificarsi per cercare un altro lavoro, attraverso una rete di assistenza. Aiutandolo ad accettare il rischio, non lasciandolo solo ad arrangiarsi».