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S.O.S.immigrazione
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Prodi: «Quote fisse per gli immigrati», Roberto Buonavoglia, Corriere della Sera, 10/01/98
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Prodi: «L'Italia diventerà la porta dell'Europa in Oriente», Vittorio Monti, Corriere della Sera, 10/01/98
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«Assumiamo noi i profughi curdi», PRIMA PAGINA, Corriere della Sera, 10/01/98
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Il Pontefice «L'umanità va verso la barbarie», ESTERI, Corriere della Sera, 11/01/98
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Il segretario del Pkk ringrazia l'Italia per gli aiuti e chiede un summit, CRONACHE ITALIANE, Corriere della Sera, 13/01/98
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«Se la società vacilla, è meglio andare a rileggere Kant», FRANCESCO ALBERONI, Corriere della Sera, 04/05/98
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LA LEGGE DELLA TERRA, Barbara Spinelli, La Stampa, 02/08/98
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I VERI PECCATI CHE GRIDANO AL CIELO, Barbara Spinelli, La Stampa, 13/09/98
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"Italia non mi tradire io lotto per la libertà" di MARCO ANSALDO, La Repubblica, 18/11/98
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NON SI PUO' STARE A GUARDARE, Barbara Spinelli, La Stampa, 24/01/99
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TORMENTATE SPERANZE DI DEMOCRAZIA TRA CURDI E ALBANESI, Barbara Spinelli, La Stampa, 21/02/99
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Un sindaco e il crimine. Lettera dal disagio, Corriere della Sera, 11/09/99

DOCUMENTO 1.
Corriere della Sera
Sabato, 10 gennaio 1998
CRONACHE
Roberto Buonavoglia
Prodi: «Quote fisse per gli immigrati»
Il governo italiano non chiude la porta a chi fugge da guerre e fame ma ora sta considerando nuove misure per evitare che l'immigrazione clandestina assuma proporzioni incontrollabili. «La mia idea è che si debbano stabilire delle quote precise, se si vuole avere una pacifica coesistenza», ha affermato il presidente del Consiglio Romano Prodi.
Durante la visita ufficiale in Bangladesh, il capo del governo ha spiegato che le quote sono necessarie «perché altrimenti trasferiamo le tensioni da fuori a dentro il nostro Paese». Prodi ha quindi aggiunto che su questo problema «chiede la collaborazione di altri Stati» e che comunque l'ideale «sarebbe di investire qui», nei Paesi d'origine.
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DOCUMENTO 2.
Corriere della Sera
Sabato, 10 gennaio 1998
ECONOMIA
Vittorio Monti
Prodi: «L'Italia diventerà la porta dell'Europa in Oriente»
Il premier in Bangladesh. Nel primo semestre '97 l'interscambio cresciuto del 13%
Il primo ministro, Hasina: investite da noi Ma le imprese «snobbano» la tappa a Dacca
DACCA - Il Bangladesh, dopo l'India: Romano Prodi ha portato l'Italia in questo Paese tra i più poveri del mondo. «E' stato un viaggio estremamente positivo. Vogliamo essere presenti con sempre maggiore vigore ed energia». L'Italia delle imprese c'è già, ma il capo del governo vuole aprire maggiori spazi di attività. «Ormai questa è un'area di pace, i conflitti si sono attenuati, per cui c'è maggiore possibilità operativa». Dopo un anno che l'ha visto andare anche in Cina, Giappone e nella terra delle «tigri ferite» dalla crisi finanziaria, rilancia la sua linea: «L'Italia deve essere la porta dell'Europa verso l'Asia».
Questa è la politica. Poi c'è l'economia, ci sono gli affari. Alcune grandi imprese stanno già operando, come la Italtel, la Telespazio e la Telecom. Alcune commesse hanno interessato la Fincantieri e l'Alenia, la Rinaldo Piaggio. Il Bangladesh ha una consistenza nel gas, nel tessile e nel pellame. Il primo ministro, Sheik Hasina, è la figlia del «padre della patria». Con molta chiarezza, ha chiesto ai nostri imprenditori maggiori investimenti. C'è tutto da costruire: strade, porti, centrali elettriche e telefoniche. Romano Prodi spiega: «Abbiamo una lunga tradizione di amicizia con l'Asia, la nostra presenza è però troppo scarsa rispetto al peso dell'Italia». L'interscambio è in crescita, fu di 500 miliardi nel 1996 e nel primo semestre del '97 si è alzato del 13%. Però il vero business stenta a decollare. Molti degli imprenditori che hanno partecipato alla prima parte della missione, quella in India, sono stati a Delhi e Madras, ma non sono venuti a Dacca, e la cosa è stata notata con disappunto dai leader bengalesi. Romano Prodi ha cercato di rassicurare, sottolineando il fatto che in Bangladesh si sta facendo strada la stabilità e che il governo mostra di avere imboccato con decisione la strada delle privatizzazioni. Tuttavia non è facile dimenticare il recente passato, connotato dal duro confronto fra le due prime donne della politica di Dacca, da una parte Khaleda Zia, vedova dell'ex presidente e sconfitta alle urne e dall'altra l'attuale primo ministro. Le elezioni politiche del 1996 hanno consolidato la giovane democrazia. Ma il reddito pro capite resta di 240 dollari l'anno per una popolazione di 125 milioni. Prodi ha avuto molti colloqui politici, e altri li ha condotti il ministro per il Commercio Estero Augusto Fantozzi. Nel dossier informativo ci starebbe bene ciò che racconta una missionaria brianzola, suor Giulia dell'Immacolata, che opera nel villaggio di Bompara. Qui c'è davvero la faccia misera del Bangladesh, ancora colpito da malaria e lebbra. Con i contadini che lavorano a giornata per guadagnare un dollaro. Con un terzo di questo sudatissimo dollaro possono comprarsi un chilo di riso. E la carne? «Va già bene se la mangiano una volta all'anno, quando c'è un matrimonio», racconta suor Giulia. Queste immagini spiegano meglio delle statistiche cosa vuol dire vivere in Bangladesh, che sta al 147½posto nella classifica degli Stati più poveri del mondo. Prodi ha avvertito: «I problemi sono enormi, ma bisogna guardare al futuro con ottimismo». A Dacca gli hanno riservato un'accoglienza calorosa, nelle strade si sono visti persino cartelli con «lunga vita all'amicizia fra Italia e Bangladesh».

DOCUMENTO 3.
Corriere della Sera
sabato, 10 gennaio 1998
PRIMA PAGINA
Gli artigiani
«Assumiamo noi i profughi curdi»
ROMA - I curdi? Assumiamoli, possiamo farne dei buoni artigiani. Il presidente della Confartigianato Ivano Spalanzani lancia al governo una proposta- provocazione. Conterraneo di Prodi, gli ha scritto per suggerirgli che ad esempio «nelle nostre zone di Frassinoro, Montefiorino Toano, Villa Minozzo, che vanno sempre più spopolandosi... si potrebbe trovare per alcuni un lavoro e una casa». Chiede inoltre che sia fatto un censimento dei mestieri dei profughi curdi.

DOCUMENTO 4.
Corriere della Sera
Domenica, 11 gennaio 1998
ESTERI
Il Pontefice «L'umanità va verso la barbarie»
CITTA' DEL VATICANO - La tragedia di Algeria, il dramma dei curdi, i massacri d'Africa, ma anche i crack finanziari asiatici, l'embargo all'Iraq e la difficoltà del processo di pace in Medio Oriente sono, per il Papa, i «punti caldi» del mondo all'inizio del 1998. Giovanni Paolo II ha tracciato ieri la sua analisi, come all'inizio di ogni anno, nell'incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Basta con il silenzio sul dramma del popolo curdo, ha detto il Papa, e basta con gli «odiosi massacri» che insanguinano ancora l'Algeria, un Paese «ostaggio di una violenza disumana che nessuna causa politica, e ancor meno una motivazione religiosa, potrebbe legittimare. Tengo a ripetere a tutti - ha aggiunto Wojtyla - che nessuno può uccidere in nome di Dio: significherebbe abusare del nome divino ed essere blasfemi».
L'uomo «è purtroppo capace di tradire la sua umanità» ha proseguito il Pontefice. Quando l'individuo come oggi «corre il rischio di essere considerato un oggetto che si può trasformare o asservire, quando l'egoismo e il profitto divengono le principali motivazioni dell'attività economica, allora tutto è possibile e la barbarie non è lontana».

DOCUMENTO 5.
Corriere della Sera
Martedì, 13 Gennaio 1998 CRONACHE ITALIANE
Il segretario del Pkk ringrazia l'Italia per gli aiuti e chiede un summit
I curdi: dite no al ricatto turco
Un collegamento tv diretto con il leader Ochalan, nascosto in una località segreta Telefonata Prodi- Kohl: applicare le contromisure. Battute di D'Alema sulla stampa
A. Bo.,
DAL NOSTRO INVIATO
DENDERLEEUW (Belgio) - «La sensibilità del governo e della popolazione italiana verso i profughi del nostro popolo è straordinaria. Ve ne siamo profondamente grati. Così come l'Italia ha permesso agli albanesi di restare fino a che la situazione nel loro Paese non si è normalizzata, e poi li ha rimandati a casa, potrebbe fare lo stesso con i curdi: dare loro accoglienza fino a che il problema del Kurdistan non sarà risolto».
La voce di Abdullah Ochalan, leader del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori che anima la guerra contro l'esercito turco, arriva attutita dal suo rifugio clandestino in Medio Oriente negli studi moderni di Med-Tv, la rete curda che dal Belgio trasmette via satellite verso il Kurdistan e il Medio Oriente. In studio ci sono alcuni giornalisti e la deputata di Rifondazione comunista Maria Celeste Nardini, che in un francese approssimativo porta la sua solidarietà al popolo curdo, dice che la Turchia «deve mettere fine alla violenza e riconoscere i curdi».
Ma è Ochalan la star della serata. «Il nuovo esodo - spiega - è il risultato dell'offensiva turca del '97 nel Kurdistan meridionale. Centinaia di villaggi curdi sono stati evacuati mentre migliaia di turchi sono stati insediati nella regione. I nostri profughi sono costretti a trovare rifugio nelle grandi città, la cui economia però non è in grado di sostenere questa massa di gente. E adesso la Turchia organizza questo esodo verso l'Occidente come ritorsione contro la decisione europea di Lussemburgo, che le ha negato l'ingresso nell'Ue».
Quindi secondo lei l'esodo è voluto?
«La Turchia è diventata maestra in questo genere di minacce. Le collusioni tra il potere politico e il potere mafioso ad Ankara hanno permesso di creare una rete che è in grado di contrabbandare droga o esseri umani via mare o via terra. E non si tratta solo di curdi, ma anche di profughi provenienti da tutta l'Asia. Il messaggio è chiaro: ecco quello che vi può succedere se non ci accettate. Ma questa volta l'operazione si è ritorta contro il governo turco, perché ha riportato l'attenzione dell'Occidente sulla repressione».
Quale, secondo lei, la soluzione a questa crisi?
«Gli europei, finora, hanno implicitamente appoggiato il genocidio del popolo curdo ignorando il problema. Siamo pronti a qualsiasi soluzione, anche entro i confini della Turchia, purché vengano riconosciuti i nostri diritti civili e politici. Ma Ankara non accetta le nostre proposte. Per trovare una via d'uscita occorre una conferenza internazionale con la partecipazione di Europa, Russia e Stati Uniti. Se la comunità internazionale non interviene per fare pressione sulla Turchia, il problema diventerà sempre più grave».
E la diplomazia internazionale sembra aver finalmente colto la gravità della situazione. Ieri il presidente del Consiglio italiano Romano Prodi e il cancelliere tedesco Kohl hanno avuto un nuovo consulto telefonico. I due si sono detti d'accordo sulla necessità di applicare le contromisure decise al vertice di Roma per arginare l'immigrazione clandestina. A Parigi, invece, Massimo D'Alema ha avuto uno scambio di idee con il premier Jospin. Al capo del governo francese che esprimeva preoccupazione citando gli articoli della stampa sulle «migliaia di curdi» giunti in Italia, il segretario del Pds non ha risparmiato una battuta sui giornali che avrebbero enfatizzato l'arrivo di alcune «centinaia» di profughi.

DOCUMENTO 6.
Corriere della Sera
Lunedì, 4 Maggio 1998
PRIMA PAGINA
Se la società vacilla, è meglio andare a rileggere Kant
di FRANCESCO ALBERONI
Appena tornato dal Giappone, la prima cosa che mi ha colpito in Italia è stato il disordine. In una città come Tokio, in cui si muovono decine di milioni di persone, non c'è per terra né una cicca, nemmeno un fiammifero spento. Non ci sono automobili in sosta vietata, né motociclette piazzate per traverso sui marciapiedi. L'ordine, il rigore, la disciplina, la cortesia sono sempre presenti, indiscussi. Questo è il frutto della loro capacità di conservare intatta la tradizione, il costume. La gente si comporta in quel modo perché fin dall'infanzia impara che quello è il modo appropriato di agire, conforme all'ordine morale immutabile.
Invece nella maggior parte delle altre società, quando entrano in contatto con popoli diversi, gli individui incominciano a domandarsi se sia giusto conformarsi alla norma. In Grecia questo momento cruciale compare all'epoca di Socrate ed è in quel momento, dice Hegel, che è nata la soggettività. La soggettività è libertà ma anche solitudine e incertezza. Non c'è più una norma indiscussa, l'individuo deve decidere lui che cosa è bene e che cosa è male. Allora si moltiplicano i punti di vista, nasce il disordine. E nascono anche le ideologie, progetti politici di uno Stato perfetto, e le guerre per imporre il proprio ordine a tutti gli altri. Questo periodo di incertezza nel mondo antico è terminato solo con l'avvento del cristianesimo e il formarsi di una nuova tradizione.
Un'altra crisi si è avuta all'inizio di questo secolo, quando si è indebolita la religione tradizionale. L'Europa è stata sconvolta da movimenti ideologici e politici, dalla guerra mondiale e dai totalitarismi. L'ordine morale si è ricostituito solo sotto l'influenza degli Stati Uniti, un Paese con un altissimo spirito nazionalistico e viva e forte tradizione religiosa.
Ma oggi l'Europa rischia un nuovo pericolo. Noi stiamo edificando una democrazia multietnica e multilingue sul tipo di quella americana. Purtroppo con una differenza di fondo. L'Europa non ha un centro etico-politico e non ha nemmeno uno spirito religioso forte, come quello americano. + formata da popoli diversi per lingue, per sensibilità, per tradizioni. E inoltre vi arrivano ondate immigratorie dall'Africa, dall'Asia con propri valori.
Così il peso della tradizione e quello del costume si indeboliscono. Aumentano il disordine morale e l'incertezza. Molta gente pensa solo al proprio interesse immediato, alla propria personale comodità.
Che cosa deve fare l'individuo, io, voi, in questa situazione? Lasciarsi andare o cercare di reagire? Io credo che dobbiamo reagire. Che dobbiamo fare ogni sforzo per tener vivi i valori fondamentali della nostra civiltà, i suoi principi morali di base. Il metodo ce lo ha insegnato Kant: «Agisci sempre secondo il principio che vorresti erigere a norma universale. Comportati come vorresti che si comportassero tutti».
Ma non basta. Per ricostruire un ordine che crolla, occorre qualcosa di più. Occorre un impegno personale, occorre dare l'esempio. E l'esempio possiamo darlo solo cercando di svolgere tutte le nostre attività, tutte indistintamente, in modo tecnicamente accurato e moralmente esemplare. Come se fossero un compito sacro. Solo con questo esercizio, con questa disciplina, diventeremo più forti e potremo lasciare una traccia duratura nella società.

DOCUMENTO 7.
La Stampa
Domenica, 2 Agosto 1998
PRIMA PAGINA
LA LEGGE DELLA TERRA
E' straordinario come un circoscritto lembo di terra torni a divenire importante, nel momento in cui le economie si mondializzano e gli Stati sono indotti a sacrificare antiche sovranità. Ridiventano importanti Lampedusa, o la città di Torino che ha l'impressione di divenire essa stessa una piccola isola, senza difese di fronte all'immigrazione clandestina. Nelle regioni orientali della Germania ci sono tedeschi che immaginano d'aver perduto l'identità, da quando non c'è più il Muro a proteggerli dallo straniero. Si invocano nuovi muri, e si teme la maledizione dell'uomo moderno che è la Heimatlosigkeit , l'assenza di patria. Gli stranieri che trasgrediscono le frontiere d'Europa si trovano di fronte un'umanità a sua volta straniera a se stessa: fin dagli Anni 60 De Gaulle vedeva nascere in Francia "la sorda angoscia degli sradicati", a causa non dell'immigrazione ma del tracollo della civiltà contadina. La xenofobia è nevrosi che nasce non dall'incrocio tra chi possiede forti radici e chi non le possiede, ma tra due forme di spiantamento, di crisi di civiltà.
Gli italiani che si inquietano per l'approdo di raminghi africani, maghrebini o balcanici hanno l'impressione di non aver più presa sul territorio, di vivere essi stessi - senza bussola - come in un mare. A suo tempo conobbero bene questa sensazione - che è prerogativa dell'emigrante - ed è merito di Romano Prodi aver ricordato che anche questa sensazione è parte delle nostre radici. Adesso gli italiani apprendono il mestiere delle nazioni multietniche, e con fatica scoprono lo scombussolamento che può esistere in chi accoglie o respinge l'esule. Per questo esigono dallo Stato un monopolio più rigido sul territorio. Per questo reclamano una legge ferma, che dica almeno la geografia quando si perde memoria della storia nazionale. Che dica i limiti, quando sotto la nazione non sembra esserci che mare in movimento, illimitato. Gli europei si aprono alla mondializzazione: dunque prendono la via dell'oceano, dello scombussolante. Non stupisce che nell'intimo invochino muri, si abbarbichino a promontori, reclamino quello che il giurista Carl Schmitt chiamava nel '44 Nòmos della Terra - Legge della Terra -  contrapponendolo al nòmos atlantico delle talassocrazie anglosassoni. E' questa "sorda angoscia" che fa dire al cittadino sradicato: non siamo fatti per portare sulle spalle il dolore del mondo. Non siamo la Caritas.
Il politico che dovesse far propria questa reazione istintiva sarebbe comprensibile, ma non avrebbe l'animo del pilota lungimirante, preparato più dell'uomo comune alle difficoltà. Costruirebbe i suoi piani su sentimenti retrattili, di paura di fronte a una mondializzazione che tende a far circolare anche persone umane, e non solo merci, danaro, immagini. Ma in prima linea mentirebbe, agli elettori: creerebbe l'impressione che le democrazie possano sigillare tutte le frontiere, con l'arte impareggiabile dei despoti. Farebbe credere che sia possibile risolvere la questione dell'esodo di popoli: che si possa raggiungere il grado zero dell'immigrazione. Occulterebbe la realtà in cui stiamo entrando: un'Europa demograficamente debole, abitata sempre più da anziani, bisognosa di giovani, e alle porte oltre il Mediterraneo una demografia esplosiva, con popolazioni che tenderanno per forza a mescolarsi con la nostra civiltà, a mettere in questione i nostri modelli di integrazione, a costringerci a ripensarli. Nel 2000 gli africani saranno più di 900 milioni, e solo i maghrebini (Tunisia, Marocco, Algeria) saranno 160 milioni. Questo non è un problema che si possa risolvere - a meno di non bendarsi gli occhi, di sparare nel buio, di fantasticare notti infanticide alla Erode. E' un travaglio con il quale toccherà convivere: in maniera più o meno ordinata, dissuasiva, a seconda delle capacità di adattamento, di riflessione, che saranno impiegate. Anche su questo punto il governo Prodi è apparso saggio, non solo venerdì quando ha annunciato una politica più severa verso i clandestini ma negli ultimi mesi. E' stato relativamente rigoroso, non ha nascosto la verità. A più riprese, i suoi ministri e specialmente Giorgio Napolitano hanno fatto capire che le soluzioni miracolo non esistono: né dittatoriali né angeliche, aperte incondizionatamente. Esistono condotte fredde, non dettate dalla paura: condotte non definitive ma necessariamente provvisorie, adatte alla transizione che ogni frontiera europea traversa. Non è inutile forse ricordare che i responsabili italiani hanno acquistato prestigio presso altri Paesi d'immigrazione, per la maniera in cui hanno amministrato il difficile esodo dei curdi.
Se saranno lungimiranti, i politici d'Italia e d'Europa vedranno nondimeno che queste misure sono insufficienti. Non basta la duplice azione della polizia, e dell'umanitario. Non bastano neppure gli accordi di riammissione con il Maghreb, sulla scia degli accordi con l'Est Europa. Non basta dire ai governi: vi daremo soldi, alla sola condizione che vi riprendiate i fuggitivi. Intese simili sono ineludibili nell'immediato, ma non fanno che rinviare il momento cui varrà la pena andare oltre: meditando sulle nuove guerre contro i civili che generano afflussi di profughi, riedificando l'intera politica europea della cooperazione -  in Africa del Nord e Africa nera, in Europa orientale e nei Balcani. Sono compiti che graveranno non solo sugli Interni o sull'umanitario, ma sui capi di governo, sui ministri della Guerra, degli Esteri. Spetterà probabilmente a questi ultimi elaborare comuni strategie europee, non solo di fermezza ma di investimento sulle altrui civiltà e sulla propria. Spetterà a questi ultimi mobilitare le intelligenze, far fruttare le esperienze riuscite. Poiché non è astratto ma sensato, quello che dice a Maurizio Molinari il sottosegretario agli Esteri Fassino: "Per fermare chi emigra, bisogna dare risposte alla domanda di lavoro e di futuro di chi fugge" ( La Stampa, 21 luglio). Non è un'astratta affermazione morale. E' un progetto d'avvenire senza il quale è impensabile una convivenza ordinata con l'immigrazione, e non esclude la severità con i clandestini. E' l'idea che ha avuto l'amministrazione Usa, quando ha deciso dopo la caduta del Muro di creare uno spazio unico con Messico e Canada, forte di 772 milioni di cittadini. Nell'immediato i travagli aumentano: le disuguaglianze sociali messicane, la repressione dei profughi chicanos . Tuttavia resta il progetto Nafta , grandioso: pensato non per un triennio, ma per i prossimi venti - trent'anni.
Anche l'Europa ha un suo Messico, un hinterland strategico non più dominato dagli imperativi della guerra fredda: è l'Africa nera e settentrionale, è l'Europa postcomunista, con cui costruire nuovi contratti di convivenza. Non si tratta solo di versare soldi in queste zone, e da questo punto di vista non ha torto Boris Biancheri, quando ricorda che gli aiuti classici non servono ad arrestare i profughi.
Esistono però altre vie, più contrattuali e locali, su cui stanno meditando ad esempio i francesi: tra questi lo studioso Patrick Weil, che è oggi consigliere di Jospin per l'emigrazione e il diritto d'asilo. Esistono in particolare esperienze fatte nel bacino del fiume Senegal - nel Mali, in Senegal, in Mauritania - dove non sono gli Stati a ricevere aiuti ma singoli villaggi: villaggi che si autotassano per inviare lavoratori in Francia, affinché questi si formino, e aiutino finanziariamente a costruire infrastrutture locali come scuole, centri sanitari, cooperative agricole. Gli emigranti non si installano, partono a rotazione, e non sentono quindi la necessità di raggruppare le proprie famiglie all'estero. Non molto diverse sono le esperienze fra tedeschi e polacchi: anche questi ultimi vengono a rotazione in Germania, come stagionali, profittando a se stessi e alla Repubblica federale. Non è l'assistenza da Stato a Stato. E' una cooperazione concentrata su microprogetti, negoziata con villaggi, associazioni locali. Nel caso africano ha dato buoni risultati e può divenire un modello, come sostiene da tempo l'esperto Ben Kamara su Libération o L'Express.
Tutto questo non è angelismo vittimista, o etica sconnessa dalle dure esigenze dell'ordine civile, del nòmos della Terra . E' l'unica via per lottare al tempo stesso contro lo sradicamento dei fuggitivi, e il nostro. Non siamo la Caritas appunto, ma popoli che contrattano comuni leggi, comuni mercati, istituzioni. Non eviteremo di portare il dolore del mondo sulle nostre spalle, perché questo è il nostro destino ed è anche la nostra grande opportunità.

Barbara Spinelli
antologia

DOCUMENTO 8.
La Stampa
Domenica, 13 Settembre 1998
PRIMA PAGINA
I VERI PECCATI
CHE GRIDANO AL CIELO
V ERAMENTE nauseabonde non sono le 445 pagine di Kenneth Starr sulle peripezie erotiche del Presidente americano, né i dettagli che frugano famelici i segreti di Bill Clinton e Monica Lewinsky. Neppure il mezzo scelto per disvelare il rapporto è di per sé nauseante: Internet mette mondialmente alla gogna la massima autorità statunitense, ma non erano meno feroci le liste di sospetti e le messe a morte al Colosseo, in Roma antica, o la simulata messa a morte della giovane peccatrice Hester Prynne nella Lettera Scarlatta di Nathaniel Hawthorne, o le più moderne tecniche di messa a morte di una carriera politica, come nel Citizen Kane giudicato colpevole di avventure extraconiugali in Orson Welles.
Ben altro è radicalmente nauseabondo: è la complicità eccitata dei giornalisti americani che seguono l'affare Lewinsky e che attendono ebbri il rapporto Starr sul proprio computer; è l'estasi zelante di radio e televisioni; è l'atteggiamento corrivo di uomini politici d'ogni colore, d'ogni provenienza, non solo repubblicani ma anche democratici. L'America si rinchiude in una sua asfissiante prigione fintamente moralizzatrice - abitata da fantasmi del proprio passato puritano, custodita da magistrati integralisti ossessionati dal sesso e dalla vita privata degli uomini politici - e son rare, quasi inesistenti, le voci che nel tifone mantengono un equilibrio, rifiutano di stare al gioco, rammentano che gli Stati Uniti non sono soli nel mondo e sono guardati con apprensione o sprezzo oltre gli Oceani. Sono quasi inudibili le voci che prendono le distanze, che rifiutano l'hybris che sommerge la nazione: l'hybris prepolitica dell'insolenza invidiosa, della smisurata totalizzante Verità, del potere di giudici inquisitori che usano la vita biologico- privata dei governanti come ingrediente novissimo della lotta politica, e che hanno perso ogni senso di responsabilità, delle proporzioni, dell'ironia.
Non c'è proporzione tra quel che è accaduto in un'anticamera della Casa Bianca e la simultanea epocale ricaduta della Russia di Eltsin nel neocomunismo, e nelle mani del vecchio Kgb impersonato da Primakov. Non c'è proporzione tra i peccadigli di Clinton e le gole sgozzate dall'integralismo islamico in Algeria o tra un toccamento amoroso e l'ennesimo genocidio dei musulmani in Kosovo, complici europei e americani. Ma nessun giornalista Usa che rifiuti le oscene equiparazioni, che denunci la truffa di queste grottesche Mani Pulite destinate a immobilizzare l'unica e ultima superpotenza mondiale. Nessun giornalista, nessun politico americano che nauseato chieda di smettere - per pietà! - l'immondo rituale d'un Presidente che da giorni batte ininterrottamente il mea culpa, chiede scusa, promette espiazioni, pentimenti.
Qualche tempo fa, durante un viaggio in Ruanda, Clinton ebbe la saggezza tardiva di domandare perdono per non aver saputo subito chiamare col suo nome il genocidio dei tutsi dell'estate '94 (quasi un milione di trucidati, in 3 mesi). Durante il genocidio, egli negò l'esistenza d'uno sterminio programmato, perché ancora non erano sufficienti i seicento, poi settecentomila ammazzati. Ma quelle scuse non impressionarono, non si insistette perché venissero reiterate e servissero da lezione nel futuro. Invece per Monica è necessaria una preghiera di contri
zione giornaliera, il che fa supporre che il peccato di Clinton sia davvero assai più ignominioso di quello commesso dai pianificatori di stermini nei Balcani, o Ruanda, Cecenia, Algeria. Anche di tali genocidi esistono rapporti, con dettagli che inchiodano i colpevoli. Ma questi non sono diffusi, né attesi con analoga ghiottoneria. Manca in essi il dettaglio salace, salacious: aggettivo prediletto da Cnn. Manca la trasvalutazione nichilistica di tutti i valori, che l'affare Lewinsky scatena, e propaga. Si parla molto di Peccato nelle ultime ore, dal che si può dedurre: è più grave il peccato veniale, che quello mortale.
Sono infinitamente più perniciosi i peccati di adulterio e la saggia decisione di mantenerli segreti, che non i cosiddetti "peccati che gridano al cielo". Gridano al cielo il sangue di Abele, la corruzione di Sodoma e Gomorra, il clamore del popolo oppresso in Egitto, l'ingiustizia verso il salariato povero e bisognoso, il pianto dello straniero, della vedova, dell'orfano: così insegnano Genesi, Esodo, Deuteronomio. Ma gridano sempre più flebili, inascoltabili nel frastuono suscitato dal peccadiglio sessuale. Salta ogni gerarchia dei peccati, e con solerzia mai vista in altre occasioni si chiede adesso di smacchiare l'insopportabile macchia Lewinsky. Forse perché smacchiature simili son più facili, per i politici come per i giornalisti che non fanno più inchieste solitarie ma attendono, passivi, i rapporti dei giudici-ayatollah. D'altronde è più salace ascoltare il grido risentito di Monica - o ricostruire il lurido spionaggio telefonico della sua amica ipocrita Linda Tripp - che mettersi in ascolto dello straniero offeso, o di vedove e orfani. Si va al circo, e si manda a morte un Presidente Usa: in fondo non fa male a nessuno. Nella noia che dilaga, ecco sopraggiungere provvidenziali il pane, e il circo letale ma salace.
Se l'America fosse una nazione autarchica, chiusa, tutto questo sarebbe una traversia gretta, ma non malefica. Invece la trasparente denudazione del Presidente fa male, molto. Le istituzioni Usa regrediscono nel tempo, precipitano nei miasmi stregoneschi della Lettera Scarlatta: si assiste all'immagine di un Presidente che va alla gogna marchiato d'infamia come Hester Prynne, la lettera A come Adulterio ricamata di rosso sul petto, e il mondo intero paga questo precipizio nella cultura ancestrale di un'America- Terra di Dio: paga con il disordine dei mercati, col tremore di monete e Borse, con il caos neocomunista che risorge indisturbato a Mosca, nel preciso momento in cui più intensamente è richiesta una guida politica, psicologica, economica, del pianeta globalizzato.
La tragedia politica di Clinton spogliato e frugato viene da lontano - dai bassifondi dell'integralismo puritano statunitense - ma è al tempo stesso nuova, ominosa. Non è la prima volta che l'America indica strade che l'Europa un giorno percorrerà. Il pareggiamento di tutte le colpe è nello spirito dei tempi, e tutti vorrebbero dimenticare le grida più esigenti, che urlano ai cieli. C'è poi lo svanire di ogni frontiera, in America, tra il pubblico e il privato. Clinton avrebbe potuto difenderla sin dall'inizio, ma lui stesso aveva edificato la trappola in cui è inciampato. L'aveva edificata nella seconda campagna elettorale del '96, quando esaltò il ruolo assolutamente centrale della famiglia e dei sentimenti, in politica. L'aveva edificata quando aveva civettato con i movimenti che vogliono liberare la donna in quanto categoria biologica, avente speciali diritti. Clinton stesso ha esaltato le virtù supreme del privato, del biologico, oltre che della salute fisica, e oggi le virtù sguinzagliate si vendicano.
Il filosofo inglese Thomas Nagell è uno dei rari che hanno osato ribellarsi alla "vergognosa farsa" dello scandalo: "E' l'erosione disastrosa delle preziose ma fragili convenzioni del diritto alla personalità privata" scrive sul Times Literary Supplement del 14 agosto. E difende un'antica tradizione della politica europea: "La distinzione fra quello che un individuo espone al pubblico e quello che nasconde o espone solo agli intimi è essenziale, per permettere a creature complesse come noi tutti siamo di interagire senza costanti tracolli sociali, e senza azzannarci". Ma son parole eretiche. Gridano ai cieli, ma non nei firmamenti di Internet. Parlano di un'Europa ancora vaccinata dal maccartismo sessuale di Kenneth Starr, ancora legata alle tradizioni di laicità e di separazione tra politico e privato, tra Gerusalemme celeste e terrena. Ma tutto diventa possibile, quando saltano le gerarchie delle virtù, delle colpe, degli obblighi. Tutto salta, quando appaiono anche da noi politici che propongono "Finalmente Una Donna", alla presidenza della Repubblica. Non una donna con precise competenze. Ma una creatura femminile in quanto tale, in quanto genere.
Sono piccoli segni, che sembrano dire i valori dominanti di domani: in un mondo economico più aspro, feroce, disgregatore di famiglie, i sovrani fingeranno famiglie sempre più pulite, e il Decalogo potrebbe rovesciarsi. Sempre meglio uccidere, che rubare o peggio fornicare. Meglio l'indifferenza a genocidi e carestie, piuttosto che trascurare le virtù essenziali: la salute, la biologia, e un'ossessione del sesso che sino a ieri sembrava esclusivo appannaggio di emiri e sacerdoti integralisti.
Barbara Spinelli
antologia

DOCUMENTO 9.
La Repubblica
Mercoledì, 18 Novembre 1998
Pagina 4
"Italia non mi tradire
io lotto per la libertà"
Ocalan al governo: siate coraggiosi
di MARCO ANSALDO
ROMA - "Chiedo all'Italia di mediare tra noi e la Turchia per favorire una soluzione politica della questione curda. Noi abbiamo abbandonato il terrorismo e siamo pronti a un accordo di pace. La mia presenza testimonia una svolta nella strategia del movimento nazionale curdo. Questa è la ragione per cui sono qui a Roma, dove sono stato invitato da alcuni parlamentari. Venendo qui ho fatto un passo giusto e importante. Italia non mi tradire".
È il messaggio che Abdullah Ocalan, presidente del Pkk, dà a Repubblica in quella che è la prima intervista dopo la sua rocambolesca fuga dalla Siria. Un viaggio che alla fine di 40 giorni di mistero, mentre i servizi di intelligence di molti paesi lo stavano cercando dopo il rifiuto della Grecia e della Russia di accoglierlo, lo ha portato a Roma. Un caso che ha puntato sull'Italia i fari della diplomazia internazionale, e che sta causando una grave crisi nei rapporti con la Turchia.
Il leader del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, è sempre agli arresti nell'ospedale di Palestrina, nei pressi di Roma. "Sta abbastanza bene - spiegano i suoi luogotenenti, i curdi che lo proteggono da ogni intrusione - come si sa ha qualche problema di salute e i medici hanno tutto sotto controllo. Ma lo spirito è buono, lui è quello di sempre ed è molto contento di stare qui. Ne è sempre più convinto".
Il leader del Pkk, capo terrorista per i turchi, presidente "zio" ("Apo") per i curdi, ha acconsentito volentieri a rispondere alle domande che gli abbiamo fatto avere. Ocalan ha compitato le risposte lungamente, nella notte fra lunedì e martedì, scrivendole di suo pugno su un quaderno a quadretti. Tredici fogli in lingua turca, con in calce la data della stesura del testo ("16-11-998") che poi ci ha inviato. Un documento politico che è una testimonianza d'eccezione in cui Ocalan racconta la sua fuga, la svolta della lotta armata curda, la proposta di dialogo alla Turchia, le ipotesi future. Eccolo.
Abdullah Ocalan, perché ha scelto l'Italia? Ha avuto un invito o dei contatti con il governo italiano?
"I motivi fondamentali per cui sono venuto in Italia, e in Europa, alla ricerca di una soluzione politica, sono legati alla grandezza storica del vostro paese, alla sua società aperta, alla struttura democratica del vostro governo. E anche all'approccio amichevole dei suoi dirigenti e della gente, oltre che all'invito di alcuni deputati e senatori italiani. Ho fiducia che il vostro paese non agirà partendo da interessi meschini, e non chinerà facilmente la testa alle minacce".
Pensa che l'Italia le concederà l'asilo politico? Non teme che possa estradarla in Turchia oppure in Germania?
"Che l'Italia mi accolga o no dipenderè dalla forza dei valori che ho elencato prima. Io non ho mai perso la fiducia e penso che tutto questo avrà alla fine un risultato positivo. Non posso credere che l'Italia possa cadere nella vigliaccheria di consegnarmi alla Turchia o alla Germania".
Qualcuno ritiene che gli Stati Uniti abbiano manovrato per farla partire da Mosca, dopo la fuga dalla Siria, e abbiano fatto sì che lei venisse arrestato dalle autorità italiane. Lei che ne pensa?
"Si può pensare teoricamente ad una manovra degli Usa. Possibilità simili possono venire in mente, di tanto in tanto. Quello che accadrà qui ora potrà chiarire anche questo. Ma credo che gli Usa avrebbero preferito paesi più deboli rispetto all'Italia, un paese che ha personalità e resta fedele alle decisioni che prende".
La Turchia la accusa della morte di 30 mila persone: donne, vecchi, bambini, medici, insegnanti, e di aver distrutto una parte del territorio turco. Come si difende?
"Il motivo per cui sono venuto qui è la mia intenzione di aprirmi a tutta l'Europa. E inoltre, perché voglio raccontare all' Europa che cosa ha fatto un terrorismo di Stato che non ha pietà, che è insensibile ai valori della libertà, e che è contro le genti dell'Anatolia e della Mesopotamia che della civiltà sono state la culla. Voglio spiegare la vera faccia di un regime che da 75 anni esercita il suo potere con demagogia e con mille inganni. Voglio far sì che l'Europa sappia. Non dimenticate i popoli più antichi della Storia: gli armeni, gli assiri, i greci. La barbarie turca ha distrutto questi popoli con tutte le loro ricchezze culturali. La fine dei gloriosi Imperi romani d'Occidente e d'Oriente fu causata da quella barbarie. Oggi gli italiani sono chiamati a giudicare quel terrorismo, devono avere la forza di chiedere il conto a tutte e due le parti in causa, portando a Roma un tribunale internazionale, rispettando la loro grande tradizione giuridica. È anche per questo che sono qui, e aspetterò. Farà altrettanto la Repubblica turca?
Il ricorso alla lotta armata ha ancora un valore per voi?
"Continuare o no la lotta armata non dipende da noi. Quale altra scelta rimane se non quella di difendersi contro un regime che non riconosce una tregua unilaterale e che insiste per una resa incondizionata? Se metti un gatto in un angolo, non cercherà di battersi con le unghie e con i denti?".
Ma lei è davvero pronto al dialogo?
"Noi siamo pronti a dialogare con la Turchia, con l'Europa e con gli Stati Uniti. Per questo sono qui. In questo sarò fino all' ultimo costruttivo, insistente, affinchè si capisca quale è la realtà e la sincerità delle parti per un accordo di compromesso".
Allora è finito il rapporto del Pkk con paesi come Siria, Iraq e Iran? È meglio per i curdi affidarsi alle armi della diplomazia?
"Con Iran, Iraq e Siria non si sono sviluppati rapporti forti in senso politico. La loro struttura politica non è ancora arrivata al punto di poter accettare i curdi, ma è evidente che vorremmo sviluppare i rapporti amichevoli.
Un altro punto riguarda i rapporti con i curdi di Iran, Iraq e Siria. Il nostro movimento, in tutte le varie componenti, è riuscito a costruire l'unione nazionale democratica del popolo, che continua a rafforzarsi.
Non appoggiarsi alla diplomazia, però, è stato senza dubbio un grave errore da parte di noi curdi, e ora è molto importante sviluppare questo aspetto. Ma attendersi tutto dalla diplomazia - come fanno alcuni leader - è molto pericoloso. Su questi due punti stiamo cercando di fare grande attenzione".
Quali sono allora oggi gli obiettivi del Pkk?
"Intanto resistere alle grandi operazioni di distruzione del nostro paese che continueranno senza tregua tutto l'inverno, e neutralizzarle. Ma bisogna anche lanciare un'iniziativa politica, se ci saranno elezioni in Turchia, presentandosi con un movimento che abbia nel suo programma democrazia e pace. L' obiettivo fondamentale del mio arrivo qui, come ho detto, è contribuire a una soluzione politica internazionale".
Perché al momento di fuggire dalla Siria, dopo le minacce di guerra della Turchia se i curdi non avessero lasciato Damasco, ha scartato l'ipotesi di andare in un paese scandinavo, oppure in Iraq e in Corea del Nord dove la sua organizzazione ha buoni contatti?
"Per due motivi. Primo, il contributo di questi paesi ad una soluzione politica è limitato. Secondo, essi non hanno tutte le particolarità che ho elencato per l'Italia".
Per quale motivo la Russia non le ha concesso asilo?
"In realtà non si tratta di un rifiuto. Piuttosto, come si sa, c'è un contrasto fra il Parlamento e il governo, e la Russia è un regime totalitario. Inoltre ci sono ampi settori inquinati dalla corruzione economica, ricattati della Turchia. Anche gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo importante usando efficacemente l'arma dei crediti economici. È stata una questione di coincidenze temporali. Ma non si è trattato di una posizione rigida, come ha scritto la stampa".
Lei che cosa propone per il Kurdistan, una confederazione?
"Abbiamo detto molte volte alla Turchia che siamo pronti a ogni soluzione, a condizioni democratiche e su base pacifica. Ma Ankara non accetta la nostra identità, cioè non accetta il fatto che siamo curdi e non prepara un progetto politico per una soluzione. Il loro obiettivo è svuotare il Kurdistan dai curdi, così come hanno svuotato l'Anatolia da armeni, assiri e greci. Nel sud del nostro paese e a Cipro vogliono completare lo stesso disegno. Questa è una politica molto pericolosa, e per noi è molto difficile resistere da soli. In tutto ciò la Turchia non prende forza soltanto dall'Europa, ma non esita a collaborare con ogni tipo di regime - soprattutto per quanto riguarda la questione curda - e non riconosce alcuna questione di principio".
Lei si è sempre professato marxista-leninista. Ma oggi il comunismo è alle corde in tutto il mondo. I suoi punti di riferimento ideologici sono sempre gli stessi?
"Se si intende il sistema che formava la colonna vertebrale dell'Unione Sovietica, noi non ci siamo mai appoggiati a questo sostegno. E quel sistema non ha mai voluto riconoscerci. Con una definizione, io giudico questo sistema come capitalismo di Stato che si impone dall'alto in un paese arretrato. Questo capitalismo ha contribuito a indebolire i valori ideali del socialismo, gli ha fatto del male. La dissoluzione del comunismo noi non la valutiamo come una dissoluzione del socialismo, piuttosto come una tappa che bisogna attraversare per un socialismo maturo. C'è, naturalmente, la necessità di proporre delle analisi nuove e concrete, bisogna definire obiettivi e programmi, nuovi modelli di organizzazione. Su questo continuiamo a restare impegnati. L'umanità e l' utopia del socialismo hanno bisogno l'uno dell'altro più che mai".
In calce alle risposte, Abdullah Ocalan ha scritto la data e un messaggio di saluto: "Attraverso questa intervista desidero presentare i miei ringraziamenti e il mio rispetto al popolo italiano e a tutti quelli che mi sono amici".

DOCUMENTO 10.
La Stampa
Domenica, 24 Settembre 1998
PRIMA PAGINA
NON SI PUO' PIU'
STARE A GUARDARE
I N apparenza sono immagini nuove, che colgono di sorpresa e sconvolgono gli spettatori sensibili, benestanti, pacifici, che tutti noi siamo in Europa occidentale: canotti e navigli colmi di profughi kosovari si precipitano sulle coste italiane, e queste barche ebbre di spavento non svegliano ricordi, non accendono presagi, non dicono nulla su loro che corrono barcollanti verso di noi, su noi che attoniti stiamo a guardare. Eppure i kosovari - albanesi fuggono da inferni che l'Europa conosce, per averli in questo XX secolo non solo visti, ma traversati: fuggono la guerra, le persecuzioni etniche, la morte violenta. Non sono diversi dalle masse di europei che fuggirono il nazismo, ebrei e non. Non sono diversi dai russi ed ebrei scampati al terrore sovietico, o dai boat people che più recentemente - negli Anni '70 - fuggirono il comunismo indocinese, e s'imbarcarono su navigli non sempre salvati dall'avaro Occidente. I boat people dell'Adriatico sembrano senza storia, sono come esterni alla nostra memoria d'Europa. Per questo son così spesso confusi con gli immigrati economici. Per questo vengono chiamati in blocco: extra- comunitari , forestieri che profittano della nostra benevolenza, delle nostre troppo spalancate frontiere.
Questa volta non è questione di avarizia, ma piuttosto di smemoratezza, di inattitudine al ragionamento, alle associazioni mentali. Da un anno la guerra in Kosovo è quotidianamente vista in televisione - come furono viste le guerre in Croazia e Bosnia, come son viste le odierne guerre contro i civili o i crimini del terrorismo islamico -ma questo guardare è fine a se stesso, è divenuto puro voyeurismo. I politici europei non hanno sinora fatto altro che guardare separatamente le due immagini - gli orrori bellici da una parte, i disperanti esodi dall'altra - senza pensare le due cose come un evento unico, governabile solo se meditato nella sua indissociabilità. Gli stessi dispositivi schierati nel Kosovo - gli osservatori dell'Osce - sono dispositivi di voyeur , non di protettori da stragi. E' come se gli occidentali avessero distaccato sul teatro di guerra l'occhio dei nostri privati apparecchi televisivi. Politici e osservatori fingono di agire ma in realtà sono lì per guardare, esattamente come noi - all'ora di cena - quando pasciamo gli occhi con i cibi dei telegiornali.
Qui è il dramma di un'Europa occidentale che non sa pagare prezzi per la propria sicurezza. Che ha dimenticato non solo la storia ma la base stessa del ragionare che è il principio di non contraddizione. Non è possibile infatti avere i due vantaggi in contemporanea: l'inattività strategica nelle guerre balcaniche, e il contenimento di fuggitivi e migranti che affluiscono in Occidente. Le guerre di oggi tendono quasi tutte a essere guerre terroriste contro i civili (molto più del primo e secondo conflitto mondiale) e dunque al dilemma non si sfugge: o l'Europa si assume il compito di pacificare le proprie aree di interesse vitale - a Est e Sud Est, a Sud nell'Algeria insanguinata dall'integralismo islamico - o sarà continuamente e necessariamente sommersa da fuggitivi e da migranti per metà economici, per metà politici. O i capi dell'Unione cominciano a pensare simultaneamente la natura delle guerre presenti e future, la natura degli esodi presenti e futuri, la natura dei nuovi nemici d'Occidente - e su questo pensare edificano una comune politica estera, una comune strategia verso profughi e migranti - o le loro democrazie vacilleranno.
Non è in gioco solo l'etica, né sono in gioco soltanto le porte aperte che la democrazia pretende di garantire. Per esser forti e stabili, quest'ultima ha bisogno di porte per l'appunto: e ogni porta è fatta per essere spalancata o anche chiusa, quando sorge insicurezza. Ogni porta è costruita per esser usata in due sensi, altrimenti non sarebbe tale. Soprattutto l'Unione europea ha bisogno di chiarire quali siano le sue nuove frontiere, come esse vadano protette. Ma le frontiere si tracciano non già per rinchiudersi e occuparsi esclusivamente dei propri affari interni, bensì per divenire capaci di aprirsi: per occuparsi di quel che accade fuori dei propri perimetri. I confini si definiscono per meglio riconoscere l'importanza delle periferie e dei popoli limitrofi, per meglio curarsi della loro quiete, della loro eventuale pericolosità. Le frontiere sono mentali oltre che geografiche, e segnalano un modo di convivere politicamente, di fare le guerre, di osservare le leggi dell'etica e dell'interesse, di immaginare società aperte, ma non prive di regole e divieti.
L'Unione ha oggi una comune moneta , e una comune frontiera. Ma solo la moneta è amministrata da istituzioni federali, mentre nessuna struttura sovranazionale regola le migrazioni e si predispone ad accogliere i profughi, a parte le utili ma vaghe restrizioni di Shengen. Di profughi e migranti si occupano i ministri degli interni, e troppo poco i ministri degli Esteri, della Difesa. Durante la guerra in Bosnia fu la Germania ad accogliere il più gran numero di fuggitivi - 400.000, contro 30.000 in Francia - senza che nessun Paese si offrisse di suddividere il fardello. Fardello pesante per Kohl, perché già la Repubblica Federale aveva assorbito dopo l'89 un numero straordinario di immigrati tedeschi: ben 20 milioni, provenienti dall'ex Germania Est e da altri paesi Postcomunisti. Oggi è l'Italia che si trova sola, con un fardello assai più leggero ma che inquieta i cittadini. E' sola e il resto dell'Unione guarda, come se non esistesse per tutti gli Stati membri un'urgenza di pensare, di agire, di assistere economicamente i democratici, nelle zone conflittuali.
Naturalmente si può sempre aspettare Washington: come in Bosnia, Medio Oriente, Iraq. Ma in Kosovo l'America è senza idee, e le idee che ha sono rischiose. L'uso esclusivo dell'aviazione, la paura di scendere dal rifugio dei cieli e di avventurarsi in costose missioni terrestri, non avranno necessariamente gli effetti calmanti che ebbero in Bosnia. L'Armata per la liberazione del Kosovo, l' Uck, è animata da forte integralismo islamico, si sentirà legittimata dai bombardamenti Usa, e cercherà forse di collegarsi con gruppi integralisti in Albania soprattutto, e Macedonia. L'azione americana rischia di creare un potente Stato islamico nel cuore d'Europa, più minaccioso della piccola Bosnia. Tutto questo Milosevic lo sa, lo adopera a proprio vantaggio, e spetta quindi agli europei di schierare un dispositivo veramente efficiente, che protegga le popolazioni, punti con decisione sul democratico Rugova, e sia in grado di contenere sia la nascita di un Afghanistan balcanico, sia il perpetuarsi delle pulizie etniche serbe. Non un dispositivo di voyeur. Ma un dispositivo di protezione terrestre dei civili, composto di europei e accompagnato eventualmente dall'aviazione Usa.
I profughi non sono eguali agli immigrati. Non tollerano il metodo dei contingenti, mentre per gli immigrati si imporranno prima o poi quote europee, fissate da un Ufficio federale dell'immigrazione. Ma non sempre è subito distinguibile il confine che divide le due categorie di fuggiaschi. Spesso le difficoltà economiche si accentuano in situazioni di fragili tregue, di terrorismi diffusi. In ambedue i casi si sente la mancanza di una politica estera europea, e non solo di un coordinamento di Interni e Giustizia.
Una politica europea è attenta alle nuove mafie internazionali che operano in Europa postcomunista ed ex Urss; che instaurano torbidi legami tra Albania, Algeria e Afghanistan; che mescolano guerra, commercio d'armi, droga, criminalità nei Paesi ospitanti. Una politica estera utile ha memoria delle riuscite come dei fallimenti americani. Ha memoria dei massacri interrotti in Bosnia ma anche dell'Afghanistan, dove Washington si è liberata dei sovietici per abbracciare il totalitarismo dei talebani.
Tutte queste cose l'Unione può cominciare a farle, con l'aiuto di Washington ma non senza autonomia. Sono le sue periferie che vacillano. Ma può cominciare solo se non si chiude in una sua isola di oblio, di noncuranza. Solo se scopre che la storia d'Europa è davvero ricominciata: con i suoi antichi conflitti, le sue circolazioni e confusioni di popoli, la potenza delle sue grandi tradizioni.

Barbara Spinelli
antologia

DOCUMENTO 11.
La Stampa
Domenica, 21 Febbraio 1999
PRIMA PAGINA
TORMENTATE SPERANZE DI DEMOCRAZIA TRA CURDI E ALBANESI
S ULLE prime pagine dei giornali occidentali, è apparsa nei giorni scorsi un'immagine che crea non poco disagio, in chi segue simultaneamente le vicende del popolo curdo e del popolo albanese in Kosovo. Ecco Abdullah Ocalan, capo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), ammanettato e bendato alla maniera di Hannibal Lecter, il cannibale nel Silenzio degli Innocenti... La sua figura di prigioniero umiliato campeggia davanti a due bandiere turche, e possiede la stessa forza torbida, e intorbidante, che emana dall'antropofago incatenato del film: è una forza che strega le menti, sino a infettarle. Che scombussola qualsivoglia buona coscienza, conducendola sull'orlo di un abisso. Difficile non provare vertigini, in queste ore di escalation militare delle forze Nato nel Kosovo minacciato da epurazione etnica. Difficile non fare paralleli tra il popolo albanese che l'Occidente vorrebbe proteggere nella regione balcanica, e il popolo curdo che lo stesso Occidente vorrebbe dimenticare in Turchia, come già lo dimentica in Iraq o Siria, in Iran o nel Caucaso. Difficile pensare le due realtà separatamente, quando l'anima riceve dalla foto di Ocalan - come ha scritto questo giornale due giorni fa - un sì grande pugno allo stomaco.
Ma pensare difficilmente non vuol dire rinunciare all'attività stessa di pensare, e dunque di distinguere, di paragonare con lucida mente. Si può provare a meditare sull'orlo dell'abisso, con lo stomaco in disordine, e anzi è probabile che il pensiero si affini in simili condizioni: complicandosi, arricchendosi, grazie al vertiginoso sguardo che il vecchio continente è costretto a gettare non solo sulle realtà circostanti, ma anche dentro se stesso. Si vedranno allora con più precisione le differenze che esistono tra la situazione degli albanesi in Kosovo e la situazione dei curdi in Turchia. Si comprenderanno forse le ragioni per cui le menti degli europei e degli occidentali tendono a confondere l'orrenda foto di Ocalan con i patimenti degli albanesi kosovari, e non capiscono come mai i propri governi applichino due pesi e due misure, nelle loro strategie verso la Serbia di Milosevic e la Turchia di Ecevit.
Le ultime peripezie di Ocalan e l'arresto di molti curdi democratici sono un disonore nella storia recente della Turchia, e le democrazie occidentali non potranno ignorare per molto tempo ancora la guerra spietata che Ankara conduce contro questo popolo, e contro ogni sua forma di espressione culturale, linguistica. Ma l'autodeterminazione territoriale cui aspira il partito di Ocalan non può divenire priorità assoluta, soprattutto per l'Europa che ha memoria delle proprie guerre fratricide, e in particolare della più assurda delle guerre che è stato il '14-'18. Prioritaria per gli europei è la democrazia ed è la libertà: non la separatezza di una singola etnia, o razza. Lo stesso intervento militare in Kosovo è prospettato per facilitare forme democratiche di autonomia e di convivenza dentro i confini della ridotta Federazione jugoslava, e non per soddisfare gli integralismi indipendentisti presenti nell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo. La mediazione occidentale è possibile perché il popolo albanese è stato in grado di esprimere non solo una leadership fanatica ma una leadership democratica, negli ultimi dieci anni: la leadership di Ibrahim Rugova, che ha praticato la resistenza passiva, che ha creato un funzionante sistema economico e culturale parallelo, che si è opposto a violente secessioni. Se la situazione si è imputridita in questa regione jugoslava, se gli indipendentisti pan-albanesi hanno accresciuto le proprie forze, è perché gli occidentali hanno sacrificato il Kosovo pur di avere la complicità di Milosevic nella pace di Dayton, e perché hanno ignorato per anni la battaglia pacifica, gandhiana, di Rugova e dei suoi fedeli. Detto questo Rugova resta pur sempre il loro interlocutore cruciale, e Rugova non ha nulla in comune con Ocalan.
Rugova non ha praticato il terrorismo, la malavita. Non ha irregimentato la diaspora, così come Ocalan e il suo partito staliniano irreggimentano la diaspora curda in Europa, organizzando autoimmolazioni o insurrezioni illegali di militanti, controllando i santuari esteri con metodi fondati sul racket e l'assassinio. Il leader kosovaro non ha mai detto, come Ocalan in un'intervista allo Spiegel del '96: "La mia gente è pronta ogni minuto a morire per me, se io glielo ordino". Per Rugova la democrazia ha appunto priorità assoluta, e solo in subordine - di fronte alle ignavie occidentali - il confine mutato e il territorio diventano essenziali. Il presidente degli albanesi kosovari tiene conto della storia europea, ha appreso le lezioni del postcomunismo, e come i democratici d'Europa orientale teme la moltiplicazione delle nazioni, delle etnie-  Stato. Non a caso è stato d'accordo con gli europei, quando questi hanno osteggiato l'originaria volontà americana di bombardare il Kosovo senza spiegamento di forze terrestri. Se si esclude l'eccessivo filo- serbismo del ministro Dini, gli europei si sono condotti con una certa misura nei negoziati di Rambouillet. Si sono svegliati con ritardo, ma quando si sono svegliati hanno detto cose giuste agli americani: hanno detto che i bombardamenti sarebbero inutili, senza truppe di protezione terrestre incaricate di disarmare aggressori serbi e guerriglieri kosovari. Sembra che soprattutto Joschka Fischer, ministro degli Esteri tedesco, abbia insistito su questo punto: "Non possiamo permetterci un disastro morale come Srebrenica", avrebbe fatto presente, memore del grande dibattito sulla Bosnia dentro le sinistre in Germania.
Un'evoluzione simile è assai ardua sulla questione curda, e non soltanto perché gli occidentali della Nato sono complici della Turchia. E' ardua perché i curdi non sono mai stati in grado si esprimere una leadership democratica. Perché non hanno mai smesso di dilaniarsi tra loro, accettando di divenire pedine strategiche di questa o quella potenza regionale. Perché non hanno mai seriamente pensato la democrazia, né le proprie storiche complicità con i turchi, nel genocidio degli armeni del 1915. Non esiste ancora una personalità paragonabile a Rugova, che gli europei possano appoggiare e che possano imporre all'attenzione di Washington, nel loro pur necessario tentativo di influenzare il potere militare e politico turco.
La foto di Ocalan conduce le buone coscienze sull'orlo dell'abisso, è vero. Ma sull'orlo dell'abisso l'Europa può rammentare le proprie ideologie mortifere. Tra queste c'è il mito ottocentesco dello Stato-nazione, dove il territorio coincide interamente con un'etnia come nella storia tedesca e italiana, e dove l'autodeterminazione è prevalentemente territoriale- linguistica. L'idea fu teorizzata da Napoleone a Sant'Elena, e via via è stata fatta propria da Clemenceau e Wilson dopo il '14-'18, dal terzomondismo di sinistra nella guerra fredda. Ancor oggi, è la vecchia coscienza terzomondista che preferisce i movimenti di autodeterminazione territoriale ai movimenti di autodeterminazione democratica. E' il vecchio terzomondismo che mette sullo stesso piano Rugova e Ocalan, le battaglie per la convivenza democratica e le battaglie indipendentiste territoriali.
Per ora non sembra esistere altro modo di aiutare kosovari e curdi, se non prediligendo l'autodeterminazione democratica, o almeno la rinuncia a far combaciare gli Stati-nazione con un'unica etnia. I palestinesi dell'Olp son divenuti interlocutori credibili quando hanno smesso non solo la violenza, ma l'idea di radunare tutti i palestinesi in uno Stato. I kosovari son diventati difendibili grazie alla presenza - scandalosamente trascurata in Occidente - di Rugova. I Curdi hanno di fronte a sé strade simili. Sarà un grande passo avanti quando smetteremo di chiamarli un popolo privo di Stato, e si comincerà a dire la verità su quel che son stati finora. Guidati da capi poco democratici, i curdi son stati finora uno Stato senza territorio, ed è questo che ha reso difficilissima l'intesa con i turchi. Tale è infatti il partito di Ocalan. E' un partito-Stato in cerca di territorio, che ha quasi tutti gli attributi statuali: polizia, esercito, comando centralizzato nella diaspora europea. Per il momento il Pkk non fa pensare agli albanesi kosovari. Fa pensare al partito pan-serbo di Milosevic, all'Olp terrorista, ai fanatici della Grande Albania. Sarà importante difendere Ocalan durante il processo, ma l'imputato faticherà a trovare alleati decisivi in Occidente.
Barbara Spinelli
antologia

DOCUMENTO 12.
Corriere della Sera
Sabato, 11 Settembre 1999
COMMENTI
La confessione del primo cittadino di Brescia
Un sindaco e il crimine. Lettera dal disagio
Caro direttore,
sono il sindaco di Brescia, la città che, in un vostro articolo, avete definito «assediata dalle mafie straniere». E voglio provare a raccontarle che cosa questo significa.
L'altro giorno, mentre salgo le scale del mio ufficio, mi ferma un vigile della polizia municipale: «Sindaco - mi chiede, con l'atteggiamento di chi domanda aiuto - ma chi me lo fa fare? I responsabili di uno scontro armato scarcerati perché il fatto non sarebbe di estrema gravità...».
Avete parlato e scritto molto, di noi, nei giorni scorsi. Ma ora i riflettori nazionali si sono spenti. La mia città - offesa, ferita - è tornata alla sua «quotidianità». Il «caso Brescia» sta per abbandonare le prime pagine dei giornali, le luci della ribalta. E io, da solo, nel mio ufficio, oggi mi chiedo: cosa rimane delle parole, dei gesti, delle polemiche? Come impedire la rimozione di tutto quello che abbiamo subito? Abbiamo attraversato 7 giorni di ferimenti, sparatorie, omicidi: come tradurre la tremenda lezione di tutto ciò in misure concrete ed efficaci? No, non servono parole. Ma misure che possano promuovere sicurezza in tutte le città: in città come la mia, Brescia, che in tempi rapidi hanno conosciuto non più la presenza di una microcriminalità diffusa, piuttosto l'affermarsi di una criminalità aggressiva, efferata, organizzata per bande. Questo è ciò che abbiamo oggi, qui: e tutto ciò, non possiamo né vogliamo più tollerare.
Brescia, l'intero Nord del Paese sono oggi lacerati da tensioni esplosive. Caro Direttore, glielo dico dal mio punto di osservazione, ma la stessa cosa penso possano sostenere i miei colleghi sindaci di tutto il Nord: la situazione è grave, gravissima. L'emergenza criminalità deve assurgere a «questione nazionale», entrare a pieno titolo nell'agenda di Governo e Parlamento, pena l'imbarbarimento della convivenza civile in questo Paese. Noi sindaci viviamo oggi in uno stato di vera e propria impotenza, costretti come siamo a contrastare un fenomeno dalle proporzioni sempre più allarmanti con mezzi assolutamente inadeguati. Eppure su di me, su tutti noi, si scaricano le aspettative e le ansie dei nostri concittadini, di cui spesso dobbiamo - faticosamente, con la sola forza della ragione - spegnere istinti di ribellione, la tentazione di farsi giustizia da sé.
Martedì prossimo incontrerò il ministro Rosa Russo Jervolino e il sottosegretario Gian Nicola Sinisi. E questi sono i pensieri ricorrenti, quasi assillanti, che mi accompagnano verso quell'appuntamento. Io ho una mia certezza, e la riferirò al ministro e al sottosegretario: l'emergenza criminalità non risponde alla logica delle appartenenze, investe tutte le amministrazioni locali, siano esse di sinistra, di centro o di destra. Le soluzioni, quelle sì possono differenziarsi.
Di questo io, sindaco di Brescia, esponente di una coalizione di centro- sinistra in un Paese governato dal centro-sinistra, uomo di formazione cristiana e di ispirazione politica riformista, sono profondamente convinto. Come sono convinto del fatto che il centro-sinistra deve - ripeto, deve - con forza riappropriarsi della «questione sicurezza» nelle città: la sicurezza costituisce un valore a sé, una garanzia del diritto, un'espressione di libertà da tutelare con estremo rigore. È questa la sfida che ci attende. Tutti.
Ho ascoltato molte proposte, in questi mesi. Tutte potrebbero applicarsi anche alla mia Brescia: ma proprio dal mio punto di osservazione bresciano, posso dire quello che penso? Ecco. La proposta di fissare un numero chiuso di immigrati nelle nostre città: più che un intento realizzabile, mi sembra un artificio della retorica, uno slogan, cioè un crampo dell'intelletto (e poi: chi ci garantisce che in quel numero prefissato non allignino soggetti criminali?). Subire la tentazione della «tolleranza zero»? Sarebbe solo il segno di una sconfitta, l'espressione di uno scacco ormai subito.
Qui, dalla nostra esperienza, abbiamo imparato una cosa sopra tutte le altre: che lo Stato deve tornare a controllare il territorio. Che la democrazia ha non solo il diritto, ma il dovere di difendersi e, difendendo se stessa, rinsaldare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, il sentimento di una responsabilità, di una obbligazione.
Mi perdoni, ma non posso non ripeterlo, e con ancora maggior forza: a Brescia e altrove sono necessarie misure concrete, da subito. Più uomini e mezzi per le forze dell'ordine (e più efficaci collegamenti interforze), nuovi strumenti informatici e banche dati, un controllo vigoroso delle aree più calde, azioni per obiettivo (spaccio di sostanze stupefacenti e prostituzione in primis); e occorre perseguire le speculazioni di chi affitta abusivamente le proprie case. E ancora: governare il fenomeno dell'immigrazione e dei nomadi con maggior fermezza attuando una rigorosa politica delle espulsioni dei clandestini; promuovere una radicale revisione della legge Simeone (quella che ha depenalizzato nel '98 i reati minori con pene inferiori ai 3 anni, ndr) e il varo rapido della riforma della polizia municipale. Infine, ripensare alcuni articoli della legge 40 sull'immigrazione, peraltro una buona legge.
Così, pure, credo che vadano intensificate le azioni positive della sicurezza. L'urbanistica, con il radicale risanamento di quartieri fatiscenti, è una leva idonea a disinnescare situazioni potenzialmente esplosive; il rafforzamento dell'illuminazione nelle strade, i «nonni civici», i pony della solidarietà, gli anziani che animano i parchi.
In due parole, caro Direttore, una forte assunzione di responsabilità. Da parte di tutti. La democrazia, se non si alimenta di scelte coraggiose, coerenti, se non si fonda sulla pienezza del diritto, cui appartengono sanzione della colpa e certezza della pena, se non riconosce il limite della propria azione e non trova le motivazioni per reagire, la democrazia - in queste condizioni - rischia oggi di soffocare sotto il peso dell'inettitudine, di mostrarsi impotente davanti ai propri rimorsi. Questo è il pericolo tremendo, reale. A Brescia, come a Milano o a Roma o a Lecce. E questo dirò martedì al ministro Russo Jervolino.
di PAOLO CORSINI Sindaco di Brescia
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