Lionel Jospin
L'inutile Terza via di Tony Blair 

di LIONEL JOSPIN
da La Repubblica del 17/11/99
LA SOCIALDEMOCRAZIA è passata attraverso un momento difficile della storia. Guardando ai risultati elettorali in Europa negli ultimi due anni, si rimane colpiti dalla rilevanza, più che dalla crisi, della socialdemocrazia. I nostri uomini politici sono andati al potere non solo nei quattro maggiori paesi, Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania, ma anche in altri paesi dell'Unione Europea. Tuttavia è pur sempre vero, se guardiamo le cose con maggior distacco, che la socialdemocrazia ha passato dei momenti difficili. Buona parte della sua identità politica derivava infatti dalla sua duplice opposizione al comunismo sovietico e all'imperialismo americano.
CON la fine del bipolarismo mondiale e della guerra fredda, questa duplice opposizione ha perso il proprio ruolo. Oggi perciò la socialdemocrazia dell'ultimo cinquantennio, a metà strada tra capitalismo e comunismo -in una sorta di "interposizione"- non ha più senso. La socialdemocrazia non è però ancorata a un periodo storico ed infatti non sta scomparendo ora che le condizioni che le hanno permesso di consolidarsi non ci sono più. Tuttavia, dato l'intimo rapporto della socialdemocrazia con la società industriale e democratica, era inevitabile che una crisi a livello mondiale causasse problemi anche alla stessa socialdemocrazia. Abbiamo avuto una crisi sia economica, con il declino del modello di crescita e di produzione fordista, sia sociale, con le crescenti difficoltà dello stato sociale. Inoltre vi è stata anche una crisi ideologica, in quanto i nostri valori, in particolare l'uguaglianza, sono stati sfidati e messi in discussione dal riflusso neoliberale degli ultimi vent'anni.
Io credo che la crisi della socialdemocrazia sia in parte superata. Le speranze dei neoliberali sono andate deluse. La socialdemocrazia ha trovato dei nuovi leader ed ha iniziato a ricostruire la propria identità politica. Quest'opera è tutt'altro che compiuta, ma io ho fiducia nella sua riuscita. Parte di questa ricostruzione viene fatta a livello europeo, com'è logico del resto, visto che il socialismo è un' idea europea, nata in Europa e sviluppata da pensatori europei. Il programma del Partito Socialista Europeo pubblicato nell'aprile del 1999 prova che noi, diversamente da tutti gli altri gruppi politici, siamo capaci di definire i principi, le direttive e le proposte che coordinano il nostro approccio all'integrazione europea. I socialdemocratici saranno più forti se lavoreranno insieme su scala europea. Ma ad una condizione. Devono rendersi conto che i fattori nazionali che riguardano i singoli partiti socialdemocratici, come le radici storiche, i riferimenti ideologici e gli scenari politici, devono essere sempre tenuti in considerazione e rispettati. Questa è una delle conclusioni che ho tratto dall'attuale dibattito in seno alla socialdemocrazia europea. Gli specifici fattori nazionali vengono spesso trascurati dai commentatori, ma devono essere sempre presi in considerazione dai politici eletti.
La mia opinione è dunque che non valga molto la pena discutere sul "modo giusto", su una scelta tra il "modo di Blair", il "modo di Schroeder" o il "modo di Jospin". In questo modo, trovo difficile definire chiaramente cosa sia "la Terza Via". Se la Terza Via si trova tra il capitalismo e il comunismo, è solo un altro nome per il socialismo democratico tipico dei britannici. Ma questo non significa che noi dobbiamo avere esattamente lo stesso approccio in Francia. Se la Terza Via implica il trovare una posizione intermedia tra la socialdemocrazia e il neoliberismo, questa non è la mia strada. Come ho già detto, non vi è più nessuno spazio per una tale politica di "interposizione". Credo invece che la Terza Via sia la forma che ha assunto nel Regno Unito lo sforzo di rimodellare la teoria e la politica; lo stesso progetto nel quale si sono imbarcati tutti i partiti di ispirazione socialista e socialdemocratica d'Europa.
Nel suo breve saggio La dynamique du capitalisme, il grande storico francese Fernand Braudel ha condensato decenni della sua ricerca sulla "civiltà materiale". Ha sostenuto che la sua flessibilità e la sua adattabilità fanno del capitalismo una forza dinamica. Ma è una forza che, di per sé, non ha un indirizzo, non ha ideali o significati - nessuno degli elementi vitali per una società. Il capitalismo è una forza in movimento, ma non sa dove va. Il predominio simultaneo esercitato sull'economia da parte della finanza globale e dall'avvento della rivoluzione informatica rende questo aspetto del capitalismo ancora più evidente. La nostra risposta a questa nuova situazione è motivata e meditata. Noi riconosciamo totalmente la globalizzazione. Ma non consideriamo la sua manifestazione come inevitabile. Quindi, cerchiamo di creare un sistema di regolamentazione per l'economia capitalista mondiale. Riteniamo che attraverso l'azione congiunta europea - in un'Europa animata da ideali democratici sociali - si possano regolamentare alcune aree chiave, come la finanza, il commercio, o l'informatica. In particolare, dobbiamo lottare per restituire il suo giusto ruolo al Fondo Monetario Internazionale. A mio parere, la scelta è chiara. Adattarsi alla realtà: sì. Arrenderci a un modello capitalistico "inevitabile" e cosiddetto "naturale": no. Non dobbiamo arrenderci all'idea fatalista che il modello capitalista neoliberale sia l'unico disponibile. Al contrario, dobbiamo modellare il mondo secondo i nostri valori.
Essere socialista significa cercare di costruire una società più giusta. Quindi, essere socialista significa cercare di ridurre la disuguaglianza: non le differenze che sorgono dalle diverse capacità delle persone, ma le disuguaglianze sociali derivanti dalla nascita o dalla posizione sociale di una persona, su cui questa non ha controllo. È nostro dovere rendere la società meno dura con il debole e più esigente nei confronti del potente. Lo Stato del benessere contribuisce a questo obiettivo. Quindi, anche se è in crisi, dobbiamo riformarlo. Per nessun motivo deve essere smantellato. Lo Stato del benessere - che in Francia chiamiamo l'Etat-providence - è il prodotto di lotte storiche nelle quali la sinistra ha giocato un ruolo preminente. Questo ha segnato la nostra coscienza, come appare evidente dall'uso della parola francese providence, che è più pregnante del termine inglese "welfare". Essa esprime l' idea che fato e destino possono essere modificati o ribaltati dallo Stato democratico e sociale, che impersona i valori umani e collettivi. Se lo Stato del benessere deve essere riformato, non dobbiamo infrangere questa tradizione.
LA socialdemocrazia era sorta in origine per combattere la disparità fra le diverse classi sociali. Ma la nostra lotta odierna è contro qualsiasi forma di disuguaglianza, non soltanto economica o sociale. Esiste una disuguaglianza nei vantaggi che le persone ricavano dai servizi pubblici, come l'istruzione e la cultura; esiste una disuguaglianza nella sicurezza contro la violenza e il crimine. Esistono disuguaglianze geografiche - di qui l'importanza della nostra politica di sviluppo regionale. Dobbiamo compiere sforzi particolari quando disuguaglianze di reddito e di ricchezza si combinano con disuguaglianza nell' accesso alla casa, alla salute, all' informazione e all'esercizio della cittadinanza, o con disuguaglianza fra i sessi. Questa consapevolezza globale dei molti diversi tipi di disuguaglianza richiede un approccio che va al di là della tradizionale fiducia nella semplice ridistribuzione. Mentre la tassazione e lo Stato del benessere sono mezzi per ottenere una maggiore uguaglianza dopo l'evento, dobbiamo anche agire prima dell'evento per prevenire l'accumulo di disuguaglianze. Dobbiamo raggiungere l'uguaglianza di opportunità.
Quindi il nostro ruolo è di mediare fra le classi sociali, fra quelli che sono ragionevolmente soddisfatti della società così come è e sono riluttanti a essere penalizzati dal "costo" di una maggiore uguaglianza, e quelli per i quali l'incoraggiamento dell'uguaglianza rappresenta un obiettivo fondamentale. Questo è un importante punto filosofico e politico. Ritengo che i socialisti debbano impegnarsi nella riconciliazione fra il ceto medio e la classe operaia, anche se i loro interessi possono essere differenti e talvolta divergenti. Dobbiamo cercare di portare avanti simultaneamente i loro rispettivi interessi.
(traduzione a cura del Gruppo Logos)
Pubblicato dalla
Fabian Society di Londra
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