Massimo Cacciari
QUATTRO PROPOSTE
ALLA SINISTRA
di MASSIMO CACCIARI
da La Repubblica del 25 Aprile 2000
TROPPO semplice spiegare la sconfitta del centro-sinistra con gli errori e le contraddizioni inanellati dal '96 ad oggi. Per un verso, essi sono il logico, inevitabile prodotto di una cultura politica, ancora nei fatti dominata da "pregiudizi" proporzionalistici e partitocratici; per un altro, e di gran lunga il più importante, essi non sono che i sintomi di cedimenti strutturali nel rapporto tra le componenti essenziali del centro-sinistra e le dinamiche sociali in atto nel Paese da una generazione almeno.
Certo, nonostante questo, si potevano evitare incomprensibili crisi di governo a tre mesi dalle elezioni regionali e iniziative "riformistiche" quantomeno immature, condotte con cipiglio astrattamente illuministico; si sarebbero potute arrangiare manovre più coraggiose in favore del sistema delle Autonomie e a sostegno della sterminata platea di piccole e piccolissime imprese chiamate a fronteggiare una competizione sempre più dura.
MA forze politiche che, con l'eccezione di qualche isolata personalità, non avevano saputo cogliere la grande novità degli anni '93-96, e cioè la centralità assunta dal "locale", da città e province divenute laboratorio per la riorganizzazione dell'impresa e per la trasformazione del rapporto tra pubblico e privato, come avrebbero potuto marciare in modo più spedito e convinto nel senso delle riforme costituzionali e del federalismo fiscale?
Vi era l'esperienza dell'Ulivo da difendere e far crescere. Era stata questa "invenzione", insieme al divorzio tra Bossi e il Cavaliere, a determinare la vittoria del '96. Ma ciò avrebbe significato trasformarlo in un'autentica federazione (che mantiene in pieno l'autonomia dei suoi membri, ma, ad un tempo, si dota di organismi unitari di direzione, secondo una precisa distinzione delle responsabilità), e una federazione al cui interno le diverse Regioni avessero la più larga autonomia, in modo da concentrare l'impegno di tutti i suoi aderenti nel rapporto, d'ascolto anzitutto, con le realtà del territorio. Ma come si potevano, realisticamente, esigere scelte in tal senso da forze politiche che non avevano elaborato alcun minimo comune denominatore in materia di riforma costituzionale? da chi continuava a ritenere l'Ulivo, al più, un utile cartello elettorale? da chi concepiva ancora il "locale" come periferico e basta, fastidioso rivendicazionismo, corporativismo da cacicchi? E poi i dati elettorali dimostrano clamorosamente, almeno al Nord, che si tiene esclusivamente dove le "cento padelle" hanno malgrado tutto continuato a cuocere...
Assenza o debolezza di strategia non nascono mai dalla testa dei politici. Esse sono il prodotto del rapporto che il ceto politico costruisce con le dinamiche economiche, sociali, culturali. Se questo rapporto si spezza, l'azione politica diverrà necessariamente confusa e occasionale. Se non si possiede rappresentazione esatta dei processi in atto, sarà anche impossibile esserne rappresentanti in sede politica. È una riflessione che va ormai affrontata con durezza, senza vane consolazioni. Il voto indica, lo ripeto, cedimenti strutturali nell'insediamento, nel radicamento sociale di tutte le componenti del centro-sinistra in tutto il Nord - e segni evidentissimi del generalizzarsi del processo anche al Centro e al Sud. Si potrebbe affermare che questo non è vero per il Veneto e per quelle aree della Lombardia che sono in simbiosi col Veneto, poiché qui i risultati elettorali stanno in perfetta continuità con l'egemonia democristiana precedente il big-bang dell'inizio dei '90. Ma non è così, poiché il successo Lega+Polo non può politicamente essere considerato l'erede di quelli Dc. La Dc operava in queste aree la metamorfosi di un voto di destra in una politica di centro-sinistra, e ciò anche per la determinante presenza al suo interno di esponenti, associazioni, organismi strutturalmente legati ad una visione comunitaria-solidaristica dell'agire politico. Le radicali trasformazioni della società lombardo-veneta, la vertiginosa rapidità dei processi di secolarizzazione che esse hanno indotto, hanno fatto franare la terra sotto i piedi anche a queste componenti della politica cattolica, oltre che ai partiti tradizionali della sinistra e, più in generale, a ciò che un tempo si chiamava "movimento operaio". Il senso di marcia dell'alleanza Lega+Polo va in direzione esattamente opposta a quello dell' antica Dc. E proprio questo, tra l'altro, renderebbe pateticamente infondato e assurdo ogni tentativo di continuare col Polo quelle pratiche consociative, che costituivano fattore fondamentale degli equilibri politici della prima Repubblica.
Cattolicesimo popolare, tradizioni laico-riformiste, "movimento operaio" hanno perduto, nel corso dei '70 e '80, l'appuntamento con l'emergere delle nuove figure della nostra società, strutturalmente legate ai processi di terziarizzazione, all'interno delle stesse realtà produttive, e alla diffusione straordinaria dell'impresa individuale e della piccola impresa, con i problemi assolutamente inediti di rapporto con la pubblica Amministrazione che questa crescita imponeva. La domanda di autonomia emergeva fisiologicamente da questa realtà; e così la domanda per nuove forme di lavoro, per nuove forme di contrattazione. I processi materiali imponevano questi esiti politici. Si trattava di indirizzarli e governarli, interpretandone il senso. Non lo si è fatto, col risultato di regalarli alla demagogia di chi si limita ad esaltarli e a prometterne lo "scatenamento".
Le illusioni che esistano scorciatoie "personalistiche" per superare tali cedimenti è bene finiscano. È necessario un lavoro ricostruttivo, dalle fondamenta, di lungo periodo. Esistono le condizioni minime per intraprenderlo? Questa è la domanda che esigerebbe finalmente risposta.
La prima condizione a me sembra la seguente: è in grado il centro-sinistra di elaborare nei prossimi mesi una vera e propria bozza di nuova Costituzione, che sia il perno della prossima campagna elettorale? Parlo di una proposta costituzionale che sia più avanzata, nei suoi principii così come nell' individuazione di procedure dinamiche, flessibili, aperte nei confronti delle diverse esigenze regionali, di quella "devolution" tanto chiacchierata da Polo+Lega.
Seconda condizione: è in grado il centro-sinistra di procedere immediatamente verso un'autentica federazione delle sue componenti? Presentarsi alle prossime politiche in una dozzina di frammenti, come si è presentato alle regionali, significherebbe rinunciare alla gara. Il Polo può mascherare le proprie contraddizioni da qui all'eternità finché dura il dominio del Cavaliere, il centro-sinistra può essere soltanto o un sistema feudale (come attualmente) o repubblicano-federalistico (come auspico), monarchico-assolutistico mai.
Terza condizione: si è compreso che il fulcro, il vero centro di questa federazione dovranno essere le strutture regionali e locali, luoghi di ascolto, dialogo, relazione quotidiana col territorio, e che perciò queste strutture dovranno essere, a loro volta, effettivamente autonome nella loro iniziativa?
Quarta condizione: che il futuro governo sia davvero politico, sostenga, cioè, da protagonista questo lavoro di ricostruzione del centro-sinistra, e ciò significa anzitutto che esso subito appronti una manovra più incisiva a favore delle Autonomie e delle imprese, delegifichi e semplifichi con tutta l'energia possibile nel poco tempo che gli sarà concesso. O abbiamo ormai deciso che la futura, piacevole e fruttuosa manovra espansiva venga incassata per intero dai Chicago boys del Cavaliere?