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La Repubblica, 12 Agosto 1999
Non roviniamo l'intesa fra Germania e Francia
di HELMUT SCHMIDT
ANCHE in passato l'egoismo non è mai stato un valore estraneo all'Unione europea. E anche alcuni ministri e persino governi hanno salutato l'affermazione dei loro interessi nazionali negli ambienti europei come importanti vittorie, in questo Maggie Thatcher è stata maestra. Ma mai, negli ultimi tre decenni, un presidente di Stato francese e un Cancelliere tedesco hanno lasciato intendere che per essi un interesse specifico dei loro Paesi (o dei propri elettori) in questioni di politica agraria, finanziaria o personale fosse più importante del progresso dell'integrazione nel suo insieme. Fatti del genere non possono diventare abitudine!
Da quando, nel 1989, la riunificazione tedesca è diventata una realtà, Parigi e Bonn hanno cominciato lentamente ad allontanarsi l'una dall'altra. Kohl, allora, non ha avuto sufficiente considerazione della suscettibilità francese; Mitterrand, insieme alla Thatcher si è opposto alla riunificazione.
DOPO che questa si è tuttavia realizzata, nell'intesa "2+4", si è fatta strada l'impressione che la Germania dovesse sacrificare, in cambio, il marco. In effetti, erano decenni che si andava preparando gradualmente l'avvento della moneta comune europea. Ora, però, il ministro delle Finanze europeo e il direttore della Banca Federale impongono con fermezza il loro concetto personale ideologico-politico-monetario: la Banca Centrale Europea, secondo l'accordo di Maastricht, è la banca centrale europea in assoluto più indipendente di tutta la storia dell'economia. Ma dopo la firma, la Germania ha imposto come sede Francoforte "oppure non se ne farà niente".
Dalla crisi di Maastricht si sono accumulate da entrambe le parti piccole e grandi leggerezze politiche, mancanza di tatto e anche frecciate. Contemporaneamente le Borse di Francoforte e Londra mostrano di voler fare causa comune, la Daimler e la Chrysler si fondono. La Deutsche Bank si associa con il Bankers Trust, dando luogo così alla banca più potente del mondo. Tutto questo suscita l'impressione, in alcuni politici francesi, che i tedeschi avrebbero deciso di recente di schierarsi con inglesi e americani, esautorando i francesi. Una prospettiva pericolosa!
Comunque, la Germania è diventata, dal 1990, scomodamente grande per la maggior parte dei francesi e l'economia tedesca altrettanto scomodamente florida. Anche il trasferimento da Bonn a Berlino, che per noi tedeschi è, nel frattempo, diventato ovvio, ha destato preoccupazione. La fiducia reciproca e la stretta collaborazione tra Francia e Germania si basano, però, beninteso, sull'interesse nazionale, sull'interesse strategico di entrambe le nazioni.
De Gaulle aveva propugnato una rivendicazione del potere francese in Europa. Tuttavia il suo accordo dell'Eliseo del 1962 ha dato buoni frutti grazie a una stretta collaborazione politica con la Germania. Sotto Pompidou e Brandt si è sviluppata la collaborazione ancora frenata. Sotto Giscard d'Estaing e il sottoscritto, questa collaborazione è stata consolidata: per i sette anni di comune collaborazione, non si ritrova negli archivi alcuna differenza di opinione, ma solo una serie di comuni, fruttuose iniziative. Le cose sono rimaste così anche fra Mitterrand e Kohl, in ogni caso fino al 1989. Il tandem Parigi-Bonn è stato per molti decenni non soltanto il fondamento dell'integrazione europea, ma anche il suo motore. La parola di Helmut Kohl per l'integrazione europea, si tratti di guerra o di pace, può avere avuto dei toni troppo drammatici, ma di principio egli ha ragione: qualora si dovesse arrivare all'arresto dell'integrazione, questo dovrebbe essere deprecato, persino da noi tedeschi, se l'Unione Europea dovesse essere ridotta a una semplice zona di commercio libero, dal mare del Nord fino al mar Nero, più alcuni altri inserimenti marginali con valore istituzionale: non è più da escludersi, per il futuro, un isolamento politico della Germania.
Chi, come tedesco, è consapevole della storia europea degli ultimi duecento anni (Napoleone, Bismarck, le due guerre mondiali, i crimini nazisti) non può avere alcun dubbio: il coinvolgimento duraturo della Germania nel processo di unificazione europea è nel comprensibile interesse patriottico e strategico a lungo termine dei tedeschi, esso è una necessità vitale. Esso è ugualmente nell'interesse vitale dei nostri vicini francesi (e, nota bene, anche nell'interesse vitale dei polacchi). Esso può concretizzarsi in modo duraturo soltanto se anche la nazione francese si lega analogamente, per l'altrettanto comprensibile patriottismo francese. Jean Monnet era consapevole di questo, altrettanto Giscard d'Estaing, altrettanto Mitterrand, altrettanto Jacques Delors. I capi politici dalle due parti del Reno non devono, però, ritenere semplicemente questa convinzione come data per scontata. Piuttosto essi devono riproporre chiaramente la necessità del legame bilaterale delle loro due nazioni nell'Unione Europea.
Quando ero piccolo, uno dei miei nonni era solito raccontare storie sgradevoli del "tempo dei francesi" di Amburgo. Egli era nato negli Anni 50 del secolo precedente, quattro decenni dopo la fine dell'annessione, da parte di Napoleone, della nostra città natale, di cui egli sapeva soltanto per sentito dire.
Non penso che avesse mai letto un libro; quello che raccontava era probabilmente frutto della memoria collettiva tramandata e del risentimento degli amburghesi. In modo analogo, ma infinitamente più consistente per propria personale esperienza, milioni di persone si ricordano dell'occupazione tedesca, dell'annessione, dei crimini e soprattutto dell'Olocausto. Anche molti tedeschi si ricordano, per propria esperienza personale, di crimini e deportazioni di congiunti di altre nazioni. Tutti i cattivi ricordi scemano solo lentamente, soltanto nel corso di generazioni.
Il ricordo del genocidio degli ebrei resterà nella memoria per secoli. I cattivi ricordi dei francesi e dei polacchi risalgono a Hitler, essi sono altrettanti vividi. Quasi tutti i popoli europei portano con sé un bagaglio di cattivi ricordi. Quando hanno deciso, tuttavia, di avviare l'integrazione europea, hanno deciso di dare uno sbocco politico a un secolo di guerre europee interne.
Il livello finora raggiunto dall'integrazione europea è un successo unico nella storia dell'umanità. Da quanto testimoniano documenti o storie scritte, da oltre quattrocento anni le popolazioni sono state annesse da conquiste militari di regni più grandi. Ma mai in precedenza le nazioni sovrane hanno portato di propria iniziativa in un'unione più grande i loro Stati democratici ben organizzati. Anche la fondazione degli Stati Uniti d'America è stata, in confronto alla creazione dell'Unione Europea, un processo relativamente semplice, tanto più che è servita all'emancipazione dalle allora forze coloniali europee. Contrariamente all'America, la maggior parte degli Stati membri dell'Ue ripercorrono con la memoria una storia nazionale di migliaia di anni. Alcuni sono assai più antichi, alcuni relativamente più giovani, ma, tranne alcune eccezioni, essi hanno per molti secoli sviluppato la loro propria lingua nazionale.
Quando hanno deciso di realizzare l'Unione Europea (o di volerci entrare), essi hanno perseguito obiettivi strategici nell'interesse del loro futuro. Dipenderà dai governanti francesi e tedeschi se, quando e come le nazioni unite nell'Ue trarranno benefici dall'attuale situazione dell'unione e dal prevedibile sviluppo futuro del mondo. Questa estate Helmut Kohl ha affermato al Bundestag: "Germania e Francia costituiscono una comunità fondamentale. Senza la loro stretta collaborazione, non ci sarà, in futuro, alcun importante progresso nel processo di unificazione europea". Questo è esatto. Le persone al vertice della classe politica in Francia dovrebbero saperlo: Parigi deve decidere fra l'idea inconsistente di un ruolo particolare nazionale nel mondo e la promettente possibilità della guida strategica dell'Europa. La classe politica tedesca deve sapere: la Francia possiede, nel giudizio del mondo, le carte vincenti storiche, culturali, di diritto internazionale e nucleare, che noi tedeschi non abbiamo. Perciò noi abbiamo bisogno dei francesi, perciò dobbiamo dare loro la precedenza. Herbert Wehner ha, una volta, espresso in modo molto conciso il concetto "Senza la Francia non esiste niente".
(copyright Die Zeit-La Repubblica
traduzione a cura del gruppo Logos)

La Repubblica, 3 Dicembre 2000
QUANTO PESA LA GRANDE GERMANIA
di BERNARDO VALLI
I FONDATORI di quella che oggi è l'Unione Europea (Adenauer, Schumann, De Gasperi, Spaak) volevano anzitutto evitare una ripresa dei conflitti tra le due sponde del Reno: conflitti degenerati in due guerre mondiali e in massacri senza precedenti, per il numero delle vittime, militari e civili, nella storia dell'uomo. Rispolverare adesso, in modo cosi brusco, all'avvio di un nuovo secolo che si spera più quieto del '900, le tragiche origini della nostra pacifica avventura continentale, cominciata poco più di cinquant'anni fa, può apparire esagerato alla stragrande maggioranza dei contemporanei. I quali non hanno un ricordo diretto di quelle stragi e sono più interessati alle odierne vicende della controversa bistecca europea che alla laboriosa e spesso indecifrabile riforma delle istituzioni sul tavolo all'imminente vertice di Nizza.
Ma la natura dei problemi da risolvere durante la riunione di capi di Stato e di governo è squisitamente geopolitica, come erano geopolitiche le preoccupazioni che animarono i padri fondatori nella seconda metà degli anni '40. Con discussioni democratiche, ben inteso, e con toni garbati, come accade tra ormai vecchi (e inevitabili) alleati, si tratta di adeguare l'Unione ai mutamenti verificatisi dieci anni or sono, con la fine della guerra fredda, la caduta del Muro, la riunificazione tedesca e il crollo dell'Urss.
NONOSTANTE i dissidi e le incomprensioni si dovrà comunque arrivare, presto o tardi, a un compromesso. Ma dalla qualità di questo compromesso dipenderanno tante cose nel nostro futuro europeo.
Il processo di integrazione ha compiuto i suoi primi passi e si è sviluppato in un'Europa divisa. Esso coinvolgeva sei paesi che - se si osserva una carta geografica - convergevano verso una grande capitale, la più vicina al loro epicentro: Parigi. Adesso, se si tiene conto del progettato allargamento ai paesi dell'Est (ossia del passaggio dagli attuali quindici membri a ventisette, e col tempo anche a trenta), ci si accorge che la capitale al centro dell'Unione è Berlino, da poco ridiventata capitale della Germania unificata. Preparare l' Europa a questa nuova realtà significa toccare i punti sensibili della sua Storia.
L'equilibrio tra Francia e Germania è mutato. La Repubblica di Berlino non è più un gigante economico con i piedi politici d'argilla come era la Repubblica di Bonn. Con il recupero delle regioni orientali postcomuniste il suo peso demografico è cresciuto di almeno sedici milioni. E il nuovo Cancelliere non intende nascondere sotto i vecchi complessi di colpa questa rispolverata superiorità tedesca. La Francia ritiene invece che nulla o poco sia cambiato. L'asse franco- tedesco, a lungo spina dorsale prima della Comunità e poi dell'Unione, si è affievolito a tal punto che molti lo danno per finito e parlano di crisi.
E' come se la frontiera del Reno si fosse di nuovo allargata: e né il tedesco Schroeder, né i francesi Chirac e Jospin si danno troppo da fare per riportarla alle dimensioni dei tempi di Kohl e di Mitterrand. Nessuno dei tre è un campione di europeismo.
Su questo sfondo si terrà sulla Costa Azzurra il vertice conclusivo della presidenza (semestrale) francese, la quale ha avuto, appunto, come compito principale di riformare le istituzioni al fine di consentire all' Unione di funzionare dopo l'allargamento a Est. Malgrado questo obiettivo comune, Parigi ha preparato l'appuntamento con uno spirito assai diverso da quello che anima Berlino. Per Erik Izraelewicz (di Les Echos) Parigi è rimasta fedele all'Europa di Monnet e a quella della moneta unica, all'Europa del Trattato di Roma ("sempre più intensa") da realizzare a piccoli passi: a un'idea che porta a vedere l'Unione a quindici come un'estensione di quella a sei dei tempi eroici.
Insomma, Parigi riterrebbe che poco o nulla è cambiato dopo la caduta del Muro; e non intenderebbe rivoluzionare una costruzione che giudica bisognosa di ritocchi, non di rivoluzioni, essendo nella sostanza ultimata, completata.
Berlino pensa diversamente. L'esatto opposto. Non può certo far finta di ignorare il Muro che gli è crollato tra le braccia, né quel che è accaduto ai suoi confini in seguito alla decomposizione dell'Urss. Deve quindi trarre le coinseguenze.
Dove la Francia vede una costruzione compiuta, della quale si deve rinnovare il meno possibile, la Germania immagina un " cantiere permanente". Per la prima l'allargamento a Est è una prospettiva da allontanare, per la seconda è al contrario una realtà che prefigura già "l'allargamento dell'allargamento". Per i tedeschi l'Unione europea è senza limitazioni geografiche: non solo a livello politico e industriale, ma anche nell'opinione pubblica, l'ingresso dei cechi, degli ungheresi, dei polacchi e degli altri popoli vicini è atteso con disinvoltura, spesso con impazienza. Per i francesi, a tutti i livelli, rappresenta una minaccia.
L'Unione che si estende a Est significa un ingrandimento della zona di influenza tedesca. Parigi non gradisce certo il trasloco dell'epicentro europeo verso Berlino. Parigi gioca, è vero, su posizioni difensive. Non sempre a torto. Quando rifiuta, ad esempio, come se la riunificazione non fosse avvenuta, di tradurre in voti il maggior peso demografico tedesco (82 milioni di abitanti in Germania contro poco meno di sessanta in Francia, Gran Bretagna e Italia) si richiama a un principio non tanto sbagliato. Jacques Delors dice che "un uomo senza memoria non può disegnare l'avvenire": e si riferisce al patto di parità esistente tra i due paesi: nel Trattato di Roma (1957), sottolinea l'ex presidente della Commissione europea, era infatti implicito che i tedeschi orientali fossero potenziali cittadini d'Europa.
Venendo meno a quel patto di parità si rischia di ferire lo spirito della grande avventura pacifica, cominciata per mettere fine alle tragedie del "secolo breve", sulle due sponde del Reno. Fissare i voti di ciascun paese, nei Consigli europei, basandosi esclusivamente sul numero degli abitanti, sarà nel futuro una grande conquista: significherà l'emergere di una sola nazionalità, quella europea. Ma siamo molto lontani da questo traguardo.
Gli Stati nazione sopravvivono, e, pur essendo fonti di discordie e gelosie, restano per il momento inviolabili, e sono in definitiva un ancoraggio rassicurante per gli individui che smarriscono facilmente la loro identità in un mondo sempre più uniforme. In questa situazione, il peso demografico, calcolato con la pura aritmetica, ristabilirebbe fastidiose superiorità nazionali. E questo non serve neppure alla Germania federale.
Un altro dissidio franco-tedesco, riguardante la futura Costituzione di cui si dovrebbe un giorno dotare l' Unione, è abbastanza significativo. Il presidente tedesco, Rau, a Berlino, e il presidente italiano, Ciampi, a Milano, hanno ribadito nei giorni scorsi la necessità di una legge fondamentale che riorganizzi le istituzioni europee. Per entrambi i capi di Stato sarebbe un documento utile per rafforzare e accelerare l'integrazione tra i paesi membri, vecchi e nuovi. L'ottica francese è diversa: la Costituzione dovrebbe servire anzitutto a proteggere gli Stati nazionali dalle pretese dell'Unione e delle istituzioni comunitarie. Dovrebbe stabilire dei confini e funzionare da barriera.
Non è un caso se gli euroscettici inglesi esprimono concetti molto simili. Questo tema non è in programma a Nizza, ma rivela lo spirito che anima i vari protagonisti del vertice. Gli interessi nazionali peseranno come sempre, ma questa volta conterà molto anche la Storia, quindi le reciproche concessioni, indispensabili per arrivare a un accordo, saranno più difficili del solito.
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