Silvio Berlusconi
EPILOGO
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SECONDO TEMPO (fino a ante Ruby)
da Febbraio 2008
L'Economist: Berlusconi come Nerone
Accompagnato da una vignetta che raffigura il premier in smoking con il capo cinto da alloro che sorridente suona il violino mentre alle sue spalle imperversa un rogo - il settimanale britannico Economist torna ad attaccare Silvio Berlusconi e il suo governo che, dopo soli due mesi «sta in maniera piuttosto deprimente assomigliando sempre più a quello precedente» guidato dal Cavaliere. L'Economist passa in rassegna i primi provvedimenti assunti dal governo, lamentando come Berlusconi - che in campagna elettorale «trasudava sobrietà" - in soli dieci mesi abbia messo al centro della sua agenda politica gli interessi propri e delle proprie aziende».
Berlusconi? Chi altro? Chi guida l'Italia?
Rileggendo il divertente ed illuminante Tribù di Gian Antonio Stella la figura che emerge prepotente è quella di Umberto Bossi, medico.
Medico? Dipende.
Sul modulo di iscrizione al PCI (!) di Verghera di Samarate si qualifica come tale. In varie interviste racconta di studi alla scuola Radio Elettra e poi all’università, lavori con cliniche mai avvenuti, collaborazioni con luminari mai esistiti.
Effettivamente a medicina si è iscritto e, come racconta sua sorella, ha anche fatto tre feste di laurea senza essersi laureato.
Dopo il matrimonio annuncia alla moglie che si è finalmente laureato e tutte le mattine esce per andare a  lavorare all’ospedale Del Ponte di Varese. Peccato non fosse vero e la moglie lo scopre. Qualche anno dopo porta anche la madre all’università di Pavia per la consacrazione ma non la fa assistere. Si scopre poi che anche questa è una balla e la moglie chiede il divorzio.
Sarebbe solo la triste storia di un italiano medio se non fosse che il tale, pur di non lavorare, ha inventato la «padania» ed ha mobilitato milioni di persone contro «Roma ladrona». C’è qualcuno con un minimo di cultura che può aver preso sul serio un personaggio così? Sì, anche perché la storia raccontata qui non la conosce quasi nessuno
Come si dice in questi casi?
Ad maiora!
Ad maiora Italiani!

PRIMO TEMPO
Che cosa c'entri Silvio Berlusconi con la terza via di Giddens non lo sappiamo ancora, ma tutti sappiamo che il cavalier Berlusconi c'entra sempre, con la terza via, con la ferrovia, il cavalcavia, la bidonvia, i fogli di via eccetera.
Articoli presenti nella pagina
  • Barbara Spinelli: Amnesie anticomuniste, La Stampa del 20/05/2001
  • Stefano Benni: Tutta colpa di Pompilio Numa, La Repubblica del 27/06/2001
  • Barbara Spinelli: Il cieco e la tempesta, La Stampa del 30/09/2001
  • Barbara Spinelli, L'Italia sotto sorveglianza, La Stampa del 09/12/2001
  • Barbara Spinelli, «Homo novus» e valori antichi, La Stampa del 13/01/2002
  • Massimo Gramellini, Le corna democratiche, La Stampa del 09/02/2002
  • Barbara Spinelli, L'Europa di Berlusconi La Stampa del 29/06/2003
  • Schultz story mio parere del 03/07/2003
  • Se n'è andato. E ora? Pierluigi Sullo dell' 11 aprile 2006
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La Stampa,
di Barbara Spinelli
Amnesie anticomuniste
20 maggio 2001
Ancora non è chiara l’Europa che Berlusconi ha in mente, e che i suoi ministri vogliono costruire. Nei giorni scorsi si è capita una cosa, limpidamente esplicitata in mezzo a parecchie confusioni: che il futuro governo baderà con accresciuta puntigliosità agli interessi nazionali, e che la loro difesa non è giudicata compatibile con un rapido allargamento dell’Europa ai paesi del Centro-Est e del Centro-Sud. Le obiezioni sono di natura finanziaria, concernendo i sussidi al Mezzogiorno e gli squilibri che possono crearsi nei mercati. Il motivo vero che spinge il continente a spostare i propri confini non trova invece posto alcuno: né nei ragionamenti, né nei vocabolari. Forse verrà il giorno in cui la Casa delle libertà rettificherà quanto detto, ma per il momento sono la forza di inerzia e la smemoratezza a regnare incontrastate.
E’ come se scrivendo la sua pagina bianca e imponendo la sua giacobina rivoluzione, il candidato alla Premiership avesse dimenticato l’essenziale, degli ultimi dodici anni: la seconda Liberazione d’Europa, quarantaquattro anni dopo la prima Liberazione del 1945. Il ritorno nello spazio europeo di Stati come Polonia e Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania, e non per ultimi i tre paesi baltici. Il gesto che ha cambiato il corso della storia, nel novembre 1989, e che ha estromesso il comunismo dalla metà prigioniera del continente, sembra essere un non-evento per i neoeletti del centro-destra: non comporta nuove responsabilità, inderogabili obblighi strategici e morali, revisioni profonde di quel che sin qui è stato edificato nella parte fortunata, risparmiata, del continente.
L’Europa non è un’opera che deve costruirsi da capo, tenendo conto di tali mutazioni e assorbendole con efficace senso istituzionale e intelligente generosità politica. Liberati, i paesi del Centro-Est non hanno gli stessi diritti che ebbero gli europei usciti dalla seconda guerra mondiale sotto la protezione americana. L’Europa è già fatta, è un monumento finito, e ogni allargamento può lederne gli statici equilibri: è quanto pensano politici di prestigio come Giulio Tremonti, che poco o nulla vogliono sapere delle incompiutezze dell’Unione, del suo carattere intrinsecamente fluido, della poderosa missione che essa ha di fronte. L’oblio della seconda Liberazione trasforma l’anticomunismo di Berlusconi in qualcosa di completamente astorico: in un guscio ideologico abitato da pensieri volatili, da valori incoerenti. Ostentato per anni, riproposto non senza successo durante la campagna elettorale, esso non dà i frutti che promette e non si cura di tener fede alla parola data.
Senza tema di smentirsi, l’anticomunismo della Casa delle libertà mette in luce questioni irrisolte della sinistra ma anela in verità ai vecchi equilibri europei, così comodamente garantiti da muri, fili spinati, carceri di popoli, divieti di circolazione per merci, idee, persone. Inveire contro il comunismo può essere una tattica elettorale vincente, ma non per questo comporta una conoscenza delle realtà totalitarie che hanno regnato a Est per decenni, dei debiti che l’Occidente ha contratto verso nazioni scandalosamente svendute a Stalin nel negoziato di Yalta, dei totalitarismi etnici che tornano a minacciare lo spazio europeo di civiltà. Non a caso gli uomini di Berlusconi si ostinano a parlare di allargamento, e più precisamente di allargamento dei mercati: il sospetto non li sfiora che si tratti di una riunificazione, e non di un’opzione bensì di un dovere.
E’ come se i tedeschi della Repubblica federale, nell’89, avessero potuto scegliere o non scegliere il ricongiungimento con i 17 milioni di tedeschi sequestrati a Est. Sapevano di esser costretti moralmente a farlo, e vissero l’unificazione come compito prioritario del dopo-guerra fredda. L’Europa in via di mutazione non è una  Casa delle libertà. E’ la promessa di una società aperta anche se educata all’au tolimitazione, è una libertà che non se ne sta chiusa in casa. Fu Gorbaciov a parlare per primo di  Casa Europea, quando sperava di salvare il comunismo e di separare il vecchio continente dall’America.  Che tale sia il compito prioritario anche per l’Europa lo sanno bene gli ex dissidenti, che il comunismo lo hanno combattuto con forte coscienza dei valori da difendere, o resuscitare: uomini come Vaclav Havel presidente della Repubblica Ceca, o Bronislaw Geremek ex ministro degli Esteri polacco, che nella battaglia hanno pagato duri prezzi personali.
Per ambedue, l’allargamento dell’Unione è stato già troppo dilazionato, avaramente soppesato, a lungo negato, con conseguenze peraltro  nefaste sulle società postcomuniste e sulla loro vocazione a sconnettere libertà, responsabilità, cultura della solidarietà sociale o etnica. Sono società che cominciano ormai a nutrire dubbi sull’ingresso in Europa, a calcolare anch’esse i pro e i contro, a temere la perdita di una sovranità così faticosamente riconquistata, appena assaporata, e destinata a scomparire di nuovo: chi è più in malafede, a Est ma anche a Ovest, vede nell’Unione una riedizione della dottrina Breznev, limitatrice arbitraria e violenta delle sovranità. Il fastidio nei confronti di un’Europa sovrannazionale che si intromette negli affari dei paesi membri, che medita sul diritto-dovere di ingerenza, che demistifica gli idoli delle sovranità inviolabili, che introduce una più sana divisione fra Stato e nazionalità, accomuna anti- europei come Vaclav Klaus a Praga, numerosi dirigenti in Ungheria, e - in Italia - politici come Tremonti o la Lega di Bossi, che non esitò a militare in favore delle guerre razziali di Milosevic.
E’ un sentimento che non ha nulla a vedere con l’esperienza politica di Havel o Geremek, e con la memoria della battaglia antitotalitaria che i dissidenti hanno incarnato: battaglia che continua, essendo il comunismo una delle tante forme assunte dal totalitarismo, dai messianesimi nazionalisti, o dall’integralismo pseudoreligioso. Gli uomini di Berlusconi hanno a proprio fianco gli avversari francesi della sovrannazionalità, siano essi di sinistra o di destra. Hanno come alleati obiettivi l’estremismo comunista in Francia o Italia, e in genere possono contare sull’appoggio di tutti coloro che considerano la guerra Nato in Kosovo come una parentesi felicemente chiusa, dunque irripetibile.
Che sono contrari a un diritto europeo basato sul diritto-dovere d’interferenza, e hanno timore di nuovi progressi costituzionali dell’Unione che convalidino e estendano tale diritto. La diffidenza verso una celere riunificazione dell’Europa è in sintonia con il silenzio consenziente dell’Unione sui crimini di Putin in Cecenia. Prodi vuol ottenere che il nostro commercio con la Russia avvenga in euro, il che sarebbe un avanzamento simbolico sicuro. Ma questo incorporamento di Mosca nel destino europeo non comporta politiche più esigenti sulla violazione dei diritti umani.
D’altronde perfino le dichiarazioni di Tremonti sono state accolte con condiscendente tiepidezza a Bruxelles, se si esclude un breve accenno del commissario Monti ieri a Cernobbio. Le congratulazioni del presidente della Commissione, all’indomani della vittoria del centro-destra il 13 maggio, non sono state seguite da moniti severi dopo le prese di posizione sull’allargamento, come probabilmente sarebbe stato opportuno. L’Italia ha ricevuto assicurazioni a proposito delle sovvenzioni, e ancora una volta economia e denaro hanno prevalso sull’impegno etico-politico e sull’invito a osservarlo. E’ il motivo per cui non è facile vedere in Berlusconi un anticomunista autentico.
In una conferenza a Bratislava, l’11 maggio, il Presidente della Repubblica Ceca ha accusato l’Europa di cedimento nei confronti di Mosca, ha chiesto alla Nato e all’Unione di inglobare al più presto le tre nazioni baltiche, e ha ribadito una sua convinzione radicata: le nazioni democratiche, se vogliono parlare con una voce e pesare, non possono limitarsi all’unità dei mercati, delle monete. Devono individuare e presagire le avversità, contro cui lottare. Devono dire contro chi e per quale idea di civiltà intendono proteggersi.
«Un progetto politico ha sempre bisogno di un nemico», ha detto Geremek nella stessa riunione di Bratislava, «solo che bisogna saperlo scegliere: il più grande errore sarebbe attribuire all’America simile ruolo». Un’Europa che dovesse mancare l’appuntamento della riunificazione correrebbe il rischio di avere ai confini centro e sud-orientali una serie di Stati semisovrani, costretti a agire secondo gli schemi ottocenteschi della  balance of power: sempre dipendenti dall’equilibrio di forze tra nazioni regionali egemoni, sempre impauriti dall’invadenza della Russia. Se non si occuperà degli europei appena liberati dal comunismo - quindi anche di Ucraina, di Lituania, della Lettonia, dell’Estonia - vorrà dire che avrà dimenticato i punti più bui del proprio passato.
Avrà dimenticato l’imperialismo russo, che ancora si esercita sotto mentite spoglie nel Caucaso o in Georgia. Avrà dimenticato l’accordo Hitler-Stalin, grazie al quale Mosca poté incamerare i baltici indipendenti. E non solo avrà scordato le peripezie di ieri. Di fatto, avrà legittimato ex post i misfatti dei totalitarismi, compreso il trattato nazista-sovietico. I capi del centro-destra italiano hanno appoggiato errori vistosi dell’America di Bush - la rinuncia alle intese di Kyoto e la conseguente rottura del patto di solidarietà con le generazioni future - ma poi non hanno mosso un dito quando gli Stati Uniti, il 3 maggio, sono stati esclusi dalla Commissione Onu dei diritti dell’uomo: la stessa Commissione che accoglie Sudan, Cina, Russia.
Senza l’America non avremmo avuto né la prima né la seconda Liberazione, e nessun occidentale sarebbe intervenuto per riportare a casa i deportati del Kosovo o della Bosnia. Non avendo appreso alcunché a proposito del totalitarismo e della storia d’Europa, non si vede perché agitare ancora la bandiera, inconsistente, dell’anticomunismo. E’ una parola che almeno in Italia ha un suono inadeguato, oltre che del tutto specioso.

La Repubblica del 27/06/2001
di Stefano Benni
Tutta colpa di Pompilio Numa
Gentile elettore, che con lungimiranza mi hai eletto presidente del consiglio, devo comunicarti che l'attuazione del programma sotto il ministero del controllo dell'attuazione del programma e grazie all'impegno della commissione interministeriale della verifica del controllo dell'attuazione del programma, è a buon punto.
Purtroppo, per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, non potremo abbassare subito le tasse. I precedenti governi comunisti mi avevano nascosto un buco di settantamila miliardi. Me ne sono accorto entrando a Palazzo Chigi, la voragine era abilmente nascosta sotto un tappeto e per poco non ci cadevo dentro. Ho subito allertato Tremonti e Lunardi. Tremonti ha subito varato un decreto Tremonti-bis che esenta dalle tasse gli imprenditori che costruiscono capannoni sopra un buco. Lunardi ha subito mandato le ruspe e ha riempito il buco d'acqua. Inoltre ho scoperto un altro grave ammanco che i comunisti mi aveva tenuto nascosto. Molti anni fa tale Giuseppe Garibaldi, attivista rosso antifederalista si è recato in trasferta nel Sud, con una corte di amici al seguito. Ebbene, ora risulta che non è stato pagato il nolo della nave e c'è anche una fattura per mille, dico mille camicie da lavare.
Montezemolo ci mette un mese a consumarne tante. Come posso sanare il bilancio se adesso salta fuori quanto è costato riunire Nord e Sud, e soprattutto chi lo dice a Bossi? In quanto a Bossi, lungimirante elettore, non c'è da temere per la sua lealtà.
Mi ha giurato che a Pontida ha detto che a Roma non ha giurato come italiano ma da padano, subito dopo a Roma mi ha giurato che a Pontida lui ha giurato da padano ma come italiano. Ma le mie maggiori preoccupazioni sono per il G8. Il Sisde mi ha informato che i centri sociali stanno progettando un attacco sottomarino, e che nei centri sociali di Marghera sono stati trovati cinquanta costumi da tonni. La Cia sostiene che a Marghera sono talmente abituati a respirare gas, che potrebbero benissimo respirare sott'acqua. E io ci credo ai servizi segreti, perché vivono come me in un perenne conflitto di interessi: sanno sempre prima chi sta per mettere le bombe ma non dicono mai dopo chi le ha messe. Per fortuna l'efficiente Scajola mi assicura che la situazione è sotto controllo, basta che gli spieghi dov'è Genova. In quanto ai miei alleati, mi danno un sacco di problemi. Fini vuole rimpastare il consiglio di amministrazione della Rai.
Io sarei favorevole al rimpasto, il problema è che dopo lui li vuole mettere in forno. D'Amato vuole un Tremonti - ter perché il reato di falso in bilancio sia depennato in "contabilità creativa". Buttiglione mi ha presentato la sua moderna riforma della scuola: confessionali al posto delle cattedre. Kissinger vuole assistere al G8 con un fucile dal terrazzo di un albergo. In questo momento, inoltre, mi giunge notizia che c'è un buco nelle tubature di una mia villa in Sardegna, e l'idraulico ha fatto un preventivo di quaranta miliardi. Potrò calare le tasse solo del tre per cento, ma abbi fiducia, lungimirante elettore. Ho mai mentito?
* * *
Paziente elettore, devo dirti che non è facile lavorare sotto la spada di Pericle del passato comunista del paese. È tutto da rifare, ma le grandi opere stanno partendo. È avviata la ristrutturazione di Arcore, Lunardi sta costruendo per me un nuovo bunker e una piscina, anche se per il momento è difficile distinguerli. Il palazzo di Giustizia di Milano sarà trasformato in un parcheggio sotterraneo, e il consiglio di amministrazione Rai verrà nominato da tre saggi scelti da Pera, i nomi sono Williams, Passacrassana e Abate Fetel. I comunisti dicono che è un trucco, ignoranti, non conoscono la filosofia. Sono inviperiti perché io continuo a scoprire le loro magagne. Ho qua una lista di strade romane completamente rovinate e dissestate. I colpevoli sono alcuni ingegneri dello staff di Rutelli, di nome Pompilio Numa, Marzio Anco e Ostilio Tullio. Ho dato ordine alle toghe verdi, un nuovo corpo privato che mi ha suggerito Castelli, di indagare su questo scandalo.
Intanto Lunardi e Marzano hanno scoperto il modo di risolvere il problema delle gallerie invase dall'acqua. Basterà trasformarle in canali navigabili. Il problema è di convincere a galleggiare i treni e soprattutto le maestranze schiave dei sindacati. Sul G8 le notizie sono drammatiche. I contestatori vogliono prendere come scudi umani i poliziotti, addirittura i più estremisti sarebbero disposti a sposarli. Ma c'è di peggio. Sembra che Bin Laden, in seguito a una plastica facciale sia diventato uguale a Bush e cercherà di introdursi nel vertice. Il solo modo di distinguerlo dall'originale è l'alito, Bin Laden non beve. Inoltre il Kgb mi ha telefonato che i centri sociali napoletani hanno scoperto una marijuana antigravità e potrebbero levitare e colpire dall'alto come giganteschi piccioni. I miei alleati continuano a assediarmi. Agnelli vuole una legge che proibisca di cambiare le gomme delle auto, il carro Aci porterà direttamente un'auto nuova. D'Amato, l'accattone più ricco d'Italia, vuole un Tremontiquater per premiare gli imprenditori che investono in evasione fiscale. Formigoni vuole dare un milione a chi consegna subito tutti i preservativi. E proprio ora mi giunge la notizia che un certo Brenno pretende dell'oro per una vecchia faccenda con Roma e Rutelli. Paziente elettore, di fronte a tutto questo, non potrò momentaneamente ridurre le tasse. Sii comprensivo e assolvimi, è di moda.
* * *
Perplesso elettore. Ho scoperto un buco di settanta miliardi nel tesseramento della P2. Con la scusa che da anni dobbiamo dire che non esiste più, nessuno paga le quote. Per fortuna abbiamo anche le buone notizie. È a buon punto la privatizzazione della magistratura, ognuno potrà scegliere il magistrato da cui farsi giudicare. Anche la riforma dell'istruzione mi dà grandi soddisfazioni. La nuova scuola pensata dal trio ButtiglioneMorattiBossi è già pronta. Tra una lezione e l'altra, invece dell'intervallo ci saranno degli spot. Si potrà pisciare solo per email. Verranno introdotte nuove bellissime materie: Internet, impresa, capannoni, Grande Fratello e storia della Madonna di San Luca. Bossi e Storace mi hanno sottoposto le prime revisioni del libro di testo. Ho degli esempi bellissimi. Ora la Divina commedia inizia col verso "nel nord del cammin di nostra vita". Abbiamo reso Leopardi più moderno e televisivo, con "la valletta vien dalla campagna". La cavallina storna di Pascoli viene abbattuta prima di fare i nomi.
Le notizie sul G8 invece sono sempre più preoccupanti. Sembra che i centomila contestatori di Genova vogliano sapere dove bere e mangiare. Non c'è limite all'avidità della sinistra. Hanno minacciato di mangiare i pinguini dell'acquario e di usare i poliziotti come hamburger umani. Il Sifar mi dice che c'è il rischio che attacchino dalle fogne, abbiamo dovuto sostituire tutti gli sciacquoni dei water con dei mortai. Inoltre ieri a Arcore, sono entrato in bagno, e seduto sulla tazza c'era Bin Laden. Ha detto con aria strafottente "e allora, non si bussa ?". Era lui, l'ho riconosciuto, e non dite che farnetico.
Ho scoperto un buco anche in uno dei miei maglioni di cachemire e ne ho chiesto uno di ricambio a D'Alema, ma me l'ha negato, secondo me si è messo coi comunisti, maledetto bipartisan. Intanto Accattone D'Amato mi ha chiesto un Tremonti five per esentare dalle tasse gli imprenditori tout court, e io ho detto sì, così almeno la facciamo finita. Scajola si è perso a Sestri Levante, Kissinger vuole fare un golpe in Romagna, le Fiamme Rosse della finanza si permettono di perquisirmi gli uffici. In questa situazione di crisi sono costretto ad aumentare le tasse del quindici per cento. Guai a voi, però, se dite che non rispetto il contratto, prendetevela con Pompilio, Ostilio, Garibaldi e Brenno. Sul conflitto di interessi giuro che risolverò tutto prima delle ferie. Purtroppo ho tanto da lavorare che non potrò fare ferie fino al 2008. Cosa posso farci? Che io dovessi governare l'Italia era scritto, anzi prescritto.

La Stampa
a cura di Barbara Spinelli
Il cieco e la tempesta
30 settembre 2001
Ancora non sappiamo se il premier italiano abbia chiaro in mente quello che è successo l'11 settembre sui cieli di Manhattan: la conoscenza di sé e della propria mortalità, che l'intero Occidente ha sperimentato e che l'America ha conosciuto per la prima volta; la rivelazione che l'attentato terrorista ha rappresentato per le democrazie liberali. Rivelazione di un avversario senza volto, senza discorso, che è figlio dei nostri nichilismi e che solo in apparenza è esterno. Rivelazione di un Golem - Bin Laden oggi, i suoi eredi domani -   che l'insipienza occidentale ha fabbricato con le proprie mani, esattamente come il professor Frankenstein fabbricava mostri votati a distruggere il loro stesso creatore.
Tutte queste cose sembrano ignote a Berlusconi, e poco importa se una parte di italiani approva quel che ha detto a proposito della superiorità della nostra civiltà e dell'occidentalizzazione del mondo. Nella democrazia rappresentativa il politico è eletto per pensare più lontano dell'elettore, e precisamente questo compito il Premier fatica a assumere. Il compito di guidare la nave come un capitano che conosce le acque e i venti, e sa come condursi quando arriva il tifone. Nel mezzo del tifone il capitano italiano ha parlato come se l'11 settembre non fosse esistito, sotto forma di sfida al pensiero forte. Ha parlato come uno statista che nel '14-18 avesse finto, per abulia, di vivere nel 1910. Quel che sembra non aver afferrato, in prima linea, è la dimensione della minaccia: la sua natura insidiosa, non identificabile con una religione o una ideologia di destra o sinistra. Il desiderio del terrorista contemporaneo è di distruggere per distruggere, di disfare tutto quel che in Occidente è vitale.
L'energia che lo anima è nichilista prima ancora di esser musulmana: può ricorrere alla frenesia religiosa, ma al tempo stesso sa scegliere complici assai secolari nell'Occidente dove vive a nostro fianco. Il folle di Dio è anche esperto in finanza e paradisi fiscali, è connivente con mafie, commercianti di armi e di droghe. E' una delle lezioni dell'11 settembre: le forze che vogliono demolire sono state assai più rapide a globalizzarsi, trasgredendo leggi e frontiere, delle forze edificatrici che si proponevano una mondializzazione già tronfia di sé prima di esistere. La vittoria ottenuta con il crollo del comunismo in Europa e Russia aveva generato l'illusione che la storia fosse felicemente finita, che il mercato globalizzato fosse incompatibile con i dispotismi, che le democrazie non fossero più esposte a pericoli. Berlusconi non si è accorto del disastro, e ha continuato a fare e dire come se il mondo si fosse fermato poco prima dell'11 settembre.
Non si è accorto che la storia gli passava accanto, tragica. Che urgeva far fronte non solo con le armi e gli attestati di fedeltà all'America, ma anche con la mente: ripensando la civilizzazione occidentale, i secoli che abbiamo alle spalle, le lezioni che essi impartiscono. Il rifiuto della memoria vigile è l'arma dei fanatismi - religiosi o secolarizzati - ma anche le democrazie ne possono essere affette e Berlusconi simboleggia ormai tale patologia fatta di smarrimenti, dimenticanze, confusioni di epoche. Altrimenti non avrebbe, nelle stesse ore, proclamato la superiorità della cultura d'Occidente rispetto alla musulmana, e tentato di imporre una legge sulle rogatorie che complica immensamente le domande che i magistrati di uno Stato sovrano rivolgono a colleghi stranieri, nelle inchieste concernenti il riciclaggio del denaro, i paradisi fiscali, la corruzione, dunque anche il terrorismo internazionalizzato.
L'uomo del 1910 ritiene immortale la supremazia della propria civiltà e nello stesso momento le scava la fossa, nella breve illusione di proteggere se stesso o Previti o Dell'Utri dal giudizio delle corti. Sull'Islam apre una tavola rotonda culturale nel momento in cui forti componenti di quel mondo si sentono tradite dall'uso che i terroristi fanno della religione musulmana. E anche sulla magistratura va controcorrente, rendendo difficile un'attività più che mai preziosa nella lotta al terrorismo, ma impensabile senza l'internazionalizzazione di una giustizia sburocratizzata. Berlusconi non sa quello che difende, quando difende i Lumi. E' con la forza indolente dell'oblio che guarda il mondo ferito da un atto di guerra che ha illuminato le menti di tanti, non la sua. Dichiarando superiore la cultura occidentale, egli non si limita a dimenticare quello che i civili musulmani hanno sofferto a causa dei fanatismi nichilisti: in Kosovo o in Algeria, in Cecenia e nello stesso Afghanistan. Dimentica qualcosa di non meno essenziale: l'orrore di sé che caratterizza la civiltà europea, alla luce dei disastri prodotti dalla sua storia. I primi a spezzare i tabù civilizzatori siamo stati noi, con un antisemitismo sfociato nelle camere a gas, e le immagini di Manhattan distrutta non sono senza legami con Auschwitz: nel mondo unificato del crimine abbiamo ormai i nostri imitatori, fanatizzati, e Clausewitz aveva ragione: "Una volta abbattute le barriere del possibile, operanti fin qui nel nostro inconscio, è difficile ricostruirle".
L'Unione europea nacque per questo, dopo il '45. Così grande era lo spavento causato dalle iperpotenze sovrane degli Stati, che un gruppo di paesi decise di privarsi di parte del proprio potere per esercitarlo in comune, procedendo a una seconda storica separazione dopo quella fra fede e politica. La separazione fra Stati e nazioni, fra sovranità e patriottismo, nacque dalla coscienza di un immane vizio più che da una virtù superiore. Ci sono momenti, e questo è uno, in cui non basta la capacità che avevi un minuto prima della tempesta: capacità del magnate televisivo o del tecnico, dell'industriale fortunato o del conquistatore di consensi. Occorre quell'ingrediente in più che fa di te un punto di riferimento, un leader. E questo ingrediente è venuto a mancare nel premier.
Quest'ultimo accusa l'opposizione interna ma forse non sa che fuori Italia è proprio questa incapacità che crea inquietudine. Inquietudine visibile in Francia, per i rapporti che Parigi ha con i paesi arabi, ma non meno intensa in Germania e Inghilterra. Le fonti europee che abbiamo interpellato, e che non possiamo citare, sono preoccupate e si domandano: cosa ha in mente Berlusconi, cosa vuole in Europa? Che programma ha e che partito è esattamente Forza Italia? Essendo un uomo del mondo imprenditoriale, Berlusconi "non può avere un'autentica visione della società nazionale e ha dunque bisogno di un politico di professione, come assistente-  consigliere": ma chi è il vero consigliere? E come può essere consigliato un uomo che adopera bene gli strumenti per divenire un politico, ma che ancora non possiede l'arte per esserlo? Nei vertici internazionali, egli prende la parola per dire sempre la stessa cosa: "Parla come se tenesse un comizio in una cittadina italiana", mi è stato detto, "per dire che ha liberato il paese dai comunisti e che finalmente l'Italia è parte integrante della Nato e del G-7". "E l'unica variante - mi dicono - è determinata dal luogo in cui parla". Contrariamente a quel che si può pensare, ambedue gli incidenti della nostra politica governativa attengono ai rapporti internazionali. E il presidente del Consiglio non può - per il solo fatto che è stato eletto - ignorare il controllo cui è costantemente sottoposto all'estero.
Il compito di divenire consapevole di questo, senza inalberarsi stizzito e contrattaccare in casa, non spetta solo alla sua persona, o alla sinistra. E' un compito che grava anche sui suoi deputati, sui suoi ministri, su Forza Italia, sui partiti del centro-destra. Il dovere di ribellarsi a scelte sbagliate non può essere qualcosa che si impone solo nelle dittature come la Serbia o l'Afghanistan. L'uomo del 1910 pensava che il mondo fosse eternamente tranquillo, invulnerabile. Il commercio fioriva, le ricchezze si accumulavano, e l'Europa sperimentava la sua prima mondializzazione, gioiosa e ingannevole come quella precedente l'11 settembre. Sarebbe grave che i suoi politici ripetessero all'alba del 2000 il medesimo errore commesso agli esordi del Novecento.

La Stampa
L'Italia sotto sorveglianza
9 dicembre 2001
di Barbara Spinelli
La maggior parte dei ministri europei giudica incomprensibile la posizione di Berlusconi sul mandato di cattura europeo.
Il segnale che viene in questi giorni da Roma è talmente incompatibile con l'idea che in politica ci si fa della decenza, che altra via non c'è se non quella di esprimersi con un aggettivo che denota stupefazione, sgomento: com'è possibile che le inquietudini private del Premier cancellino d'un sol colpo una tradizione di europeismo che in Italia ha radici antiche, e che la maggioranza favorevole al governo accetti il mandato di cattura per i reati di terrorismo, di traffico d'armi e stupefacenti, di abuso sessuale contro i minori - ma escluda reati come la corruzione, la frode, il riciclaggio del denaro sporco, il ricatto a fini di estorsione, la falsificazione di documenti per il commercio, il traffico finanziario illecito (per non parlare del razzismo, del commercio illegale di sostanze nucleari, del rapimento, della privazione di libertà, della presa di ostaggi, dei dirottamenti aerei, del sabotaggio)?
Non sono crimini da poco, ma elementi essenziali di una civiltà che rispetti le leggi. Il legame fra terrorismo e reati finanziari è diventato più che mai palese dopo l'11 settembre, lo stesso Presidente Bush insiste perché l'Unione adotti tempestivamente provvedimenti su ambedue i fronti, e questo spiega lo sbigottimento europeo di fronte al no italiano.
È la straordinaria leggerezza che colpisce e stupisce, è il provincialismo di un governo che non sembra essersi accorto della svolta impressa dagli attentati di Manhattan. Ed è la sicurezza impudente con cui il Presidente del Consiglio sembra difendere suoi interessi privati nel mezzo di una tormenta internazionale di vaste proporzioni.
L'aggettivo incomprensibile è solo in apparenza blando. In realtà gli europei guardano alla politica italiana, e non credono ai propri occhi. Forse è vero, si dicono, che Berlusconi blocca il mandato di cattura - e intralcia la cooperazione giudiziaria europea con rogatorie rese più complicate - perché personalmente assediato dai fantasmi del giudice spagnolo Garzón e di altri giudici europei severi sulla corruzione.
Forse il nostro Premier non è un uomo libero, forse è prigioniero di qualcosa o qualcuno. Altrimenti non avrebbe confessato così candidamente agli ambasciatori europei, a Roma: «La persecuzione di Garzón nei miei confronti è la riprova di quanto sia difficile un consenso italiano al mandato di arresto europeo».
Nei giorni scorsi un giudice francese, Jean de Maillard, ha invocato in un articolo intitolato Berlusconi, vergogna d'Europa, una sanzione e un maggiore controllo europei. Ma di fatto l'Italia è già sotto sorveglianza.
Non è una sorveglianza formale come fu quella per l'Austria. Ma a ben vedere è qualcosa di più: è la minaccia di esclusione da un nuovo, vitale sviluppo dell'Europa. Se i sospetti comunitari non sono fondati, Berlusconi avrebbe potuto di chiarirlo. Se Garzón non costituisse per lui un temibile spettro, avrebbe corretto gli ambasciatori.
Non ha fatto né l'una né l'altra cosa, e precisamente questa sua indifferenza al parere altrui getta i suoi colleghi nello sgomento. È un'indifferenza giudicata insolente, leggermente impudica, e pericolosa. Quasi troppo impudica e palese per essere vera, e per questo ci si limita a dire in Europa: «La cosa risulta incomprensibile».
Il ministro Bossi, mentore del ministro della Giustizia Castelli, è giunto sino a ironizzare sulla nazione belga che assicura la presidenza di turno dell'Unione: «Pare che la pedofilia sia un prodotto tipico del Belgio - ha detto - ma noi siamo padani e ci piacciono i prodotti tipici della Padania». Commenti analoghi a proposito dei governanti di Bruxelles vennero fatti da Haider, durante le sanzioni: una similitudine che stona.
È come se in questi giorni un velo fosse stato strappato, sui dirigenti del paese: c'è qualcosa di marcio, nel regno dell'Italia berlusconiana. Qualcosa di troppo enorme, per poter essere veramente compreso. Qui c'è un uomo che si comporta come qualcuno la cui sopravvivenza sia in gioco: quasi fosse posseduto da un demone che non sa dominare.
L'aggettivo incomprensibile è indulgente solo in apparenza, come si è constatato: in realtà è condanna crudele. Quel che fanno i nostri responsabili non ha nulla a che vedere con il senso comune, né con le difese strenue degli interessi nazionali che costellano la storia della Comunità. C'è qualcosa di più, e questo qualcosa è inquietante perché misterioso, e patologicamente personale.
Il rifiuto italiano non è paragonabile ai veti passati di Parigi o Londra, e il ministro della Giustizia Castelli non sa probabilmente quello che dice quando si sforza di minimizzare: «Nessun dramma, l'Italia resterà fuori come l'Inghilterra è restata fuori dall'Euro».
L'Occidente e l'Unione sono in stato di guerra, da settembre. Sono decisi a agire contro la corruzione e le mafie, su spinta della Commissione Prodi, perché hanno infine capito il legame tra terrorismo, corruzione, paradisi fiscali. Blair stesso, che è stato all'avanguardia nella battaglia contro il terrore, ha riscoperto l'importanza dell'Europa, e ha parlato - all'università di Birmingham il 23 novembre - di «tragedia britannica delle occasioni perdute».
Londra sta mutando, da quando le democrazie sono ferite dall'evento-Manhattan: e il premier laburista non è certo ancora un federalista ma è significativo che abbia citato ripetutamente Jean Monnet, fautore di un'Europa sovrannazionale e inviso in Inghilterra.
Qualcosa si muove in tutta l'Europa, dopo l'11 settembre. Sono l'Italia fa eccezione - l'Italia che ha sempre favorito un'estensione del voto a maggioranza, istituzioni più sovrannazionali - e questa novità mina già oggi la nostra forza, quale che sia l'esito dei negoziati con l'Unione.
È la prima volta che Roma dice no perché rimasta indietro. E questo nonostante l'esistenza di un'occasione preziosa: quella di accelerare la nascita di un codice penale europeo - dunque di armonizzare i codici giuridici, come chiesto da molti - ma partendo dalla piena e preliminare adesione al mandato di cattura.
Quel che accade fuori casa deve essere davvero indifferente a Berlusconi, se i suoi ministri puntano i piedi con tanta foga. È quello che si comincia a dire a Bruxelles come a Parigi, Bonn, Londra, Madrid. Berlusconi ha qualcosa da nascondere: questo il sospetto che circola, e non è una cospirazione della sinistra. Le voci su una possibile dimissione di Ruggiero accrescono il malessere.
Non sarebbe un semplice rimpasto, ma un ulteriore sipario strappato: se il ministro degli Esteri rinuncia alla carica, allora vorrà dire che l'Italia non ha quella credibilità che la sua cooptazione intendeva certificare. «Nessun dramma: l'Italia resterà fuori». Si è visto che questa sia l'opinione di Castelli, e d'altronde l'intera Lega la pensa così.
Nonostante la presenza di Ruggiero nel governo, Bossi non nasconde la propria ostilità a un'Europa che con la moneta e la Carta dei diritti avrebbe già sciaguratamente «distrutto le sovranità nazionali». Che intensificherà tale distruzione quando si doterà di un testo costituzionale e di un esercito comune.
Quando verrà l'ora paventata di una procura europea non vi sarà secondo lui un'Europa più civile, bensì il «trionfo di una burocrazia statale apolide, in preda alle sinistre e alla massoneria». Nel pronunciare l'autocritica di Birmingham, Blair ha ricordato come la vera sovranità non possa ridursi a questo: al «diritto di dire no a tutto quel che si fa». E ha preannunciato una correzione di rotta, benvoluta dalla Germania sempre più federalista di Schröder e Fischer.
Vero e proprio ispiratore di idee e di azioni dopo l'11 settembre, il Premier si batte oggi per uno spazio giudiziario europeo. Ovunque occorrerà riformare prima la giustizia - e particolarmente in Italia - ma verso quello spazio si vuole andare. Blair non è l'unico a pensare che l'Europa si trovi di fronte una sfida somigliante a quella dell'89, quando cadde il Muro: allora fu varato l'euro, e anche adesso occorre che le democrazie divenute vulnerabili traggano le conseguenze e si uniscano.
In Europa questo vuol dire: esercito, decisioni collettive più spedite, e creazione di uno spazio giuridico sovrannazionale che sia al riparo da interferenze politiche o diplomatiche, prendendo come modello l'indipendenza conquistata della Banca centrale europea grazie alla soprannazionalità della moneta. È una strada obbligata, per far fronte all'asimmetria che esiste tra forze distruttrici e edificatrici della civiltà in cui viviamo: le prime infatti sono oggi globalizzate, mentre le seconde sono tuttora suddivise in compartimenti stagni nazionali.
E questo senso di urgenza Berlusconi trascura spettacolarmente, al punto che gli europei sono disposti ad aggirare l'ostacolo e a rompere la regola dell'unanimità: se necessario, si voterà a maggioranza sul mandato di cattura e l'Italia sarà messa in minoranza. Anche paesi affezionati all'unanimità sono favorevoli a tal gesto, come Francia Inghilterra e Spagna, e da molti punti di vista è auspicabile che questo ribaltamento del metodo di decisioni accada sul serio, al vertice di Laeken il 14 dicembre. Ne guadagnerebbero tutti - l'Unione e gli Stati che resistono al terrorismo.
L'unica a patirne sarebbe l'Italia, e sarebbe un'amara ironia della sorte: è ormai mezzo secolo che essa di batte per un Europa sovrannazionale, capace di decidere a maggioranza. Un'antica tradizione di europeismo - un patrimonio lasciato in eredità a democristiani e liberali, che potrebbero esprimersi all'interno della maggioranza e collegarsi a un partito popolare europeo che redarguisce Berlusconi - sarebbe compromessa, ridicolizzata. Sicché non è facilmente aggirabile, la verità di questi giorni: non è un servizio alla nazione, e non è un servizio alle tradizioni del centro- destra storico, la politica perseguita da Berlusconi in nome di imperativi troppo spesso oscuri, troppo spesso inquinati, e per forza di cose indecifrabili per i più.

La Stampa
«Homo novus» e valori antichi
13 gennaio 2002
di Barbara Spinelli
Non è la prima volta nella storia che l’Italia, con i suoi tumulti e sussulti, sperimenta disordini e malattie che non sono ancora condivisi dal resto del continente, ma che prefigurano disagi che il continente potrebbe presto conoscere.
La vasta crisi della diplomazia nazionale, il perturbamento che affligge con crescente intensità la giustizia: in ambedue i casi siamo di fronte a un marasma di istituzioni che sono cruciali per la vita politica, ma che d’un tratto sembrano aver perduto la forza, la capacità di auto-riformarsi, la lunghezza di respiro che consente ai grandi corpi dello Stato di camminare con le proprie gambe.
La conseguenze sono palesi. Le istituzioni così barcollanti diventano preda di una nuova élite governante che non tollera la loro autonomia e i loro poteri, e che si prepara a destrutturarle: facendo tabula rasa di vecchie tradizioni, ridimensionando abitudini all'indipendenza di pensiero e giudizio. L’inizio del 2002 non è avvenuto solo all'insegna dell’euro, in Italia. E’ avvenuto all'insegna di due gesti significativi di Berlusconi, che riguardano l’Europa futura e che di fatto mirano a restringere il suo campo d’azione.
A impedire che sull'euro si costruisca qualcosa di più politico: un’entità istituzionale votata a decidere la politica continentale; un’area giudiziaria capace di far fronte alla congiunzione globale fra terrorismo e mafie finanziarie; una diplomazia che prepari questo passaggio delicato della sovranità. Il primo gesto è stato la presa di possesso della Farnesina: un ministero che Renato Ruggiero aveva sottratto alle consorterie romane dei governanti, e aveva cautelativamente ancorato a un’Europa percepita come garante non solo del progresso, ma della missione stessa del servizio diplomatico, che è di «rappresentare la Repubblica» in senso lato, secondo una norma del 1967.
Il secondo gesto è il tentativo di impossessarsi politicamente della giustizia: rallentandone il corso con cavilli giuridici, rendendo vieppiù difficili i processi dei governanti nazionali, impedendo anche qui un'autonomia che l'Europa esige e intende proteggere. «La giustizia sono io!» - «La diplomazia italiana sono io!»: ecco come Berlusconi reagisce all’idea di edificare, accanto all’euro, una giustizia europea e una politica estera su scala continentale. Rivelatore il commento di Berlusconi alla relazione del procuratore generale Favara: auspicando rapporti più normali «tra poteri dello Stato e ordine giudiziario», venerdì in tv, ha implicitamente negato che la giustizia sia essa stessa un potere dello Stato.
Il caso italiano costituisce un’anomalia, nell'Unione. Ecco un homo novus della politica - per metà imprenditore per metà statista - che avendo problemi sempre più acuti con la giustizia ha deciso di rivoluzionare istituzioni con radici antiche nello Stato nazione, e di profittare della loro attuale debolezza per dirigerne i pensieri, le consuetudini, le opere. Tutto questo lo chiama: nuova arte di governo, in un mondo divenuto totalmente instabile e nella cornice di uno Stato che perde porzioni sempre più ampie di sovranità, e le cui principali istituzioni (non solo Banca centrale e Economia, ma anche Esteri e Giustizia) operano ormai su due palcoscenici in contemporanea, nazionale e sovrannazionale.
In realtà non siamo di fronte all’elaborazione di una nuova arte di governo. Siamo di fronte a uno scomposto sforzo di dominare eventi che solo parzialmente è anomalo e che precorre sviluppi futuri. A seguito dell’euro e dell’11 settembre l’Europa è a un bivio: esistere politicamente e strategicamente oppure perire. La reazione istintiva del politico che voglia fare carriera - e in questo Berlusconi è precursore - è di correre ai ripari in due modi: accentrando le restanti sovranità nazionali in una sola mano, e fingendo che non esista (per la moneta ma anche per la giustizia e la diplomazia) una nuova doppia legittimità da conquistare, nazionale ed europea.
Di fronte a quella che viene vissuta come caotica irruzione dell’ignoto, il politico dice a se stesso, sulla falsariga di Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». L’arte del governo esige nuove culture, nuove separazioni di potere tra corpi dello Stato. Nell’impossibilità di apprenderle ci si consola chiamando arte quella che è una manifestazione di imperizia. L’imperizia non è solo di Berlusconi. Tutta una classe dirigente è obbligata a pensare l’imprevisto universo disordinato che abitiamo.
Tutto un establishment, e in particolare gli uomini e alleati che circondano e consigliano Berlusconi, sono chiamati a pensare la difficile combinazione tra rivoluzione delle istituzioni presenti e salvaguardia di quel che del mondo di ieri ha valore duraturo: la separazione plurisecolare tra potere politico e giudiziario, l’autonomia di giudizio e l'iniziativa propedeutica del diplomatico classico.
E’ un peccato che la riforma avvenga sotto la guida di un uomo indebolito dal processo per corruzione di giudici che lo vede imputato accanto a Cesare Previti. Ma la riforma- rivoluzione deve avvenire comunque, e non meno importante è un entourage pronto a condurre l'operazione, quale che sia il verdetto dei giudici sull'affare Sme. La riforma-rivoluzione non è un capriccio del presidente del Consiglio.
La metamorfosi è l'orizzonte di tutti gli europei, e il modo in cui verrà fronteggiata in Italia non è senza peso per le esperienze che faranno i paesi fondatori come per quelle in cui dovranno sobbarcarsi - disciplinando sovranità appena riconquistate - i candidati dell'Europa centro orientale. E’ una sfida che i critici di Berlusconi spesso non vedono: all’interno della sinistra, della magistratura, della diplomazia classica. Quel che essi constatano, infatti, è solo una parte della malattia: le mosse difensive di un premier assediato da un processo che potrebbe concludersi presto con verdetti di condanna, e che obbliga Berlusconi a ardue scelte: mettersi a disposizione della giustizia oppure sottrarvisi, riconoscere l'attendibilità delle sentenze oppure disconoscerle.
Quel che non vedono è la mossa disperata di uno statista che controbatte al costituirsi di una sovranità europea accentrando i poteri sulla propria persona, e illudendosi che per questa via sia possibile ottenere la quadratura del cerchio: la piena partecipazione all'impresa europea e la contemporanea, contraddittoria salvaguardia delle prerogative nazionali; una diplomazia sovrannazionale e la metamorfosi della Farnesina in un pool di agenti di commercio che si limitano a promuovere il made in Italy; l’istituzione di uno spazio giuridico europeo che accrescerà l’autonomia delle inchieste e la necessaria riforma di un potere - quello dei magistrati - che solo la politica può compiere.
In ambedue i settori infatti - Giustizia e Esteri - Berlusconi disvela difettosità e arcaismi tutt’altro che immaginari. E’ vero che la giustizia è lenta e a volte politicizzata: che urge quindi riformarla, che la difesa è sovente mal garantita, che converrà separare la magistratura inquirente da quella giudicante. E’ vero che la diplomazia è antiquata, che simula la sopravvivenza di sovrani che non hanno più il peso di ieri, che spesso non sa che fare e non sa fare. E’ la risposta del premier che dovrebbe creare malessere, non le sue questioni: una risposta rivoluzionaria, quasi di sapore marxista, che nella giustizia come nella diplomazia vorrebbe spazzare via tradizioni, valori accumulati lungo secoli.
Che in nome del Nuovo Mondo vorrebbe ricominciare da zero, ignorando quel che di prezioso è contenuto nell’antico. Quando le sinistre denunciano la regressione del premier e la manomissione della Farnesina unitamente all'uscita dell’Italia dall’Europa; quando il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Verde fa capire che l’unico metodo per salvare la giustizia è di eliminare Berlusconi alle legislative; quando il procuratore capo di Milano Borrelli invita a «resistere come sulla linea del Piave»: vuol dire che siamo alle prese con dichiarazioni di impotenza.
Con le proprie forze, tra un’elezione e l'altra e una guerra e l’altra, nessun organo intermedio è suscettibile di riformarsi espellendo le cellule corrotte. Come direbbe Tocqueville: quel che incombe minaccioso è un deserto (e una diserzione) di quei poteri intermedi detti anche particolari potenti. Sono poteri particolari di varia natura - giuridica, diplomatica, giornalistica - che lungi dallo scomparire, diventano ancor più necessari in una democrazia sempre più diretta, caratterizzata dal dominio delle maggioranze.
Da questo punto di vista le iniziative monopolizzatrici di Berlusconi sono una nemesi, successiva a omissioni e cecità dei predecessori nelle classi dirigenti. Renato Ruggiero ha tentato in extremis un’europeizzazione e una professionalizzazione della Farnesina, ma la sua vocazione europea ha intimorito la maggioranza e il lavoro è incompiuto. Sono omissioni che ora si pagano, ma che potevano e dovevano esser corrette prima e che possono ancor oggi esser corrette. Le istituzioni nazionali non hanno saputo preservare i valori antichi, adattandoli tempestivamente a un Occidente mutato.
Hanno creduto che l’euro costituisse un completamento dell'unità europea, che la storia fosse finita, e che quindi che non restasse più nulla di diverso da fare, nella giustizia, nella politica o nella strategia. Hanno pensato che l’economismo dominasse ormai tutto, e non hanno pensato che sarebbe venuto il momento - denunciato da Antonio Padoa Schioppa su questo giornale - in cui economisti e imprenditori avrebbero perso interesse all’Europa, e avrebbero addirittura intralciato l’estensione della sua unione alle istituzioni politiche e alla giustizia.
In queste condizioni era difficilmente evitabile che facesse apparizione l’homo novus. L’homo novus che non restaura affatto l’antico ma inaugura una modernità patologica, in cui il politico è sostituito dall'imprenditore, il diplomatico classico e lo stratega dal businessman, il magistrato dalla longa manus del ministero della Giustizia, il servitore dello Stato dall’amico- complice del sovrano dimezzato ma pur sempre governante

Le corna
democratiche
La Stampa 9 febbraio 2002
di Massimo Gramellini
Ci arrendiamo, Cavaliere. E chi ha più la forza di fare satira su un padrone dell'universo ad interim che davanti alla crema della diplomazia europea sventaglia indice e mignolo sopra la nuca del ministro spagnolo per muovere al riso una manciata di scout al di là delle transenne?
Chissà il disgusto di Nanni Moretti, quando avrà visto le immagini. E la divertita smorfia di superiorità dei tanti stranieri che nelle corna presidenziali troveranno la conferma di certe loro radicate opinioni sulla mancanza di decoro degli italiani.
Pudori di retroguardia? Il gesto di Berlusconi, che più che alla scaramanzia di Leone si ispira alle gag di Boldi, è in realtà una spia molto seria del nuovo modo di intendere la politica.
Intanto rivela che il premier, come ogni personaggio televisivo, vive nell'ansia di piacere al pubblico ed è pronto a calpestare le forme pur di elemosinare un sorriso, foss'anche soltanto da un gruppo di ragazzini.
Ma dietro quelle corna ridanciane c'è soprattutto la caduta di qualsiasi diaframma fra eletto ed elettore, fra comportamenti pubblici e privati. Andreotti era mediamente più distinto di coloro che lo votavano o comunque pensava di doverlo essere.
Berlusconi invece ama apparire identico ai suoi berluscones: abile e spietato negli affari ma rilassato nei rapporti umani, che gestisce senza intralci culturali, con l'orgoglio del parvenu impermeabile ai complessi di inferiorità. Dal saluto romano alle corna: sessant’anni di democrazia non sono passati invano.

La Stampa
Analisi di Barbara Spinelli
L'Europa di Berlusconi
29 giugno 2003
Da qualche tempo, la stampa internazionale e molti governanti si mostrano inquieti, per quello che il presidente del Consiglio dice sul futuro d’Europa. Non è solo in questione la sua posizione giudiziaria, o la lettera che Berlusconi firmò alla vigilia della guerra irachena, assieme a otto capi di Stato o di governo, in favore di Bush.
E’ questione dei suoi ripetuti appelli a un’Europa più allargata ancora di quella presente, e in particolare della sua promessa a operare perché tre nuovi Stati vengano incorporati nelle comuni istituzioni: la Turchia, la Russia e Israele. Nell’Unione non si è fatto molto caso, finora, a quella che sembra una parola disattenta più che un impegno. Ma in Israele e Russia la parola di Berlusconi pesa, suscita interventi. Tanto più importante è che Palazzo Chigi chiarisca il suo pensiero, fin dall’inizio del semestre italiano di presidenza europea. E’ importante sapere se il nostro governo sa con precisione quel che dice con concitata insistenza. Se intenda fare quel che giura di volere. È importante conoscere l’idea che Berlusconi ha dei confini dell’Unione, nello stesso momento in cui si batte per sottolineare nei preamboli costituzionali le radici cristiane d’Europa, e se qualche idea esista davvero attorno a tutte queste scabrose questioni.
Sono scabrose, le questioni, perché gli europei sono sfuggenti ogni volta che debbono dire i confini dell’Unione. La discussione stessa attorno all’Europa cristiana somiglia piuttosto a un escamotage, un espediente messo in atto per eludere quel che conta e sostituirlo con qualcos’altro. Si parla di radici cristiane con la pretesa di definire i valori, ma il vero quesito cui tutti pensano è un altro, ed è quesito tabù: dove corre la frontiera, che ci separa da quella parte del mondo che non riteniamo compatibile con le istituzioni e la storia d’Europa? Chi ci è straniero, e perché?
La risposta che viene solitamente data è fuorviante, e quasi sempre si concentra sui valori dell’Europa: su quel che essa crede, sui sentimenti che l’animano a intervalli regolari. Per un gran numero di europei questo valore è il cristianesimo. Per altri è il libero pensiero, o la laicità. Per altri ancora è la tendenza pacifista, fondata sul diritto internazionale e la sistematica presa di distanza dagli Stati Uniti: questa è la tesi, ad esempio, che il filosofo Habermas ha esposto il 31 maggio sulla Frankfurter Allgemeine. Se queste sono le premesse, tuttavia, è impensabile l’allargamento a Israele o Turchia o Russia, di cui tanto si parla a Roma. Con Israele e Turchia non abbiamo in comune il cristianesimo. L’ortodossia russa è spesso più distante da protestanti e cattolici di quanto lo sia l’Islam. Con nessuno di questi Stati infine abbiamo in comune il pacifismo, e l’identità anti- americana non è certo il modo per includere Israele. In altre parole, non sono le fedi a unire l’Europa e a dotarla di un suo limes, di un suo confine civilizzatore, né tantomeno sono i sentimenti legati a contingenze fugaci come l’opposizione a una guerra Usa.
Quel che unisce e circoscrive l’Europa è una storia condivisa cui si sovrappone una comune rinuncia alla sovranità assoluta degli Stati-nazione, ed è l’orrore etico e politico che tale assolutismo risveglia nelle memorie. Infinite guerre sono scaturite da questa ipertrofia spesso totalitaria del potere, e l’Europa ha perso innumerevoli valori a causa di essa: compresi i valori cristiani, e gli ideali dell’umanesimo, dell’illuminismo. L’ebraismo e l’Islam sono stati estirpati con violenza, e di tale estirpazione l’Europa è ancor oggi responsabile. La decisione di mettere in comune le sovranità nasce da simile consapevolezza, e dalla sfiducia nelle perversioni del potere statale. Per entrare a far parte dell’Unione bisogna compiere quest’atto primordiale e fondatore, che si aggiunge a un comune senso di appartenenza storico-geografica: bisogna esser pronti, quantomeno, a spogliarsi dell’assoluta sovranità fin qui esercitata.
La nuova Costituzione che l’Europa vuol darsi va in questa direzione, anche se esita a compiere il passo decisivo che è quello di abolire il diritto di veto in tutti i campi, inclusa politica estera e di difesa. Per questo è solo in parte una costituzione: lo diverrà solo se l’Unione in quanto tale darà a se stessa il potere di decidere a maggioranza, sui temi cruciali e sulle modifiche della propria Costituzione. Gli Stati dell’Unione sono su questa strada, anche se non l’hanno percorsa per intero. Nessuno dei paesi evocati da Berlusconi - né la Turchia né Israele né la Russia, impegnata tra l’altro in una guerra di sterminio in Cecenia - sembra disposto a sacrifici così ampi di sovranità.
Chi prospetta loro un ingresso può avere intenzioni condivisibili, soprattutto per quanto riguarda Israele, la Turchia, la Palestina: un’alleanza privilegiata sarebbe per tutti un beneficio, e i tormenti di questi paesi non sono sconnessi dalla nostra storia. Ma promettere la piena adesione vuol dire operare perché l’unità politica d’Europa non si faccia, e servire gli interessi di chi tale unità non vuole, a Londra o Washington. Vuol dire operare perché all’Unione sia preclusa la via della potenza: conflittuale con l’America o in armonia con le future amministrazioni. Il giorno in cui Turchia, Russia o Israele accetteranno di esser messi in minoranza, e di conformarsi a decisioni comuni sui curdi, i ceceni o i palestinesi, ci sarà per loro uno spazio nell’Unione: prima no, per la semplice ragione che l’Europa sarebbe ancor più impotente di quanto lo sia oggi.
Per questo è essenziale che l’Unione si dia un ordinamento interno chiaro e una Costituzione che abolisca il diritto di veto: cosa che l’aiuterà a definire quale debba essere la zona del mondo che le sarà estranea, istituzionalmente oltre che culturalmente. Lo diceva anche Bismarck, quando predispose l’unità della Germania accorpando staterelli apparentemente incompatibili: «Mettiamo prima bene in sella la Germania: a cavalcare ci si penserà dopo».
Così per l’Europa. La Convenzione ancora non ha messo in sella l’Unione, e cavalcare le è di conseguenza difficile. Ma le sarà precluso per sempre, se qualche improvvisatore nell’Unione vorrà far entrare nuovi cavalli che rifiutano in qualsiasi circostanza di essere sellati. Qui è il confine d’Europa, qui il metodo per difendere i suoi valori.

-----Messaggio originale-----
Da: Gastone Losio [mailto:glosio@libero.it]
Inviato: giovedì 3 luglio 2003 18.17
A: 'Micap (E-mail)'
Oggetto: Il paese che ha avuto come dittatore Benito Mussolini...
Mi dispiace molto amici miei, ma siamo ad un nodo critico.
Schultz che dice oggi a voi che uno che viene da un paese che ha avuto come dittatore Benito Mussolini non si può permettere di dire certe cose, si pone di fatto nella stessa speculare posizione morale di Silvio Berlusconi che offende Schultz per il fatto che appartiene ad un paese che ha avuto Hitler come dittatore.
E ciò è becero e volgare da ambo le parti, ma Berlusconi si difende e scherza, a modo suo, Schultz lo fa molto seriamente, come da 60 anni almeno lo fa la maggioranza dei suoi compatrioti verso noi spaghettari e pizzaioli!
E' che noi siamo pronti ad attaccare i nostri compatrioti mentre siamo PRONI verso lo straniero che ci sta sulla testa.
BERLUSCONI E' STATO OFFESO CON TUTTO IL POPOLO ITALIANO E LA NOSTRA DEMOCRAZIA
BERLUSCONI HA ATTACCATO PONENDO IN EVIDENZA, A MODO SUO ED INDIRETTAMENTE, L'INFAMIA TEDESCA, PER LA QUALE I TEDESCHI NON AVRANNO MAI PAGATO ABBASTANZA (Presidente Cossiga).
Berlusconi chieda scusa per tutti i cittadini tedeschi democratici offesi, sottolinendo quello che ha già detto come statista e rappresentante del popolo italiano, ma non deve chiedere scusa per la sua, la nostra, legittima difesa.
Una legittima difesa rozza, delirante, sciocca ma legittima, a testa alta, la testa, purtroppo oggi, di Silvio Berlusconi, e chi ci perde siamo sempre e comunque e forse ingiustamente noi miseri Italiani.
Abbiamo smosso le acque tuttavia, e certo ciò non è, o meglio dire non sarà, del tutto negativo.
Gastone
www.losio.com
Carta
11 aprile 2006
Se n'è andato. E ora?
Pierluigi Sullo
27 mila voti di vantaggio alla camera e tre senatori in più. Un pomeriggio e una nottata, e ancora la mattina di martedì appesi a exit polls fasulli e conteggi-lumaca. Alla fine, l'Unione ha vinto, cioè potrà formare il governo e - come dice Prodi - governare per cinque anni. Ma come si legge tutto quel che è accaduto nelle elezioni dal nostro punto di vista? Il nostro punto di vista è quella della società civile che ricuce reti e si oppone agli effetti del liberismo.
Non c'era grande allegria, in redazione, martedì mattina. Forse era semplicemente il riflesso di quegli elettrochoc ripetuti. Del fatto che, forse per la prima volta, dal primo all'ultimo di quelli che lavorano a Carta, dal più giovane al più anziano, e quale che sia la sua cultura, tutti sono andati a votare. Si trattava di cacciare Berlusconi, cioè di compiere un passo oltre, di allargare lo spazio per reti cittadine e movimenti sociali. E poi, nessuno di noi ha dimenticato Genova [nonché la guerra in Iraq, la legge Bossi-Fini, la legge Fini sulle droghe, la legge 30, la "legge obiettivo" sulle grandi opere e così via].
Ci siamo però sbagliati due volte. Primo, perché abbiamo sottovalutato Berlusconi e il berlusconismo: ci aspettavamo una vittoria dell'Unione più tranquilla, da cui trasparisse la spinta che in questi anni movimenti di ogni tipo hanno impresso al paese. Secondo, perché abbiamo quindi abboccato molto volentieri agli exit polls, che questo dicevano. Il voto è stato però non solo contrastato, ma molto più torbido di quanto noi - ingenui - pensassimo. E' come - dice qualcuno di noi - se nella società convivano una faccia oscura, quella dell'interesse privato ad ogni costo [solleticato dagli schiamazzi di Berlusconi sulle tasse] e un'altra faccia, quella che ci interessa, la società che diffonde democrazia e tutela i beni comuni [sono formule, le usiamo per brevità].
Qualcun altro aggiunge che il segnale più positivo del voto è l'aumento - in alcuni casi, in alcune regioni, eccezionale - della partecipazione. Due Italie si sono scontrate, una a favore di un "sogno" forse logoro ma a cui nessuno ha saputo offrire un'alternativa, tanto meno l'Unione: quello dell'"arricchitevi!". Che ha continuato a fermentare in un brodo di paure: i piccoli industriali del nordest, il ceto medio impoverito e i lavoratori o pensionati aggrediti in vario modo dalla globalizzazione liberista, dalla concorrenza cinese o dal crollo del potere d'acquisto dei salari [certificato dall'Ocse in una indagine che l'Unione non ha voluto usare, in campagna elettorale, per non apparire "classista", cioè "di parte"], dalla precarizzazione del lavoro all'abbandono degli anziani, e così via.
L'altra Italia è andata a votare non solo perché si identificava nel centrosinistra [benché il miglior risultato dell'Ulivo, alla Camera, a confronto con quelli di Ds e Margherita al Senato, si spieghi probabilmente col fatto che molti cercavano un modo di sostenere Prodi contro e oltre i partiti, e sennò votavano più a sinistra, specialmente per Rifondazione, che è andata meglio al Senato]. Ha votato perché voleva cancellare Berlusconi dal panorama, innanzitutto.
La domanda è: se cinque anni fa la destra stravinse le elezioni, e questa volta è riuscita a tenere con sé metà dell'elettorato, i grandi movimenti di questi anni [per la pace e per i beni comuni, contro le grandi opere e contro il lavoro precario…] quanto hanno contato? Quanto hanno spostato il senso comune? Quanto hanno saputo offrire una alternativa ai "conflitti orizzontali", alle guerre tra poveri che sono invece il marchio della Lega nord, un tempo, e oggi del berlusconismo? La tentazione sarebbe di dire: hanno contato ben poco. Quando si tratta di schierarsi alle elezioni, quell'immenso patrimonio di idee e fatti si scioglie, conta solo la "politica".
Noi non crediamo che sia così, anche se così appare [o all'opposto appare solo la politica istituzionale, in periodi come questo]. Appunto, la grande partecipazione al voto, in un senso o nell'altro, è un'eccezione, nel panorama europeo. Ma soprattutto siamo conviti di trovarci in una transizione lunga e dolorosa, nella quale la politica rappresentativa, nazionale, ormai trasformata in un "talk show" televisivo i cui spettatori sono invitati a "nominare", come nel Grande Fratello, i candidati, sia in una crisi progressiva, inarrestabile e irrimediabile. Ma, così come la "decrescita" si trasforma in solitudine e rancore se non esistono reti sociali e "altra economia" pronte a raccogliere i naufraghi dello sviluppo, allo stesso modo il decomporsi del sistema politico può trasformarsi in qualcosa che assomiglia a un peronismo televisivo, se nel frattempo non si costruiscono altri mezzi e spazi di partecipazione democratica. Ed è infatti quel che movimenti sociali e reti di cittadinanza stanno facendo.
Solo che lo fanno secondo la loro natura: reticolare e altalenante, capace di grandi imprese politiche, in certi momenti, e invisibile in altri. Guardiamo la Francia: un paese che ha scelto il suo presidente tra Chirac e Le Pen, e che oggi crea una grande movimento di studenti e lavoratori che sconfigge sena appello la legge sulla precarizzazione del lavoro. Qual è dunque la Francia: quella politica o quella sociale? Tutt'e due, probabilmente. Dipende.
Il risultato elettorale è buono e anche cattivo. Berlusconi se ne va, ma il centrosinistra vivrà in permanenza la tentazione di mostrarsi "responsabile", di correre "al centro", di cercare "larghe intese". E' noto che, per vincere, l'Unione ha stretto un patto con i grandi industriali, promettendo a loro e ai piccoli [e disperati] del nordest soluzioni "di sistema" alla crisi di competitività nel mercato globale che sta terrorizzando tutti. Con i piccoli non è stato convincente, il centrosinistra. Ma il patto resta, ed anzi è la sola ricetta dei "riformisti" per "far ripartire" l'Italia, per assicurare la ripresa dello "sviluppo". Già ora veniamo ammoniti: i "mercati internazionali" ci giudicano. E nella notte dell'incertezza un ceto politico diviso dai voti si univa sulla "responsabilità": dobbiamo, insieme, eleggere il presidente della repubblica, e soprattutto scrivere il Documento di programmazione economica e finanziaria…
Il "pensiero unico" domina. E si tradurrà - in parole semplici - in un ricatto permanente: non disturbate le manovre del governo, perché Berlusconi è sempre in agguato, siamo deboli e abbiamo bisogno di sostegno…
Qualcuno sostiene che il risultato è dunque pessimo. Ci si chiede anche quanto potrà pesare Rifondazione, la sinistra pacifista e radicale, il Pdci e i Verdi, insomma la politica che - in vario modo - sembra aprire le finestre verso la società. E soprattutto ci si chiede quando e come si potrà sciogliere l'iceberg - soprattutto nel nord - che è la vera forza del berlusconismo. Ma intanto aspettiamo di vedere Berlusconi uscire da Palazzo Chigi, per non tornarci più. Noi siamo quelli di Genova, siamo stati aggrediti in molti modi, sleali e spesso feroci. Permettiamoci una soddisfazione: il governo che favorì o ordinò le torture di Bolzaneto sta per dissolversi.

2 giugno 2009 Festa della Repubblica
EL Pais 3 giugno 2009
ELECCIONES EUROPEAS - Italia
¿Dónde está la izquierda italiana?
Un grupo de mujeres de prestigio denuncia la "degradación" del país ante los escándalos de Berlusconi MIGUEL MORA - Roma - 03/06/2009
Inasequible al ridículo, la vulgaridad y el desaliento, Silvio Berlusconi sigue bromeando en público sobre sus relaciones con menores como si nada ocurriera. El lunes por la noche, en el Quirinale, durante la recepción que dio el presidente de la nación por el Día de la República, Il Cavaliere no paró de verbalizar el asunto en los corrillos con bromas de este tenor. "¿Eres menor? Ah, podemos hablar".
Las payasadas, renovadas ayer al cuadrarse con una mueca ante el desfile de las Fuerzas Armadas, ensanchan el clima de degradación y el desprestigio internacional de un país abducido, y la pregunta que muchos se hacen es: ¿Dónde está la oposición?
Cada día más risible y pacata, incapaz de elaborar un discurso político serio ni de exigir responsabilidades a Berlusconi, la así llamada izquierda italiana se ha movido estas semanas de Noemigate entre su proverbial indefinición (católicos contra ex comunistas), y la falta de olfato y de cintura. Sin pulso ni autoridad, ni siquiera sus mujeres, minoría silenciosa en un cetro de machos muy retóricos, han canalizado el malestar de tantas italianas ante el rampante espectáculo de machismo ofrecido por el primer ministro y sus velinas (azafatas televisivas).
Algunas damas de mayor coraje, un grupo de rectoras, religiosas, profesoras, profesionales y escritoras distinguidas por el Estado, lanzaron ayer un manifiesto en el que denuncian el proceso de "degradación" de la República y subrayan que los medios sólo dedican atención a las féminas "complacientes con los poderosos y con un modelo mercantilizado y lesivo de la identidad femenina".
El líder de la oposición, Dario Franceschini, dio una rueda de prensa anunciada como balance de la campaña electoral. Optimista, porque la única frase digna de mención dicha por el líder católico en el último mes tuvo efectos balsámicos para el primer ministro: sacó de su silencio a los abochornados hijos de Berlusconi. Cuando más atormentado estaba Berlusconi, Franceschini preguntó a sus compatriotas si confiarían la educación de sus hijos a un padre así.
La respuesta mayoritaria (como se ve en las urnas) es que, naturalmente, sí, y parece difícil que los italianos no castiguen al melifluo Partido Democrático votando otra vez en masa al magnate milanés.
Eso no reduce la preocupación de los miembros serios del Ejecutivo, entre los que empieza a bullir la idea de un futuro sin Berlusconi que limite el deterioro. Con el G-8 de julio a un mes vista, el divorcio del siglo por jugarse, y las fotos de Villa Certosa por salir, el número dos en la sombra, Gianni Letta, afirma una fuente solvente, formaría un Gabinete técnico para acabar la legislatura en paz.
Berlusconi, atacado sin piedad por la prensa extranjera, ha confesado que está "a punto de estallar" tras las invectivas de The Times, que achaca a un "complot internacional" orquestado por Rupert Murdoch. "Tonterías", respondió ayer seco el diario británico, "si Il Cavaliere tiene problemas con las mujeres, eso es noticia. Si estuviera aquí, ya habría dimitido".
Para sobrevivir, Berlusconi ha recurrido a la bajeza de autorizar al tabloide de su hermano, Il Giornale, a publicar que su mujer, Verónica Lario, está amancebada con su guardaespaldas. Según escribe Natalia Aspesi en La Repubblica, "la demolición de la primera dama" es una vendetta contra quien abrió el grifo de la verdad y decir que frecuenta menores. Giovanni María Bellu, en L'Unità, detecta otra variante: "Ahora, el primer ministro es oficialmente un cornudo".
Novedades sobre los vuelos de Estado que investiga la fiscalía: una bailarina de la danza del vientre o bailaora flamenca, según las diferentes versiones que circulan, viajó a Costa Esmeralda en el avión presidencial el 24 de mayo de 2008 junto a Berlusconi y su inevitable guitarrista Mariano Apicelli. Faltaban cuatro meses para agosto, la fecha en que entró en vigor el renovado y tolerante reglamento de vuelos oficiales, diseñado a medida para trasladar a cantantes, velinas y vedettes a Villa Certosa.
Roma - 5 dicembre 2009

CONGEDO
Oggetto: Stati Uniti d'Europa

Caro Amico,
questo è un periodo piuttosto ricco di pulsioni emotive. Questa mattina mi sono svegliato pensando intensamente a Te in collegamento con il mio progetto politico per l'Europa, che ho allo studio da qualcosa più di vent'anni. A Te come "cittadino".
Quello che ricordo per darti un'idea di me è che come progettista ho "insegnato" a Enzo Ferrari come costruire il cuore dei suoi motori di F1, per un attimo, i suoi "cento errori", come, da "grande" uomo, mi raccontava.
I miei candidati "errori", che sono molto meno "grande", nel mio progetto sono all'incirca duemilacinquecentotrenta , le duemilacinquecentotrenta Città-Stato d'Europa, quelle di cultura amministrativa europea, da Lisbona a Vladivostok, copiando la Svizzera, un prototipo che ci guarda incredulo e felicemente rombante/pulsante per i suoi fortunati cittadini, proprio lì al centro, nel cuore d'Europa, da ben ottocento anni.
Oggi con Internet, dai 26 Cantoni della Confederazione Elvetica, con un fattore 100, un "quattordicenne" è l'ideale per la conversione.

Attuali Stati sovrani nazionali, le cui città sono state considerate qui come potenziali membri della Confederazione:
Albania, Andorra, Armenia, Austria, Azerbaigian, Bielorussia, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Georgia, Germania (82), Grecia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Italia (60), Kazakistan, Kosovo, Kirghizistan, Lettonia, Lichtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malta, Moldavia, Monaco, Montenegro, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Russia (143), San Marino, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan, Ucraina, Regno Unito, Uzbekistan, Città del Vaticano.
In grassetto, il numero minimo di Stati da cui partire, per una Confederazione di Città-Stato, sostenibile politicamente e globalmente significativa.
Sottolineati gli Stati personalmente auspicati nella fase iniziale della costruzione della Confederazione, il numero di abitanti è tra parentesi.

Ti ho praticamente già detto tutto, il Team è pronto, per il "superfluo": gotoTop

LEAVE OF ABSENCE
Subject: United States of Europe

Dear Friend,
this is a rather rich period of emotional drives. This morning I woke up thinking intensely of You in connection with my political project for Europe, which I have been studying for over twenty years. To you as a "citizen".
What I remember, to give you an idea of ​​me, is that, as a designer I "taught" Enzo Ferrari how to build the heart of his F1 engines, for a moment, his "one hundred mistakes", as, such a "great" man told me.
My candidates "mistakes", being much less "great"
, in my project are about two thousand five hundred and thirty, two thousand five hundred and thirty City-States of Europe, those of European administrative culture, from Lisbon to Vladivostok, copying Switzerland, a prototype that looks at us incredulous and happily rumbling / pulsating for its lucky citizens, right there in the center, in the heart of Europe, for a good eight hundred years.
Today with the Internet, from the 26 cantons of the Helvetic Confederation, with a factor of 100, a "fourteen year old" is ideal for the upgrade.

Current National Sovereign States, whose Cities have been considered here as potential Members of the Confederation:
Albania, Andorra, Armenia, Austria, Azerbaijan, Belarus, Belgium, Bosnia and Herzegovina, Bulgaria, Croatia, Cyprus, Czech Republic, Denmark, Estonia, Finland, France, Georgia, Germany (82), Greece, Hungary, Iceland, Ireland, Italy (60), Kazakhstan, Kosovo, Kyrgyzstan, Latvia, Lichtenstein, Lithuania, Luxembourg, Macedonia, Malta, Moldova, Monaco, Montenegro, Netherlands, Norway, Poland, Portugal, Romania, Russia (143), San Marino, Serbia, Slovakia, Slovenia, Spain, Sweden, Switzerland, Tajikistan, Turkey, Turkmenistan, Ukraine, United Kingdom, Uzbekistan, Vatican City. 
In bold letters, the minimum number of States to start with, for a politically sustainable and worldwide meaningful Confederation of City-States.
Underscored the States personally desirable in the initial phase of construction of the Confederation, in brackets the number of inhabitants.

I've basically told you everything, the Team is ready, for the "superfluous": gotoTop

PS
All'immagine animata dell'intestazione del mio Congedo, il compito di evocare tre "vecchietti", miei coetanei come media delle loro età, che il mio istinto suggerirebbe di non lasciarti scappare per affidare loro il compito primario oggi di impastare a piene mani la materia prima di questa immensa torta per il cibo vitale dei nostri discendenti, ai quali è giusto il tempo di pensare, io lo sento oggi, in modo particolare.
A parte idee ed ideali di calibro più personale, l'oggettività della storia contemporanea ce li offre adesso e sono esattamente tre, uniti da una "affinità elettiva" umanamente e geopoliticamente irripetibile. Te li elenco, concedimelo per ultimo bisbigliato ed appassionato consiglio, riassunti in una sola parola-slogan, inequivocabile: Trumputinlusconi.
Serviamocene per il bene di tutti, loro, loro tre, non aspettano di meglio!

Grazie!
Ranco,
04/05/2018

PS
To the animated image of the heading of my Leave, the task of evoking three "old men", my peers as the average of their ages, that my instinct would suggest not to run away to entrust them with the primary task today to knead the raw material of this immense cake for the vital food of our descendants, to whom it is just time to think, I feel it today, in a particular way.
Apart from ideas and ideals of a more personal caliber, the objectivity of contemporary history offers them now and they are exactly three, united by an "elective affinity" that is humanly and geopolitically unrepeatable. I'll list them, give it to you last whispered and passionate advice, summarized in a single word-slogan, unequivocal: Trumputinlusconi.
Let's use them for the good of all, they, they three, do not wait any better!

Thank you!
Ranco, 04/05/2018


 

THE HUNDRED CITIES OF ITALY - THE THOUSAND CITIES OF EUROPE

THE SINGULAR homelands OF the EUROPEANS

Nicæa civitas fidelissima
(
Nice, Côte d'Azur, 344 460 inhabitants, one of the thousand, and more, cities of Europe taken at random as a symbol of all)

(DOCUMENT1860)

"Our cities are the ancient centre of all the communications of a large and populous province, all the roads lead there, the markets of the countryside are there, they are like the heart of the system of the veins, they are terms to which the expenditures direct, and from which the industries and capitals branch off, they are a point of intersection or rather a centre of gravity, which can not be dropped on another point taken at will.

Men gather there for different interests, because they find the courts, the intendancies, the commissions, the archives, the books of mortgages, the administrations; the middle point of their farms, the seat of their palaces, the place of their customs, and of their influence and consideration, the meeting of kinships, the most appropriate situation for the placement of their daughters, and the studies and employment of youth.

In short, they are a centre of action for an entire population of two hundred or three hundred thousand inhabitants.

This condition of our cities is the work of centuries and of very remote events, and its most ancient causes of every memory.

The dialect marks the indelible work of those primitive consortiums, and with the varied dialect, from province to province, not only the nature and the mood, but the culture, the capacity, the industry, and the whole order of the riches. This means that men can not easily be split up by those their natural centres. Those in Italy who ignore this love of Singular Homelands will always sow in the arena."

"For the Local Autonomies", of Carlo Cattaneo

 

Top flying flags from: http://www.crossed-flag-pins.com/
Last updated: 17/07/2018


la più bella, il mio Stato