Spinelli 01
Domenica 21 Marzo 1999
LA CADUTA DEL MURO DI BRUXELLES MANI PULITE IN EUROPA
L A Commissione europea di Bruxelles non sapeva bene la storia che stava facendo, tra lunedì e martedì, quando ha deciso di uscire allo scoperto con un gesto pieno di umbratile risentimento: gesto incarnatosi nelle dimissioni dell'intero collettivo, rassegnate per meglio protestare contro un rapporto che accusava alcuni commissari di nepotismo o di irregolarità amministrative, e lo stesso presidente Santer di scarsa vigilanza. Di per sé le accuse formulate dai cinque saggi del Parlamento europeo sono pesanti ma non fatali: ci sono amministrazioni più corrotte dell'amministrazione comunitaria, nei singoli Stati. Ma è il tono offeso dei commissari e del loro presidente che costituisce il vero scandalo: è questa burocrazia europea sempre più gonfia di poteri, sempre più pletorica e inadatta al senso di responsabilità, e del tutto rinchiusa in una sua bolla d'aria inaccessibile al volgo, indifferente alle critiche, esentata da obblighi, arrogante nell'azione come nel verbo.
Man mano che passavano le ore, la Commissione si incolleriva di più contro il Parlamento e i redattori del rapporto, e la vera natura di quest'Europa veniva crudelmente denudata: ecco un'Unione che sta crescendo di peso nel mondo, che ha ormai un'unica moneta, e che è governata da grandi corpi di funzionari abituati all'inamovibilità, all'universo stantio dell'impunità. Per la prima volta in questo universo ermetico irrompono l'opinione pubblica, la democrazia, la domanda di trasparenza, di resa dei conti. Tutte queste domande irrompono senza eleganza, perché il Parlamento è un organo che agisce con precipitosa sete di riconoscimento, di rivincita. Ma irrompono purtuttavia - grazie alle uniche cariche elettive dell'Unione - e sin da ora mutano l'aria che si respira alla vigilia delle europee del 13 giugno.
E' come se fosse caduto un muro martedì, e finalmente si cominciasse a parlare dell'essenziale: quale Europa si vuole, adesso che l'Unione ha una moneta, una potente Banca federale, e un difficile, ambizioso progetto di allargamento all'Europa centro orientale. Che forma di governo scegliere, quale nuova legittimità cercare, se si vuol evitare che i sovrani nazionali si spengano come tante marionette stanche, dopo aver delegato attributi e scettri a un governo europeo che non è governo, che non ha volto, che esercita poteri senza responsabilità, che possiede la legalità ma non la legittimità. In questi giorni è caduto il muro che garantiva ai commissari e al loro presidente l'immortalità. E' caduto il muro grazie al quale il tempo era come immobilizzato, nei curiali palazzi di Bruxelles: sono passati dieci anni dalla ritirata dei comunisti a Berlino, e finalmente le istituzioni europee cessano di essere i chiusi Politbjuro che erano, cadono anch'esse sbagliando, inciampando, peccando - nella Storia. Scoprendo di essere mortali, i commissari saranno costretti a pensare se stessi non più come esponenti di un esoterico circolo di esperti, ma come politici fallibili, dunque responsabili. Non a caso i saggi concludono il rapporto con un appello alla responsabilità: questa "nozione che è la manifestazione ultima della democrazia". Questa nozione sprezzata a Bruxelles, perché l'Europa finora è stata fatta esotericamente da pochi Chiamati.
Mani pulite ai vertici dell'Unione politicizza d'un sol colpo la campagna per l'elezione del Parlamento europeo e crea le condizioni ideali perché sia compiuto un salto non ancora consentito dagli Stati: l'elezione diretta, anche se per ora simbolica, del futuro Presidente della Commissione. Romano Prodi sembra esserne consapevole, quando pone le sue condizioni all'accettazione dell'incarico: infatti chiede non solo un mandato pieno e non provvisorio, ma un esecutivo più forte dei precedenti, più attento alla propria legittimità e alla propria responsabilità verso il Parlamento federale. Anche questa è una novità, nel continente: la campagna per le elezioni europee non si divide più tra forze tradizionali di sinistra e di destra, tra rappresentanti di questa o quella nazione. Diventa campagna e disputa attorno a un'idea d'Europa, a un'idea di élite europea. Singoli personaggi eterodossi contribuiscono alla nascita di una nuova linea di demarcazione, tra riformatori-innovatori da una parte e conservatori degli ermetici Politbjuro dall'altra. Non a caso sono personaggi scomodi in patria, ansiosi di correggere i vecchi monopoli esercitati dai partiti, che hanno reagito meglio alla caduta del muro avvenuta martedì: personaggi come Prodi o Cohn-Bendit, il commissario Karel Van Miert o Joschka Fischer, il ministro degli Esteri tedesco che ha difeso al Parlamento di Strasburgo la necessità di una Costituzione europea, che fissi responsabilità e diritti dei vari organi dell'Unione. Già il trattato di Amsterdam, a partire da giugno, attribuirà nuovi poteri e obblighi, a Commissione e Parlamento. Prevede che il successore di Santer diventi una guida, e non sia più un arbitro fra lobbies nazionali. Prevede che la sua nomina sia approvata dal Parlamento, e che i commissari siano scelti dal Presidente su proposta degli Stati. Mani pulite accelera questi timidi progressi, e spinge i politici più arditi a chiedere di più.
Per questo non ha molto senso chiedere a Prodi che rinunci, se designato, alla campagna per le europee. Alla luce del trattato di Amsterdam, e dello sconquasso di martedì, Prodi sarà chiamato a fare campagna elettorale e a conquistarsi una legittimità insistendo precisamente su queste nuove linee di divisione europea fra riformatori e conservatori, fra critici delle vecchie oligarchie ermetiche e loro custodi. Già insiste d'altronde, quando dice che i Democratici sono un modello per l'Europa: in Europa come in Italia è necessaria "un'impostazione bipolare della politica" - fra destra e sinistra - "alla quale la struttura delle famiglie politiche europee non è più in grado di dare una risposta sufficiente".
Vero è che i partiti classici di destra e sinistra non sanno esattamente l'Unione che vogliono. Sono divisi al loro interno i gollisti, i liberali, i socialisti d'Europa. Tutti parlano di maggior peso mondiale europeo, ma avendo scelto di non vedere attorno a sé altro che i mercati lasciano agli americani il compito di agire politicamente o militarmente verso gli Stati: nei Balcani, nel Golfo, verso la Cina. Tutti parlano di protettorato europeo nel Kosovo, fingendo che esista un soggetto sovrannazionale capace di armarsi e proteggere.
Ma c'è un'altra cosa rivelata dalle duplici dimissioni di Lafontaine e della Commissione, ed è l'impreparazione delle sinistre classiche ai Muri che cadono e ai nuovi compiti geostrategici dell'Unione. Lafontaine non se ne è andato solo per via delle sue convinzioni pseudo-keynesiane. Voci insistenti parlano di suoi contatti molto stretti con i dirigenti della Germania comunista, nel '90, tendenti a frenare - in sintonia con le mosse di Mitterrand - l'unificazione perseguita da Kohl. Ed è sempre una sinistra vecchia, fedele ai cinismi mitterrandiani, che si è trovata impelagata nelle corruzioni di Bruxelles. Edith Cresson è figlia spirituale di Mitterrand, così come lo è in Francia il presidente della Corte Costituzionale Dumas. Edith Cresson è andata a Bruxelles piena di rancori per i suoi fallimenti politici nazionali. Ha scambiato l'Europa per una grande impresa economica, ne ha profittato, ed è tutta stupefatta quando all'esecutivo vengono applicati criteri politici di responsabilità. Le sinistre governative quando son criticate denunciano i populismi, difendono le élite, ma in cuor loro coltivano l'antica idea d'avanguardia assediata. Così Cresson non sa nulla dei propri errori e non vede che complotti: complotti antifemministi, o congiure antifrancesi della Germania, o cospirazioni giornalistiche anti-socialiste.
Questa sinistra ha spesso il cinismo passivo dei neofiti. E' arrivata tardi in Europa, e accetta le incongruenze, le impotenze di quest'ultima. Accetta che i commissari creino attorno a sé un loro feudo di funzionari connazionali, refrattari alle mescolanze multinazionali. Accettano un Presidente inerte dell'esecutivo, che non può assumere né licenziare - senza consultare gli Stati - i propri commissari incompetenti o disonesti. Destre e sinistre europee accettano infine il potere degli Stati, che resta decisivo e che è la vera fonte degli odierni disastri. Se gli Stati non difendessero a spada tratta i propri commissari, i responsabili dell'Europa diverrebbero quel che il loro nome dice: responsabili. Santer avrebbe obbligato i corrotti a dimettersi, e avrebbe salvato l'esecutivo. Si parla molto di crisi europea di governo. E' un termine ridicolo, applicato a un governo che non c'è.
Per tutti questi motivi è una fortuna, che il futuro presidente della Commissione partecipi e si esponga nella campagna per le europee. Che spieghi il suo programma, i suoi progetti istituzionali, agli italiani e agli europei in preda a depressioni o disillusioni. Che dia le ali a questa competizione così frantumata, nazionalizzata. Che non sia più un designato alla presidenza di un'impresa, ma un candidato alla guida di un organo politico. Chiedere che Prodi smetta le battaglie elettorali - come nei desideri di postcomunisti e postdemocristiani italiani - vuol dire aver capito poco, di quel che è accaduto a Bruxelles nelle ultime ore.
Barbara Spinelli

Domenica 28 Marzo 1999
LA NOSTRA
ULTIMA
ANGOSCIA

S PIEGANDO la guerra degli Occidentali in Kosovo, venerdì alla Camera, il presidente del Consiglio d'Alema è ricorso più volte a una parola molto intensa, che appare di rado nei discorsi politici classici e che ancor più di rado è impiegata nelle relazioni internazionali, da diplomatici o esperti adusi a vocabolari ermetici, tecnicamente concreti, e asciutti. Ha parlato più volte del sentimento di angoscia, che comprensibilmente assale gli italiani in queste ore di prova scabrosa: ha guardato in faccia le passioni e i furori, che questa guerra sta suscitando. Non si è limitato a esporre la propria strategia ai professionisti politici: ha guardato nell'animo dei concittadini, cercando di dare un nome a quello che ogni italiano sente quando studia le carte geografiche, o quando guarda lo spiegamento di forze nelle basi di Aviano e di Gioia del Colle, o quando sente sopra la propria testa tutto quell'agitarsi di bombardieri, quell'impaurente rombare lungo l'Adriatico.
D'Alema ha parlato dell'Ultima Angoscia - che è quella di subitamente naufragare e perire - con l'ambizione di un politico pedagogo che capisce i sentimenti per meglio aiutare a oltrepassarli, che governa le passioni dando loro un nome, una legittimità, ma mettendole poi a paragone con i patimenti di altri esseri umani. Il presidente del Consiglio non accarezza infatti lo spaurimento. Pone il cittadino davanti a una sorta di specchio, e lo invita a veder riflesse non solo le sue angosce ma quelle di altri: "Sono partecipe dell'angoscia di queste ore, ma credo che non sia giusto dimenticare che l'angoscia comincia con il massacro di Vukovar, con le fosse comuni, con gli stupri etnici: molto, molto prima dell'intervento militare della Nato".
In questo d'Alema è innovatore, e interamente figlio di questo fine secolo. Nel discorso politico fanno ingresso concetti dai nomi poco usati come angoscia, disperazione: evento impensabile durante gli anni della dissuasione nucleare, prima che cadesse il muro di Berlino. Sono concetti che hanno il vizio di consumarsi presto, sono effimeri come tutti i vocaboli della nuova generazione che oggi detiene il potere, ma son pur sempre concetti adeguati, cui le precedenti generazioni erano allergiche. Allora il politico democratico non sentiva questo bisogno di rassicurare animi percossi da paura, di accennare alle questioni ultime della vita, della morte. Uomini come Kissinger, Brzezinski, Andreotti, tenevano i piedi radicati nel dizionario neo-seicentesco degli interessi concreti. Non indulgevano a passioni giudicate astratte, o come avrebbe detto Eraclito: umide. C'era all'orizzonte la minaccia di una conflagrazione nucleare ma l'atomica era così lontana, ineffabile. La guerra stessa era presente e al tempo stesso abolita, dalla strategia della deterrenza (io ti posso colpire con l'arma estrema - diceva la strategia - ma so che colpendoti consento al mio suicidio). In piena disputa degli euromissili Nato, tra la fine degli anni '70 e i primi '80, Helmut Schmidt fu apostrofato da uno studente,in una conferenza stampa: "Mi dica, Cancelliere: cosa dobbiamo fare con la nostra paura?", e la risposta dello statista fu laconica, asciutta, volutamente neutrale-laica: "Un politico che abbia senso dello Stato non può nulla, contro la paura". Tanto grande è il fossato, che separa la generazione di ieri da quella di oggi. Tanto immane la rivoluzione avvenuta nelle coscienze, nel rapporto del cittadino con le guerre in Europa, nella parola del politico alle prese con l'interesse e la passione, con la nozione del cittadino e della persona umana, simultaneamente e senza più soluzione di continuità.
Forse è questo il motivo che spinge molti politici di ieri - Kissinger in prima linea ma anche uomini come Andreotti, Brzezinski - a considerare troppo rischioso, avventato, un intervento Nato in Kosovo: soprattutto un intervento di truppe di terra, come ha obiettato Kissinger. Per costoro le regole della convivenza internazionale non sono sostanzialmente mutate dopo l'89, e grande è la nostalgia dei Muri perduti e del perduto condominio russo-americano. Per Kissinger è probabilmente un'eresia, la volontà di intervenire per valori da lui giudicati astratti come l'umanitario, il dovere d'ingerenza o di assistenza a popoli in pericolo. L'ex ministro degli esteri di Nixon lavora con concetti diplomatici classici, appresi nelle guerre mondiali, verificati sui testi di Metternich: concetti come il "concerto delle nazioni", il rispetto delle sovranità statuali, i soggetti giudici che sono le nazioni dentro la costellazione Onu.
Paradossalmente questo forte atteggiamento conservatore è condiviso, a sinistra, da politici come Ingrao o Cossutta che pure propugnarono per tanto tempo le ingerenze dell'internazionalismo sovietico. La loro capacità di adattamento alle nuove guerre, e ai nuovi modi di prevenirle o condurle, sono esili. Molte cose sembrano loro estranee, e appunto astratte: il diritto umanitario internazionale discusso all'Onu nei primi anni '90, il diritto d'ingerenza umanitaria che per la prima volta la Nato si è arrogata contro uno Stato sovrano, e in parallelo anche la passione proserba e slavofila di Mosca, così contraria agli interessi concreti della Russia.
L'emergere dei calcoli umanitari, nella diplomazia dell'Occidente, non nasce a caso e non è separabile da interessi assai precisi. Nasce in primo luogo dal diffondersi di guerre non più paragonabili a quelle di ieri, e neppure paragonabili a guerre civili classiche, perché essenzialmente condotte contro i civili . Questo tipo di conflitto esiste fin dal '45, ma dopo la caduta del Muro ha messo radici nell'Europa postcomunista, creando minacciosi precedenti. Bastino alcune cifre, per capire la rivoluzione avvenuta in campo bellico. Nella guerra del '14-18, l'80 per cento dei morti sono uomini in uniforme. Nel '39-45,la percentuale scende al 50. Nelle guerre successive - fra il 45 e gli anni 90 - i morti sono 30 milioni di cui l'80 per cento civili, soprattutto donne e bambini. E' a questo punto che il diritto di ingerenza umanitaria ha acquisito carattere di estrema urgenza, ed è sulla scia di organizzazioni non governative - in particolare i French Doctors - che si è cominciato a parlare di interventi umanitari, intesi a proteggere non già uno Stato ma la persona umana in quanto tale. Anche da questo punto di vista d'Alema innova: la guerra della Nato contro l'esercito serbo "continua guerre già cominciate". Non son più conflitti civili, quelli di Milosevic. Sono vere guerre contro altri Stati e contro la propria stessa nazione.
Questo significa che progressivamente, l'etica umanitaria tende a divenire un diritto-dovere giuridico e un interesse concreto di stabilità, soprattutto nella sempiterna polveriera d'Europa che sono i Balcani. Molto lentamente, comincia a farsi strada l'idea di un diritto internazionale: che limiti le assolute sovranità, che superi le angustie di un'organizzazione - le Nazioni Unite - non solo paralizzata da veti russi e cinesi ma profondamente incanutita per la preferenza data agli Stati piuttosto che agli individui. La stessa costituzione italiana, grazie alla passione europeista di Einaudi e alla sua radicale diffidenza verso la vecchia Società delle Nazioni, ricorda nell'articolo 11 non solo che l'Italia "ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" - come ha rammentato Ingrao - ma che il nostro Paese "consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Secondo il filosofo tedesco Wolfgang Kersting, quest'idea di diritto internazionale è ancora vaga. Non esiste ancora un potere mondiale, né una Corte di giustizia internazionale. Ma sia pure con prudenza, "ci si muove nella direzione voluta da Kant: quella di una Repubblica Cosmopolita", che agisce sotto lo sguardo di un'opinione pubblica mondiale, e nella quale "la persona è considerata nella sua duplice veste: di cittadino di uno Stato e di cittadino del mondo" (Kersting - Diritto, giustizia e virtù democratica - Suhrkamp '97).
Una democrazia cosmopolita può avere anche aspetti autoritari, con la sua pretesa di estirpare per sempre le guerre (c'è questo sentimento generoso ma ipocrita, nel ripudio delle guerre raccomandato dalla nostra costituzione). E' un'idea che perfino Kant riteneva utopica, quando descriveva lo Stato mondiale come "cimitero delle libertà". Ma attorno a quest'imperfetta idea post- nazionale e imperiale converrà lavorare nei prossimi anni: per far fronte alle guerre che si moltiplicano contro i civili che si moltiplicano, per comprendere inchieste giudiziarie extraterritoriali come l'arresto di Pinochet, per dar forza ai Tribunali internazionali dell'Aja e di Arusha, che giudicano i crimini contro l'umanità in ex Jugoslavia e Ruanda. Non abbiamo ancora Tribunali internazionali, né esiste una politica interna mondiale che trasformi i soldati Nato e Onu in poliziotti addetti a riportare ordine nella Repubblica Cosmopolita. Ma attorno ai nuovi diritti-doveri e alle nuove guerre converrà riflettere, se si vuol davvero guardare nello specchio le nostre angosce accanto alle angosce di chi in queste ore invoca aiuto, e chiede l'invio di truppe terrestri per fermare un genocidio che sotto le bombe occidentali sta inasprendosi. E' quello che raccomandava il filosofo cecoslovacco Jan Patocka, negli anni del totalitarismo a Praga: l'esperienza di chi vive al fronte può esser resa sopportabile, se esiste una "solidarietà dei percossi": una solidarietà tra cittadini di uno Stato, e tra cittadini del mondo.
Barbara Spinelli

Domenica 4 Aprile 1999
LA GUERRA NECESSARIA DI FINE SECOLO
Barbara Spinelli
È proprio vero quel che scriveva Simone Weil nell'aprile '39, poco prima della seconda guerra mondiale: ci sono, nella vita dei popoli, momenti tragici in cui le intelligenze rischiano di paralizzarsi, e di preferire il disastro della pace ai dolori della guerra. E' così grande il fatalistico stupore, e così vasto lo stregamento suscitato dai despoti avversari, che perfino la comprensione degli eventi non è più di aiuto. Si comprendono i pericoli, ma si dà per scontata la propria impotenza a fronteggiarli. Si comprendono le mutanti figure del Male, ma il pensiero raziocinante resta come indietro: incespicante, affaticato nella rincorsa dei fatti, smarrito nei meandri quasi sempre stanchi, pigri, di sorpassate cogitazioni diplomatiche. Si ha appetito di grandi virtù pacifiche, affratellanti, e si dimentica che "la virtù pur essendo di per sé una cosa atemporale, deve pur sempre esser esercitata nel corso del tempo, della storia". Così molti europei impauriti dai bombardamenti Nato contro le forze militari serbe e gli edifici governativi a Belgrado, e dall'intenzione alleata di inviare infine truppe terrestri in Kosovo: di fronte a sé, i paralizzati mentali vedono sfilare immani cortei di kosovari derubati di case, di terre, di averi, e capiscono il male che è stato loro inferto, e conoscono la mano serba che li ha cacciati, ma ancora stentano a dar loro l'unico nome che sia adeguato: il nome non di profughi, e ancor meno di eroi di eufemistici Esodi biblici, ma l'appellativo nudo pronunciato da Emma Bonino - di deportati. E' perché esiste questa categoria di perseguitati che l'Alleanza potrebbe decidere di alzare il tiro, e chiedere all'Italia di alzarlo a sua volta, inviando 6000 soldati per organizzare l'accoglienza dei deportati in Albania.
Ma di fronte a questa nuda realtà le intelligenze tendono appunto ad ammutolire, come sommerse da apocalittica pena. E' apparso paralizzato perfino il Papa, nei giorni scorsi e nella notte di venerdì alla Via Crucis. Lui che aveva gridato forte la sua indignazione etica durante la guerra in Bosnia, chiedendo che la "mano dell'aggressore" venisse "disarmata", non fa per il momento distinzioni nette fra i diritti dei persecutori serbi alla terra del Kosovo e i patimenti degli uccisi o deportati albanesi. Lui sa quel che ha di fronte, conosce la colpa primaria, e nell'acme della Via Crucis rammenta ai propri fedeli le ultime parole di calmo distacco attribuite dall'evangelista Luca a Gesù crocefisso: "Pater, in manus tuas commendo spiritum meum - Padre, nelle tue mani affido il mio spirito".
Così l'Europa e l'Occidente sono invitati a congedarsi dal secondo millennio, e a chiudere il ventesimo secolo, e in definitiva a uscire dalla Storia: con queste parole di Ultima Rassegnazione, che il Pontefice ripete più volte, che raccomanda a ciascuno di noi, che non considera una chiusura bensì una apertura quasi apocalittica a nuovi tempi. Non era il suo grido quando Sarajevo soffriva, e l'Occidente era ammaliato dalla bruta forza di Milosevic. Si sentiva allora l'altro grido di Cristo crocefisso, ultimo anch'esso e il più struggente, umano, che Matteo e Marco citano in aramaico: "Eloì, Eloì, lamma sabactani? - Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Non è chiaro quel che Gesù abbia detto davvero, sull'ordigno di morte. Ma certo il secondo millennio sembra concludersi con il suo grido più angosciato, misterioso, e non solo con le sue parole di cupa, trasfigurante rassegnazione. Di certo il ventesimo secolo si conclude con genocidi e deportazioni che l'Europa non aveva più visto in casa propria dopo il '47: dunque finisce in quell'urlo che interroga, che si rivolta, perpetuando nei secoli dei secoli non soltanto la salvezza, ma anche lo scandalo della Croce.
Perché appunto: la virtù della resistenza al male o della pace giusta non è per i tempi apocalittici, oltremondani. E' gettata nel tempo, deve tener conto di quel che effettivamente accade sulla superficie terrestre, così come è gettata nel tempo e nelle sue metamorfosi quest'operazione della Nato che è cominciata il 24 marzo, che non ha raggiunto i risultati sperati - l'indebolimento di Milosevic, l'abolizione della furia genocidaria serba - e che sarà chiamata prima o poi a mutare radicalmente natura. E' su questa furia genocidaria che il Santo Padre ha deciso almeno finora di ammutolire, e dunque di ammettere la propria impotenza infinita. Per salvare quel mezzo milione e più di deportati - un terzo dell'intera popolazione albanese in Kosovo - urge cambiare rotta, e prepararsi a colpire non soltanto dall'alto di cieli incolumi ma da terra. Urge adattare gli obbiettivi bellici allo scopo finale della guerra, o come avrebbe detto Clausewitz: è necessario che gli obiettivi (i Ziele dell'Occidente) servano lo scopo, lo Zweck dell'operazione. Urge comunque una svolta mentale, politica, bellica, se si vuole scongiurare il disastro più probabile: la sconfitta della Nato, la vittoria di Milosevic, e la Soluzione Finale della questione albanese.
E' il passo che il Papa non osa compiere mentalmente, per motivi che i vaticanisti non si stancano di sottolineare: troppo profondo sarebbe il suo interesse a una riconciliazione fra Europa cattolica e ortodossa soprattutto in Serbia, troppo grande la sua diffidenza per la solitudine "superba" della potenza americana, troppo intensa la sua speranza in un negoziato patrocinato magari in simultanea da Mosca e Vaticano. Sono inquietudini e preoccupazioni che si potrebbero capire bene, se il Santo Padre fosse un politico come altri. Ma la qualità della sua presenza è altra, la sua autorità non è diplomatica ma nell'essenza morale. E forse Giovanni Paolo II non l'avrebbe dimenticato, se i pretoriani attorno a lui non fossero così potenti. Lui per quanto lo riguarda schiva i testi troppo diplomatici. Fugge nel verbo apocalittico, che sembrerebbe distaccato se non fosse impregnato di tanta pena.
Non a caso altri esponenti della Chiesa si richiamano al suo grido di sdegno sulla Bosnia, e tacciono le ultime cogitazioni diplomatiche della Curia. E' il caso di Monsignore Jacques Delaporte, arcivescovo di Cambrai e presidente della commissione Giustizia e Pace dell'episcopato francese. In un lucido articolo su Le Monde , Delaporte denuncia il colpevole ritardo con cui l'Occidente ha scoperto l'ingiustizia in Kosovo e la solitaria battaglia pacifica di Ibrahim Rugova, ma giudica giusta la guerra cui la Nato è stata infine costretta: "Nel caso presente, la scelta era una sola: fra un'inazione giuridicamente corretta (dal punto di vista dell'Onu, ndr) e un'azione eticamente necessaria". E' eticamente necessario intervenire militarmente in Kosovo, per evitare il genocidio che i miliziani serbi hanno iniziato fin dai negoziati di Rambouillet, prima e non dopo i bombardamenti Nato. E' eticamente necessario passare a una guerra condotta sul terreno, visto che l'aviazione è insufficiente a frenare un dittatore come Milosevic. E' infine necessario che l'Europa crei in questa regione un proprio protettorato: "Perché il dramma si sta svolgendo in uno spazio che è nostro, prima ancora che americano". Perché occorre restituire ai deportati terre e averi. Perché occorre aiutarli a organizzare future elezioni, a dotarsi di un esercito e di una polizia, considerato lo sbaraglio dell'Armata di liberazione del Kosovo (Uck) .
Naturalmente questa non è la situazione ideale. Ideale sarebbe stato sostenere in tempo Rugova, presidente ufficioso dei kosovari, che auspicava uno statuto di autonomia e non l'indipendenza. Ideale sarebbe stata l'intesa di Rambouillet, che prevedeva un intervallo autonomo e rinviava l'indipendenza a tempi più lontani. Ma la storia appunto passa lasciando tracce, gli eventi non hanno luogo in spazi extratemporali, e la nuova realtà di fronte alla quale ci ha messi Milosevic è quell'immagine di deportazione in massa, con donne e madri e figli strappati agli sposi ai figli e ai padri, per esser trasformati in cose e gettati in treni merci diretti verso le fragili nazioni dell'Albania, della Macedonia, del Montenegro. Perfino coloro che avversarono uno Stato indipendente kosovaro, devono ora arrendersi ai fatti e prender atto che altra via non c'è, se non quella del distacco più rapido possibile tra serbi persecutori e albanesi deportati o massacrati. E' la conclusione cui giungono in questi giorni studiosi del totalitarismo come Timothy Garton Ash o André Glucksmann; esperti militari come Pierre Hassner e Alain Joxe; oppure vescovi solitari come Delaporte. Ha cambiato opinione anche Henry Kissinger, che inizialmente osteggiava una guerra terrestre e poi ha spinto Clinton ad approvarla, pur di non far perdere alla Nato questa guerra essenziale di fine secolo. Ben venga dunque la Conferenza Balcanica concepita da Romano Prodi, purché serva a staccare i kosovari dall'abbraccio mortifero dei serbi. Per riconciliarsi son necessari a volte i muri, scrive Garton Ash: "La stessa Europa ha avuto bisogno di una suddivisione inequivocabile in Stati, per potersi poi ritrovare dentro l'Unione Europea".
Naturalmente la pace è sempre preferibile alla guerra. Lo pensano non solo i pacifisti comunisti, cattolici, o neofascisti alla Bossi. Lo pensano in prima linea i deportati kosovari, che tanto sperano in un intervento terrestre occidentale che li aiuti a tornare negli alloggi rubati, occupati o incendiati. Naturalmente è importante capire le ragioni dell'avversario, o degli ortodossi integralisti serbi che sognano un "Kosovo metafisico, puro biologicamente e nello spirito". Ma Simone Weil ha ragione a ricordare le parole di un persiano a Erodoto, davanti a Platea: "Il più odioso dei dolori umani è capire molto, e non potere nulla". Il più odioso dei dolori d'Europa sarebbe perdere questa sua prima grande occasione del secolo, per dire i propri valori e per pagare il prezzo necessario all'imposizione di una pace giusta, non di una pace dei cimiteri. Fin dai tempi dell'Iliade, il più odioso dei dolori umani è rincorrere con vane preghiere chi assolutamente non deflette dal male: "Le Preghiere infatti sono figlie del grandissimo Zeus: zoppe, rugose, con gli occhi storti, e si affrettano a tener dietro alla Colpa. La Colpa è robusta, e veloce, e così le precede tutte di molto, e prima di loro percorre tutta la terra".

Domenica 11 Aprile 1999
IMPERO DI NAZIONI SORELLE
Barbara Spinelli
N ON è la prima volta che i cittadini sopravanzano le proprie élite, i propri giornali, i propri intellettuali: e non solo in generosità ma anche in acume, in sdegno attivo, in intelligenza dei pericoli cui le democrazie sono esposte non in un tempo lontano - non ieri, non domani - ma nell'immediato presente. Accade in queste settimane di guerra Nato contro le forze militari di Milosevic, ma già in passato si erano percepiti segnali simili. La gran parte dei giornali europei decretò nel '97 che un unico grande evento dominava l'anno appena trascorso - l'incidente mortale di Lady D, a Parigi sotto il ponte dell'Alma - mentre gli interrogati dai sondaggi davano priorità a ben altro, almeno in Francia: prima d'ogni cosa, nella lista degli accadimenti memorabili, figurava l'acutizzarsi dei crimini integralisti in Algeria. Pochi anni prima gli stessi interrogati non avevano avuto dubbi: se esisteva su questa terra un fatto che li "faceva disperare dell'esistenza di Dio", questi era il genocidio razziale dei tutsi in Ruanda: l'ammazzamento di quasi un milione di uomini - in poche settimane, a colpi di machete - sotto lo sguardo di un Occidente che ritirò i soldati Onu perché il crimine non venisse ostacolato.
Così anche ora di fronte al genocidio e alla deportazione dei kosovari albanesi, poveri mucchi di reiezione che vediamo assieparsi alle frontiere di Macedonia, Albania, Montenegro -donne, bambini e vecchi strappati sanguinosamente agli sposi, ai giovani padri, ai figli adulti - i volti rigati da enormi tacite lacrime. Forse le élite vedono di rado la televisione: manca loro il tempo, o l'ansia, o l'umiltà. Ma il cittadino guarda invece, e si angoscia, e trae conclusioni. In due settimane le opinioni pubbliche d'America e d'Europa hanno mutato radicalmente idea sulla guerra dell'Alleanza Atlantica: erano riluttanti, e adesso i più approvano. Erano ostili all'amministrazione Usa, e adesso hanno smesso le riluttanze. Pacifisti e antiamericani non sono che una minoranza: in Francia come in Italia, in Inghilterra come in Germania e negli stessi Stati Uniti. Se si esclude l'Italia, dove il pacifismo ha radici a sinistra, nella nuova destra nazio
nalista, nella Chiesa, in parte dell'ex Dc, la maggior parte di cittadini in Europa è favorevole anche a un intervento terrestre degli occidentali. Una maggioranza invoca inoltre la guerra totale contro il regime serbo, che spodesti infine il dittatore Milosevic così come fu spodestato, nella seconda guerra mondiale, Hitler. Qui è la grande novità dei sondaggi: gli europei sanno che una guerra terrestre comporterebbe vittime. Eppure chiedono che l'Europa si batta, per i valori in cui crede. Chiedono che l'Europa esista come superpotenza in grado di imporre la pace, e di metter fine alle guerre etniche e religiose che già hanno distrutto più volte il continente, nella storia lontana e recente. L'ultimo sondaggio francese è significativo: sulla Nato e la strategia Usa dei bombardamenti esistono molti dubbi, ma la guerra contro il regime serbo è intensamente invocata. E' come se i cittadini sapessero che oggi non esiste alternativa all'Alleanza, se si vuole abbattere Milosevic. Le complicità di Cossutta con i nazi-comunisti di Belgrado e di Mosca, le speciali relazioni di Lamberto Dini con i negoziatori serbi più inflessibili non hanno presa su questa opinione pubblica che si sta rivelando esigente, volitiva, pronta a sacrificarsi per l'idea dell'Europa e della sua imperfetta federazione di popoli.
Giacché è un'idea di federazione che si vuol difendere in Europa, e non come accadeva fra l'800 e il '900: un'idea di Stato-Nazione solitario, autosufficiente, completamente sovrano nelle fedi, nelle capacità economiche, strategiche. Si vuol difendere la possibilità per le etnie, i pensieri, le razze, i popoli, di coesistere democraticamente, e dunque: senza spargimento di sangue. Si vuol difendere una sorta di progetto dell'Unione: un progetto di Res Publica europea, uno spazio laico, neutrale, dove non contino le appartenenze etniche, religiose, a volte perfino nazionali, ma contino le persone, i singoli cittadini che in questo spazio regolano le dispute attraverso la lotta politica, non la lotta al coltello.
Uno spazio di questo genere lo si può chiamare federale, sovrannazionale. O ancor meglio: imperiale. Perché di questo infatti hanno bisogno i Balcani frantumati, adesso che anche qui cade il Muro di Berlino e che vediamo agitarsi a Belgrado l'ultimo dittatore comunista riconvertito al nazionalismo razziale: hanno bisogno di un impero asburgico, che torni a far vivere insieme nazionalità degenerate in nazionalismi, bruciate dalla storia. La questione ebraica nacque con il crollo dell'Impero; la questione balcanica pure. Sicché spetta oggi all'Europa, se vuol divenire vera potenza, assumere l'eredità degli Asburgo e inventare qualcosa che somigli a un forte impero di nazioni apparentate. D'altronde è in questa direzione che di fatto si muove l'Unione, sia pure nell'inconsapevolezza e con vocabolario per ora balbettante, impolitico. La Moneta unica è uno strumento che riduce la sovranità dei Regni, che dà vita a istanze sovrannazionali, imperiali. Manca ancora l'autorità, che sia lo stratega e il sovrano politico della mutata costituzione europea, e che assieme agli Stati Uniti determini una comunità occidentale di valori. Ma alcune istanze esistono, e la guerra del Kosovo mostra che esiste anche una cittadinanza, che a questo impero continentale confusamente pensa.
Se quest'ultimo fatica tanto a nascere è perché siamo di fronte a un parallelo movimento epocale - soprattutto in area postcomunista, ma anche in Europa occidentale - che tende invece a restaurare e acutizzare il vecchio Stato-Nazione: e più specialmente lo Stato Nazione etnico, così come fu pensato non nell'epoca classica dei Regni Assoluti e di Machiavelli, di Bodin e di Enrico IV, ma nell'epoca romantica del nazionalismo mazziniano, tedesco, centro- europeo, balcanico. O così come fu pensato nell'epoca del primo socialismo e del comunismo. Queste forze neonazionaliste tendono oggi a convergere, secernendo ibridi rosso-bruni non solo in Serbia, Russia o Bielorussia ma in Italia, Francia, nei partiti secessionisti in Spagna. In tutte le nazioni sono questi vecchi o nuovi movimenti nazionalisti - ostili simultaneamente all'impero europeo e americano - che avversano la guerra della Nato contro il genocidio in Kosovo. Sono movimenti neo nazionalisti come quello di Bossi: sempre più somigliante a Le Pen, autentico erede - con le sue allusioni al potere dei banchieri ebrei, o alle cospirazioni massoniche - del neofascismo missino. Quel che fanno i serbi in Kosovo, molte destre estreme in Europa occidentale sognano di compierlo nelle nostre periferie urbane.
Poi ci sono i movimenti di sinistra, che faticano a prender le distanze dal vocabolario che vedeva nell'imperialismo l'origine di tutti i mali. D'altronde l'impero asburgico fu disgregato dalla prima guerra mondiale, e da movimenti di liberazione che i socialismi appoggiarono strenuamente, in nome dell'uguaglianza di diritti di tutti i popoli. Fece eccezione l'austro-marxismo di Karl Renner, di Otto Bauer. Fece eccezione il filosofo hegeliano-marxista Alexandre Kojève, in un testo del '45 in cui si auspica la nascita di un impero latino, rivale dell'impero anglo-americano. Ma in genere i marxisti furono nazionalisti, dotati di una maschera internazionalista. Nel Terzo Mondo, il posto del proletariato era preso dai movimenti nazionali - e nazionalisti - di liberazione. L'idea di impero e comunque di soprannazionalità fu sistematicamente osteggiata dalla sinistra marxista e comunista, e il loro impero fu piuttosto una prigione per i popoli. La stessa Jugoslavia era d'altronde questo: una guerra latente fra etnie, congelata grazie all'autoritarismo del Partito e mai veramente superata perché non esistevano a questo scopo né istituzioni democratiche, né una libera società civile. Vesna Pesic, dissidente serba, analizza lucidamente le radici serbe dei conflitti odierni, raccontando come ogni nuovo Stato-Nazione sia "divenuto tale e quale era segretamente temuto da mezzo secolo, in ex Jugoslavia" ( Radiografia di un nazionalismo , a cura di Nebojsa Popov, Parigi '98).
In assenza di Europa è per forza di cose Clinton a divenire l'Asburgo pacificatore dei Balcani. Ed è una fortuna che ci sia di nuovo l'America, a battagliare contro i nostri mostri. Questo naturalmente non esclude deficienze gravi, nella strategia Usa. La cultura statunitense non ha nel sangue le guerre di religione, e i vaccini laici escogitati per liberarsene. Le sue stesse mosse militari sono claudicanti, come gli europei fanno spesso notare: perché son mosse che sacralizzano "la guerra a zero morti"; perché l'unico obiettivo sembra essere il ritorno dei piloti incolumi; perché il Montenegro potenzialmente amico è stupidamente bombardato come la Serbia; perché Washington preferisce rifugiarsi nei cieli piuttosto che sporcarsi le mani di terra e di sangue. Se volessero, gli europei potrebbero avere una visione più precisa, profonda, dei destini del continente: combattendo gli assassinii di intere città, gli urbicidi perpetrati dal nazionalismo contadino di Milosevic; difendendo una propria idea di pòlis, e appunto di Res Publica. Combattendo il comunitarismo etnico dei nazionalisti balcanici: un mostro che gli europei conoscono bene. Infine: una strategia fallimentare della Nato in Kosovo avrebbe effetti molto più disastrosi per l'Europa, che per l'America.
Ma per contrastare queste deficienze non si può non avere un'alternativa egualmente forte, a quella americana. Un'alternativa egualmente imperiale, capace di esercitare efficaci protettorati in zone turbolente. I veri Diadochi che irritano Asor Rosa non sono Jospin, Blair, Joschka Fischer. I veri Diadochi dell'impero sono Cossutta, Manconi, Lamberto Dini. Questi ultimi si atteggiano a uomini diplomatici, neutrali, pacifici. Il nostro ministro degli Esteri, in particolare, sembra non aver guardato neppure un minuto le immagini delle deportazioni, se con tanta sicurezza continua a dire che torti e ragioni sono egualmente suddivisi, tra aggressore serbo e guerriglieri kosovari. In altre nazioni, un ministro degli Esteri che dicesse queste cose avrebbe problemi gravi con il capo dell'esecutivo. Ma Dini non ha problemi, perché in Italia tutto è dicibile. Tanto nessuno ci nota, e in fondo alziamo la voce dissenziente soltanto davanti alla stampa nazionale: mai nelle riunioni Nato, o dell'Unione. In Italia è possibile dire tutto perché davvero siamo vassalli dell'impero che fortunatamente ci protegge: vassalli magari malmostosi, ma nonostante tutto pavidi vassalli.

Domenica 25 Aprile 1999
SE GLI USA FANNO LE NOSTRE GUERRE
Barbara Spinelli
PER i sovrani di sinistra che governano in buona parte delle democrazie occidentali, questa guerra del Kosovo è una sorta di battesimo politico. E' un battesimo politico per Clinton come per d'Alema, per Schroeder come per Fischer, per Blair e per Jospin. E' la prima volta che i Figli del Sessantotto si trovano a fare il bilancio della propria esperienza, e a dover coniugare quel che sin qui era convenientemente separato: le intime fedi e le opere, le lunghe meditazioni sui diritti dell'uomo e le conseguenze pratiche di tali meditazioni neoindividualiste, l'etica delle convinzioni astratte e quella - più dura, meno inebriante - delle responsabilità. L'euro fabbricato in concomitanza con la caduta del Muro era ancora l'opera dei padri: di personaggi generosamente memori come Kohl, ma memori soprattutto della prima parte del secolo e dei conflitti franco- tedeschi. Sicché la Moneta Unica non fu ancora l'autentica prova iniziatica: né per la generazione del '68 che continuava a vivere sotto le ali dei padri , né per l'Europa che d'un tratto smetteva di essere la piccola appendice tranquilla del continente, a Ovest, ed era costretta a guardare l'Est postcomunista con le sue difficoltà estreme, i suoi tumulti, la sua immensa sete d'occidente. E anche con i suoi torbidi trasformismi nazional-socialisti, le sue nuove guerre.
La moneta è stata pensata e programmata nei giorni in cui l'ultimo uomo d'apparato comunista del Sud-Est europeo, Slobodan Milosevic, inaugurava la sua serie di guerre razziali in Kosovo e Slovenia, Croazia e Bosnia. Il famoso vertice di Maastricht avvenne mentre su Dubrovnik cadevano le bombe della pulizia etnica, e un regime di apartheid veniva instaurato in Kosovo. Da allora sono passati dieci anni - dieci anni di immane ritardo, di indifferenza delle élite intellettuali, giornalistiche, politiche - e infine l'Europa è costretta a occuparsi responsabilmente di se stessa. Di tutta se stessa, e dunque anche del persistente disordine nei Balcani, dei deportati del Kosovo, dei crimini contro l'umanità perpetrati anno dopo anno - impunemente, sotto lo sguardo apatico dell'Occidente -  dal piccolo Stalin che si chiama Milosevic. Il muro di Berlino è scomparso nell'89 ma di fatto cade solo adesso, nelle menti di non pochi intellettuali e dei massimi responsabili dell'Occidente europeo.
Anche di tale ritardo sono consapevoli i figli europei del Sessantotto. In cuor loro, sanno che il battesimo non avrebbe luogo, se l'America che avevano tanto esecrato in gioventù non avesse trascinato il continente per i capelli, obbligandolo ad agire militarmente contro la quarta guerra razziale di Belgrado. Anche per questo sono generalmente assai prudenti, quando parlano di difesa europea e di autonomia strategica dall'alleato d'oltre Atlantico. Infatti una cosa sembra chiara: nelle condizioni attuali - in questa guerra, in questa prova iniziatica cui son sottoposti i Paesi dell'Unione - parlare di difesa europea è nella migliore delle ipotesi una fuga nell'ipocrisia. Nella peggiore, tradisce un sotterraneo desiderio di dimissione militare e morale. Lamberto Dini o Helmut Schmidt che accusano corrucciati l'egemonismo americano o che denunciano gli abusi del gendarme mondiale statunitense fingono di non sapere quel che dicono, con i loro riottosi lamenti che scimmiottano slogan della vecchia sinistra o delle vecchie forze conservatrici. Fingono di non sapere che gli europei non avrebbero le forze materiali, né le capacità belliche, né la costanza mentale e ideologica per affrontare una qualsivoglia guerra: breve, media, o di lunga durata. Gli europei non hanno satelliti d'osservazione come quelli americani, né elicotteri da combattimento come gli Apache, né truppe terrestri da poter dislocare con efficacia, rapidità. Fonti militari francesi fanno sapere che Parigi sarebbe capace di schierare diecimila soldati professionisti, "al massimo". Poco più potrebbero gli inglesi, e altrove le cifre sono irrisorie.
Non è solo questione di tecniche e di numeri. E' questione di pensiero debilitato, di ambizioni strategiche pavide, viziate da decenni di profittevole sonno sotto l'ombrello nucleare statunitense. Le stesse fonti parigine fanno sapere che non esiste alcun serio piano bellico nello stato maggiore francese, concernente il futuro della guerra nei Balcani. E se non esiste in Francia - nazione tradizionalmente bellicosa, gelosa della propria autonomia - è difficile che concreti piani siano reperibili in Germania, Spagna, Italia. La verità è che gli europei si sono illusi dopo la caduta del Muro, e non meno degli americani hanno creduto che la Storia fosse finita, che l'era dei nazionalismi fosse tramontata, che i mostri totalitari avessero ormai durevolmente disertato il continente, che i soldi si potessero infine spendere per se stessi soltanto. Con una grande differenza tuttavia, rispetto a Washington: che molto presto Clinton dovette ricredersi, di fronte alle nuove minacce mondiali, mentre gli europei hanno continuato a sognare un mondo ormai unicamente proteso al benessere del mercato, della mondializzazione post-nazionale. Questa è la cruda realtà, con cui si trovano a fare i conti i Figli del Sessantotto: il XX secolo sta per concludersi, e ancora una volta sono gli americani a fare lo sporco lavoro di riportare ordine e civiltà in Europa. Sono ancora loro a combattere le nostre battaglie, e a dover terminare - nel 1999 - il lavoro antitotalitario intrapreso con l'Inghilterra nel '45.
I primi a intuire queste realtà sono gli europei dell'Est, ammessi da poco nell'Alleanza atlantica e unici convinti entusiasti della Nato. Proprio da loro - e da nazioni limitrofe della Jugoslavia che aspirano a entrare nella Nato - viene oggi la più grande diffidenza verso un'Europa della difesa. Tutti i sondaggi lo confermano, spettacolarmente: in Repubblica Ceca, in Polonia, in Ungheria, è infima la percentuale che invoca la spada europea. Sanno che la spada è del tutto virtuale, astratta, e che di fronte alle presenti minacce non può minimamente sostituire la spada Usa, o la spada Nato. A questo pensano, quando osservano i timidi tentativi franco-britannici di cooperazione militare. Questo disse Vaclav Havel a Mitterrand, con massima irritazione, quando Parigi gli propose un sistema di sicurezza europeo sganciato dall'America.
Ma quel che i democratici temono di più - nell'universo turbolento del postcomunismo - è la fragilità governativa dei Figli occidentali del Sessantotto. Se si esclude la Gran Bretagna, quasi tutti i capi europei sono assediati da forze delle vecchia sinistra pacifista, o da conservatori che sognano il perduto condominio mondiale russo-americano. I riflessi neutralisti della vecchia Europa tornano in superficie non solo nei partiti ma nelle intelligenze, nei giornali. Lo si è visto nei giorni scorsi, quando la Nato ha bombardato la sede della Tv serba. Tutte le corporazioni giornalistiche in Europa si sono indignate, quasi avessero completamente dimenticato il mestiere bellicoso di propaganda nei regimi totalitari, e l'uso militare che i despoti ne fanno. Eppure basta vedere lo straordinario potere che hanno televisioni e radio, nei crimini contro l'umanità. Un bombardamento di Radio Mille Colline, durante il genocidio dei tutsi in Ruanda, avrebbe evitato decine di migliaia di morti provocati da grida che aizzavano giorno e notte agli eccidi razziali.
Una sinistra così assediata potrà difficilmente imporre un aumento delle spese militari in Europa, necessario per qualsiasi progetto di autonomia difensiva. Potrà difficilmente convincere gli alleati di governo a spendere soldi ulteriori per i Piani Marshall che dovranno ricostruire Kosovo e Serbia, Albania e Macedonia. E che dovranno inoltre aiutare la Russia, in un futuro non lontano. Potrà difficilmente fare quel che invoca la dissidente serba Sonja Biserko, in un lucido e coraggioso articolo: non solo la ricostruzione del suo Paese, ma la sua "denazificazione, e la creazione di un protettorato democratico occidentale non esclusivamente in Kosovo ma sull'intera Serbia". Perché la Serbia, come la Germania del '45 , "è incapace di liberarsi dei propri despoti" ("La mia Serbia", Frankfurter Allgemeine Zeitung , 24-4-99).
Pacifisti di sinistra e neutralisti conservatori accusano la Nato e l'America di condurre una guerra solamente etica, dettata da convinzioni astratte, idealistica. Ma il vero idealismo sconnesso dalla realtà e dalla responsabilità non è in chi ha deciso finalmente di arrestare le guerre razziali di Milosevic e Seselj. E' annidato nelle uscite di Dini contro l'America gendarme del mondo: quest'America che continuiamo a invocare perché ci dia una mano, e che poi critichiamo per come si impegna. L'idealismo senza responsabilità è annidato in una sinistra che continua a esser patologicamente attratta da Serbia e Russia, e corre a Belgrado o a Mosca per corteggiare comunisti riconvertiti al nazismo. I veri idealisti non sono quelli che accettano questo battesimo dell'Europa, ben sapendo che da solo il continente non fa ancora paura a nessuno. Sono quelli che non coniugano le parole con gli atti, e non vedono contraddizione fra le malmostose insoddisfazioni e l'assunzione di responsabilità di governo.
Naturalmente verrà il giorno in cui occorrerà pensare davvero, una difesa dell'Europa. Ma anche in quel caso occorrerà combinare fedi e fatti, etica delle convinzioni e delle responsabilità. Manès Sperber, grande esponente dell'antifascismo, diceva che l'Europa doveva "apprendere a divenire una superpotenza, capace di incutere paura e di resistere alle tentazioni del suicidio politico". Era nell'83, l'anno in cui morì, e oggetto della sua polemica era il pacifismo filosovietico nel vecchio continente. Ma per divenire superpotenza temibile, l'Europa doveva smettere il suo vizio più grave: "L'ingratitudine aggressiva verso l'America: questa forma più che mai vile, dell'autoaffermazione individuale o nazionale".