1.1.4.3.2 Spinelli 02
Sabato 22 Maggio 1999
MA CI SI PUO' FIDARE DELLA RUSSIA?
GUERRA E PACE
Barbara Spinelli
inviata a MOSCA
S ERGEJ Kovaljov non ha smesso di essere un dissidente, nella Russia che si finge post- comunista e che sta per esser afferrata - ancora una volta - dal demone del nazionalismo panslavo e antioccidentale. Quando il comunismo parve svanire, nel '91, abbandonò per un attimo l'abito dell'oppositore, e divenne il rappresentante di Eltsin per i diritti dell'uomo. Ma Kovaljov aveva conosciuto i Lager sovietici, sapeva scorgere il reale dietro l'apparente, e non faticò a riconoscere, presto, il ritorno vittorioso delle nomenclature comuniste. Stessa arroganza, stesse forme di autarchia mentale, stesso sprezzo di qualsiasi regola dello stato di diritto: nonostante le promesse di Eltsin e il teatro del multipartitismo, il Vecchio Regime sopravviveva - impunito, inviolato - e mostrava di possedere i medesimi istinti di un tempo. Così il dissidente ricominciò il pellegrinaggio interrotto, nella solitudine e nell'inflessibilità: accadde tra il '94 e il '96, quando l'esercito russo invase la Cecenia e scatenò una autentica guerra di sterminio contro il popolo nel Caucaso.

Sabato 29 Maggio 1999
LA MEMORIA PERDUTA GUERRA E PACE
Barbara Spinelli
inviata a MOSCA
N EL piazzale che è di fronte alla sede dell'ex Kgb, non lontano dalle mura del Cremlino, c'è uno spazio alberato e nel suo mezzo si erge il monumento in onore dei perseguitati del comunismo. Di colore giallo, la sede del Kgb si chiamava anche Grande Palazzo: perché incessanti erano i suoi meandri e corridoi, e le vittime usavano sparirvi d'improvviso - per decenni, o per una vita - inghiottiti come polvere dalle pareti del palazzo. Si era convocati o trasportati alla Lubjanka, per essere interrogati. Si finiva fucilati, o nei Gulag, o processati per crimini antirivoluzionari. Nella grande maggioranza, i condannati venivano a sapere solo in quell'occasione di esser divenuti - di punto in bianco - nemici assoluti agli occhi del comunismo: nemici da liquidare. Questa insondabilità del nemico prescelto è un tratto essenziale che separa l'esperienza comunista da quella nazi-fascista.
Il monumento eretto nello spazio alberato consta di una sola pietra, di colore rosato, discreta. Fu trasportata qui dalle isole Solovki, che per secoli albergarono monasteri e che nell'epoca comunista vennero adibite a Gulag di morte e annientamento psichico.

Domenica 30 Maggio 1999
IL MONDO E LORO
Barbara Spinelli
DA quando le nuove Brigate rosse hanno assassinato Massimo D'Antona, si è aperta una sorta di tavola rotonda in Italia sulle grandi differenze che sussistono fra terrorismo di ieri e di oggi. Sono invitati alla conversazione ex brigatisti, che rievocano gli Anni di Piombo e sono i primi a sottolineare queste essenziali diversità. Ieri i terroristi avevano progetti non privi di una loro razionalità - ricorda ad esempio Germano Maccari - e possedevano addirittura una "cultura politica" suscettibile di creare consensi sociali. Oggi la violenza è inane, è ripetizione di un passato che non deve, che non può ripetersi in modi a tal punto farseschi. Oggi i terroristi non nuotano agili in acque accoglienti, come accadeva ai guerriglieri maoisti-leninisti negli Anni Settanta e Ottanta, dunque non sono in fondo terroristi doc. Quel che è irrazionale non ha realtà, come Hegel insegna, e la Storia insegnerebbe proprio questo: che indietro non si torna, visto che le sue strade sono indiscutibilmente diritte e "vanno" verso un qualche traguardo. Che non si deve, che non si può ricadere nel passato, visto che quest'ultimo illumina il presente e insegna pur sempre qualcosa di utile, edificante, o consolante.
Stupefatte, colte di sorpresa, le classi dirigenti camminano alla maniera di Orfeo - la testa rivolta all'indietro - e rischiano come Orfeo di fallire nella propria impresa. Razionalizzano il terrorismo di ieri, nella speranza recondita di razionalizzare quello di oggi. Si aggrappano al ricordo di gesti già visti, di esperienze già osservate. Sono attratte dalle diverse psicologie criminali, non dalla somiglianza degli uccisi o feriti. Un giornale nazionale, l'altro ieri, titolava a caratteri cubitali che "D'Antona non doveva essere assassinato". Che gli esecutori erano "andati oltre il mandato ricevuto". Che il piano prevedeva "solo di gambizzarlo". Ecco dunque l'evento individuato, circoscritto, e banalizzato-razionalizzato. Ecco un gruppo di esecutori che avevano forse un loro innocente incarico ("solo" ferire D'Antona, "solo" condannarlo alla sedia a rotelle) e che purtroppo non hanno rispettato le più ragionevoli direttive dei mandanti. Con mandanti così si può discutere, come si discute con gli ex brigatisti sulla cultura politica della violenza, o sulle sue irrealistiche nonché irreali imitazioni odierne. Si discute con gli ex brigatisti e si prospettano indulti, negli stessi giorni in cui si apprende che la loro direzione strategica ancora non ha detto l'intera verità agli italiani, sul sequestro di Aldo Moro. Surrettiziamente assolto, il passato rende più sopportabile e semplificabile il presente. A questo d'altronde servono le testimonianze di tante ex Br. A non vedere altro che un segmento del tempo: quello fra oggi, e ieri. A salvaguardare l'idea di una storia che va avanti, che fa tesoro delle esperienze, che nel suo cammino dal passato al presente si esaurisce e provvidenzialmente si conclude.
Invece la storia non finisce, né ha speciali traguardi. Continua i suoi contorti sentieri, e il presente non è solo colmo di passato ma è gravido di avvenire. E' precisamente questo presente che i neo- terroristi comunisti temono, che guardano con orrore pensando non al passato ma al futuro che esso sembra contenere. E' questo presente che annuncia lo sfaldarsi rapido, visibile, di tutti i riferimenti tradizionali cui l'estremismo violento era abituato: il riferimento dello Stato-Nazione in prima linea, con i suoi poteri sovrani intangibili, sacralizzati, conquistabili con metodi appresi su Manifesti. E poi il riferimento al comunismo, come ideologia e prassi che rischia di esser davvero colpita mortalmente, in un mondo dove gli spazi si restringono per le culture politiche fondate sulla gestione efficace, nazionalmente limitata, del risentimento, dell'umiliazione, dell'impotenza vendicativa dei reietti, dei piccoli, nel terzo mondo o nelle società sviluppate.
Non è dunque solo il riformismo delle sinistre, a suscitare quelle che Nietzsche chiama le "furie insensate del ressentiment", dell'odio rientrato, del rancore impotente. E' qualcosa di ben più vasto, decisivo. E' lo straordinario senso di inutilità, di rancore inane, di collera inerte, che suscitano oggi due processi storici apparentati e paralleli: la mondializzazione crescente dell'economia, e la mondializzazione del diritto quale si manifesta nella guerra che le democrazie liberali stanno conducendo contro il regime nazional-comunista di Milosevic. Ambedue i processi amputano drasticamente - e non senza la creatività distruttiva che secondo Marx caratterizza le rivoluzioni del capitalismo mondialista - le prerogative certificabili, irremovibili, dei sovrani nazionali. Non è più possibile fare quel che si desidera e che l'ideologia raccomanda, entro i confini dello Stato- Nazione. Non sono consentiti laboratori separati, mondi a parte dove si reinventa da capo un'economia politica, o dove si commettono crimini di guerra o contro l'umanità senza che nessuno infranga le porte. La guerra fredda è finita, con la sua negazione di qualsiasi diritto d'ingerenza nelle vicende interne degli imperi totalitari. I muri sono caduti, e cominciano a divenire operative, con celerità impressionante, le convenzioni internazionali sul genocidio, sulla tortura, sulle deportazioni, sulle discriminazioni razziali, religiose. In nome di questo diritto che lentamente va internazionalizzandosi Milosevic è incolpato da un Tribunale internazionale che indaga sulle guerre in ex Jugoslavia, e per la prima volta un criminale di origine comunista deve rispondere di quel che ha fatto.
Questa è la svolta minacciosa, che gli eredi del totalitarismo comunista vedono arrivare e che desiderano a tutti i costi arrestare. Questa impunità che viene improvvisamente negata non solo a Pinochet, ma anche a un comunista convertitosi al razzismo etnico. La vetusta maschera internazionalista cade infine, come menzogna che subitamente si disfa, e viene alla superficie quello che veramente interessa l'ideologia comunista violenta: poter fare i suoi esperimenti impunemente, grazie ai poteri conferiti da intangibili sovranità nazionali e da chiare suddivisioni di sfere di influenza. Poter difendere con le unghie i muri intorno allo Stato-Nazione segretamente idolatrato: muri che soli possono permettere gli assalti ai Palazzi d'Inverno, le società disfatte e rifatte da zero. Quello che interessa è scansare ogni ingerenza di leggi esterne, soprattutto se esercitata dalla democrazia americana e dalla sua vocazione a trasgredire - economicamente, culturalmente, militarmente - le frontiere classiche degli Stati sovrani. In nome di questi Muri che sono oggi a rischio, vengono esecrati in particolar modo capi di sinistra come D'Alema, o come il ministro della Difesa tedesco Scharping. L'estremismo affida ad ambedue l'epiteto di "assassino", perché ambedue hanno rotto con vecchie abitudini, e mostrano di voler adattarsi alla duplice mondializzazione: a quella dell'economia, che impone alle società nuovi Patti Sociali anti- protezionisti. E soprattutto alla mondializzazione della giustizia, con il diritto di ingerenza che essa comincia a legittimare. Il terrorismo riappare in Italia ma potrebbe riemergere anche in Germania: in entrambi i casi i leader politici sono considerati assassini perché grandi massacratori delle illusioni messianiche dell'anti-imperialismo.
L'internazionalizzazione del diritto come quella dell'economia non sfocia subito nello Stato mondiale descritto da Kant. Ma moltiplica una serie di regole e doveri comuni, cui tutti sono chiamati ad attenersi. Per il momento non impone una norma morale, un Bene universale - ed è una fortuna - ma consente di dirimere conflitti sanguinosi, di sventare mali, di porre limiti ai diritti assoluti, autarchici, di questa o quella élite nazionale. E' il motivo per cui tale internazionalizzazione può mettere spavento: essa accresce enormemente il senso di impotenza, di irrilevanza politica, in chi era abituato a esercitare il proprio potere di disturbo e di intralcio entro confini geografici precisi. Da questo punto di vista, il terrorismo rinascente è il grido di rivincita, di una teologia comunista violenta che non vuol morire. Che può adattarsi a difendere ideologie neo- nazionaliste, razziste, ma una sola cosa rifiuta categoricamente: che il comunismo sia trascinato in tribunale, che debba rispondere delle proprie azioni passate o presenti. Che perda quella che è ancora, esotericamente, la sua forza: il suo diritto, inalienabile, a gestire e sfruttare il risentimento degli oppressi, degli umiliati, degli esclusi.
Dice Nietzsche che il ressentiment è la patologia di chi si vede negata una vera azione, e che compensa tale inattitudine con la finta azione creatrice che promette la vendetta. Vendetta ebbra, che permette di sormontare l'abissale noia dell'inattività, della vita eccessivamente normale, prosaica, ovvero riformista. Il risentito ha bisogno di crearsi un nemico criminalizzato, per trasformare la propria reattività passiva in illusione di azione. Ha bisogno di immaginare illustri vendette, per abbassare un avversario che ritiene troppo forte, felicemente attivo. I sacerdoti-cultori del ressentiment hanno bisogno di falsificare l'avversario, ingigantendolo. "La loro anima ha uno sguardo strabico", racconta Nietzsche nella Genealogia della Morale: la loro azione si indirizza al di fuori, invece che all'indietro dentro di sé. E' un'azione essenzialmente reattiva, è un disinteressarsi alle conseguenze delle proprie mosse. In principio l'agire si dice animato da senso di giustizia, ma tale senso è trasferito sul piano del ressentiment e quel che infine prevale è un profondo disgusto della persona umana, delle sue prosaiche accettazioni, dei suoi compromessi. Se un giorno le due passioni del ressentiment si sposassero - dice Nietzsche - se si sposassero "il grande schifo dell'uomo e la grande compassione dell'uomo (...) ne nascerebbe inevitabilmente qualcosa di mostruoso, ''l'estrema volontà'' dell'uomo, la sua volontà del nulla, il nichilismo".
Ne nascerebbe la nichilista noia assetata di azioni eccitanti, incendiarie, che da sempre ha partorito dèmoni nella cultura italiana, o tedesca, o russa. E' lo stesso nichilismo che oggi si risveglia: non sotto forma di notturno sterile incubo ma di permanente tentazione diurna. Tentazione di mimare leniniste conquiste del potere. Tentazione di godere di tutti i vantaggi offerti dall'inazione, dall'irresponsabilità. Tentazione di gettare sassi dai cavalcavia, o bombe. Questo monopolio sul rancore spiega certe forze di resistenza del neo-comunismo: il fascino che ha esercitato, che ancora esercita agli occhi del terrorismo o di alcuni estremisti occidentali; delle nomenclature in Serbia, Bielorussia o Russia. Il mondo di ieri non si ripete tale e quale, e le prove per le democrazie liberali non sono mai le stesse. Ma di certo non bastano le testimonianze degli ex brigatisti, per capire le sfide che riserva il futuro. Di certo non è di utilità alcuna, questa loro diffusa propensione a decretare la fine del Vero terrorismo politico, la fine della Grande Noia, la fine della Storia, e la fine delle loro personali illusioni e responsabilità.

Martedì 2 Giugno 1999
USA PIU' LONTANI
Barbara Spinelli
SARA' ricordato come un anno di turbamenti densi e repentini, questo fin de siècle che ha visto affiancarsi tra gennaio e marzo due eventi decisivi per i cittadini dell'Unione: la nascita dell'Euro, che d'un colpo abolisce antiche sovranità monetarie negli Stati Nazione; e l'inizio del combattimento della Nato contro le guerre razziali di Milosevic in Serbia. Sono turbamenti che mettono in questione non poche certezze, come appare chiaro nel sondaggio che La Stampa pubblica alla vigilia delle elezioni europee. Che tendono a modificare le abitudini mentali, le inquietudini, le aspettative delle varie opinioni pubbliche. Muta quasi dappertutto il rapporto con l'America: questa superpotenza che per la seconda volta in un secolo aiuta il vecchio continente a liberarsi dei suoi mostri, e che tuttavia non ha necessariamente gli stessi suoi interessi, le stesse sue irrequietudini.
Le nostre élite sono rapide a condannare le ambiguità americane, la passione per le guerre a zero morti, o quello che Jean Clair chiama - efficacemente - il mito igienista dell'immortalità. Ma spesso si dimentica che l'America non combatte in Kosovo per interessi davvero vitali, mentre gli europei sì. Una nostra maggiore autonomia può dunque significare più fermezza, in zone per noi vitali.
Ovunque diminuisce il desiderio di vicinanza agli Stati Uniti, se si esclude il Regno Unito. Mentre aumenta - perfino tra gli inglesi - la volontà di allontanarsene. E' in Germania Federale che avviene un'autentica rivoluzione mentale, non molto diversa da quella che conobbe Parigi ai tempi di De Gaulle: nel giro di pochi mesi, i tedeschi ansiosi di vicinanza passano dal 66 al 38 per cento, mentre gli aspiranti al commiato passano dal 22 al 50 per cento. Anche qui il bisogno d'Europa prevale ormai sul bisogno d'America.
Tranne in Grecia, questa premura autonomista non coincide obbligatoriamente con neutralismi antiamericani, come nella guerra fredda. Gli Europei sono da anni ostili alle aggressioni panserbe di Milosevic, sin dall'aggressione contro la Bosnia invocano interventi militari, e la maggioranza favorisce oggi la guerra in Kosovo. Le società più determinate sono proprio quelle che sentono la necessità di prendere le distanze dall'America. Certo non mancano pulsioni neutralistiche: da molti mesi, i giornali tedeschi sottolineano ad esempio l'esistenza di un profondo neutralismo antioccidentale, in ex Germania comunista. Resta che il 54 per cento della nazione approva l'intervento alleato.
Ma sono i dati sulla Francia e la difesa, a chiarire quel che sta avvenendo nelle menti europee. Dopo gli inglesi, i francesi sono i più convinti assertori della guerra contro Milosevic - guerra egemonizzata politicamente e tecnicamente dalla Presidenza Usa - e al contempo rivendicano con più forza sia la creazione di una difesa comune, sia l'allontanamento dagli Stati Uniti. Il paradosso è apparente. I francesi chiedono una politica europea più attiva nel mondo, ma sanno di non poterla fare - oggi - senza la Casa Bianca.
Questa tendenza è meno accentuata in Stati deboli, come il nostro. Non che gli italiani siano contrari alla guerra o alla difesa europea, ma la voglia di vicinanza americana supera la voglia di autonomia, come in Inghilterra, Spagna o Portogallo. Non a caso, anche sui poteri sovrannazionali sono gli Stati meno solidi (Italia, Belgio) a sognare autorità federali forti. In genere, i cittadini sono allergici a ulteriori cessioni di sovranità: specie in Grecia, Inghilterra, Francia e - anche questo è inedito - in Germania.
Probabilmente è l'avvento dell'Euro che ha moltiplicato i timori di nuove perdite di sovranità. Le inquietudini economiche restano vaste, e lo Stato Nazione dà forse superiore sicurezza, se democratico. Incutono timore la disoccupazione, poi la povertà, il crimine, l'immigrazione clandestina. E' significativo che la paura dell'immigrato si attenui in Francia: forse, i partiti xenofobi di Le Pen e Megret potrebbero indebolirsi. E non meno significativo è l'umore del Regno Unito: perché le sue ansie di oggi saranno le nostre ansie di domani. Meno inquieti sulla disoccupazione e le tasse - grazie alla Thatcher, a Major, a Blair -  gli inglesi si preoccupano ora per gli effetti delle politiche adottate: aumento della criminalità, diseguaglianze, svanire dello Stato sociale.
Altro paradosso: il sondaggio sembra confermare una preponderante attenzione ai problemi interni, nella campagna elettorale. Ma può essere un'impressione ingannevole, perché oggi non c'è vera frontiera tra politica interna ed europea. Aveva detto Kohl che l'Euro era per tutti noi "una questione di pace o di guerra" nel XXI secolo e la storia gli ha dato prematuramente ragione. Resta da rispondere alla sfida di Vaclav Havel, secondo cui l'Europa dovrà "federalizzarsi e parlamentarizzarsi", per contare nel mondo. Dovrà avere un governo, e divenire più controllabile, più democratica. I cittadini sono precursori anche in questo. Il 62 per cento vuole un presidente dell'Unione eletto a suffragio universale: soprattutto in Italia e Germania. Vuole che finalmente anche il Politico si internazionalizzi, in un mondo dove già Moneta e Giudici sono europeizzati o internazionalizzati.

Domenica 6 Giugno 1999
LA GENERAZIONE DEI DIRITTI UMANI
Barbara Spinelli
LA prova delle armi è stata aspra, solitaria, non di rado deprimente, per i capi occidentali che hanno infine deciso - il 24 marzo scorso - di reagire militarmente alla quarta guerra razziale di Milosevic. Non è neppure una prova finita, perché le trappole della pace non sono inferiori a quelle belliche: c'è il rischio che Milosevic non mantenga le promesse, il che non stupirebbe vista la disinvoltura insolente con cui il leader serbo ha stracciato almeno una dozzina di accordi solennemente firmati, in otto anni. C'è il rischio che le élite serbe nascondano a se stesse la disfatta subita, che non siano in grado di edificare su di essa una nuova strategia fondata sull'autolimitazione, sul senso della misura, sul rispetto democratico delle diversità razziali, religiose, ideologiche. C'è il rischio che le aperture di Viktor Cernomyrdin siano sconfessate a Mosca da militari e politici nazional-comunisti, che già rimproverano al mediatore di aver svenduto la Russia, di averla asservita alla Nato, all'America: non sarà cosa semplice per gli Alleati, negoziare con i russi un comune protettorato militare che eviti la spartizione del Kosovo, che non divida la provincia in zone più o meno utili a Belgrado, che scongiuri il persistere di clandestini patteggiamenti serbo-russi e la vittoria di fatto delle pulizie etniche di Milosevic. Il temporaneo proseguimento dei bombardamenti serve precisamente a questo: a mantenere la pressione su Belgrado, fin quando i suoi soldati resteranno in Kosovo. A scongiurare che la pace si riveli una truffa, e che centinaia di migliaia di deportati albanesi-kosovari siano sbeffeggiati e non tornino più a casa.
Ma l'affastellarsi di trappole non invalida la lezione principale, di questa controffensiva bellica che americani ed europei hanno lanciato dopo anni di impassibilità, di irresponsabilità inerte, di disattenzione, di fronte alle guerre razziali dei serbi e al vasto disordine creatosi nel Sud Est europeo sin dall'abolizione dell'autonomia kosovara nell'89. Esistono ancora pericoli sul cammino dei governanti europei, ma la direzione che essi hanno seguito si è rivelata giusta, e per il momento premiata. Valeva la pena mostrare fermezza durevole per 72 giorni, e perseveranza, vigilanza relativamente paziente, di fronte alle tentazioni della stanchezza, dello sconforto, del disfattismo. Valeva la pena mostrarsi solidali con la strategia statunitense - a dispetto di non poche improvvisazioni, difetti - e con l'aiuto dell'America restituire un grande compito politico all'Europa, restituirle spazi inediti di manovra, di azione, di protagonismo strategico. Spazi cui il vecchio continente non avrebbe mai potuto aspirare, se fosse rimasta a guardare la Storia che passava: se non avesse replicato in prima persona, militarmente, alla battaglia dei dirigenti serbi contro le idee dei diritti dell'uomo, della nazione territoriale anziché etnica, della convivenza civile, del contratto sociale che fonda in Europa lo Stato moderno. Forse valeva persino la pena di puntare sulla moderna aviazione, che tanti hanno giudicato irrimediabilmente improduttiva, perdente. Anche se è vero: Cernomyrdin ha potuto infine piegare Milosevic perché Clinton minacciava la guerra di terra, e dunque i disastri sarebbero stati minori per i deportati se la minaccia fosse venuta già il 24 marzo. Ma molti detrattori delle scelte Nato saranno forse indotti a rivedere giudizi, certezze a volte impazienti, assolute. Solo uno lo ha fatto, con ammirevole umiltà, sulla Stampa di ieri: e non è tra i minori, giacché si tratta dello storico inglese delle guerre John Keegan.
Per la generazione di capi che guida l'Occidente, per le sinistre socialdemocratiche o laboriste che sono ai comandi nell'Unione, questa guerra è stata una scuola, decisiva, di politica e leadership, di responsabilità e indipendenza di giudizio. Indipendenza da ampli fronti pacifisti in Germania, Italia, parzialmente in Francia. Indipendenza dal Vaticano, in Italia. Così come è stata una sorta di battesimo, per l'Europa che già aveva compiuto un passo non irrilevante, in gennaio, dotandosi di una Moneta unica e di una Banca centrale sovrannazionale.
Si parla molto di sconfitta degli europei, condannati sempre ad agire a rimorchio degli americani. Ma ben più grande e suicida sarebbe la loro disfatta, qualora non fossero passati attraverso simile prova iniziatica. Se oggi si parla di edizioni europee del Piano Marshall concepito dagli Americani dopo il '45 per ricostruire il nostro continente, se alcuni accennano non senza fierezza al prossimo Piano Prodi per la guarigione non solo economica ma psichica, mentale, democratica, dei Balcani e dell'Europa postcomunista, vuol dire che l'Unione non esce né assente né perdente né serva, dalle tribolazioni balcaniche. La politica anzi ricomincia, soprattutto se gli europei condizionano gli aiuti per Belgrado alla democratizzazione serba e alla dipartita di Milosevic, come chiesto da Blair, Chirac e Schroder.
E' una prova iniziatica per le sinistre, ed è allo stesso tempo una nuova immagine dell'Europa che si fa strada. Un'immagine che incorpora infine quel che è accaduto nell'89, e che permette di cominciare a pensare il fondamentale: dove comincia e dove finisce l'Europa, non solo dal punto di vista dei territori ma della civilizzazione, dei costumi. Dove si collocano i suoi confini necessariamente estesi, dopo la fine del comunismo e quello che Vaclav Havel chiama: il ritorno della Storia e dell'Occidente, nell'Europa centro-orientale e sud-orientale, nella stessa Russia e Ucraina. Sono stati quesiti ripetutamente ignorati, tra il vertice fondatore della Moneta europea a Maastricht e il marzo di quest'anno. Tanto son durate anche le guerre balcaniche, e oggi alle domande non si sfugge. E' nel confronto bellico cui hanno consentito, è nella contrapposizione di due modelli alternativi di società - modello di Stato laico che organizza le diversità, modello di Stato etnicamente puro e militarizzato - che le nazioni dell'Unione hanno potuto cercare in queste settimane il senso della loro comunanza, e la natura delle loro prossime frontiere.
Il fatto che la maggior parte dei leader occidentali provenga dal Sessantotto non è indifferente, in tali ricerche e consapevolezze. Questa è la generazione che si lasciò affascinare dalle false liberazioni nazionali mao-leniniste, ma è anche la generazione che ha interiorizzato l'importanza dei diritti umani, la centralità dell'individuo, la preminenza della singola persona sulle prerogative di antichi o recenti collettivi come lo Stato, la nazione, i partiti teocratici, ideocratici. Questa è la generazione che in Europa occidentale ha assistito a un evento di capitale importanza: lo sfaldarsi sistematico, e liberamente consentito nei Paesi dell'Unione, degli attributi di sovranità cui ancor ieri lo Stato Nazione era avvezzo. La lenta codificazione del diritto di ingerenza è conseguenza logica di questi ridimensionati Stati sovrani. L'incriminazione per tortura o per crimini contro l'umanità - ieri di Pinochet, oggi di Milosevic - conferma quello che vanno dicendo personalità come Havel, Habermas, o in Italia Andreatta con il suo insistere sul "nuovo diritto pubblico europeo": il diritto della persona prevale - in circostanze estreme di conflitto - sui diritti della nazione, della non ingerenza, delle sovranità intangibili protette dall'Onu. Con molto ritardo, responsabili come D'Alema e Blair, Jospin e Schroder, riscoprono quel che Thomas Mann disse già nel '40: "Vorrei attrarre l'attenzione sul fatto che la scelta delle grandi democrazie - di non fare la pace con l'attuale governo tedesco - rappresenta una ben più profonda, decisiva innovazione. In effetti, siamo di fronte all'epocale rinuncia a un principio che l'Europa continuava a difendere con letale conservatorismo, nonostante fosse evidente a tutti il suo anacronismo e la sua dannosità: il principio della non ingerenza, della sovranità assoluta delle nazioni". (Questa Guerra, 1940) .
Le sinistre che governano hanno anche appreso a pensare le guerre: cosa che non erano abituate a fare, neppure quando pacifisticamente appoggiavano le violenze belliche sovietiche. Proprio in questo Milosevic si è radicalmente sbagliato, come d'altronde si sbagliò Hitler quando puntò sulla decadenza morale dell'Occidente. Poco prima dei bombardamenti Nato, il capo serbo disse al ministro degli Esteri Joschka Fischer: "Io sono pronto a camminare sui cadaveri, mentre l'Occidente no. Ecco perché alla fine vincerò". Per ora non ha vinto. Magari resterà ancora al potere e potrà intralciare la pace, ma uno statista così - ricercato per crimini contro l'umanità dal Tribunale dell'Aia - è divenuto un personaggio con cui è imbarazzante allearsi, per chiunque. Un personaggio così non potrà più lasciare la Serbia contando sull'impunità.
Molti intellettuali contrari alla guerra e molti conservatori che custodiscono l'intangibilità degli Stati sovrani non avevano fatto i conti, con questa classe di cinquantenni giuristi, mondializzatori del diritto, meno complessati sulle scelte belliche. Ma nemmeno Milosevic aveva calcolato quel che è successo nelle menti della prima generazione di leader nati in tempo di pace. Questa guerra ha liberato Jospin da Mitterrand, Schroder dall'esigente ombra di Kohl, D'Alema da Berlinguer e Bertinotti. Significativa per molti è la scoperta fatta da Fischer, nella guerra in Bosnia. Fu allora che il capo dei Verdi annunciò che lo slogan delle sinistre e della Germania doveva mutare: " Mai più Auschwitz " doveva prendere il sopravvento, sul superato e pericoloso: " Mai più la guerra ".
Anche per questo il Kosovo è stato equivalente a una laurea, per i governanti di sinistra. Lo è stato molto più dell'Euro, che essi hanno accettato con relativa convinzione ma senza aver avuto l'impressione di forgiare con le proprie mani la storia. La Moneta Unica è stata fatta dai padri del '68. E' il grandioso completamento della scommessa postbellica, di metter fine alle guerre tra europei e soprattutto tra francesi e tedeschi. Ma i figli dei fondatori hanno incrociato nuove guerre, nuove sfide, nuovi orrori della storia: gli orrori rosso-bruni che il comunismo, cadendo, ha ingenerato nei Balcani. Gli orrori del Ruanda, della Cecenia.
I capi europei hanno appena cominciato a rispondere, e molto resta da fare. Non solo in campo di difesa, per consentire in futuro azioni ferme senza gli americani. Né sarà sufficiente un Piano Prodi per i Balcani. Si tratta di occuparsi finalmente dell'essenziale, il che vuol dire della Russia. Questo è il momento in cui la Russia oscilla: può avvicinarsi all'Occidente e ricostruirsi un proprio spazio di grande potenza, o può allontanarsene e curare le proprie ferite con il risentimento dell'umiliato e dell'offeso. L'accordo fra Nato e Cernomyrdin sembra premiare la soluzione occidentale, ma tutto a Mosca traballa e tanti russi ancora non sembrano comprendere che Cernomyrdin è stato maestro nel piegare Milosevic perché alle spalle aveva l'inflessibilità di Clinton e della Nato. Sicché anche qui sarà probabilmente urgente un Piano Prodi, diverso da quello per i Balcani ma simile nello spirito. Come il Piano Marshall pensato per l'Europa, esso potrebbe favorire gli sviluppi democratici, penalizzare gli estremismi, premiare etnie e nazioni che collaborano le une con le altre. Progetti di questo tipo sono urgenti, perché gli occidentali non si sono battuti e non si battono solo per la liberazione del Kosovo. Si sono battuti per un'idea di civiltà, e per precisi interessi continentali- strategici. Si son battuti anche per la democrazia in Russia, nella speranza che i tanti imitatori di Milosevic escano un po' più scoraggiati, dalla visione di questo conflitto nei Balcani.

Venerdì 11 Giugno 1999
IL PREZZO DELLA RICOSTRUZIONE
Barbara Spinelli
NON sarà cosa semplice, ricostruire la pace dopo dieci anni di aggressioni panserbe perpetrate da Belgrado, dopo otto anni di guerre razziali condotte dalle truppe di Milosevic, e dopo undici settimane di bombardamenti Nato sul territorio della Repubblica jugoslava. Si tratta per la popolazione serba di guardare in faccia la disfatta che ha subìto, e di fecondarla senza risentimenti e rancori, come seppe fare la Germania dopo il '45. Si tratta per gli albanesi deportati dal Kosovo di tornare alle loro terre in condizioni militarmente assicurate, senza temere i coltelli di Arkan o la vergogna degli ostacoli amministrativi, dietro gli angoli delle case incendiate che toccherà con pazienza, con tenacia, pietra su pietra, riedificare. Si tratta, per le nazioni e province limitrofe, di ritrovare ragione di sperare, dopo un conflitto che albanesi, macedoni, montenegrini, ungheresi, hanno vissuto a fianco dell'Alleanza occidentale assumendosi chi l'onere di ospitare centinaia di migliaia di deportati, chi il rischio di tensioni gravi - insidiose per le minoranze di connazionali nel caso ungherese - con il nazionalismo di Belgrado.
Ma il compito sarà scabroso anche per l'Europa occidentale, che in queste settimane ha scoperto in fin dei conti se stessa, dopo aver nascosto la testa nella sabbia per almeno un decennio. L'Europa ha scoperto i suoi nuovi confini, non tanto geografici ma di civiltà, di difesa della persona umana, di contrattazione del vivere insieme. Ha scoperto le sue più vaste responsabilità continentali, per la prima volta e seriamente dopo la caduta del Muro di Berlino nell'89. L'Europa unita non si è costruita nel ferro e nel fuoco dopo il '45, e in questo essa è un modello per le nazioni postcomuniste che si lasciano tentare da bellicosi deliri nazionalisti, che non condividono la memore sapienza e l'autolimitazione dimostrate da Havel a Praga, nell'ultimo decennio. Ma è nel ferro e nel fuoco che in queste settimane il modello europeo di convivenza civile, nazionale, si è purtuttavia affermato. E' a Pristina e nei cieli sopra la Serbia che l'Europa - pochi mesi dopo aver architettato la Moneta Unica, con l'assistenza ancora determinante degli americani - nasce come possibile Unione politica: Unione con caratteristiche più imperiali-federaliste che nazionali, chiamata non solo ai dolci commerci ma a tracciar frontiere, a pacificare propri retroterra, a federare e stabilizzare nazioni europee disabituate da mezzo secolo di comunismo alle regole del contratto, del civile conversare, del diritto-dovere spettante all'individuo. E' in questo conflitto del Kosovo che il vecchio continente si è trovato a raggiungere la maggiore età, sotto l'ombrello statunitense ma già oltrepassando l'epoca - per gli europei occidentali così confortante, deresponsabilizzante - della guerra fredda e della dissuasione nucleare amministrata a Washington. Su alcuni volti di capi europei tale cambiamento è visibile. E' come fossero divenuti un po' più vecchi, un po' meno dipendenti dallo sguardo del mondo adulto. Soprattutto i volti di Joschka Fischer, di Massimo d'Alema, di Tony Blair: in questa guerra sono stati tra i più tenaci, più decisi. E tra i più solitari - in Germania e Italia in primo luogo - nell'ora delle scelte strategiche sovrane.