1.1.4.3.4 Spinelli 04
Domenica 30 Aprile 2000
Macbeth in Parlamento
di Barbara Spinelli
Per un politico che abbia buon senso, e che osservi il nostro Paese da una certa distanza, quel che sta accadendo nei palazzi del potere italiano deve apparire non solo arduo da capire, ma del tutto anomalo e non poco deviante. Non è normale il linguaggio che le opposizioni hanno adoperato alla Camera, per squalificare il governo Amato. Non è normale ed è perverso il ricorso metodico, insistente, a aggettivi che non si limitano a criticare il nuovo Presidente del Consiglio e la sua maggioranza parlamentare, ma che negano ad ambedue ogni legittimità, ogni diritto a rappresentare formalmente la nazione. Colpisce non solo la metodicità, ma la spensieratezza con cui il capo dell’opposizione parla di democrazia sequestrata, commissariata, vulnerata. Il centro- destra ha vinto le elezioni regionali prima che la legislatura finisse - evento ordinario in altri Paesi europei - ma da noi il terremoto coinvolge la totalità dei rappresentanti, quasi che un voto valesse l’altro. Il centro sinistra riceve l’intimazione a lasciare subito il posto di comando, che si è guadagnato non in uno scrutinio locale bensì nazionale. E il rifiuto di ottemperare deturpa irrimediabilmente la figura dei governanti. Il sovrano perde prestigio,non incarna più autorità: diventa maschera di un balletto ingannatore, come dice Berlusconi. Le maggioranze parlamentari sono denominate abusive, simulate. Nelle parole dell’opposizione il potere non è che finzione, artificio, e precisamente questo eccesso di valori formalistici è sentito come intollerabile. Tutto quel che nella democrazia è forma, procedura convenzionale, regola codificata e condivisa, ha sapore in Italia di usurpazione oppure di rinuncia ai veti incrociati fra partiti: risulta dunque ostico, impraticabile. Formalmente non si esclude che Ciampi abbia ragione, e che il governo Amato possa sussistere avendo ottenuto i consensi alla Camera. Ma sostanzialmente c’è crimine di lesa volontà elettorale. Minaccioso, Bossi si rivolge ai «tecnocrati al servizio della Triplice sindacale, dei poteri forti, della Nato, del Superstato mondiale», e annuncia: «Presto verrete cancellati dal disprezzo del popolo!» Non si aggirano che usurpatori, a Palazzo Chigi e in Parlamento. Già oggi non hanno potestà di farsi obbedire - ammonisce il leader della Lega - a cospetto dei governatori regionali che maggioritariamente sono di destra: anche qui l’Italia costituisce un caso a parte, e le regioni prevalgono sulle autorità centrali. Kohl non fu giudicato illegittimo perché la Camera dei Länder era di sinistra. Schröder neppure, quando i democristiani riconquistarono molte regioni. Il federalismo italiano promette altro. La grande guerra contro le sorpassate, ingombranti procedure della democrazia formale può cominciare. Vocabolari di questo genere fanno pensare a Weimar, e alle accuse di illegittimità lanciate contro la debole democrazia tedesca fra le due guerre. Solo che in Italia il fenomeno non è nuovo, non nasce con l’opposizione di centrodestra e con la figura del suo leader, con i postfascisti o con Bossi. E’ un morbo antico, oscuro che dal dopoguerra si è installato stabilmente nel Paese e che imprigiona le menti dell’intera classe dirigente, di destra come di sinistra. Berlusconi non è che la caricatura di un vizio che non solo precede la sua ascesa politica, ma che l’ha resa possibile, e l’ha favorita. Il potere e lo Stato con le sue convenzioni sono sempre ritenuti in qualche modo abusivi, usurpatori: dissonanti dalla democrazia reale, quale si esprimeva di volta in volta nel popolo di sinistra o di centrodestra, in questa o quella classe sociale. L’offensiva contro il formalismo della democrazia ha radici nella tradizione leninista dell’ex partito comunista, come in quella di destra. Di queste tradizioni la classe politica non si è liberata, e il loro peso è assai più destabilizzante della mancanza di progetti, o di anima, o di identità. La stortura mentale che regna in Italia scaturisce dal sospetto - diffuso, accanito - che grava sulla legittimità di chi detiene il potere. E’ la stortura di cui ha patito il partito egemone del centrosinistra, da quando è al governo. E’ la stortura che molesterà anche Berlusconi, fatalmente, il giorno in cui il Polo dovesse entrare a Palazzo Chigi. E’ il permanere e l’estendersi di questo male che spiega l’impossibilità degli uni come degli altri di divenire normali. Che spiega l’incapacità di lavorare sulla memoria storica della nazione, con un comune senso di responsabilità. Che accentua l’inattitudine ad archiviare il passato apprendendo qualcosa dagli errori commessi. Così vediamo tornare in scena i socialisti legati a Craxi, ma senza che sia avvenuta un’analisi delle sue degenerazioni, oltre che delle sue virtù di statista. Così vediamo defenestrato D’Alema, dopo che questi contribuì a defenestrare Prodi, ma senza che il suo partito abbia seriamente battagliato per difenderlo sul piano delle procedure democratiche. Le dimissioni di D’Alema, unitamente al congedo dei due unici ministri che avevano tentato opere riformatrici - il ministro della sanità Bindi, il ministro dell’educazione Berlinguer - sono vizi di nascita del governo Amato. Questi sì, sono un vulnus alle forme della democrazia rappresentativa, e un omaggio alle false dottrine sulla democrazia sostanziale. La rinuncia di D’Alema equivale al riconoscimento esplicito della propria illegittimità, dell’assenza di fondamento morale e consensuale della propria autorità. L’ex Presidente del Consiglio aveva perso certo le primarie, e non poteva più candidarsi Premier nel 2001. Ma aveva perso le primarie, non Palazzo Chigi. Quanto al congedo dei due ministri riformatori, Vittorio Foa ha commentato giustamente l’atteggiamento suicida della coalizione di governo: «Nel centrosinistra c’è l’idea che la riforma della scuola debba servire agli insegnanti e quella della sanità ai medici, mentre tutte le riforme dovrebbero servire al Paese». Anche l’apertura ai tecnici medici o accademici è frutto di un rapporto patologico con la legittimità. Quando quest’ultima è messa in causa, sono le corporazioni a farsi avanti. O sono le figure provvidenziali, apolitiche, che con la società degli elettori non hanno più alcun rapporto: figure come l’ex presidente Cossiga, o il governatore Fazio. La salvezza politica che si invoca da un banchiere centrale, nelle democrazie, somiglia alla salvezza che si invoca dai militari in America Latina. Questa mancanza di cultura democratica formale, questa perenne confusione tra procedure convenzionali e vicende sostanziali o morali, è palese in Italia fin dal dopoguerra. Il partito comunista era eccessivamente saldo e pericoloso, perché potessero valere pienamente le forme della democrazia: era necessario porre la questione della legittimità sostanziale accanto a quella della legalità, per evitare che il Pci prendesse democraticamente il potere. Al tempo stesso, anche nel comunismo era vigorosa la cultura ostile alla legalità formale, unita all’esaltazione della democrazia vera, reale: la stessa cultura di cui si appropriano oggi Berlusconi, Fini, Bossi. Sicché si è formata una sorta di santa alleanza partitica, che si è aggrappata a queste abitudini trasformandole in armi quotidiane della lotta politica. In altri Paesi europei esiste una sorta di selezione naturale dei leader adatti a governare, per esperienza e dignità. O esistono regole condivise, che vietano agli illegittimi (l’estrema destra e i comunisti, nella Germania del dopoguerra) di accedere ai vertici dello Stato. In Italia è diverso. Il blocco di destra ha bisogno di un avversario da poter delegittimare, e non a caso Berlusconi ha detto una volta: «Per poter vincere, abbiamo bisogno di un comunista o un ex comunista a Palazzo Chigi». E anche le sinistre hanno il bisogno vitale di fronteggiare un avversario con il maggior numero di difetti, magari indagato dalla giustizia - Berlusconi, appunto - per poter maneggiare sempre, se necessario, la carta della legittimità. Una nazione matura democraticamente non sceglierebbe Berlusconi come candidato alla Presidenza del consiglio. Scriverebbe regole che proibiscono le massime cariche pubbliche ai grandi padroni dei mezzi di comunicazione. Queste regole non sono mai state imposte dal centrosinistra. Tanto viva è ancora la nozione della democrazia «autentica», e il desiderio di poter ricorrere alla spada della delegittimazione. L’Italia non ha né le regole, né il comportamento naturale di una classe dirigente capace di selezionare i capi. Berlusconi ha ottenuto uno spazio dalle sinistre, che in democrazie più autodisciplinate non avrebbe. Si discute molto in questi giorni di vulnus, di ferita inferta a una volontà popolare sprezzata dal potere politico. Ma il vero vulnus, nella biografia di D’Alema presidente del Consiglio, è altrove. E’ la maniera disinvolta, disattenta, anch’essa suicida, con cui l’ex capo del governo gettò via l’esperienza dell’Ulivo nel ’98, e assistette inerte, consenziente, all’attacco mortale di Bertinotti contro Prodi. E’ a quell’epoca che la sua legittimità venne scalfita in profondità, e D’Alema deve averlo presagito: cedendo alle pressioni di dimettersi, ha ammesso indirettamente che un’usurpazione grave aveva avuto luogo. L’Ulivo era il primo tentativo fatto a sinistra di riconquistare un elettorato riformista, di diminuire preminenza e ricatti dei singoli partiti. Prodi univa legalità e legittimità. Il contributo di D’Alema alla sua destituzione lo ha indebolito nella coalizione, e ha esposto inutilmente un postcomunista sul fronte della legittimazione, quando ancora il suo partito non era completamente maturo per la democrazia formale. Dicono che l’ex capo di governo abbia incrociato due spettri, che lo avrebbero visitato il giorno della sconfitta alle regionali: quello di Occhetto e di Prodi. «Faccio i conti con loro, adesso. Nel momento dell’amarezza, quando molte sono le tentazioni e spesso tutte legittime, devo e voglio fuggire da questi due fantasmi. Non farò prevalere né la tentazione di uscire di scena, né quella di preparare il terreno a una mia personale rivincita». Ma gli spettri gli sono apparsi come il fantasma di Banquo, che Macbeth ha ucciso e che vede apparire nel banchetto finale. D’Alema paga oggi la lesione alla democrazia italiana - accaduta con la deposizione di Prodi - come i Ds pagano la lesione inferta a un socialismo italiano troppo demonizzato, e poi troppo usurpato. Lo stesso Berlusconi che mima i discorsi classici della sinistra sulla democrazia sostanziale, è una delle tante nemesi, che percuotono una sinistra postcomunista alle prese con le forme, difficili, della democrazia.

Domenica 21 Maggio 2000
La lunga battaglia con il cattolicesimo
Il comunismo come religione
di Barbara Spinelli
Se sia possibile vivere senza Dio, e se il Novecento sia il secolo che tentò precisamente questo: agire nel mondo come se non esistesse una potenza ultraterrena, non voler credere, non voler abitare una religione. Sopra la propria testa: cieli inabitati, non privi di misteri ma senza divinità. Se gli orrori del secolo siano discesi dall’esaltazione dell’ateismo e da quel che esso cerca o pretende: fare a meno della trascendenza, non solo intellettualmente ma nell’esistere pratico, e politico. Sono i quesiti apparsi negli ultimi giorni, a seguito del pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Portogallo e della rivelazione del cosiddetto terzo segreto di Fatima. E’ stata una settimana all’insegna di questo pensiero: dominante, controverso, comunque fonte di turbamenti. Non solo a causa della credibilità o meno delle verità che Maria Vergine avrebbe comunicato ai tre piccoli pastori di Fatima, nel pieno della guerra ’14-’18 e in coincidenza con l’avvento del comunismo in Russia. Al di là delle obiezioni sensate che Gian Enrico Rusconi ha mosso su questo giornale - il Novecento non si scioglie e non si spiega tutto a Fatima - resta il turbamento, suscitato dalla domanda iniziale. Se davvero questo sia un secolo che si è azzardato a esistere negando Dio e la religione. Se davvero la Chiesa ha combattuto un’immensa battaglia contro la miscredenza. Le parole del comunismo annunciano questa volontà negatrice di Dio, indubbiamente. Non meno delle parole del nazionalsocialismo, d’altronde. I teorici comunisti si sentono figli dei Lumi, di Voltaire, e pretendono di nutrire dubbi già sorti nell’umanesimo rinascimentale: la ragione deve esser messa su un piedistallo più alto della fede, la religione è «oppio dei popoli». Hitler avrebbe espresso un sentimento di estremo disprezzo per l’insieme delle religioni monoteiste, e non solo per l’ebraismo che si propose di liquidare. I doveri che le grandi religioni impongono, i limiti che esse fissano alla peripezia umana, lui li considerava alla stregua di intollerabili ostacoli, lungo il cammino prometeico che intendeva imboccare. L’avversione per i «doveri» ricorre frequente anche in Marx, accompagnata dall’avversione per gli «interessi». Ma le fraseologie non dicono mai quel che il totalitarismo nel fondo pensa, e in genere hanno un rapporto conflittuale con quello che esso di fatto è. Questo è particolarmente vero nel comunismo, che ha abusato in maniera abnorme dei vocabolari e si è macchiato di autentici crimini contro la parola. Il principale giornale dell’Urss si chiamava «Pravda»: verità. L’essere umano era al centro di ogni cura, poteva infine reputarsi re dell’universo, e per questo Dio era stato estromesso: ogni catena era destinata a cadere, compresa quella religiosa. Così lontane dal reale erano simili terminologie che si creò tra parole e fatti un baratro, tuttora non colmato. Ancor oggi si tende a analizzare le parole o le intenzioni, e a lasciar nella nebbia la natura dei totalitarismi: la natura delle loro promesse, dei loro costumi, delle loro militanze. La natura dei totalitarismi è di carattere sommamente religioso, e con la miscredenza e l’assoluta centralità dell’uomo ha poco a vedere. Comunismo e miscredenza sono disposizioni dell’animo radicalmente opposte, incompatibili tra loro. Si può entrare nel comunismo come miscredente, ma non si può restare aggrappati ad esso neppure un anno, senza l’ardore della credenza. Anche il male che il comunismo reale ha arrecato, le vette di crudeltà cui è giunto: non sono concepibili senza un’alta dose di infervoramento, detto anche fanatico in quanto «ispirato da una divinità». L’estasi che consente di sormontare la vergogna e il disgusto di sé, il fanatico l’ha provata nel fanum, nel tempio dove si apprende la strada, anche violenta, per strappare il Bene supremo ai giorni futuri. La fede è il dispositivo cardinale del comunismo, e senza di essa nessuno avrebbe mai potuto divenirne un praticante. Bisognava credere senza dubitare, senza ragionare, senza badare all’evidente insensatezza delle promesse finali: «Credo proprio perché è assurdo», credo quia absurdum, era la risposta - presa in prestito dal cristianesimo - che i comunisti opponevano a chi cercava di dimostrare l’inesistenza del Nuovo Mondo, e del Nuovo Uomo, profetizzati dal dogma. Il Nuovo Mondo e l’apoteosi della Storia progressista erano stati messi sul trono al posto di Dio. Erano attesi come si aspetta il Messia, anche se il messia era secolarizzato, scristianizzato. Mettere in dubbio il messianesimo politico-sociale costituiva peccato di miscredenza, esattamente come dubitare dell’esistenza di Dio è ritenuto peccaminoso nella Chiesa. Il totalitarismo comunista non ha inaugurato né forgiato un secolo senza Dio. Ha riempito di Dei e di fideismi il Novecento, e anche se ambedue avevano false sembianze erano pur sempre vissuti come Dei, come fedi: tanto più credibili quanto più inetti, credibile quia ineptum, diceva Tertulliano. Tali furono i totalitarismi contro cui il cristianesimo si è battuto, da cui è stato martirizzato, e che ha contribuito ad abbattere: non sistemi di pensiero atei, miscredenti, ma sistemi fideistici resi pressoché invulnerabili dalla loro vocazione all’irrazionalità, all’oscurantismo, alla credenza ottenebrata. La guerra antitotalitaria dei papi di Roma - e di Giovanni Paolo II in modo speciale - è stata una guerra tra religioni. Una guerra contro la setta messianica che il comunismo ha incarnato, con la sua teologia politica costruita sull’imitazione- perversione dell’esperienza cristiana. E’ quello che accomuna d’altronde i totalitarismi e gli integralismi religiosi: ambedue sono il tentativo di fermare una secolarizzazione troppo spinta, una miscredenza individualistica potenzialmente sovversiva, una modernità eccessivamente dura da sopportare. Né il comunismo né il nazismo hanno contemplato la possibilità di vivere senza un Dio. Hanno piuttosto voluto il contrario: hanno desiderato fermare il divenire della Storia, restaurare recinti, abitudini di fede. Hanno dato altri Dei, a persone e popoli che volevano sottomettere: il Dio della razza, o della classe, o della Storia. Hanno voluto porre un argine alla secolarizzazione e alla miscredenza, già iniziata da secoli. I totalitari usano sognare rivoluzioni, e se possono le fanno. Usano spregiare il diverso, e se possono lo eliminano. Calcolano il tempo in termini di millenni, non di anni di legislature. Hanno dunque bisogno di fedeli pronti a tutto, di invasati. Anche nel cristiano Ruanda, sei anni fa, fu necessario un fervore semireligioso per trucidare in poche settimane quasi un milione di tutsi: ministri della Chiesa parteciparono al genocidio. Solo la fede può dare un sovrappiù d’amore: è quel che ha detto Giuliano Amato, e forse non ha torto. Ma la fede può dare anche un sovrappiù di efferatezza, quando le sue virtù e i suoi ardori si moltiplicano e rompono le dighe. Il Novecento si conclude con il fallimento non di una rivoluzione atea, ma di rivoluzioni millenariste. Quel che finisce in Europa non è una guerra contro la miscredenza, ma un conflitto tra diverse teologie: da una parte la cristiana, dall’altra le totalitarie. Da una parte la forma che si è data la Chiesa, dall’altra le sue informi escrescenze eretiche. Le guerre religiose volgono al termine ed è oggi che comincia, per il cristianesimo, la sfida dell’ateismo. Sette ed eresie sono lievito e fonte di arricchimento, per le grandi religioni. Sarà importante vedere come la Chiesa reagirà alla nuova situazione. E’ nella conferenza presinodale del ’99 e non in epoca totalitaria che Giovanni Paolo II constata, inquieto, che il continente europeo vive ormai «come se Dio non esistesse»: Etsi deus non daretur . Questo non significa che l’ateismo sia sempre innocuo. Può infervorarsi anch’esso, incrudelirsi. Veramente inoffensiva è solo la laicità: perché non è un persuasione ma un metodo, che apre spazi dove le religioni possono incontrarsi senza farsi violenza. Ma finché è miscredenza, l’ateismo non dovrebbe rappresentare una minaccia, né per le religioni né per l’umanità. E’ un mondo a parte, frequentato da chi vuol vivere senza Dio in maniera non ostile ai credenti: l’ateo è un uomo che non ha mezzi invisibili di appoggio, è stato osservato. Lo stesso San Paolo mostrò indulgenza nei suoi confronti, denunciando l’esclusione dal diritto di cittadinanza che Israele riservava a atei e pagani (Lettera agli Efesini, 2, 11-12). Anche l’ateo può credere: le battaglie di Voltaire per la libertà di opinione lo dimostrano. La minaccia insorge quando la negazione dell’esistenza di Dio sfocia in negazione di ogni autodisciplina morale, di ogni autolimitazione. Quando si usa Dio per dichiararne la morte, e annunciare che stando così le cose, «tutto è permesso». E’ il momento in cui l’ateismo cessa di essere miscredenza, e si tramuta in nichilismo. Nichilismo che distrugge non solo Dio, ma qualsiasi cosa esista e prenda forma di tradizioni, di leggi. Il nichilista non è capace, in realtà, di vivere senza Dio: l’avventura è per lui troppo difficile, e lo spinge prima alla disperazione poi alla ricerca di identità e fedi sostitutive. Dopo aver demolito ogni cosa deifica se stesso, come il suicida Kirilov nei «Dèmoni» di Dostojevski. Lo scrittore Paul Bourget, nel 1885, definiva il nichilismo «una mortale fatica di vivere, una mesta percezione della vanità di qualsiasi sforzo». Il nichilismo è una patologia dell’ateismo ma può anche infettare il credente religioso. E’ la vera malattia del secolo, e scaturisce dalla rinuncia combinata al panico. Nietzsche, che l’annunciò e ne subì il fascino, la definisce purtuttavia «una bassezza del pensiero». Il nichilista, lo chiama «lacchè del pensiero». E’ una malattia che nasce da una doppia incapacità: incapacità di vivere senza Dio, e incapacità di vivere con Dio senza cadere nel fideismo, nell’infatuazione che disconosce limiti. «La religione di uno non porta ad altri né danni né vantaggi»: fu il precetto di Tertulliano, nel I secolo del cristianesimo, e il precetto resta prezioso ogni volta che riappare la tentazione totalitaria di sfuggire allo scoramento nichilista fondando una nuova fede, un nuovo uomo, e un nuovo Dio.

Domenica 04 Giugno 2000
L’europeo che viene da fuori
di Barbara Spinelli
Ricevendo il premio Carlomagno per il contributo alla costruzione europea, venerdì davanti al Duomo di Aquisgrana, Clinton ha riempito di gioia i leghisti: ha parlato infatti delle nuove identità regionali, che stanno prendendo corpo nel continente, e assieme a Galles o Catalogna ha citato anche - tra le province rinascenti - il Piemonte e la Lombardia.
Il suo discorso non si esaurisce tuttavia qui, e ancor meno esalta il localismo e le radici etniche, come i compiaciuti dirigenti della Lega sembrano supporre. Accanto alla novità delle regioni divenute più intraprendenti, Clinton ne constata una seconda, che va crescendo con eguale forza: accanto alla devoluzione del potere democratico verso il basso, ha detto, «l’unità europea sta producendo istituzioni comuni più grandi degli Stati-nazione».
Manca dunque il culto delle radici, nella sua allocuzione. Manca l’affezione etnica e qualsiasi ideologia fondata sulla separatezza o l’elezione di una stirpe. Manca anche la predilezione per un’Europa delle Regioni, capace di corrodere non solo l’autorità degli Stati-nazione ma anche di istituzioni sovrannazionali come la Commissione di Bruxelles o il Parlamento europeo.
Tanto più importante è la premiazione carolingia, che Clinton riceve dagli alleati a undici anni dalla caduta del muro di Berlino. Importante proprio perché la concezione del Presidente diverge in modo radicale, da quella di Bossi o di altri politici stregati da patrie piccole ed epurate. Perché le sue parole - malgrado le lentezze, le ignavie nell’azione - contengono pur sempre il meglio che l’Europa abbia prodotto negli ultimi duecento anni.
Non il centralismo, ma la tradizione federale o girondina che scongiura gli appetiti assolutisti dei despoti: una virtù che già Tocqueville ammirava nella democrazia americana. Non la sacralizzazione delle radici e il localismo come fuga dall’interesse generale, non il Sangue e il Territorio - il Blut und Boden - ma l’opposto che è la promessa universalista.
La frase più significativa pronunciata da Clinton è quella che riassume la sua filosofia dell’Europa: «Non un luogo geografico, ma un’idea unificante». Le idee possono esser formulate lontano dal territorio, ed è per questo che «l’America è parte dell’Europa». Possono addirittura entrare in conflitto con i perimetri geografici, e per questo De Gaulle scelse l’esilio londinese per difendere quella che chiamò: «Una certa idea della Francia».
Primo Presidente americano a ricevere il premio Carlomagno, Clinton è sembrato vicino non tanto a Bossi quanto a Alberto Savinio: "Lo spirito europeo non è chiuso dentro il circuito geografico chiamato Europa - scriveva quest’ultimo -. Ha un suo movimento da oriente a occidente. E’ attirato dal sole che tramonta. Respinge quanto ha carattere orientale. Si accende e brilla prima in Grecia. Quindi inizia la sua marcia guidata dal sole.
Passa in Italia. Dall’Italia passa in Francia e in Inghilterra. Dall’Inghilterra passa attraverso l’Atlantico in America: ultima tappa dell’europeismo" (Savinio, Nuova Enciclopedia, Adelphi,1977). "L’europeo viene da fuori. Dall’America viene l’Europa a combattere e a distruggere il non-europeo che su l’Europa si era formato". Non con Clinton si sono associati i leghisti negli ultimi anni, ma con epuratori o nazionalisti come Milosevic o Haider.
Per due volte l’America europea venne a combattere i non-europei del nostro continente, nella prima parte del secolo, e lo stesso si è ripetuto negli anni Novanta sotto Clinton. E’ accaduto nonostante molteplici ritrosie, e di sicuro furono difettose le nozioni storiche e la preparazione bellica con cui Washington si presentò all’appuntamento.
Ma gli americani hanno pur sempre traversato l’Atlantico, per la terza volta, al fine di riportare ordine in un continente che l’Europa non volle stabilizzare con le proprie forze: è grazie alla loro volontà che le milizie serbe hanno smesso di uccidere in Bosnia e Kosovo, e che i deportati kosovari hanno potuto tornare in patria.
E’ stata l’amministrazione Usa e non l’Unione a curarsi dell’altra parte dell’Europa, liberata dal comunismo e inquieta per la sua sicurezza. Senza Clinton, senza il rapporto che egli seppe mantenere con Havel e Walesa, la Nato non avrebbe accolto la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica céca. A tali nazioni si aggiungano non poche ex repubbliche sovietiche, che osservano la distruttività imperiale di Putin in Cecenia e che sentono pericolante la propria indipendenza: i Baltici, la Georgia, l’Azerbaigian, e l’Ucraina. Spaventati dalla cruenta caduta di Grozny, questi popoli sperano in Clinton, più che nell’Europa.
Il Presidente andrà a Kiev, lunedì dopo aver visto Putin a Mosca, e sarà il suo terzo viaggio nella nazione intimorita da Mosca. Non è una visita intesa solo per riconfortarla. Rafforzare l’Ucraina o la Georgia è un mezzo per tenere a bada la Russia, e per attirarla progressivamente - sull’esempio di Kiev - nell’orbita europea. Queste politiche Clinton non intende farle da solo. Esiste naturalmente un’inclinazione egemonica in Usa - è una bramosia classica, nelle successive capitali dell’Idea Occidentale elencate da Savinio - ma non è assente il desiderio simultaneo di condividere responsabilità, di veder maturare l’Unione europea.
La nascita della Moneta Unica non piacque, eppure l’amministrazione la favorì. Oggi Clinton invita l’Unione a fare la sua parte nella diplomazia globale, e a inventare nuovi rapporti con la Russia, la Turchia, l’Europa centro-orientale.
Anche gli sforzi di autonomia militare sono seguiti senza eccessiva indisposizione: "Penso sia una cosa buona se gli Europei, dopo la guerra in Kosovo, decideranno di rafforzare le proprie capacità di agire con più autorità e responsabilità in situazioni di crisi. Non c’è contraddizione fra un’Europa forte e una forte alleanza transatlantica". L’incognita non è dunque rappresentata dagli Stati Uniti, ma dall’Europa.
E’ quest’ultima che non riesce a sbarazzarsi delle comodità e inerzie garantite dalla dipendenza politica, strategica, intellettuale, ereditata dalla guerra fredda e dall’ombrello atomico americano. Gli Stati dell’Unione si indignano, appena Washington accenna alla possibilità di proteggersi con scudi antimissili da attacchi di Stati criminali come la Corea del Nord o l’Iraq.
Paventano un’ulteriore proliferazione nucleare, e un disimpegno europeo dell’America. Ma quel che non vedono è l’ora delle verità, che per loro è venuta. L’ora in cui all’Europa tocca prendere in mano la propria sorte, occuparsi del proprio retroterra europeo orientale, russo, centro-asiatico, nord- africano, senza più contare esclusivamente sull’Oltre Atlantico.
Per l’Unione il passo è arduo, perché la svolta deve avvenire nelle menti prima ancora che nelle opere. E deve avvenire nelle menti di chi ha maggiormente profittato delle false grandezze assecondate nella guerra fredda, quando l’Europa era sotto tutela Usa e la Germania era solo debitrice. In quel grande giardino d’infanzia, la Francia poteva parere grande e fiera del suo passato nazionale. L’Inghilterra poteva occultare la fine dell’impero.
E tutti potevano comportarsi come minorenni senza obblighi né responsabilità. Fu un clima propizio per costruire la casa dell’Unione, perché l’Europa poteva badare alle proprie ferite e concentrarsi sul prioritario: la fine dell’annoso conflitto franco-tedesco, il lavoro sulla memoria del totalitarismo di destra.
Con la caduta del muro comunista gli orizzonti sono mutati e ne urgono di nuovi, che diano senso e prospettiva all’Unione sempre più stretta che si punta a edificare con riaccesa convinzione. Urgono decisioni politiche rapide, e questo per vari motivi. Perché Clinton è probabilmente l’ultimo Presidente che ha studiato nel vecchio continente, che è appassionato d’Europa, della sua cultura.
Perché l’Europa sovranazionale non può limitarsi alla moneta e alla Banca federale di Francoforte. Perché più di un decennio è trascorso dall’89, e dovrà venire il giorno in cui gli Europei occidentali compiranno il loro dovere, che è quello di riunificarsi con l’Europa svenduta a Yalta nel dopoguerra. E’ quello che alcuni Stati membri stentano a capire.
Il nazionalismo antitedesco del socialista Chevènement in Francia conferma il permanere incaponito di uno stato d’animo minorenne, che teme l’erosione della fittizia grandeur sciovinista, e i compiti aggiornati che conviene darsi nelle "istituzioni comuni più grandi degli Stati-nazione". Il ministro degli Interni si aggrappa ossessivo al vecchio orizzonte - la riconciliazione Francia- Germania, la mansione affidata a Parigi di contenere il dèmone tedesco - e non si accorge che l’ottica non è più quella.
Che altre sono le incombenze, le minacce. Il giardino d’infanzia degli Europei è possibile finché l’America si occupa di loro, e questa è l’altra faccia - oscura - della medaglia carolingia meritata da Clinton. Finché c’è l’America come guardiano, numerosi giochi sono permessi. I dirigenti italiani possono accogliere Putin in pompa magna, domani, senza dir nulla sulla Cecenia, sulla libertà di stampa nuovamente soffocata in Russia, sull’Ucraina o i Baltici in pericolo, sull’Afghanistan intimidito.
L’Unione può permettersi un ministro come Lamberto Dini, così spesso pronto a dialogare prima degli altri con i despoti. Può permettersi Chevènement, che perpetua il processo antinazista di Norimberga senza esser stigmatizzato né dal Premier Jospin, né dal Presidente Chirac.
Può permettersi un Premier come Blair, che in ore di decisione e di rappresentanza rimane a casa per badare al neonato. Sono giorni difficili per l’Europa, ma per lei pare una vacanza. "Bisogna dar tempo al tempo", consiglia Chevènement a Joschka Fischer che vuol accelerare l’Unione politica. Non c’è fretta, nell’asilo d’infanzia: tanto i veri Europei verranno quasi tutti da fuori.