1.1.4.3.5 Spinelli 05
Domenica 11 Giugno 2000
La sinistra antiquaria
di Barbara Spinelli
Oskar Lafontaine, il ministro del Tesoro che ruppe con Schröder nel marzo ’99, è ammirato di questi tempi in Italia. Non solo perché avversò la politica del Cancelliere, giudicata troppo liberale e sottomessa alla Banca centrale europea. Non solo perché si presentò come avversario indomito della mondializzazione. Ma per la maniera in cui compì il gesto del rifiuto: maniera che i tedeschi non gradirono - perché fu scortese, sprezzante, impaziente - ma che d’un tratto affascina parecchi progressisti del nostro Paese. Lafontaine è afflitto da una sindrome patologica, secondo l’opinione in Germania: la sindrome dell’"Aussteiger", di chi abbandona ogni responsabilità e scende dal treno. Nel giro di poche ore l’immagine del ministro mutò radicalmente: ancor ieri era una persona pubblica nel pieno dei suoi poteri, e il giorno dopo eccolo alla finestra della sua dimora privata, sorridente, liberato, il figliolo sulle spalle. Ritirato dalla "res publica", rifugiato nel proprio foro interiore, e con quest’abile mossa trasformato in icona della vera, incontaminata sinistra. Proprio questo attira le sinistre italiane in preda alle seduzioni della disfatta, e dell’uscita di scena. Chiunque pensi al socialismo nella sua purezza primordiale, è l’icona tedesca che porterà con sé. Non potrà aggirarla, ignorarla, e Lafontaine lo intuiva quando compose ad arte la musica delle proprie dimissioni. Essere oggi di sinistra vuol dire anche questo: sapersi suicidare politicamente, in nome di una memoria storica illibata e di una fedeltà che diviene cieca alla realtà dei fatti. Rinunciare alla gloria del potere, anche se ciò comporta il tradimento della parola data all’elettore. Quel che conta è l’interiorità, il piacere di uscire di scena. I tedeschi rimproverano a Lafontaine questo frivolo sbarazzarsi dei doveri pubblici: questa «abissale superficialità» che sprigiona - secondo l’ossimoro coniato dall’analista Klaus Hartung - l’icona del ministro che se ne va senza dare spiegazioni razionali ma per emozione, sentimentalismo, e stanchezza. Non è chiaro se il ministro Salvi e i Ds che lo appoggiano conoscano la materia di cui è fatto l’idolo che si son messi a adorare, quando scelgono come modello Lafontaine e la sindrome del "dropout". Non è chiaro se vogliano vincere le elezioni del 2001, o se già pregustino l’opposizione. I litigi nel centro sinistra attorno al futuro candidato per Palazzo Chigi oscillano tra questi stati d’animo: il razionale e l’esausto- emotivo, l’impegno serio e il gioco partitico allestito per uccidere il tempo che resta. Indispettito, Amato ha invitato i capi della coalizione a decidersi: se non sarà lui il candidato, meglio dirlo. Il presidente del Consiglio non si presterà a guidare un governo fiaccato da candidati paralleli, o da patologie che si dilatano a sinistra. In effetti le patologie vanno estendendosi, soprattutto nel partito Ds. E sono sempre le stesse, nonostante gli sforzi riformatori e i cambiamenti di nome: sono tutte riconducibili a un rapporto malato con la memoria, con l’identità. La questione fu rimossa, al congresso del Lingotto in gennaio: si preferì parlare di Africa, di Internet. Temi essenziali, se non fosse per quell’interrogativo che permaneva immutato: che fare con la memoria del partito e come adoperarla? come trovare un’identità diversa, salvando l’antica? Tanto più intensamente se ne discute ora, che si prospetta un naufragio: erano anni che non si evocava il passato con analoga passionalità. Si rammenta Amendola e la mancata unificazione con il Psi che egli voleva con forza. Si discute il suo filosovietismo durante l’invasione di Praga, gli Anni Settanta, i trionfi dell’"Unità", l’espulsione del "Manifesto". Questo rivangare è utile per la vita della sinistra, o è solo interessante? E’ un ritirarsi nel foro interiore e nella fedeltà incondizionata, o è un dialogo che i Ds cominciano con gli italiani e il mondo esterno? Rispondere al quesito non è facile, perché rimembrare è un’attività ambigua: non sempre procura ristoro, salvezza. Tra le patologie può esserci anche un uso sconsiderato, e comunque poco proficuo, della memoria e della storia passata o recente. La verità è che i Ds non hanno ancora trovato il modo per replicare seriamente all’offensiva di Berlusconi su due punti decisivi: sul loro passato comunista, e sul tradimento degli elettori il giorno in cui l’invenzione dell’Ulivo fu liquidata e Prodi venne defenestrato. Nietzsche distingue tra vari tipi di memoria: più o meno fecondi, più o meno immobilizzanti. C’è una memoria "monumentale", una "antiquaria", e una "critica". Le prime due sono le più pericolose, perché riveriscono il mondo di ieri e vi cercano riparo per non agire sul presente. Gli spiriti monumentali abbelliscono il passato, e la storia è per loro «un abito mascherato, in cui il loro odio per i potenti e i grandi del loro tempo si spaccia per sazia ammirazione dei potenti e dei grandi dei tempi passati». Il loro motto è: «Lasciate che i morti seppelliscano i vivi» (Friedrich Nietzsche, "Sull’utilità e il danno della storia per la vita", Adelphi ’73, pag. 23). Non meno rischiosa è la storia antiquaria, che con pietà o furia collezionista custodisce un nido familiare chiuso all’esterno. Nido esoterico, dove si coltiva il pronome personale «noi» e la coscienza di essere eredi di una grande nazione, o un partito-guida. Il culto del collettivo, assai conservatore, fu sempre preminente nei partiti comunisti. La storia critica è la più utile per la vita presente e futura. Essa non esita a trarre il passato davanti al tribunale, e a condannarlo. E’ una memoria azzardata anch’essa, perché la tendenza è forte di «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva. E le seconde nature sono sempre infinitamente più deboli delle prime». Ci vuole tempo, tenacia, oculatezza, perché la seconda natura maturi e diventi una prima natura. Rimeditare il passato e l’identità storica degli ex comunisti non è dunque benefico in sé, per il semplice fatto che la strada viene imboccata. E’ benefico se l’esercizio di memoria serve la vita presente, alimenta le decisioni politiche, è parte di una conversazione con gli italiani e gli europei che seguono simili evoluzioni mentali. Non manca chi vorrebbe dimenticare il passato comunista, considerandolo un evento storico già vetusto che non insegna più nulla. Molti giovani osservano straniti le polemiche attorno al passato del Pci e dell’Urss, o alle scelte equivoche di Amendola, e le ritengono del tutto inattuali. A ben vedere non hanno torto: perché sono polemiche condotte con animo antiquario, o monumentale. E’ la memoria critica, utile alla vita, che fa difetto nelle odierne reminiscenze. Può invece essere utile rammentare, se la memoria vivifica i giudizi e le risoluzioni di oggi. E’ benefico ad esempio ricordare il comunismo reale, quando si fa politica estera. Ricordare come Stalin annientò e deportò nei Gulag i popoli caucasici, subito dopo la guerra, è opportuno per capire la strategia di Putin in Russia: Putin corteggiato, riverito dagli italiani e dagli Occidentali per via dell’ordine che vuol restaurare in Russia, e del senso della nazione che dimostra. Un senso della nazione e del collettivo a tal punto preponderante, che sul suo altare vengono immolati in olocausto individui e popoli. La fede nel collettivo era costitutiva dell’ideologia comunista, e D’Alema sembra esserne più di altri cosciente. E’ una consapevolezza che ha maturato sia osservando la crisi del sindacato, sia nella guerra in Kosovo contro lo sterminio etnico. Non a caso ha scritto che la cultura individualista è l’anello debole nell’incompiuta Rivoluzione Liberale dei Ds: «Troppe volte noi siamo apparsi come coloro che avevano a cuore il destino dell’Italia, mentre la destra si preoccupava dei problemi e delle aspirazioni del Signor Rossi. Di quello specifico Signor Rossi e di tanti altri come lui. Questo è stato un limite grave che oggi paghiamo» ("La Repubblica", 3 giugno 2000). I ceceni decimati da Putin sono tanti Signor Rossi, sacrificati sull’altare del «Noi» russo. In politica interna, la memoria è utile se serve a rievocare e condannare l’esecuzione politica di Prodi. Perché anche quel procedimento nacque dalla venerazione del collettivo ermetico, del partito leninisticamente organizzato, della storia antiquaria, che ignora la parola data al singolo elettore e cittadino. L’attuale Presidente della Commissione europea fu destituito da Bertinotti, ma tutto il Ds partecipò all’operazione, non appoggiandolo. La parola data agli elettori quando nacque l’Ulivo fu disattesa, e del solco apertosi dopo di allora fra le domande dei cittadini e i partiti di governo non si ragiona mai. Neppure Amato ne parla, ed è qui la gracilità delle sue minacciate dimissioni. Se volesse essere efficace, il presidente del Consiglio ripenserebbe la defenestrazione di Prodi, e la sua popolarità nel Paese. Annuncerebbe la propria candidatura agli Italiani, direttamente, e non ai capi-partito riuniti in inintelligibili conclavi. Non essere eletto non è un handicap: non lo erano né Berlusconi, né Prodi. Rivolgendosi alla partitocrazia, Amato mostra di esser prigioniero di una memoria immobilizzante, incapace di costruire una seconda natura sulla prima. Molti ne sono incapaci. La memoria viva è merce rara tra gli ex dirigenti del Pci e tra gli intellettuali che furono compagni di strada. Alberto Asor Rosa sull’"Unità" attacca il liberalismo di D’Alema, rimpiange l’epoca in cui i Ds avevano un’organizzazione ramificata, un insediamento e un blocco sociale, e non rifiutavano «estremisticamente la vecchia identità». Tutto questo per suggerire alla fine una «nuova fase di lotta di classe», in vista di un’aggressione del grande capitale che sarà «mortale», «di un’inaudita violenza». Sono parole stupefacenti, tanto appaiono vecchie. Chiunque guardi la televisione sa oggi cosa sia, l’inaudita violenza, e non crede più neppure un attimo alle parole - tuttora bolsceviche - che vengono usate in casa Ds con abissale superficialità.

Domenica 9 Luglio 2000
La vita privata invasa dal potere
di Barbara Spinelli
Con voce forte, ma non senza timida ritrosia, si invoca da qualche settimana in Europa il diritto dell’avanguardia. Titolari sono i Paesi che più velocemente degli altri vorrebbero unire le proprie energie, accentuare forme di integrazione sovrannazionale, dare all’Unione i mezzi di una più autorevole potenza. Timida appare la rivendicazione, perché chi invoca diritti è forzatamente in posizione di attesa. Più o meno paziente, più o meno esigente, essa può sempre trasformarsi in sosta. C’è del tempo di fronte a chi si batte per una prerogativa. C’è la possibilità di indugiare, e aspettare che l’Avanguardia riceva l’imprimatur degli scettici. La parola «diritto» si presta a equivoci: suggerisce battaglie in vista del riconoscimento di un rango. Si chiede qualcosa che desideriamo, ma che magari non ci spetta. Il privilegio è uno status, che si negozia alla stregua di un favore. Ben altro è il dovere, e di questo varrebbe oggi la pena parlare anziché di diritto. Inutile mostrare riluttanze, pudicizie. La verità è che non esiste gran tempo, a disposizione. C’è emergenza, ed essa comporta non un diritto, bensì un dovere dell’Avanguardia. Non è impellente affermare se stessi. Sono impellenti il senso dell’obbligazione e dell’obbedienza a una missione. C’è urgenza perché la riunificazione delle due Europe è un impegno storico ineluttabile, già rinviato da oltre un decennio, non dilazionabile se si aspira alla stabilità civile a Est. Fin dal ’63 Robert Schuman invitava le democrazie europee a non dimenticare i fratelli continentali relegati a Oriente: «Dobbiamo costruire l’unità europea non solo nell’interesse dei popoli liberi, ma anche nella prospettiva di accogliere in essa i popoli dell’Est, quando - liberati dalle costrizioni che tocca loro subire - si rivolgeranno a noi domandando la loro adesione e il nostro appoggio morale. È un debito che abbiamo nei loro confronti, quello di costruire l’esempio di un’Europa unita e fraterna: ogni passo che compiremo in tale direzione costituirà per essi una nuova opportunità. Gli Europei dell’Est hanno bisogno del nostro aiuto nella ristrutturazione che devono intraprendere, ed è nostro dovere essere pronti». Da allora son passati decenni, e ancora non siamo pronti. Siamo talmente impreparati, non volonterosi, che i negoziati istituzionali rischiano di divenire una scusa per rinviare sine die l’allargamento promesso ai fratelli orientali . C’è poi urgenza perché nuovi pericoli montano dentro l’Unione e alle sue frontiere - pericoli di istituzioni statali sempre più inabili; pericoli di immigrazioni governate da mafie; pericoli di un nazionalismo aggressivo in Russia - che gli Stati Nazione non potranno contrastare da soli. Accampare il diritto dell’avanguardia non è all’altezza di una sfida che concerne al tempo stesso l’architettura interna delle nazioni, e la riforma dell’Unione allargata. Questi sono tempi di compiti: compito dell’avanguardia di assumere le proprie responsabilità, e di definire quello che il Presidente Ciampi chiama perimetro giuridico dell’Europa più larga. Compito di metter per scritto quali saranno i diritti e i doveri del cittadino europeo, e di determinare una più visibile, efficace spartizione di competenze fra Stati nazionali, istituzioni federali, regioni, comuni. La Costituzione e la Carta europea dei diritti è un debito, come diceva il padre della Comunità che fu Schuman: debito che i governanti hanno non solo verso gli Europei dell’Est, ma verso i propri stessi cittadini. Non si può continuare a delegare poteri a organi federali che riducono drasticamente l’influenza e l’affidabilità degli Stati, senza dire quali saranno le regole, le libertà, gli obblighi, su cui i popoli faranno affidamento nel più vasto spazio di civiltà che sarà l’Unione. Non si può svuotare di senso e di sovranità istituzioni antiche e democraticamente legittimate come gli Stati, e non preoccuparsi del vuoto e dell’anomia che scaturiscono da tale amputazione, e dalla mancata creazione di una res publica sostituiva. Non si può suscitare un patriottismo europeo che abbia come fondamento il profitto, la competitività economica, e la Banca centrale europea: unica istituzione sovrannazionale funzionante dell’Unione, e unica a possedere - diversamente dal Parlamento europeo, dalla Commissione di Prodi - un’autorità davvero indiscussa. Difficilmente, infatti, il vuoto rimane vuoto. In ogni nazione è presto riempito da altri sistemi di valori, da altre volontà di dominio, da uomini nuovi della politica che ben si accomodano con l’anomia, con la mancanza di leggi chiare, attendibili, con l’astensione o la dimissione delle vecchie élite. Gli Stati membri dell’Unione sono giustamente ridimensionati - a causa della loro impotenza, nonché delle passate follie di grandezza - e il politico nazionale classico tende a ritrarsi, a tramutarsi in tecnico: ma nella zona restata vacante si installa pur sempre un comando, un’idea della lealtà cittadina da salvaguardare, dell’ordine da restaurare. Non è un potere debole, quello che viene esercitato dai politici nuovi quando lo Stato è messo da parte: è un potere che si rivela tanto più forte sui costumi, sulla vita privata dei cittadini. Lo si è constatato nei giorni precedenti la sfilata gay pride in Italia. Si è visto all’opera questo potere, questa Europa vittoriana e filistea che sta mettendo radici nel momento in cui gli Stati perdono volontà di pesare, e non sono più idonei a garantire i diritti dei governati. Il filosofo Habermas denuncia lucidamente i rischi: «Più sono le questioni regolamentate con il ricorso a trattative intrastatali e maggiore la loro importanza, più sono le decisioni politiche sottratte all’arena deputata alla formazione dell’opinione e della volontà pubblica. Nell’Unione, il processo decisionale è un esempio di deficit di democrazia causato dal trasferimento delle decisioni dagli organi nazionali alle commissioni interstatali» (La Stampa,7-7- 2000) Nell’Europa neo-vittoriana il filisteismo è il nuovo attributo del comando, quando l’oggetto del potere muta. Quando il politico di professione vede svanire il proprio ascendente, e non sa guardare oltre l’oggi e oltre i confini nazionali. Nella migliore ipotesi sarà il tecnico a sostituirlo. Nella peggiore sarà l’affarista che promette di occuparsi di tutto, tranne che dell’essenziale: di buon costume e di accumular soldi, di sesso e salute, delle squadre di calcio, della nostra vita di fumatori, delle televisioni, e di ogni frustrazione occulta del popolo. Si annuncia la liberazione della società dalla gabbia del vecchio Stato, e l’emancipazione ingenera gabbie ancora più soffocanti. Sono i danni del filisteismo vittoriano che denunciava Herzen, nell’800: «Più libero è un Paese dall’interferenza del governo, e più intollerante si fa la plebe: l’opinione pubblica diventa una camera di tortura, e il vicino, il macellaio, il sarto, la famiglia, il club, la parrocchia, ti tengono sotto controllo e svolgono le mansioni di un poliziotto». Il commissario Monti ha ragione quando lamenta la scarsa partecipazione delle classi dirigenti (non solo politici ma imprenditori, sindacati) alle meditazioni sull’avanguardia europea. Ma forse le classi dirigenti non vogliono oggi la fine dell’anomia, e una res publica riedificata su spazi più ampi. Forse non vedono nel conflitto di interessi di Berlusconi un intralcio, ma una degradazione della politica che conviene. Un potere così poco regolato e afferrabile è un potere ubiquo, che monopolizza la modernità e riempie comunque un vuoto. Il loro calcolo tuttavia è in parte miope, in parte ingannevole. Rimanere indifferenti alla Costituzione europea, tacere sul duplice dovere interno e comunitario dell’Avanguardia, approvare il rinvio dell’allargamento, conduce a un’atrofia grave dell’Europa, e delle stesse nazioni. Incita i politici a immobilizzare il presente, a procrastinare la mescolanza tra differenti culture, a nascondere le complicazioni assieme alle quali l’Europa dovrà convivere. Conforta forze conservatrici solo in apparenza liberali, che pensano di poter organizzare il futuro chiudendo le frontiere alle crescenti migrazioni, e che pretendono di dire la verità agli elettori quando propongono l’Unione così com’è, dotata al massimo di ordini morali e di alte muraglie cinesi. Preparano nei fatti la decadenza dell’Europa, con i loro appelli giustificati ma limitati alla repressione, o al contenimento congiunto dei clandestini. L’Europa non è un continente demograficamente in espansione, ma in declino rapido. E’ stato calcolato che l’Italia perderà il 28 per cento della popolazione entro il 2050, e che per serbare il livello degli attivi non potrà far altro che importare più di 350.000 immigrati all’anno, o costringere i cittadini a lavorare fino a 75 anni. L’Ocse annuncia che l’Unione avrà bisogno di 35 milioni di immigranti nei prossimi 25 anni, per mantenere la popolazione ai livelli del ’95, e di altri 150 milioni nel 2025 se vuol preservare i vigenti criteri di pensionamento. Il successo dell’America è anche dovuto a una oculata strategia dell’immigrazione negli Anni ’80 e ’90, che ha cambiato la nazione aumentando la quota degli ispanici, asiatici, e neri. Non per creare nuovi muri o per rinviare l’allargamento serve dunque l’Avanguardia europea, ma per frenare la decadenza. Per creare uno spazio dove i cittadini possano tener testa a paure e avversità ricorrendo a regole vincolanti, sottratte all’arbitrio, non più tutelabili dagli Stati Nazione. Per evitare che la politica sia usurpata da tecnici, o affaristi, o istituzioni non politiche come le chiese. Per esercitare unitariamente quello che è stato definito il diritto europeo alla pace. Non la pace filistea di chi finge un ordine, e si nutre in realtà della debolezza delle leggi. Ma una pace fondata su comuni leggi che difendano le minoranze, che prevengano la xenofobia, che garantiscano il progresso giuridico: l’unico autentico progresso, secondo Kant, delle civiltà illuminate.

Giovedì 13 Luglio 2000
Amato: all'Europa non serve un sovrano
di Barbara Spinelli
Qualche impressione di Giuliano Amato, possibile candidato dell’Ulivo alla presidenza del Consiglio, possibile avversario di Berlusconi nelle elezioni del 2001. E’ politico di grande finezza, abituato alle dispute intellettuali, al pensiero intenso: chiunque trascorra con lui un tempo non dominato dalla fretta ha modo di constatarlo. E’ il motivo per cui vien chiamato dottor Sottile. Questo è il tentativo di capire quale sia la sua sottigliezza, sulle questioni che riguardano l’Europa. Ecco qualche appunto provvisorio. Sulle vicende europee, Amato ha un’ambizione preminente: vuole essere un realista, non un utopista. Al tempo stesso vuole pensare il nuovo, il mondo in mutazione, con spirito non ortodosso, originale.
La sua sottigliezza, qui, si intensifica sino ad aggrovigliarsi e a scindersi in due: essa lo induce all’estremo pragmatismo, e a forme non meno estreme di astrattezza. Amato non intende partecipare a quello che chiama il «festival canoro» del federalismo, della Costituzione sovranazionale. Tutti questi progetti li considera nobili ma perdenti, per il semplice fatto che l’insieme dell’Unione non li condivide: né tutti gli Stati membri, né i Paesi candidati. Non so se chiamare pragmatismo o realismo la sua scelta: in questa conversazione, il Presidente fa capire che i progetti possono essere arditi, ma che per superare gli ostacoli in politica occorre nasconderli, dissimularli. Bisogna agire «come se», in Europa: come se si volessero poche cose, per ottenerne molte. Come se gli Stati restassero sovrani, per convincerli a non esserlo più. La Commissione di Bruxelles, ad esempio, deve agire come se fosse un organo tecnico, per poter operare alla stregua di un governo. E così via, dissimulando e sottacendo.
Più che il festival canoro, Amato sembra rifuggire l’arena pubblica, il rischio della parola. «Io volo basso, io faccio proposte minori» - ripete - per poi lasciar intendere che questa è una tattica per meglio passare attraverso la «porta stretta». La porta stretta è la conferenza del dicembre prossimo a Nizza, dove i capi di Stato e di governo dovrebbero approvare un’avanguardia di Stati che collaborino più strettamente degli altri. Avanguardia che lui chiama «cuore dell’Unione». Siccome sarà necessaria l’unanimità per costituirlo, la prudenza è di rigore e accanto ad essa l’astuta prudenza. Fino a quella data bisogna fare «come se».
Amato insiste su quelle forche caudine: c’è per lui un prima, e un dopo la «porta stretta». Fino a quel giorno, egli vuole sfruttare le infinite risorse dei camuffamenti. Ma come abbiamo visto, la sua sottigliezza non si esaurisce nel realismo tattico. Amato medita in realtà a un mondo mutante, astratto dall’equilibrio di potenze che governa tuttora l’Occidente: medita su un mondo che chiama post-hobbesiano, post-sovrano, orbo di gerarchie. Ci è sembrato stregato da questa speculazione mentale, al punto di divenirne prigioniero. Di qui la sua critica dei federalisti, colpevoli di credere ancora che gli Stati Uniti d’Europa nasceranno da un trasferimento delle vecchie sovranità a una sovranità superiore, sovranazionale.
Secondo Amato simile trasferimento è oggi impensabile: perché la sovranità che si perde sul piano nazionale non passa ad alcun nuovo soggetto. E’ affidata a entità senza volto: la Nato, l’Onu, infine l’Unione. L’Unione è all’avanguardia nel mondo mutante: indica un futuro di Prìncipi senza sovranità. Sopravanza in questo senso gli stessi Stati Uniti, legati alla vecchia idea del Principe, incapaci di abbracciare il nuovo: lo si vede nei loro rapporti con l’Organizzazione internazionale del commercio e nel loro rifiuto della Corte penale internazionale. Il nuovo è senza testa, e chi ha i comandi non è afferrabile né eleggibile.
Questa intervista è la disputa fra chi crede alla vecchia sovranità, e chi non ci crede più. Amato è anche questa singolare mescolanza: di furbizia e di non confessato utopismo, di pessimismo sulle idee federaliste e di ottimismo sul Nuovo Mondo che spontaneamente e ineluttabilmente va verso lidi migliori, togliendo scettri al Principe. Di fatto la metamorfosi è già fra noi: basteranno alcuni ritocchi, e molta, molta furbizia. Perché i più non sanno, che il Mondo Nuovo già esiste. Non stupisce in questo quadro che Amato sembri relativamente poco interessato alla politica estera, che lascia fare a Dini senza commenti. Che pur condannando le vittime civili della guerra in Cecenia prenda per buone le spiegazioni di Putin, e neghi che il Cremlino sia impelagato in un conflitto coloniale.
Per eccesso di furbizia, e per fiducia nell’universo post-sovrano, Amato rischia non solo l’immobilità del governo italiano, ma la sua non-visibilità. Sono gli splendori e i vizi dei Sottili, quando la sottigliezza si fa quasi troppo furba. Pur dichiarandosi realistica, essa corre il pericolo di perdere il contatto con la realtà del potere. Giudica storicamente sorpassata la sovranità degli Stati Uniti, e finisce di fatto con l’accettare la loro egemonia, immutata da decenni. Ma lui dice che no, non è lui ma sono i federalisti a ignorare il mondo com’è: «Questo è l’errore del federalismo europeo. Federalismo che senza dubbio è stato il grande propellente dell’Unione, che in cinquant’anni ha realizzato l’essenziale delle proprie finalità, ma che ha finito col dar vita a una creatura assai diversa da quella che aveva concepito alla fine degli Anni ’40.
Fondamentalmente, la loro idea era di togliere agli Stati una sovranità che per secoli era stata usata come arma in guerre fratricide, e di fondare uno Stato federale che avrebbe garantito la pace. Da questo punto di vista il loro successo è sicuro: irreversibilmente è stata cancellata l’idea che un conflitto tra Europei possa essere risolto con le armi, e perfino che l’Unione possa usare le armi contro un altro - se si prescinde dagli interventi umanitari -. Dalla cultura europea è stata cancellata l’idea della guerra come modalità della politica. La sovranità nazionale - intesa come potere esclusivo dai pensatori dello Stato assoluto, da Bodin a Botero - è stata progressivamente erosa nei vari insiemi della vita comunitaria. Ma si è prodotto un evento completamente diverso da quello ideato dai federalisti: non c’è stato il trasferimento delle sovranità statali a un livello superiore, come nel caso degli Stati Uniti o della Germania, e per questo ritengo che il federalismo sia uno schema del passato, che si nutre di una cultura politica non più servibile».
E’vero, l’Unione così com’è oggi non somiglia all’istituzione pensata dal federalismo. Sono troppo esigue le sovranazionalità, è ancora predominante il diritto di veto esercitato dagli Stati, e il Consiglio dei ministri rimane preponderante. Ma se così stanno le cose, perché non accelerare il passaggio alla sovranazionalità, come chiesto da Joschka Fischer e come adombrato sia pure prudentemente da Chirac? «Perché tutti costoro - da Fischer ai federalisti -  si muovono nella cultura di ieri: la cultura statuale così come si è sviluppata negli ultimi tre secoli. Ancora pensano che denudando gli Stati Nazione della sovranità, questa traslochi a un livello superiore. E’ qui che sbagliano. La verità è che il potere sovrano, spostandosi, evapora. Scompare. I poteri sono trasferiti a livelli superiori senza che questi diventino sovrani, e per questo io parlo di trasferimento di funzioni e non di poteri.
E’ un punto sul quale concordo in pieno con il politologo Schmitter, le cui analisi cito sempre: quel che sta prendendo forma, e che l’Unione europea prefigura alla perfezione, è un nuovo ordine post- hobbesiano, post-statuale. In esso non esistono più singoli, identificabili sovrani. Al loro posto esiste una moltitudine di autorità a diversi livelli di aggregazione, a ciascuna delle quali fanno capo diversi interessi degli esseri umani: livelli che posseggono competenze ambigue, condivise con altre autorità. Per Hobbes il sovrano era subito riconoscibile: era legato a un territorio, accentrava tutti poteri. Oggi nessuno è più sovrano. Al suo posto abbiamo un’Unione europea multilivello, composta di più soggettività».
Questo sovrano che evapora nel nulla non mi convince, né mi convince l’idea di uno spazio lasciato vuoto. Nel vuoto politico si instaura sempre un potere, che ambisce a divenire sovrano. E’ il motivo per cui non mi sbarazzerei così rapidamente di Hobbes. E nemmeno di Schmitt, con le sue idee sul sovrano che in casi di emergenza decide in solitudine. Schmitt giustificò così l’avvento del nazismo, ma Schmitter mi pare non realistico. «Ma questa è una visione antiquata, legata agli Stati Nazione che i federalisti tanto criticavano e che generarono appunto i dispotismi del secolo. Cerchiamo di evitare, per l’Europa, il totalitarismo di un dèmos unico, compatto! Non esiste nel continente, un dèmos di questo tipo: tanto meno nell’epoca globale in cui si moltiplicano poderose passioni identitarie. Anche qui assistiamo infatti al tramonto delle identità nazionali esclusive, così come le concepì la Francia della Rivoluzione: la quale Francia si inventò tutti i riti, pur di frantumare le identità subnazionali. Operazione a suo tempo molto assennata, perché da essa scaturì il concetto della cittadinanza che prescinde dalle radici etniche. Ma operazione anacronistica nell’Europa odierna, dove le identità sono multiple e un unico dèmos è assente.
E’ quello che spinge alcuni analisti come Whiler a dire, sbagliando: non ci può essere l’Europa finché non esisterà il dèmos. L’identità europea accompagna le identità nazionali, ma non le elimina. Di un nuovo dèmos totalitario non abbiamo bisogno nel nostro continente, e anche la cultura europea come pensarla, oggi? Di che è fatta?». Capisco bene la critica dello Stato Nazione e delle vecchie sovranità. Ma né l’uno né le altre hanno prodotto solo totalitarismi: hanno creato anche la democrazia rappresentativa. Quanto alla cultura europea, meglio passare ad altro: la cultura europea o è universale o non è grande cultura, come già diceva Goethe. Qui si tratta di fondare istituzioni civili, non cultura o identità.
«E’ vero, la democrazia è figlia anche dello Stato Nazione e la cultura non può essere che mondiale. Ma lo Stato classico esprimeva prìncipi dotati di poteri esclusivi. Sono questi poteri che oggi si disperdono, senza tuttavia dar vita a una nuova figura sovrana come pensavano i federalisti». E’ il motivo per cui lei sostiene che gli Stati trasferiscono non già poteri, ma solo funzioni. E’ il motivo per cui ritiene che la Commissione deve far politica, ma senza proclamarlo. Di fatto, nel suo disegno i poteri restano in mano degli Stati.
«Non è vero. Ripeto che Schmitter ha ragione: spostandosi, il potere sovrano cui eravamo avvezzi scompare.Così peraltro si è fatta l’Europa: creando organismi comunitari senza che gli organi dove sono presenti gli Stati avessero l’impressione che si imponesse loro un potere superiore. La Corte di giustizia come organo sovranazionale nacque per questa via: fu una sorta di atomica non vista, che Schuman e Monnet infilarono nei negoziati sulla Comunità del carbone e dell’acciaio. La stessa Ceca fu questo: una casuale miscela di egoismi nazionali diventati comunitari. Non mi sembra opportuno sostituire questo metodo lento ed efficace - che dà agli Stati una tranquillità non ansiogena nel momento in cui li spoglia di poteri - con i grandi salti istituzionali cari a Fischer e ai federalisti. Dice Fischer che Jean Monnet è sorpassato, ma in realtà si fraintende Monnet: egli era un federalista convinto, ma ritenne prudente nascondere il proprio federalismo sotto il federalismo funzionale - applicato progressivamente per settori - teorizzato da Harold Lasky. Quanto alla Commissione, vorrei essere chiaro. Per me il ruolo politico dell’esecutivo è indiscutibile. Sono solo convinto che lo eserciti al meglio usando i poteri tecnici che il Trattato le attribuisce in quanto organo esecutivo. Così fece Delors negli anni del massimo sviluppo politico della Commissione, tra l’86 e il ’92. Quando Delors volle agire esplicitamente come governo dell’Unione, dopo il ’92, la crisi in Europa fu immediata».
Possono dunque esser pericolose, le proposte innovative e più politiche. Ma così il rischio dell’immobilità è grande. Ed è questo il rischio che alcuni temono, in Germania o all’Eliseo. Il nostro governo fa molto per l’Europa ma Lei mi è parso più che scettico. Più commentatore dello status quo, che innovatore. «Non è vero. Ripeto che Schmitter ha ragione: spostandosi, il potere sovrano cui eravamo avvezzi scompare. Così peraltro si è fatta l’Europa: creando organismi comunitari senza che gli organi dove sono presenti gli Stati avessero l’impressione che si imponesse loro un potere superiore. La Corte di giustizia come organo sovranazionale nacque per questa via: fu una sorta di atomica non vista, che Schuman e Monnet infilarono nei negoziati sulla Comunità del carbone e dell’acciaio. La stessa Ceca fu questo: una casuale miscela di egoismi nazionali diventati comunitari.
Non mi sembra opportuno sostituire questo metodo lento ed efficace - che dà agli Stati una tranquillità non ansiogena nel momento in cui li spoglia di poteri - con i grandi salti istituzionali cari a Fischer e ai federalisti. Dice Fischer che Jean Monnet è sorpassato, ma in realtà si fraintende Monnet: egli era un federalista convinto, ma ritenne prudente nascondere il proprio federalismo sotto il federalismo funzionale - applicato progressivamente per settori - teorizzato da Harold Lasky. Quanto alla Commissione, vorrei essere chiaro. Per me il ruolo politico dell’esecutivo è indiscutibile. Sono solo convinto che lo eserciti al meglio usando i poteri tecnici che il Trattato le attribuisce in quanto organo esecutivo. Così fece Delors negli anni del massimo sviluppo politico della Commissione, tra l’86 e il ’92. Quando Delors volle agire esplicitamente come governo dell’Unione, dopo il ’92, la crisi in Europa fu immediata».
Possono dunque esser pericolose, le proposte innovative e più politiche. Ma così il rischio dell’immobilità è grande. Ed è questo il rischio che alcuni temono, in Germania o all’Eliseo. Il nostro governo fa molto per l’Europa ma Lei mi è parso più che scettico. Più commentatore dello status quo, che innovatore. «Quello che voglio evitare è l’impazienza. Io, come politico, devo evitare che si infranga l’attuale processo di unificazione. Devo ricordare che esiste la porta stretta della Conferenza di Nizza, quando l’estensione del voto a maggioranza e l’Europa delle Avanguardie (della «cooperazione rafforzata») dovrà essere approvata all’unanimità. Devo dunque convincere gli scettici. Attraverso quella porta dovremo passare in quindici.
Tra ciò che io penso e le ragioni politiche contingenti devo trovare un compromesso. E non è tutto. Contemporaneamente, non posso dimenticare l’esistenza di un’Europa orientale, che dobbiamo integrare e che teme l’emarginazione. Devo tener conto delle riserve inglesi, spagnole, nordiche. L’Europa dobbiamo farla con tutti». Lei insiste molto sulla porta stretta. Vuol dire che una volta varcata la soglia diverrà più aperto a sovranazionalità e federalismo? «Prima dobbiamo passare quel varco. Se non lo passiamo, questa grande discussione sull’Europa la possiamo portare a San Remo per vedere chi ha cantato meglio. Passata la porta, bisognerà partire rapidi con alcune locomotive».
E perché l’allargamento dovrebbe renderci più prudenti nelle riforme istituzionali? E’ per allargarsi senza traumi che si pensa a un potere sovranazionale capace di decidere, e a una semplificata spartizione di competenze tra Stati, istituzioni federali, regioni, comuni. «Non ne sono convinto, anche se capisco il beneficio che può venire da parole forti sul futuro europeo: parole che scongiurino l’avvento di uno spazio solo economico, il giorno in cui l’Unione sarà composta di una trentina di Stati. Tuttavia ci sono momenti in cui ho l’impressione che gli Europei orientali siano messi in quarantena. In fondo è quello che stiamo loro dicendo, con i nostri festival: aspettate fino a quando avremo partorito la nostra bellissima Federazione. Trovo scandaloso questo modo di agire, di pensare.
Questi Paesi si sono beccati cinquant’anni di comunismo, ne sono usciti, stanno ritrovando un orgoglio nazionale che era stato loro vietato, rischiano di affondare nel cinismo e in un mercato senza regole, potenzialmente governato dalle mafie, e ad essi e al loro bisogno di Europa noi replichiamo: sì, siete europei ma siete dei mezzo sangue. Non siete all’altezza per entrare nella cerchia degli eletti. Ô un atteggiamento che mi ripugna, e se le cose andassero così porteremmo dentro di noi la corresponsabilità del comunismo. Ô un atteggiamento che rinvia sine die l’allargamento. Per questo sono contrario alla modifica di procedimenti che fanno nascere l’integrazione dalla cooperazione fra Stati. Per accelerarli ed estenderli, io volutamente volo basso». Mentre Lei invece vorrebbe anticiparlo, l’allargamento? «Sì, vorrei accelerarlo e smettere l’altezzosità dei Paesi fondatori. Sono stati pensati periodi transitori per la Spagna, il Portogallo, la Grecia. Che si faccia la stessa cosa con gli Europei centro-orientali, invece di lasciarli fuori. Saranno pronti nel 2004? Ebbene, che entrino già nel 2002, con due anni di transizione nelle aree in cui la loro condizione non è ottimale.
L’ingresso va anticipato il più possibile». C’è però una contraddizione in quel che propone. Da una parte vuole anticipare l’allargamento- che personalmente chiamerei riunificazione dell’Europa - dall’altra non vuol urtare gli Stati scettici e in particolare l’ inglese, per far sì che l’Unione proceda alla velocità, lentissima, voluta da Londra. E’ come se dicesse: voglio un treno ultrarapido, ma che viaggi pian piano. «Anche qui, non dimentichi mai le forche caudine di Nizza: l’unanimità di cui abbiamo bisogno, perché un gruppo di Paesi corra più spedito. Ma è vero: la mia non è solo preoccupazione tattica. Sinceramente non vorrei un’Europa solo continentale, che si privi dell’immenso patrimonio dell’Inghilterra, e degli scandinavi ad essa è legata. Né vorrei perdere la Spagna, scettica sull’avanguardia. L’Europa è sempre stata questo: una integrazione tra Stati che non hanno l’impressione di subire diktat dall’alto. Avere con noi l’Inghilterra non sarebbe male: in tante cose Londra é già lì dove noi vorremmo arrivare. Non sarebbe male che con le sue esperienze di riforme economiche fosse presente nel Consiglio degli Stati appartenenti all’Euro».
Veramente l’Avanguardia non esclude Londra: è lei che cronicamente si auto-esclude, salvo poi a salire sul treno già partito. Se avessimo atteso l’Inghilterra, l’Europa non sarebbe nata . «Lo so, non lo nego. Tuttavia non le nascondo il mio malessere. Sono state l’Inghilterra a l’Olanda ad avviare la rivoluzione industriale, fra ’600 e ’700. Sono ancora una volta loro, a entrare per prime nel ciclo tecnologico di questa fine ’900. Senza di esse, l’Europa ha un cuore debole, preda delle burocrazie franco-tedesco-italiane. Quindi preferisco andar piano, sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. La stessa proposta di eleggere direttamente il Presidente della Commissione mi pare senza senso. Ecco un’altra idea giacobina: che invece di identità plurali aspira a un dèmos totale. C’è già un rappresentante del dèmos comunitario: va rafforzato, ed è il Parlamento europeo. D’altronde io avevo proposto che fosse quest’ultimo a elaborare la Carta europea dei diritti: la proposta fu respinta dai francesi».
Ma i federalisti stessi sono per un processo costituente.Non chiedono un unico atto costituente. Però il salto di qualità ci vuole, altrimenti sarà impossibile l’allargamento. D’altronde sembrò pensarlo anche Lei: due anni fa sottoscrisse il progetto di una elezione diretta del Presidente della Commissione. «Lo sottoscrissi ma senza esserne persuaso. Proprio perché non credo a un dèmos europeo, e al Sovrano federale. Perché il nostro universo globalizzato è post-hobbesiano». Gli aggettivi che contengono il «post» sono spesso tanto equivoci! Spesso la particella traveste un arretramento, e il mondo che Lei descrive sembra pre-hobbesiano. Sembra precedere lo Stato Nazione. «E perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? Il Medio Evo aveva un’umanità ben più ricca, e una pluri-identità che oggi può servire da modello. Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani».
Ma come far politica, se il sovrano visibile non c’è più? Come fondare un patriottismo europeo, se a istituzioni federali come la Banca Centrale non si affianca un potere legittimato democraticamente? Era pensata a questo scopo, l’elezione del presidente della Commissione: per creare un’agorà, uno spazio dove il cittadino fa politica a un livello non più nazionale. «Il patriottismo europeo nascerà dalla Carta dei diritti, che dovrebbe essere il preambolo della Costituzione europea e della futura spartizione di competenze fra organi dell’Unione. Ma anche la Costituzione va edificata senza salti eccessivamente bruschi». Esiste anche quello che è stato chiamato il «diritto alla pace»: diritto a una difesa comune, e non solo volontà di scongiurare guerre. Simile diritto presuppone il passaggio dall’inefficiente potere nazionale a una nuova sovranità, ben visibile dall’avversario. In Kosovo fu necessaria la decisione di un organo capace di agire come sovrano - non l’Onu ma la Nato - per interrompere le pulizie etniche delle milizie serbe.
«No, non fu la decisione di un sovrano. I poteri vennero devoluti alla Nato, che non è un sovrano. Così penso che si dovrà fare le politiche comuni dell’Europa». Quali? «La locomotiva o il cuore dell’Europa dovrà occuparsi del governo comune dell’economia come di comuni regole sull’immigrazione. Dovrà definire diritti comuni per gli immigrati regolari: diritto di mandare i figli a scuola, diritto all’assistenza sanitaria, diritto della seconda generazione a essere integrata. Poi bisogna dar vita a comuni discipline del lavoro, e creare forze che presidino i comuni confini esterni. Come vede, i cantieri sono immensi». Esattamente per questo ci vuole un sovrano anche in democrazia: un sovrano che abbia non solo il potere, ma anche la responsabilità. Altrimenti le strutture di cui Lei parla diverranno poteri sovranazionali irresponsabili, inafferrabili. Bel vantaggio allora, aver superato Hobbes! In Italia abbiamo un capo di governo bravissimo nel commentare, ma che fa di tutto per non sbilanciarsi con visioni forti, come Fischer o Chirac.
«Tutto sta a vedere dove va il lento processo costituente. Baron Crespo usò l’immagine dei due scalpellini al lavoro. Il primo è convinto di costruire un muro. Il secondo sa che sta costruendo una cattedrale. Io, con le mie piccole proposte, è una cattedrale che intendo costruire anche quando lavoro attorno al muro». Anche in politica estera? Il governo italiano, che è stato ai tempi di D’Alema coraggioso in Kosovo, è oggi tra i più corrivi verso Putin. Ce lo rimprovera Le Monde: Dini è stato l’unico a dichiarare che «c’è un concreto cessate il fuoco in Cecenia», quando si sa che bombardamenti e distruzioni continuano.
«Ho parlato a lungo di Cecenia con Putin, e mi è parso che la sua sensibilità sui diritti umani sia fortissima. Naturalmente le posizioni divergono: io non credo che si possa combattere il terrorismo islamico colpendo anche civili estranei, e penso sia indispensabile un negoziato politico sulla Cecenia. Ma non vedo perché non fidarmi di lui, quando mi indica i pericoli di un integralismo che non minaccia solo la Russia». Il nostro dialogo con Amato finisce qui. Molti disaccordi resterebbero da chiarire: specialmente sul sovrano, che per lui è un animale in via di estinzione.
«Non rimanga alle categorie di Hobbes - mi ha detto - Non cerchi un Principe al quale delegare il potere». Non è facile: almeno finché resteranno sovrani come Putin, che annientano impunemente popoli interi trincerandosi dietro l’inviolabilità delle sovranità nazionali. Fino a quella data è rassicurante, sapere che esistono Stati antiquati come gli Stati Uniti, e personalità arcaiche come Fischer e Cohn-Bendit, che vogliono un governo europeo non completamente, ma sufficientemente sovrano. Non sono del tutto sicura che sia un mondo davvero migliore, ricco di umanità, il Brave New World senza più Principi né gerarchie che Amato sogna per il giorno in cui le democrazie si libereranno di Hobbes, e del suo Stato-Leviatano.