1.1.4.3.6 Spinelli 06
Domenica 20 Agosto 2000
Putin muto di fronte al Kursk
Lo stile post comunista
di Barbara Spinelli
Alcuni hanno pensato che Putin fosse una soluzione, per la Russia malridotta da settantaquattro anni di comunismo, e immiserita non solo economicamente ma spiritualmente. Il successore di Eltsin veniva descritto come pragmatico, e privo di ingombri ideologici. Veniva elogiato il suo sguardo sui disastri della nazione che gli era stata affidata: sguardo lucido, non condiscendente. Era uno statista, assicuravano con fierezza non pochi suoi connazionali, il che voleva dire: aveva un acuto senso dello Stato, delle istituzioni, delle leggi.
Quando il Presidente proclamò la «dittatura della legge», furono rari coloro che si allarmarono, e constatarono che una frase del genere, detta da un uomo ammaestrato dal Kgb, significava in effetti legge della dittatura. Putin stesso coltivava l’immagine di capitano che tiene salde le redini del comando: ogni sua apparizione veniva architettata con accuratezza, ognuna di esse era una citazione storica. Putin curava le coreografie, i travestimenti, le pose davanti a macchine fotografiche e telecamere: di volta in volta si manifestava nelle vesti di Ivan il Terribile, o Pietro il Grande, o zar Alessandro III, o perfino Napoleone.
La più indimenticabile delle immagini è quella che lo ritrae sul ponte di una nave di guerra, a Murmansk in primavera: sul capo il berretto di grande ammiraglio, la giacca dell’uniforme con il bavero alzato per cimentarsi in tifoni e difficili destini. E’ l’icona più ambiziosa della sua carriera, e la più bugiarda. Perché proprio ora che dovrebbe stare sul ponte della nave-Russia, proprio ora che 118 marinai e ufficiali del sommergibile Kursk agonizzano sul fondo del mare di Barents al largo di Murmansk, Putin è altrove. Non si è precipitato sul luogo, per assistere e compatire le famiglie che soffrivano, il paese che si angosciava, i morenti che potevano magari essere salvati ma sono stati immolati al delirio autarchico del nazionalismo postcomunista. Il capo dello Stato è rimasto sette giorni nella cittadina di Soci, sul Mar Nero, in villeggiatura, e solo venerdì sera - colto di sorpresa dalla rabbia dei concittadini - è rientrato a Mosca.
Il sospetto non lo ha sfiorato che la decisione fosse sbagliata, oltre che inumana verso il proprio popolo. Per quattro giorni è restato zitto, rintanato nel suo nascondiglio balneare, e chissà, forse ha supposto che facendo il morto nessuno lo avrebbe chiamato a rendere conti. Tutte le immagini che aveva dato di sé, tutte le illusioni che aveva suscitato in patria come in Occidente, si sono infrante in due giorni: nell’ora decisiva, il Presidente si è comportato come un piccolo funzionario della polizia politica, addestrato dal Kgb alle canagliate, all’omertà, e alla pusillanimità. Pare fosse questo, secondo un giornale tedesco dell’epoca, il primo ordine dato da Mosca ai militari e funzionari russi di stanza in Germania Est, la notte che cadde il Muro: «Chiudetevi nelle caserme, ritiratevi in voi stessi, e trasformatevi in ghiaccio».
Tra questi funzionari c’era anche Putin, agente del Kgb a Berlino Est. Le regole di condotta civile le aveva apprese lì: nel sistema di dominio comunista, e nel Kgb. E’ uno stile al quale torna istintivamente, di fronte ai pericoli e ai drammi. Il disprezzo della vita è stato il filo conduttore dell’esperienza dei comunisti: disprezzo della vita propria se necessario, di quella altrui se conveniente. E’ stata la sua vocazione più forte, ha plasmato l’indole di militanti, commissari politici, capi di nazioni. Ha sradicato dalle coscienze il rispetto della persona, della sua stessa esistenza. Gli uccisi nei Gulag, i tanti comunisti e operai condannati a soffrire e soccombere perché così serviva al partito, l’impassibile spreco di soldati nella seconda guerra mondiale: questa lunga consuetudine all’insensibilità per la vita umana ha trasformato il socialismo reale, e in particolare le polizie politiche, in autentiche macchine di malavita.
Lo scrittore Shalamov ha descritto con puntigliosità la connivenza mentale, linguistica, di stile, che univa l’universo comunista e quello della malvivenza, i Gulag e il paese sottomesso al totalitarismo. Putin è figlio di questo connubio, e impersona la rivoluzione criminale, ingenerata dal comunismo e cresciuta sui detriti dell’Urss, quando l’impero fu dissolto e il Kgb divenne Fsb. Che il suo modo di fare somigli stranamente a quello della malavita non è apparso solo adesso. Lo si è visto quando in nome del Kgb fece incarcerare per quattro anni l’ex capitano della marina Alexander Nikitin nel ’96, e lo fece accusare di alto tradimento per aver divulgato segreti sui dissesti della marina e sulle minacce di nuove Chernobyl attorno a Murmansk. Lo si è visto all’inizio della guerra contro la Cecenia: guerra di rivincita che ha usato per sembrare uomo deciso a tutto, pur di ristabilire l’ordine: quale che fosse l’ordine, e quali che fossero i sacrifici umani.
Prima ancora di palesarsi nel disastro del Kursk, il Presidente si era rivelato con le poche parole pronunciate all’esordio dell’assedio di Grozny: «Caccerò i terroristi fino a scovarli nei cessi», aveva detto con un tono che si addice a un malvivente più che a uno statista. E quel che disse fece, visto che precisamente questa attendibilità era diventata fonte di forza, di successo. Rase al suolo Grozny con i suoi 400.000 abitanti russi e caucasici, e andò a scovare nei cessi non i terroristi, ma una popolazione intera: distruggendola o disperdendola come seppe fare il suo predecessore Beria nel Caucaso, per obbedienza a Stalin.
Non stupisce dunque che quattordici anni siano trascorsi da Chernobyl, e nulla sia cambiato nello stile delle classi dirigenti russe. Stessa mania del segreto al principio, nella speranza che l’informazione semplicemente passi inosservata. Stessa inorgoglita immodestia nel rifiutare, per giorni, gli aiuti stranieri. Poi stesse menzogne, stesso disinteresse alle vite dei soldati. E nessuna premura per i familiari delle vittime: il giornale Komsomolskaya Pravda ha dovuto pagare 650 dollari agli uffici della Marina per poter pubblicare venerdì la lista - che le autorità volevano tener segreta - degli uomini a bordo del Kursk. Atteggiamenti simili sono in sé incomprensibili, tanto appaiono non solo brutali ma stupidi. Diventano meno incomprensibili se si tiene a mente che i dirigenti postcomunisti non sentono il bisogno di uscire dai metodi appresi in epoca totalitaria, né vi sono stati costretti.
Continuano il medesimo comportamento, anche se corretto, perché nessuno di loro ha dovuto rendere i conti, spiegarsi sul proprio passato, ammetterne la criminosità congenita, farne una critica radicale. In realtà, per numerosi ex comunisti e postcomunisti il Muro è caduto esteriormente, non mentalmente. Contrariamente al popolo tedesco nel ‘45, non sono stati spinti a scorgere nella propria sconfitta una liberazione, né hanno pensato di dovere sforzarsi in questa direzione. Riconoscono il fallimento e hanno l’impressione di aver patito un insuccesso, che debbono riparare con rivincite o al massimo occultare. Non sentono in cuor loro che il sistema cui avevano aderito era sbagliato e ingiusto umanamente, sul piano pratico e di conseguenza teorico. D’altronde anche le destre estreme reagiscono in tal modo, dopo aver osservato gli esiti positivi dell’atteggiamento comunista. Qualche anno fa, durante un viaggio a Londra, Gianfranco Fini replicò, a chi gli chiese una condanna di Mussolini: «Non spetta a me condannarlo.
Lo ha già condannato la storia». I mea culpa del Papa e i processi al nazismo non insegnano un granché: la sindrome più diffusa è quella di chi ha vissuto una disfatta, non di chi si duole, si vergogna, e fa ammenda. E’ una sindrome che evita il giudizio etico-politico su se stessi, e in Italia accomuna postcomunisti, postfascisti, post-rivoluzionari terroristi. Anche Toni Negri, prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, ricorse a analogo escamotage: le battaglie terroriste-rivoluzionarie avevano smarrito senso «perché erano state sconfitte», non perché avevano causato morti. E Violante non agisce in fondo diversamente, quando dichiara su Edgardo Sogno una cosa e il suo esatto contrario: che rifarebbe quello che ha fatto come giudice istruttore, accusandolo di golpismo, e che approva i funerali di Stato organizzati per riabilitare un eroe della resistenza che tra tanti difetti ebbe quello di essere anticomunista.
Per molti postcomunisti la caduta del Muro si apparenta a un fallimento, più che a una liberazione delle coscienze oltre che dei popoli: l’86 a Chernobyl e l’89 a Berlino non furono l’occasione di meditare sui misfatti, ma il momento propizio per cambiare discorsi e se possibile passare inosservati, davanti a quello che Kant chiama il tribunale della critica. Se potessero, parecchi «rifarebbero quello che hanno fatto»: ripetendo gli errori giudiziari e l’indifferenza alla morte altrui, l’impassibilità verso le notizie sui Gulag e l’abitudine alla sistematica fuga dalle responsabilità. Putin è la personificazione di questi vizi: alla vista del popolo in allarme, è «rientrato in se stesso e si è fatto di ghiaccio». Proprio come i capi gli avevano ordinato nell’89.
Nulla di nuovo, a Oriente: basta star zitti, e non parlar più di ideologie. Basta mettersi sul ponte di una nave, e farsi ritrarre come nuovo zar: dal punto di vista di chi è condannato a perire per incuria dello Stato, non fa una gran differenza essere sacrificati alla menzogna di un’ideologia, o alla menzogna di un fotogramma. Ma Putin non aveva fatto i conti con la collera che il vecchio stile comunista ha infine provocato nei cittadini e nei giornalisti russi, e ora gli toccherà forse la più penosa delle esperienze: esibirsi di fronte a una fila di cadaveri, nelle vesti non di gran comandante, non di protettore della nazione, ma di suo seppellitore.

Domenica 10 Settembre  2000
Siamo tutti Jörg Haider
di Barbara Spinelli
Il rapporto sull’Austria che i tre saggi europei hanno consegnato venerdì a Jacques Chirac è meno opportunista e fedifrago di quel che sembra. E’ vero che giudica controproducente il mantenimento delle sanzioni, che punta il dito sui sentimenti nazionalisti da esse suscitato, e che in larga misura scagiona Vienna, ritenendo che l’alleanza dei democristiani con i liberali di Haider non ha violato i diritti dell’uomo e delle minoranze. E’ anche vero che il rapporto, pur non sconfessando l’ostracismo deciso in febbraio dai Quattordici, li obbliga a cambiare casacca, e quindi svela l’impotenza politica, l’impreparazione, la leggerezza dei governi. Tutto questo era nell’ordine delle cose, si poteva prevedere. Il veto opposto a Haider, per quanto motivato, era destinato a perdere rapidamente senso perché afflitto da un vizio maggiore: l’ipocrisia.
Quattordici politici che avevano tollerato per un decennio le guerre razziali di Milosevic nei Balcani, e che nel momento in cui punivano Vienna digerivano consenzienti lo sterminio della Cecenia, avevano simulato un’indignazione nobile ma non per questo avevano evitato di ingannare i cittadini con una messa in scena inadeguata, e precaria. Il semplice buon senso - il principio di non contraddizione - ha finito col vanificare le loro mosse: dopo la caduta del Muro e la fine della spartizione di Yalta non si può al tempo stesso annunciare che Haider rappresenta un pericolo per i fondamenti etici dell’Unione, e che Putin è un grande statista che conviene incensare e introdurre nelle sale di decisione europee. Non si può criticare l’ingerenza occidentale nelle vicende della piccola Serbia - come sostennero numerosi esponenti di sinistra - ed esigere al contempo l’intromissione severa negli affari, di certo meno cruenti, della piccola Austria.
C’è però qualcosa di più nel rapporto - un’angoscia, un pessimismo latente - che aiuta a serbare la vigilanza e a non considerare fallimentari le sanzioni, sempre che i responsabili europei restino in allarme e non si sentano umiliati dall’invito a interrompere le sanzioni. La nocività del partito haideriano non è infatti rimpicciolita: pur non essendo chiamato fascista, il populismo di destra «contiene al proprio interno elementi radicali», «continua a pronunciare frasi razziste, xenofobe», e usa «espressioni che in alcuni casi si avvicinano addirittura a sentimenti nazionalsocialisti».
Sono espressioni che gli alleati del Cancelliere Schüssel «non hanno condannato, represso». Neppure la loro condotta governativa è irreprensibile: il ministro della Giustizia Böhmdorfer, reo di aver accettato l’ipotesi di procedimenti penali contro critici e oppositori, è accusato di atteggiamenti «non conformi ai suoi obblighi». Ma non è tutto qui: quelle frasi «fortemente ambigue», quei sentimenti che evocano il nazismo, quei pericoli che persistono, non appartengono secondo i saggi solo all’Austria. Sono tentazioni e impulsi presenti nell’Europa intera: sono lo spirito dei tempi, il Zeitgeist che avvolge il continente così restio a unificarsi, undici anni dopo l’89.
«Siamo tutti ebrei tedeschi!», si diceva nella Parigi del dopo-’68, quando Cohn-Bendit fu espulso della Francia: «Siamo tutti Cohn-Bendit!». Ora si potrebbe dire ben altro, dopo aver letto il rapporto dei tre studiosi (il tedesco Jochen Frowein esperto di diritto internazionale, l’ex presidente finlandese Matti Ahtisaari, l’ex ministro degli esteri spagnolo Marcelino Oreja). «Esistono sfortunatamente in Europa altri gruppi politici che adoperano un linguaggio abbastanza simile», conclude il rapporto, e il lettore sa dove esistono: in Italia come in Danimarca, in Belgio, in Svezia, in Francia e nei Länder orientali della Germania.
Non solo: l’Austria «protegge le minoranze nazionali in maniera più ampia rispetto ad altri paesi», e in ragione delle sua collocazione centroeuropea ha un numero alto di rifugiati: questo «determina problemi d’integrazione sociale, come in altri Stati dell’Unione». L’Europa impersonata dai saggi getta uno sguardo su se stessa che non è compiaciuto ma piuttosto diffidente, anche quando parla eufemisticamente di «problemi di integrazione sociale». E’ come se proclamasse, per indicare la distanza che la separa dalla prosperità, dalle sicurezze degli Anni 60: «Oggi entriamo nel 2000, e siamo tutti Jörg Haider!»
Tutti gli Stati d’Europa rischiano di cadere nell’amnesia volontaria, come accade in Austria fin dal dopoguerra. E non già di dimenticare, ma di giudicare irrilevante la memoria del passato e quel che esso insegna. Frasi, vocaboli come quelli denunciati dai tre saggi sono perfettamente udibili altrove, e non solo nella formazione di Le Pen in Francia ma in partiti che si apprestano a governare come in Italia. Ha detto il ministro Joschka Fischer al Corriere della Sera, il 13 agosto: «L’identità tedesca non esiste se si dimentica Auschwitz. Qualcuno ci ha provato: non funziona».
L’identica norma vale per l’Europa (anche se andrebbe estesa: «L’identità europea non esiste se si dimenticano Auschwitz, Katyn e la Kolyma. Qualcuno ci ha provato, e ci prova ancora».) Ma per molti politici la norma è ormai irrilevante, offensiva della libertà di pensiero. Recitare il mea culpa e togliere l’ostracismo con animo vergognoso sarebbe dunque irragionevole, oltre che sterile. Convaliderebbe la visione haideriana di una Waterloo europea. Criticabili non sono le sanzioni, ma l’incongruenza mentale dei governanti europei, la provvisorietà delle convinzioni, e non per ultimo: il carattere nazionale, non europeo, della risoluzione iniziale.
E’ forse il passaggio più pregevole del rapporto, quello in cui si fa l’elogio delle sanzioni e si propongono modi più efficaci e durevoli per adottarle nell’avvenire. In realtà non c’è motivo di pentirsi: «Le misure decise dai 14 Stati - constatano i saggi - hanno accresciuto la sensibilità nei confronti dell’importanza dei valori comuni europei non solo in Austria, ma anche negli altri Stati membri. Non c’è dubbio che nel caso dell’Austria le misure hanno contribuito sia a fare in modo che il governo intensificasse i propri sforzi, sia che la società civile difendesse questi valori con maggiore energia».
Così potranno essere indotte allo sforzo altre nazioni. Il monito vale per l’Italia, come per Paesi dove può crescere l’intolleranza etnica: nelle nazioni dell’Europa Centro e Sud-orientale, abituate da decenni di totalitarismo a un finto antifascismo imposto dall’alto. Vale la pena non dimenticarlo: i naziskin che affliggono l’Est tedesco hanno sviluppato le loro ideologie per spirito ribelle, in opposizione all’antifascismo d’obbligo prescritto, e non rispettato nella sostanza, dalle dittature comuniste. Detto questo, per avvertire e agire non c’è che il ricorso all’Europa sovrannazionale. Non l’Europa delle nazioni, ma un’Europa con poteri vigorosi, dotata di una Costituzione e di una Carta di diritti e doveri.
Contro il nazionalismo e la xenofobia, contro la discrepanza che può crearsi tra legalità democratica del voto e legittimità effettiva, non possono intervenire gli Stati, e tantomeno le macro- regioni come sembrano credere Haider in Austria, la Lega o il filosofo Cacciari in Italia. Moniti e sanzioni sarebbero fecondi in presenza di una comune Costituzione, e di una comune Carta che vieti l’apologia dei totalitarismi: perché i governi sarebbero in infrazione costituzionalmente, verso l’entità superiore che è l’Unione, e non sarebbero esclusi da alcun governo specifico.
E’ quello che i saggi fanno capire quando propongono «la nomina dentro l’esecutivo europeo di un Commissario per i diritti umani, e l’ampliamento delle attività, degli stanziamenti e dello statuto dell’Osservatorio europeo su razzismo e xenofobia, a Vienna, per trasformarlo in una vera e propria autorithy dell’Unione sui diritti umani». Il fine sarebbe quello di prevenire, sorvegliare collettivamente, e non di intervenire dall’esterno quando gli xenofobi sono alle porte del potere.
Il compito che l’Europa ha di fronte è di dotarsi di una testa, che non mediti e operi alla cieca. Questa testa oggi non c’è: né cieca, né dormiente, né nascosta. Ne soffrono le istituzioni democratiche e i partiti, che tendono a rinazionalizzarsi. Ne soffre la moneta unica, che doveva accomunare il continente ed è invece un’impresa che corre in parallelo con l’inconsistenza, l’interesse breve, i calcoli provinciali dei suoi politici.
E’ come se questi ultimi avessero smesso di pensare, dopo l’89. Sono deboli le sinistre, ma ancora più vacillanti sono le destre, che per mezzo secolo avevano vissuto dell’anticomunismo classico. Ora sono inermi, afasiche, condiscendenti verso dottrine che ancora una volta esaltano il Blut und Boden - il sangue e la terra - e si ergono contro l’universalismo della Comunità postbellica. Se si eccettua il gollismo di Chirac, sono pronte a sdoganare qualsiasi radicalismo di destra. Ma non solo le destre: gli europei nel loro insieme diverranno inermi e afasici, qualora si pentissero del purgatorio inflitto a Vienna.
Qualora facessero propria l’idea populista di un referendum sull’allargamento: idea sostenuta dal commissario Verheugen , e respinta da Prodi e da Fischer. Il male lo avevano visto in febbraio, e giustamente designato. Ma curarlo è difficile quando manca la coerenza, quando non si rispetta il principio di non contraddizione, e quando i medici stessi - gli Stati Nazione - possono da un momento all’altro precipitare, immaginandosi immuni, nelle medesime malattie che hanno diagnosticato nel Paese accanto.

Domenica 15 Ottobre  2000
Tutto è permesso in nome di Dio
di Barbara Spinelli
La storia e la cultura d’Europa ci hanno abituati a pensare che le carneficine più efferate, il culto delle guerre totali, l’odio dell’altro, il progetto che ha come fondamento la distruzione di ogni cosa esistente, siano dovuti alla presunta eclisse di Dio: Dio è morto e tutto è permesso, così concludono i nichilisti, annunciando nuove stagioni di libertà umana illimitata, non più presidiata da leggi trascendenti.
Ma in questi giorni è assai diverso lo scenario cui si assiste in Medio Oriente. Si combatte e si scatenano odi irrefrenabili non già perché Dio è stato sepolto, ma perché è considerato più che mai presente, attivo nella storia e nella politica. Ogni pietra del Monte dei Templi, detto spianata delle moschee, serba il ricordo vivissimo del suo passaggio. Sono addirittura visibili le tracce del suo tragitto, le impronte di suoi angeli e profeti. Tutti e tre i monoteismi hanno una simbolica narrazione, strettamente connessa alla geografia di Gerusalemme e del Monte dei Templi.
Uno degli elementi che hanno generato le brutalità delle ultime settimane è la sovranità, non già amministrativa ma teologica, su quelle pietre trasformate in idoli pagani. Sovranità spirituale per i cristiani, che dai tempi delle guerre religiose hanno appreso quanto sia prezioso separare la religione dalla politica: anche per questo tutto appariva pervaso da calma, quando il Papa andò a Gerusalemme. Sovranità totalizzante, per i due monoteismi che non hanno ancora imparato l’arte cristiana di sopravvivere spiritualmente ai propri disastri temporali. Qui è il dilemma delle odierne battaglie, e tale resterà anche se la scommessa di Clinton riuscisse, se si raggiungesse un cessate il fuoco nel vertice con i contendenti e con l’egiziano Mubarak.
Resterà cocente e insolubile perché l’energia nichilista che le battaglie racchiudono è di carattere religioso. Il filosofo Glucksmann scrive nel suo ultimo libro che nel Novecento europeo Dio è morto una terza volta - nei genocidi e nelle guerre sterminatrici - dopo esser morto prima sulla croce e poi nelle parole del nichilismo dell’800 (André Glucksmann, La troisième Mort de Dieu - La Terza morte di Dio, Parigi 2000).
Ma alle periferie Dio è vissuto come assolutamente presente: parla in diretta con i propri zeloti, permette loro di agire in suo nome, prescrive le paci e le guerre. Anche i confuciani mescolano politica e religione, se si crede a quel che afferma il Nobel della pace Kim Dae-Jung, presidente della Corea del Sud: «Non credo nei fasulli valori confuciani, serviti in Asia solo a giustificare autoritarismo, ingiustizia e arretratezza, ma in quelli cattolici della responsabilità e libertà individuali, base dei progressi dell’Ovest».
Ariel Sharon, attuale capo della destra (il Likud), già responsabile di massacri di arabi e di autentici crimini di guerra in Libano, sapeva bene quel che faceva il 28 settembre, quando mise piede nella spianata delle moschee, e dichiarò che questa era terra israeliana intangibile perché sacra. Sapeva che stava accendendo la miccia di una bomba e lo voleva: non la bomba di una guerra classica, ma di una guerra religiosa. Nello spirito, il suo gesto non è stato diverso da quello che uccise Rabin. Giacché anche il contrario di quel che affermano i nichilisti è ipotizzabile: se Dio è vivo, tutto è permesso.
Lo si è già potuto constatare nell’integralismo omicida dei radicali islamici in Iran, Algeria, Afghanistan. Non esiste solo il nichilismo senza Dio, nato dalla secolarizzazione e dal relativismo filosofico. Esiste anche il nichilismo nel segno di Dio, e esistono gli sterminatori divini fra gli israeliani come fra i palestinesi. Per contenere la collera dei propri estremisti Arafat ha dovuto più volte riferirsi al cosiddetto accordo di Hudaybiyah: accordo per una pace decennale che Maometto concluse nel 628 con un clan che governava La Mecca.
Due anni dopo la firma, il Profeta ruppe la promessa e conquistò la città con la violenza: l’accordo firmato con gli infedeli non è mai vero accordo. Ma analoghi miti regnano tra i dirigenti israeliani. Si è parlato molto nei giorni scorsi della sovranità religiosa esercitata da questi ultimi sulla Tomba di Giuseppe, che il premier Barak ha infine deciso di abbandonare e che è stata teatro di violenze. Ma quel che Barak e le sinistre hanno taciuto è che quel luogo, nel cuore di Nablus, era divenuto il centro dell’estremismo ebraico. Vi si adorava Baruch Goldstein, il colono che nel febbraio ’94 irruppe nella moschea di Abramo, a Hebron, e sparò sui musulmani in preghiera uccidendone ventinove e ferendone circa cento. Il mausoleo tombale di Goldstein, per anni meta di pellegrinaggi, è stato vietato solo di recente. Il rabbino Yitzhak Ginzburg, capo del centro fanatizzato presso la tomba di Giuseppe, scrisse un libro su Goldstein, chiamandolo «Baruch, il santo vendicatore».
I credenti delle guerre sante hanno una difficoltà congenita, che però conferisce loro un senso di ineguagliabile potenza. Non riescono a conoscere i propri limiti mortali, e a separare quel che è di Dio da quel che spetta all’uomo e alla Città. E l’assoluto - soprattutto l’amore - lo trapiantano dal terreno della religione a quello della politica. All’inizio in effetti non c’è solo l’odio, ma un amore sconfinato: amore di scritture e luoghi sacri, amore di un’umanità eletta da Dio, fiducia in riconciliazioni volute dall’aldilà. In politica l’amore può sfociare molto presto nel suo contrario simmetrico: l’odio, suo intimo parente. Nelle società confessionali il criterio dell’amore e dell’odio vale per tutte le sfere della vita, e domina su criteri come il vero-falso, o il bene-male. E’ per questo che per gli integralisti la laicità è incomprensibile.
Essa infatti è neutrale, non è atea né religiosa. Non è una persuasione specialmente tollerante, ma un metodo che consente dispute civili, pacifiche, anche tra fedi intensamente antagoniste. Molti di questi difetti sono presenti negli stessi accordi di Oslo, edificati da ambedue le parti su un’illusione: che il prevalere della razionalità e dell’amore sugli odi dovesse costituire la premessa della pace. I negoziati medio-orientali tendono cronicamente a naufragare perché si è scommesso su queste due forze dell’anima (la ragione, la comunione) anziché su quel che veramente unisce due popoli così differenti: la loro debolezza, vulnerabilità, mortalità. Entrambi possono distruggersi reciprocamente, tanto sono distanti. Sono costretti a intendersi proprio per questo: perché son fatti in maniera tale da non intendersi.
Il male in questa regione del mondo è la presenza ridondante di Dio. Non Dio in sé, di cui poco si sa e i cui disegni non sono noti. Ma il Dio adoperato per far politica, i cieli antropomorfizzati che decidono di fare o disfare un accordo, uno Stato. E’ questo Dio che conviene allontanare dalla Cosa Pubblica, lasciando che gli uomini stringano accordi terreni, basati sulla diffidenza e sulla dissuasione anziché sulla vittoria di un comune convincimento. Nella dissuasione urge intendersi, perché la morte dell’altro è automaticamente la mia.
Questa necessità improrogabile di una pace fredda, che preceda la riconciliazione e il senso di sicurezza piuttosto che venir dopo l’instaurazione della fiducia, non è stata drammatizzata dai dirigenti israeliani. Eppure il dramma c’è e può diventare catastrofe: non ci sarà una guerra mondiale per salvare Israele, la fedeltà Usa non è sterminata, ai palestinesi non si può in eterno ricordare la Shoah, e il rischio è concreto: non di un secondo sterminio, ma di un’espulsione dalla Palestina. Gli israeliani hanno cominciato a intuire i propri limiti nella guerra del Golfo, quando si resero conto che possedere territori non li proteggeva dai missili Scud.
Ma anche disporre di una immane forza è inutile ai tempi d’oggi, quando le guerre tradizionali cedono il passo alle guerre religiose, etniche, a piccole armi micidiali, alle lotte dell’informazione. Non serve a nulla quando l’avversario è pronto a saltare in aria con la bomba che ha lanciato, nella speranza di guadagnarsi subito il paradiso come premio. La forza è una chimera e non garantisce sicurezza quando uno Stato religioso - Israele - è circondato da un miliardo di fedeli musulmani. Nelle armi gli israeliani sono superiori. Non nelle fedi. Quel che più colpisce nelle scorse settimane è il modo in cui ciascun contendente parla di ciò che accade. Ogni volta sono elencati gli odi, i tradimenti dell’altro, e mai sono menzionati i propri odi, tradimenti. Gli stessi intellettuali che si sentono d’un tratto
traditi da Arafat, come Amos Oz o Elie Wiesel, cadono in simile trappola. E lo stesso accade a Barak, quando proclama che Arafat «non è più una controparte credibile». Gli uni e l’altro si esprimono come innamorati delusi, non come politici in cerca di compromessi per far sopravvivere la nazione. Arafat è quello che è, e come Barak non controlla più i fanatismi del proprio campo. E’ una controparte ineludibile, con lui non si può trattare altrimenti che sull’orlo dell’abisso.
Il sentimento fiducioso, se verrà, verrà molto dopo. Anche il cattolicesimo elogiato da Kim Dae- Jung ha alle spalle fanatismi feroci, dai quali uscì penosamente. La notte di San Bartolomeo, quando i cattolici di Francia organizzarono un tremendo massacro di protestanti nell’agosto 1572, cominciò con integralismi somiglianti a quelli di oggi. I documenti d’archivio indicano l’esistenza di teoremi di riconciliazione religiosa, elaborati da Carlo IX e Caterina dei Medici. Non si parlava che di anime fuse in un’«unica verità», e il vocabolo che ricorreva con più frequenza era Amore. Quest’amore condusse a una delle più tristi stragi nella storia del cattolicesimo. Fu necessario l’avvento di Enrico IV, perché le guerre religiose cessassero in Europa.
Il re sapeva che il popolo era stanco di odio, e inoltre affamato: promise a ogni francese una gallina la domenica, e fece qualcosa di più. Parigi val bene una messa - disse - e bandì dalle mura della Città il Dio per cui si muore, e in nome del quale le genti si amano e si odiano senza misura.
(15 ottobre 2000)