Spinelli 08
Domenica 8 Aprile 2001
Giustizia e libertà per la patria Europa
di Barbara Spinelli
Di nuovo e vecchio patriottismo si parla con grande intensità e inquietudine, non solo in Italia grazie a Carlo Azeglio Ciampi ma anche in Germania grazie al presidente Johannes Rau. Chi si preoccupa della democrazia teme un rinchiudersi degli Stati europei nell’autocompiacimento, un diffondersi dell’intolleranza verso i diversi, e il parallelo oblio dei disastri passati. In ambedue i paesi si fanno avanti le regioni, con impeto inusitato, e accampano diritti a maggiore potere e a vere forme di micronazionalismo.
Sono sovrani locali che interpretano desideri non solo diffusi ma comprensibili delle popolazioni: in un’economia globalizzata gli uomini cercano radici emotive più resistenti, e non sempre si sentono rappresentati da autorità giudicate lontane, esangui, e inattive. Ma nel regionalismo c’è anche una hybris, una dismisura delle fierezze. La regione non condivide le vergogne e le virtù del vecchio Stato nazione, ma si tira fuori. Sorge illibata dal nulla, ignora leggi e solidarietà sedimentate nel tempo, può permettersi di giocare con gli eventi, con la storia, con la colpa. Può fare una politica ritirata, e sentimentale.
Tutto è permesso alla signoria locale, quando questa decide di vivere nell’istante in maniera rivoluzionaria: istituendo leggi che meglio le convengano, litigando ogni giorno con poteri esterni trasformati in capri espiatori, indicendo unilateralmente referendum regionali. Può anche imbrogliare, fingendo che i referendum siano risolutivi anche quando sono semplici sondaggi di opinione: il voto per l’autonomia lombarda voluto da Roberto Formigoni è un esempio di tale finzione, concepita sulla base di calcoli elettorali di breve periodo e con impressionante leggerezza.
Ma non è una finzione caduta dal cielo: è carica di risentimenti e sentimenti nutriti da un numero non trascurabile di italiani. Blutlos, dissanguata, è definita dalle destre tedesche la fisionomia delle istituzioni vigenti, sia nazionali che europee: dominate da regole e leggi anziché dalla forza, più sana, più vicina e paternamente fiera, del sangue e dell’identità territoriale. In Italia e Germania la fierezza è piena di cautele, di dubbi su di sé: «Il concetto di fierezza mi è congeniale quando si tratta di terra patria, di Heimat, non di nazione», ha detto Rau allo Spiegel. Nelle regioni la cautela svanisce, soppiantata dal peccato d’orgoglio e d’oblio.
Chi opera sul piano nazionale sa da dove vengono simili impulsi: sono la faccia oscura del nazionalismo, trasferita tuttavia alle micro-regioni. Sono espressione di un individualismo assediato dalla paura, che cerca rifugio in famiglie ristrette, impermeabili a influssi esterni. E’ il motivo per cui i Presidenti d’Italia e Germania sembrano particolarmente ansiosi di elaborare una Costituzione europea, che fissi in maniera chiara, visibile per ogni cittadino, le autentiche competenze che spetteranno alle autorità sovrannazionali, nazionali, e regionali. Johannes Rau ha deciso addirittura di accelerare i tempi, esprimendosi mercoledì scorso al Parlamento di Strasburgo: ha proposto la scrittura di una dettagliata Costituzione che valga per gli attuali Stati membri come per i paesi candidati, che sancisca i vari piani di decisione, e che dia ai cittadini un senso di appartenenza comunitaria, e se possibile di superiore patriottismo. Una speciale Convenzione dovrebbe lavorare nei prossimi anni, e proporre un testo finale nel 2004.
La preoccupazione di Rau non sembra circoscritta al rilancio delle istituzioni sovrannazionali. Tramite l’Europa, il Presidente sembra puntare a un secondo obiettivo: quello di rafforzare il prestigio, l’autorevolezza, la coscienza storica, che sono stati fin qui appannaggio degli Stati. E’ la tesi sostenuta a suo tempo dal politologo Alan Milward, in un libro dal titolo provocatore - The European rescue of Nation State, Il salvataggio europeo dello Stato nazione (California University Press, 1993). In tutte le sue fasi di costruzione, l’Europa avrebbe consentito la sopravvivenza di nazioni altrimenti condannate al tramonto: tale sarebbe il patto stretto negli Anni Cinquanta tra Germania e Francia. Forse Rau non aveva in mente le teorie di Milward, ma gli argomenti esposti a Strasburgo le riecheggiano.
Non a caso il Capo di Stato socialdemocratico insiste sulla decisione all’unanimità, indispensabile ogni volta che una competenza nazionale sarà trasferita all’Europa. E contrariamente al ministro degli Esteri Joschka Fischer non fa accenno al cosiddetto diritto dell’avanguardia: il diritto che hanno gli Stati più volonterosi a consolidare lo statuto sovrannazionale dell’Unione, senza aspettare che tutti siano d’accordo e scongiurando il pericolo di una paralisi delle decisioni, e delle menti. Per evitare simile trappola immobilizzante tuttavia, e frenare l’ideologia nazionalista che torna a fare apparizione nelle regioni, non bastano le ricette istituzionali di Rau.
La suddivisione sia pur intelligente dei poteri di decisione non è ancora un argine contro le tentazioni dei cittadini europei e delle loro élite a rinchiudersi in famiglia, a fare affari e a dedicarsi esclusivamente ai commerci, ignorando quello che accade nel mondo e le minacce che gravano sul loro spazio di civiltà. Non bastano neppure a tener viva la memoria del passato, che l’Europa delle regioni immagina di poter scavalcare. Ciampi pare esserne consapevole, nella lettera di felicitazioni inviata a Rau: l’identità europea che si vuol ritrovare attraverso la Costituzione federale deve servire a chiarire la distribuzione di essenziali competenze ma anche a «controbattere i sintomi di uno scetticismo ingiustificato, a ammonire contro le insidie dell’intolleranza, a definire i valori che ci uniscono, a rispondere alle aspettative che il resto del mondo avverte nei confronti dell’Unione europea».
In altre parole, occorre un patriottismo europeo, che affianchi e nobiliti quello nazionale. Che sia in grado di contrastare le ideologie del sangue e del territorio, e il gioco leggero, beffardo, che i micronazionalismi conducono con le costituzioni esistenti. Se vissuta come corpo di leggi interne e non come un trattato internazionale, la Costituzione europea può svolgere questo compito, di levatrice del patriottismo europeo. Sarebbe un patriottismo differente da quello tradizionale: più freddo, meno determinato da legami di sangue, più universalista. Fondato sul rispetto delle leggi, sulla cultura del contratto, della parola data, dei doveri e diritti dell’individuo-cittadino. Sarebbe blutlos per virtù, e non per difetto.
Lo sarebbe in memoria del passato nazionale, e perché a questo serve l’Europa: non a salvare le nazioni in quanto tali, ma la memoria e i dubbi su di sé che esse hanno appreso. Il patriottismo costituzionale non ha valore solo cartaceo, soprattutto se è voluto e concretizzato - come sempre avviene per le costituzioni - da una maggioranza di coraggiosi che edifica nuove organizzazioni politiche rifiutando gli unanimismi e i diritti di veto. Oggi non siamo ancora a questo punto, nonostante i tempi stringano: nonostante l’accentuarsi dell’isolazionismo americano, l’indifferenza mostrata da Bush verso il patto con le generazioni in materia ambientale, e le minacce che si moltiplicano ai confini dell’Unione, nei Balcani e in Russia.
Confini che sono sul punto di spostarsi, e che correranno presto lungo le frontiere orientali della Polonia. Per il momento, nel continente convivono due linee contrapposte, tra le quali prima o poi converrà scegliere. Da una parte la linea degli esperti comunitari, della Commissione, di alcuni governi: più ardita in materia ambientale, ma disattenta se non indifferente ai pericoli delle guerre coloniali e del conseguente terrorismo che scuotono il retroterra russo. Invece di intuire i rischi dell’inerzia, i rappresentanti di questa linea non scorgono che mercati da sfruttare, accordi petroliferi da strappare, territori russi da trasformare in deposito dei nostri residui nucleari.
L’altra linea è quella del Parlamento europeo rappresentato da Nicole Fontaine, o da associazioni non governative come quella di Emma Bonino e dei radicali all’Onu. Ambedue, Nicole Fontaine ed Emma Bonino, sono oggi due sentinelle alle mura dell’Unione. La prima ha invitato a Strasburgo il comandante Ahmed Massud, nei giorni scorsi, dichiarando che è inutile piangere sui Buddha distrutti, o sul terrorismo islamico che minaccia le istituzioni europee, se non si appoggia la resistenza di Massud prima contro i colonizzatori sovietici e ora contro l’integralismo taleban.
Emma Bonino non ha esitato a fare parlare la resistenza cecena, venerdì a Ginevra nella commissione sui diritti umani, e per l’ennesima volta si è scontrata con il Cremlino. I radicali transnazionali avevano concesso il proprio tempo di parola al ministro della Sanità ceceno, Omar Kambiev, che era intervenuto per denunciare le torture perpetrate dai russi, e l’uso nel loro paese di armi non convenzionali. L’intervento è stato interrotto dai rappresentanti di Mosca, che sono riusciti a ottenerne la sospensione.
Questa seconda via è la più difficile, ma è l’unica in grado di suscitare un patriottismo delle leggi, dei diritti. A dare un futuro allo spazio di civiltà giuridica che si chiama Europa, e a farne qualcosa di più di una corporazione economica, priva di senso storico nonché di ricordi. A permettere ai suoi cittadini di parafrasare Montesquieu, e di dire con fierezza: Sono uomo per natura - e francese, italiano, tedesco per incidente.

Domenica 16 Settembre 2001
PER CHE COSA COMBATTIAMO
di Barbara Spinelli
PER che cosa combattiamo : saperlo è importante in ogni circostanza, e lo fu in particolare nell’ultima guerra, dopo le inutili carneficine del ’14-’18, tanto che Frank Capra titolò così una serie di documentari sul nazismo e sugli ideali che motivavano gli americani. E se la consapevolezza fu importante allora, ancor più lo è oggi. Oggi infatti non sappiamo bene da dove venga la minaccia e quale sia il volto del nemico, anche se ne conosciamo l’immane potere distruttore. Non sappiamo neppure se l’attentato contro i simboli dell’America - Manhattan e Pentagono - sia equiparabile a una guerra classica, cui si risponde con offensive tali da debellare il pericolo entro un tempo circoscritto. A meno di non essere suicidi questo non è uno scontro tra culture che ha come bersaglio l’Islam, e l’Occidente che si arma contro un miliardo di musulmani è immagine da incubo. L’obiettivo è al tempo stesso più modesto e più impervio: si tratta di colpire un terrore nichilista che agisce al momento in nome dell’Islam, e di pensare un mondo in cui questo tipo di violenza è destinato a moltiplicarsi, per il semplice fatto di essere inafferrabile e non identificabile con uno Stato, una religione, una determinata politica.
Nelle future guerre contro il nichilismo armato conviene sapere quel che esso odia di più, e che più invidia: in altre parole bisogna sapere chi siamo, di quale pasta è fatta la civiltà che rappresentiamo e che incute tanto risentimento. Solo su questa base è possibile una scelta avveduta, non rovinosa, di amici e alleati. Solo su questa base è ipotizzabile quell’intesa con Mosca e Pechino che tanti - a cominciare da Kissinger e dallo storico militare John Keegan su questo giornale - invocano con urgenza.
La popolazione americana sta dimostrando ciò di cui è capace una democrazia: la compostezza, lo straordinario slancio pionieristico di solidarietà, il patriottismo di chi non vuol aver paura della paura. Probabilmente ci sono stati atti intolleranti ma chi ha guardato la Cnn sarà rimasto stupito: non una parola d’odio, un tono vendicativo verso la fede coranica. Nessun popolo nasce a tal punto perseverante, fermo, rattenuto: sono necessarie una cultura dei diritti e del contratto, un’abitudine a respingere la vendetta mafiosa, un’obbedienza istintiva alla convivenza e al conversare cittadino. E’ necessario il regno delle leggi garantito da uno Stato di diritto. Il terrorista si propone di annientarlo e può pensare di poterlo fare, perché le società aperte sono immensamente fragili a causa di tale apertura. Ma sono anche forti, a causa del modello civile. Nessun regime ha analoga irradiazione. Nessun altro può accampare il diritto all’ingerenza umanitaria, e questo spiega i risentimenti come l’invidia.
Né Mosca né Pechino possiedono simile patrimonio, anche quando pretendono di combattere la stessa battaglia anti-integralista. Lo si vide dopo gli attentati in Russia, nel ’99. Il premier Putin annunciò con toni malavitosi: «Cacceremo i terroristi fin dentro i cessi». E prima di sapere chi fossero i colpevoli i moscoviti si misero a caccia del vicino di casa ceceno. L’ex dissidente Kowaliov mi confermò che la lotta antiterrorista era fatta per attizzare razzismo e ridurre le libertà civili. In molte città vi furono pogrom contro i caucasici. Lo stesso in Cina: le sommosse musulmane nella regione dello Xinjiang furono represse nel sangue, nel ’97-’98.
Il patto con Mosca e Pechino può rivelarsi una necessità tattica , così come fu una necessità patteggiare con il diavolo-Stalin per abbattere il diavolo- Hitler. E’ l’alleanza strategica che può rivelarsi distruttiva, per il patrimonio difeso dalle democrazie. E’ l’enorme fascino esercitato sulle menti dalla spregiudicatezza, dalla brutalità che anima le campagne russe e cinesi contro l’Islam. Allearsi ideologicamente con il Cremlino - nella Nato o nel G8 - significa proprio questo: integrare il suo metodo e quello di Milosevic, per condurre cosiddette guerre di civiltà con l’arma dello sterminio: radere al suolo città come Grozny, colpire e torturare i civili per impaurirli, contravvenir e a ogni regola di civiltà, alle leggi di pace e di guerra, liquidando prigionieri e terrorizzando anziani, vedove, bambini. Per l’Occidente non sarebbe solo la rinuncia a sapere Why We Fight . L’abbandono della morale - dei costumi e leggi che ci hanno educati - sarebbe devastante per il morale dei combattenti e la loro riuscita. Si sa quel che è accaduto in Cecenia: se oggi c’è un fanatismo che può prevalere, è in ragione della guerra annientatrice di Eltsin e Putin. Non è il terrore islamico che l’ha prodotta, ma è la guerra che ha generato integralismi poi sfruttati da Bin Laden.
Una simile scelta strategica vorrebbe dire che si sa poco, di quelle che sono chiamate le guerre del secolo XXI. Guerre non votate a concludersi presto, con definitive battaglie, ma che assedieranno le democrazie per anni. Guerre che non è l’Islam in quanto tale a condurre, contro il modello occidentale, ma che vedono schierato contro l’Occidente un nichilismo proteiforme, folle di Dio o del nulla, somigliante a una piovra più che a uno Stato. E’ il caso di ricordare che gli arabi musulmani non hanno inventato l’omicidio kamikaze, e che non v’è traccia di esso nella loro storia. L’hanno osservato in occasione del primo attentato suicida della storia, commesso il 30 maggio ’72 da tre studenti giapponesi del gruppo anarchico-trotzkista Armata Rossa , all’aeroporto Lod di Tel Aviv. Il giorno dopo Gheddafi invitò i fedain a «imitare il coraggio degli attentatori», e l’ Armata Rossa che voleva espiare le colpe dei kamikaze imperiali fu ingaggiata come addestratrice nei campi palestinesi.
Il male non è dunque iscritto nei testi coranici ma nel secolo che abbiamo alle spalle. Contro le sue perversioni vale la pena mobilitarsi, ma non ripetendo i disastri o preparandone nuovi. Non ci si mobilita soltanto in nome del mercato e della superiorità tecnologica, perché i despoti sono ormai fautori del capitalismo e la superiorità tecnologica si è infranta a Manhattan. Ci si mobilita per nuove guerre umanitarie , elaborando un diritto internazionale basato sul rispetto della persona. E’ l’unico conflitto vincibile, a meno di non voler entrare nel 2000 con il vecchio secolo nel bagaglio, e affilare i coltelli per nuove spartizioni tipo Yalta e nuove guerre di sterminio .

a cura di Barbara Spinelli
L'Europa «protetta» da una campana di vetro
16 dicembre 2001
Nata e cresciuta nella crisi, nella crisi l’Europa può naufragare». Così dice l’appello che la seconda generazione dei padri d’Europa - quella di Kohl e Schmidt, di Andreotti e Barre, di Rocard, González e Jenkins - lancia ai capi dell’Unione riuniti per due giorni a Laeken. E’ una drammatizzazione che giunge a proposito, in questi tempi che sono caratterizzati dalla guerra contro il terrore. Perché l’Europa è malata, da quando la storia del mondo ha cominciato a correre precipitosamente e a mutare natura. In realtà è malata dal novembre 1989, quando s’infranse l’ordine negoziato con Stalin dopo il ’45 e i paesi in Europa orientale si liberarono. Ma dopo l’aggressione alle Twin Towers il morbo si è aggravato. L’Europa ha perso ogni nozione esatta del tempo, dello spazio, e questo è il male che l’affligge e di cui è chiamata a guarire. Non fra qualche decennio, ma presto.
Tutta la civiltà occidentale è alle prese con gli effetti dell’11 settembre, tutte le sue nazioni sono chiamate a varcare quello che Kofi Annan segretario generale dell’Onu ha chiamato il Cancello del Fuoco - il gate of fire - e le inerzie dell’Unione fanno tanto più impressione. Non sono semplicemente un errore: costituiscono ormai uno scandalo, e addirittura un tradimento dei principi su cui l’Europa fu edificata, dopo il ’45, dalla prima generazione dei padri fondatori. La memoria dei genocidi e delle guerre intereuropee aveva suscitato negli Stati liberi del continente una intensa volontà d’unione, accelerando la messa in comune di sovranità nazionali fin qui assolute, foriere in quanto tali di ulteriori disastri. Il tradimento consiste nell’incapacità di ripetere quel gesto al tempo stesso memore e fondatore di una Bildung, di una autoeducazione.
Oggi non si tende più ad unirsi per far fronte ai mali passati e presenti; il come dell’Unione ha preso il sopravvento sul perché; le elucubrazioni attorno ai mezzi (monetari o istituzionali) sono diventate più importanti delle finalità che ci si prefigge. L’organizzazione del mondo sta cambiando e disorganizzandosi sotto i nostri occhi, gli stessi americani sono costretti a rivedere non poche illusioni connesse alla loro invulnerabilità di Stato insularmente sovrano, e solo l’Europa procrastina, aggiorna, tergiversa - con l’eccezione dell’Inghilterra - procedendo piano piano quasi che il tempo a disposizione fosse molto. È come se l’Unione vivesse sotto una campana di cristallo: che la sconnette dal mondo esterno, dai suoi rumori e furori, simile alla comunità di devoti rannicchiati sotto le ampie vesti materne di Madonna di Misericordia. La gonna di vetro attutisce i colpi estranei, permette ogni sorta di dilazione, di autocompiacimento. Come altre volte nella storia delle crisi europee occidentali, gli Stati sono messi davanti al nudo dilemma: o rinnovarsi o perire.
Sotto la cupola riconfortante gli europei si comportano come se nulla di tragico o drammatico fosse successo, a partire dal 1989 fino al 2001. Eppure le mutazioni sono state cospicue: talmente cospicue che ne hanno risentito tutte le abitudini collegate allo scorrere ordinario del tempo, e alla configurazione ordinaria dello spazio. Immobilizzati o occultati dal conflitto dominante della guerra fredda - quello tra Est e Ovest - gli eventi mondiali hanno cominciato a divenire più visibili e perciò ad apparirci più veloci: per star loro dietro occorreva raddoppiare la velocità dell’andatura, cosa che gli europei continentali hanno capito a malapena. E a seguito degli attentati è stata anche stravolta la nozione del territorio, radicalmente: le minacce terroriste preannunciavano guerre di tipo nuovo, che non partivano più da territori e nazioni delimitati da confini precisi. L’economia e la finanza erano state fin qui all’avanguardia, nel pilotare la globalizzazione: ora questa funzione e queste capacità divenivano patrimonio condiviso delle forze del crimine, mafioso o terrorista. Forze che erano state più rapide ed efficaci delle élite politiche legali, dedite alla costruzione di un ordine mondiale e non al suo disfacimento.
Anche a questa seconda metamorfosi spaziale occorreva adattarsi, con forme di resistenza e contenimento anch’esse organizzate a rete. A questa sfida gli europei non hanno ancora replicato, e il loro affaccendarsi attorno alle riforme delle istituzioni e alla preparazione dell’allargamento è lodevole ma terribilmente sfasato rispetto alla duplice rivoluzione moderna del tempo e dello spazio. Il mutare del tempo continua a esser loro indifferente; e non meno datata, difettosa, è la loro concezione spaziale dei pericoli. Le minacce non sono oggi l’allargamento all’Europa dell’Est, ma la nascita di un bellicismo terrorista ubiquo. L’Europa discute dei mezzi che si vuol dare, ma non ha ancora una chiara visione del mondo su cui vuol intervenire. Protetta nella guerra fredda dagli Stati Uniti, non ha mai dovuto pensare sino in fondo la guerra fredda - compresa la sfida nichilista dell’antioccidentalismo sovietico. Ancor oggi alleata con Washington ma non più tutelata come prima, deve ancora apprendere a pensare le guerre del moderno nichilismo, de-territorializzate e mondializzate. E’ quel che colpisce di più nella sua patologia dello spazio e del tempo perduti.
Il vertice di Laeken si è chiuso con l’appoggio a una forza multinazionale di mantenimento della pace in Afghanistan ma anche con un monito lanciato alla Casa Bianca, perché la guerra non sia estesa oltre i confini afghani. Un monito che nasce da intenzioni buone - si tratta di non incrinare innanzitempo la coalizione mondiale contro Al Qaeda, e di frenare le tendenze di un’America tentata dall’agire solitario, scettica verso istituzioni giuridiche extraterritoriali come la Corte penale internazionale, reticente davanti alle guerre umanitarie - ma che di fatto è un monito senza senso. La documentazione sulle centrali terroristiche indica l’esistenza non di uno Stato terrorista ma di una ramificata rete di guerra antioccidentale e antidemocratica, di una sorta di piovra mafiosa che lambisce paesi come Iraq, Iran, Arabia Saudita, e Sudan, Yemen, Somalia, Kenya, Filippine, Palestina e Libano. Non pochi tentacoli inoltre giungono fin dentro le città europee. Sicché è un inganno, dire che la guerra può concludersi in Afghanistan. E’ l’estremo tentativo di ridurla a uno spazio circoscritto, nella speranza di poterla pensare con i criteri di ieri. È come quando i francesi pensavano di poter contrastare i nazisti tedeschi con la panoplia della guerra precedente: con le trincee e la cavalleria, in luogo dell’aviazione e dei carri leggeri. Con una linea Maginot, nell’illusione di fermare la modernità della Germania hitleriana. Anche oggi ci troviamo davanti a una guerra ben più strana di quel che nel ’40 ci si aspettava: i francesi parlarono stupefatti di drôle de guerre, e subirono una delle più umilianti disfatte della storia.
Ancor ieri era consueto dire - e molti lo dicevano - che decenni erano stati necessari per dar vita alla moneta unica, e che altrettanti sarebbero stati necessari per generare una comune politica estera, una comune difesa, un comune pensiero delle guerre contemporanee. Ora quel comodo frazionamento del tempo è incongruo. Già oggi siamo chiamati alla prova e anche questo è scritto nell’appello degli ex Primi ministri: «La transizione (dall’unione economico-monetaria all’unione politica, n.d.r.) avrebbe potuto durare decenni. Il corso della storia ha imposto un ritmo diverso». Impossibile sostare e rilassarsi soddisfatti, una volta inaugurata la Moneta unica nel gennaio 2002. E’ oggi che l’Europa deve attivarsi: in un Medio Oriente che sta precipitando dopo la delegittimazione forse ineluttabile ma comunque ominosa di Arafat; in un Afghanistan che non occorre lasciare ai suoi demoni come in passato fece l’America quando fabbricò il Golem Bin Laden; in una sterminata zona che dalle Filippine giunge sino al Sudan e che è la base operativa dei terroristi globalizzati.
Forse gli europei escogiteranno la maniera di affinare i mezzi della loro politica, riformando le istituzioni tramite la Convenzione presieduta da Giscard e preparando in tal modo la riunificazione delle due Europe divise dalla guerra fredda. Ed è bene che sia così, visto che ogni Stato o gruppo di Stati deve avere gli strumenti operativi adatti alla sua politica. Ma in Europa le cose sembrano mettersi in altro modo: qui non mancano gli sforzi anche se deboli di dotarsi di mezzi operativi. E’ piuttosto la politica che manca: la politica che si intende applicare, una volta approntati gli strumenti. E non avendo una politica gli europei faticano a trovare i mezzi, in un perfido circolo vizioso. Non possiedono la prima perché non vogliono meditarla, modificarla, riscriverla. E non trovano gli strumenti, autoconvincendosi che questi siano tutto e che la politica verrà dopo. Diceva Jean Monnet che occorre individuare un interesse comune e organizzarlo. Precisamente questo interesse comune gli europei non sanno individuare, quando si concentrano solo sulla sua organizzazione. Alla fine non giungono a fare né l’una né l’altra cosa.
Dar tempo al tempo è il modo cieco di vivere in Europa, anche quando alcune sue remore sono comprensibili. Non sarà facile estendere la controffensiva occidentale all’Iraq, soprattutto fin quando arderanno le violenze medio-orientali. Non sarà facile riconoscere quel che pure in Israele-Palestina è evidente da almeno un anno: che non siamo davanti a un processo di pace pericolante, ma a una guerra effettiva e persistente. Un’ennesima guerra israelo-araba, con Arafat che ha fallito le sue tregue e con Israele che torna a essere esclusivamente forza di occupazione, unico Stato-nazione che abita il territorio fra Mediterraneo e Giordano con solitaria sicurezza e accampando diritti di legittimità.
Forse è vero, l’amministrazione Usa commette errori di unilateralismo, di miopia. Ma almeno ha una politica, ha qualcosa da dire e un desiderio di fare. Mentre l’Europa mette in guardia e frena, ma non ha nulla da dire e fare, in difesa di un suo comune interesse. Non ha alcunché da dire sugli armamenti chimico-batteriologici dell’Iraq, e sui suoi legami con Al Qaeda. Non ha alcunché da dire su un’Autorità Palestinese che occorre difendere per salvaguardare l’idea di due Stati nella regione -  idea cruciale per l’autoeducazione israeliana ma anche palestinese - ma che occorre anche mettere in guardia, tutte le volte in cui lo Stato virtuale di Arafat disegna sui propri siti Internet una Palestina monoetnica, depurata dello Stato d’Israele.
Ogni obiezione contro la strategia Usa è buona, purché sia accompagnata da un forte pensiero alternativo, che indichi cosa occorra fare con gli armamenti di Saddam e la piovra transnazionale di terroristi o Stati-canaglia. Che definisca una politica che sia all’altezza degli strumenti istituzionali che l’Europa vorrà sperabilmente e tempestivamente darsi. Che edifichi un’Europa pronta a vivere senza più campana di vetro, all’aperto, preda dei grandi venti come l’America. Un’Europa capace di costruirsi - come negli Anni 50 - sulla memoria di un recente passato di sangue, e delle nuove drôle de guerre che di fatto abbiamo lasciato in gestione, per non dover naufragare in crisi che non sappiamo più fecondare, ai soli Stati Uniti.
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-----Messaggio originale-----
Da: barbara spinelli [mailto:barbare@cxxxxx.fr]
Inviato: giovedì 27 dicembre 2001 12.16
A: xxxxx@xxxxx.xxx
Oggetto: Re: Alla c.se Attenzione di Barbara Spinelli
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grazie per la bella lettera, e per la straordinaria invocazione allo spirito d'Europa. Un augurio per il Natale e l'anno nuovo da
barbara spinelli
Barbara Spinelli da La Stampa del 16/12/2001
Ogni obiezione contro la strategia Usa è buona, purché sia accompagnata da un forte pensiero alternativo, che indichi cosa occorra fare con gli armamenti di Saddam e la piovra transnazionale di terroristi o Stati-canaglia. Che definisca una politica che sia all'altezza degli strumenti istituzionali che l'Europa vorrà sperabilmente e tempestivamente darsi. Che edifichi un'Europa pronta a vivere senza più campana di vetro, all'aperto, preda dei grandi venti come l'America. Un'Europa capace di costruirsi - come negli Anni 50 - sulla memoria di un recente passato di sangue, e delle nuove drôle de guerre che di fatto abbiamo lasciato in gestione, per non dover naufragare in crisi che non sappiamo più fecondare, ai soli Stati Uniti.
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La vera voce d'Europa è quella della sua civiltà, da Platone, Cristo, Paolo, Agostino, More, Pascal, Cattaneo, Proudhon, Spinelli .. della sua capacità di dialogo, della sua sagacia di governo, che di questi tempi di globalizzazione dannata, condannata e benedetta, deve trascendere i chiusi confini delle sue eurofrontiere pavide.
L'Europa della elaborazione sublime delle sue migliori attitudini alle altezze dello spirito e del corpo dell'uomo in quanto tale.
L'Europa del fratello prodigo da accettare da parte del fratello morigerato come lo accetta il padre suo.
L'Europa che coglie le Emergencies e si butta e butta i suoi figli a cuore aperto nell'oriente della nuova vita.
L'Europa che è già pronta ad aprire i suoi scrigni di ricchezza alla distribuzione dell'amore, basta che qualcuno glielo sappia chiedere, con amabile e caldo sorriso.
L'Europa che non si galvanizza, due volte infame, per le atrocità delle violenza e dell'ingiustizia selvaggia di questi giorni che superano in qualità le peggiori violenze del secolo scorso e di tutti i precedenti.
Solo così l'oggi apparirà come dovrebbe apparire, e cioè come una rozza primordiale infame cattedrale all'edonismo piagnone e selvaggio e cieco, eppure degno di rispetto perché attivo e deciso?
G. Losio

16 giugno 2002
DEMOCRAZIE ORFANE
La morte del futuro
Da quando le utopie novecentesche sono finite e l’ideologia della provvidenza storica ha fatto fallimento, le democrazie sono come orfane. Non hanno perduto solo il nemico che sembrava dar senso alla loro esistenza - l’utopia comunista, che per contrasto metteva in risalto i benefici dell’esperienza democratica - ma hanno smarrito un ingrediente essenziale della vita individuale e politica: il futuro, inteso come visione e come attitudine a concepire progetti che perdurino oltre le singole esistenze o i momentanei appetiti. L’hanno smarrito in piena coscienza, perché l’avvenire era stato confiscato brutalmente dai totalitarismi ed era stato tramutato in un orizzonte rigido, impermeabile alle modifiche che il presente impone allo scorrere del tempo. Le ideologie totalitarie trasportavano gli uomini verso un futuro prestabilito, e non si preoccupavano delle esigenze e dei pensieri di quest’umanità così violentemente condannata a traslocare nel tempo e nello spazio.
Questo era l’incanto promesso dal determinismo storicista, e i disastri umani che esso ha prodotto, i milioni di morti che ha causato, hanno mutato non solo la nostra nozione del futuro, ma anche e più radicalmente la nostra nozione del divenire e del tempo. Ora ci troviamo con questi cocci rotti in mano, immersi in un presente indefinitamente allargato. La stessa parola futuro tende a svanire, sostituita dalla più neutra prospettiva. Nel presente nasciamo, operiamo, moriamo. Il tempo è ridotto a una sorta di stagno, al di là del quale tutto è non solo imprevedibile o impaurente, ma anche impossibile da meditare, progettare. La molla che aveva spinto Dante a esplorare l’Aldilà -  il desiderio di affrontare «forti cose a pensare» - non anima neppure più il modo di abitare la terra.
I due grandi temi che tormentano oggi gli europei - l’avvenire del lavoro e quello dell’immigrazione - patiscono di questa morte del futuro, che non si vuol più immaginare e neppure vedere. Anche in questo caso, quel che guida i politici è l’immagine di un presente come estensione indefinita, statica. Non senza motivo si ergono barriere ai confini dell’Europa, nella duplice speranza di fermare i flussi migratori e di contenere la straordinaria nuova energia dei populisti o delle destre estreme. E’ quello che hanno cominciato a fare i ministri degli Interni e della Giustizia dell’Unione europea, riuniti nei giorni scorsi a Lussemburgo. E i Capi di Stato e di governo dedicheranno all’argomento un vertice intero, il 21 giugno a Siviglia. Uno sviluppo analogo avviene per il lavoro, anche se qui non sono i governi ma i sindacati a concentrare l’attenzione sul presente anziché sul futuro, e a difendere uno statuto dei lavoratori che in avvenire proteggerà una parte sempre più piccola della popolazione attiva.
Questa preponderanza del tempo presente ha certo le sue ragioni d’essere, soprattutto riguardo all’immigrazione. La democrazia delle porte illimitatamente aperte non può funzionare - anche questa è utopia - e l’Europa sarà chiamata a fissare con più precisione i propri limiti non solo geografici, ma di usi e costumi. Dovrà anche elaborare regole che separino l’immigrante integrato dall’immigrante illegale, che profitta della vulnerabilità della nostra civilizzazione. Ma per far fronte al futuro non basta il conforto delle porte chiuse e dell’intransigenza esibita dai ministri degli Interni verso clandestini o nazioni esportatrici di manodopera. Il futuro che si prepara e che ci coglierà di sorpresa, entrando nel nostro presente di qui ai prossimi cinquant’anni, non può essere quello di un’Europa fortezza blindata. E quando si dice «non può» conviene esser chiari, perché la questione non è di natura esclusivamente morale ma è politica, demografica e strategica.
Il futuro che abbiamo di fronte - non quello di una generazione ma di due, tre generazioni - prefigura un’Europa che invecchia rapidamente, dove avranno dimora molti anziani e un numero decrescente di giovani. Un’Europa che avrà sempre più bisogno di acquisire energie immettendo nel proprio territorio gli immigrati. Se si vuol essere veritieri in proposito, bisognerà pur ammettere un giorno che gli attuali flussi migratori non sono eccessivi: sono - per le necessità che affioreranno nei prossimi decenni - fin troppo esigui. E’ una constatazione quasi banale, questa sull’immigrazione necessaria. Ma è una constatazione utile, per chi voglia affinare la qualità dell’intervento politico. Se si incorpora infatti l’avvenire nei propri calcoli, se si resuscita il perduto patto fra le generazioni, sono tre le cose che urge fare e non una soltanto. Non si tratta solo di dire chi siamo e da dove veniamo, chiudendo le frontiere e affidando il destino nostro e dei nostri figli ai ministri degli Interni. Si tratta di guardare dove andiamo, e di riformulare da capo, con acume e prudenza, quella che dovrà essere la politica dell’integrazione e dell’assimilazione in società demograficamente esauste come le nostre. Al tempo stesso, si tratta di debellare il male autentico di cui soffre l’Europa, e di cui i suoi ministri si occupano poco: il male delle mafie internazionali - terroriste o no - che pretendono di governare al posto dei politici le metamorfosi del nostro convivere cittadino e delle nostre stesse costituzioni.
E’ questo futuro che le classi dirigenti europee mostrano di non voler guardare, né spiegare. L’alternativa che essi pongono è sempre la stessa: o inflessibilità poliziesca, o umanitarismo, o una mescolanza fra le due risposte. Ma l’alternativa è molto più complicata, non appena si immette il tempo a venire nei calcoli della politica. Si vedrà allora che la sfida non è solo umanitaria. E’ la sfida di una civiltà occidentale che di fatto sarà sempre più multiculturale, con o senza barriere. E la domanda è: come difendere e preservare i tratti costitutivi di questa civiltà, con quale politica dell’integrazione e quale condiviso patriottismo costituzionale, se il destino è quello di un aumento e non di una diminuzione dell’immigrazione?
E’ a questo punto che il disincanto può divenire una trappola, producendo risultati opposti a quelli che ci si proponeva. Inizialmente esso rappresenta in effetti una laica liberazione. «Non rispondiamo di null’altro che del presente - dice a se stesso il disincantato - e il futuro non è più scritto da nessuna parte». Abbiamo abolito l’Aldilà, e adesso siamo pronti a gettare anche l’ultima trascendenza, impersonata dalla visione dell’avvenire. Ma il futuro che cessa di essere scritto o fantasticato ci schiaccia su uno strano presente, vissuto non meno dogmaticamente di quanto sia stato vissuto l’avvenire dagli utopisti del Progresso radioso. Proprio perché soggiorniamo nel no- future, proprio perché l’istante copre tutto il mondo che ci circonda, non siamo più in grado di assolvere i due compiti cruciali dell’individuo come del corpo politico: non siamo più addestrati né per un’etica della responsabilità lunga, né per la rifondazione di un patto fra generazioni che duri più del contratto temporaneo fra il politico e il popolo che lo elegge.
Di quest’etica il futuro è parte decisiva, non eliminabile. Ogni cosa che facciamo nel presente ha conseguenze sulle generazioni a venire e sul mondo che prenderà forma man mano che il futuro si trasformerà in passato. E di queste generazioni come di questo mondo siamo responsabili, non meno che dell’istante che trascorre. Allo stesso modo, la singola persona è responsabile di quello che avverrà di lei nel lungo periodo, e non solo nell’attimo appena vissuto. Nei confronti di questo futuro si possono avere varie aspettative, feconde o no: si possono costruire speranze o utopie, si possono coltivare illusioni finalistiche, o si può invece perfezionare veggenza e preveggenza. Ma tutte queste sono vie che conducono a un avvenire ininterrotto, di cui nessuno è in grado di decretare la morte. Sono vie che possono condurre verso il nulla, ma la morte delle ideologie finalistiche non significa la morte di ogni finalità, insita nel divenire personale o politico. Senza futuro il presente non è più messo alla prova, ed è precisamente questo che lo rende così irresponsabile, indefinitamente esteso, e incapace di lasciar tracce di sé alle generazioni che verranno.
La più grande debolezza delle destre, oggi, sembra essere questa perdita del futuro. Ogni evento, ogni gesto, avviene nell’orizzonte dell’istante, senza inclusione del futuro. Il rifiuto americano di sottoscrivere gli accordi sulla preservazione ecologica, la miopia con cui si affrontano in Europa le difficoltà dell’immigrazione senza qualsiasi pensiero sulle evoluzioni demografiche, sono esempi di cancellazione del futuro.
Ma le sinistre danno l’impressione di traversare difficoltà ancora maggiori. La loro natura profonda le spinge a guardare questo futuro, con più attenzione e chiaroveggenza. Ma proprio perché hanno subito il fascino delle utopie finaliste sono più di altri paralizzate, senza linguaggio. E’ il motivo per cui appaiono oggi conservatrici, incollate sull’istante: come avessero perduto non solo i finalismi, ma i fini stessi. La figura di Cofferati da questo punto di vista è emblematica. Quando parla di diritti in pericolo sembra salvaguardare l’idea dell’avvenire, ma in realtà non lo considera, né vuol vedere l’aspetto dei lavori e dei lavoratori futuri. Per questo ha ragione chi dice, come Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 12 giugno, che il vero oppositore di cui Berlusconi sente bisogno è lui, e non l’antagonismo - attento soprattutto alle promesse di riforme, più o meno attendibili - che s’incarna oggi in Rutelli. E’ una singolare alleanza fra dogmatici, quella che rischia di stringersi fra chi vive l’istante come un tutto, e pur di non assumersi eccessive responsabilità abolisce l’esame cui il futuro sottomette, in permanenza, il presente.
RISPOSTA di Barbara Spinelli
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