1.1.4.5.1 Tornabuoni 01
"Corriere della Sera" del 3 novembre 1975
La difficile scelta di essere “contro”
L’orrore della sua fine pareva presagito negli ultimi scritti.
Non era mai stato accettato dalla Roma intellettuale:
aveva invece amicizie anonime e popolane.
Accuse e insulti
di Lietta Tornabuoni
E’ la prima volta, almeno nel Novecento, che a uno scrittore italiano tocca una fine così atrocemente violenta. Adesso, a Roma, gli amici dicono che Pasolini è morto, nel giorno dei morti, come uno dei suoi personaggi; dicono che l’orrore di questa morte pareva presentito e prefigurato nei suoi ultimi articoli, dedicati alla nuova oscura ferocia della criminalità giovanile a Roma.
Roma non gli piaceva più: «E’ cambiata estremamente in peggio, diventata piccolo-borghese, meschina, impastata di inautenticità e di nevrosi. Non voglio più capirla, provo verso la città un rifiuto totale». Ventisei anni fa, il suo arrivo a Roma, metropoli «scomposta, stupenda e misera» aveva invece coinciso con la scoperta del mondo popolare, del sottoproletariato protagonista delle sue prime opere: le borgate calcinate e povere.
Quella era la Roma che aveva amato e raccontato negli anni Cinquanta; non la Roma monumentale, con il Colosseo o le Terme di Caracalla sviliti a luogo di incontri loschi; non la Roma bianca, squadrata e anonima dell’Eur, dove abitava.
A Roma, lui non è mai piaciuto. Ne era uno dei personaggi più famosi, ma per anni ha rappresentato per molti l’emblema dello scandalo, la personificazione della trasgressione provocatoria. Gli sketches radiofonici o i settimanali umoristici lo citavano beffardi come prototipo di indecenza, i giornali di destra lo attaccavano con volgarità furibonda. I fascisti lo assalivano picchiandolo, lordandolo di vernice rossa; in tribunale lo accusavano di rapina a mano armata contro un benzinaio di San Felice Circeo. Vocazione e condanna, lo scandalo ha continuato anche più tardi a circondare i suoi film censurati, vituperati, sequestrati, accusati d’essere veicolo di corruzione.
Anticonformista, scomodo, estremo, Pasolini non era certo per piacere al pigro cinismo dei romani: e anche all’ambiente degli intellettuali e dei letterati non si era mai integrato. Tra gli scrittori, i suoi amici veri erano veramente pochi.
La società letteraria romana ne subiva la soggezione; ne riconosceva la genialità di scrittore e di polemista; ne ammirava l’intuito, il talento di suscitare discussione e dibattito con ogni intervento sui problemi della collettività; ne rispettava la figura recente di moralista in pubblico, di predicatore violento e «ingenuo»; ne discuteva appassionatamente le idee; ne invidiava la versatilità, la prontezza, la grande capacità di lavoro.
Ma, anche nell’ambiente intellettuale romano, Pasolini suscitava disagio per la sua diversità. Salotti o cerimonie letterarie, persone «giuste» o importanti non  ne frequentava mai: aveva invece amicizie popolane, anonime e pericolose. Lavorava disperatamente. Si divideva tra il mondo borghese della vita familiare (l’appartamento all’Eur, il vecchio castello di Chia nella campagna viterbese per i periodi di riposo, la villa di Sabaudia per l’estate, i rapporti ubbidienti e tenerissimi con la madre o la cugina) e il mondo segreto della vita personale. Non aveva il gusto del mangiare né del bere, non faceva mai pettegolezzi né distratte conversazioni qualsiasi. 
Gli altri scrittori capivano male il «mito della gioventù» che a 53 anni lo ossessionava, i suoi vestiti da ragazzo (giubbetti, jeans, stivaletti con i tacchi), la sua snella magrezza, la vanità delle automobili veloci e vistose; capivano male la sua vitalità fisica, le partite di calcio giocate coi ragazzi nei campetti di periferia, le sfide a «braccio di ferro» o a «ditate», la forza muscolare che aveva sviluppato e conservato. Ironizzavano sul suo «masochismo», sull’intrepido coraggio privo di rispetti umani con cui si esponeva nelle polemiche, affrontava nel 1969 un’intera fischiante aula universitaria di studenti ostili, fronteggiava nel 1973 a Venezia una piazza affollata di tumultuanti spettatori d’un suo film. Ironizzavano sul «narcisismo» che lo induceva a recitare parti nei film propri o altrui, a poetare: «Narcisismo! – sola forza consolatoria, sola salvezza!». Ironizzavano sulle indulgenze mondane d’un breve periodo: l’amicizia con Maria Callas, l’incontro amichevole con la moglie dell’ex presidente americano Johnson, certe serate di beneficenza mondana all’Opera di Parigi dove compariva tra la signora Pompidou e la baronessa Rotschild.
La gente di cinema sopportava male il suo successo grandissimo di regista. Gli intellettuali della sinistra gli perdonavano a fatica il modo viscerale, «innocente», contraddittorio di intervenire sui fatti della politica, certe impreviste prese di posizione che parevano dare una dignità culturale a idee conservatrici: contro la contestazione studentesca al tempo della famosa poesia in difesa della polizia; contro il divorzio; contro l’aborto; contro la permissività contemporanea; contro la criminalità crescente; contro il progresso distorto e in lode del buon tempo antico delle «lucciole»; contro la classe dirigente chiamata alla sbarra d’un «processo» globale e senza appello; per l’abolizione della scuola o della televisione. A quel tanto di eccessivo, di fuori del comune, di diretto che caratterizzava i suoi interventi civili, il mondo politico romano, che non lo amava, rispondeva ignorandolo oppure polemizzando con ira sprezzante, dandogli sufficienti lezioni di realismo. Era soprattutto ai radicali che Pasolini, dopo anni di vicinanza ai partiti marxisti, si sentiva oggi vicino: come loro «uomo d’utopia e di rivoluzione».
In ventisei anni a Roma, Pasolini è stato l’artista più discusso, commentato, contrastato. Anche insultato con le beffe persecutorie e razziste riservate agli omosessuali, che lo indignavano ma non lo addoloravano. Diceva una sua poesia: «Cosa conterà la mia “vita privata” / miseri scheletri, senza vita / né privata né pubblica, ricattatori / cosa conterà o conteranno le mie parole, / sarò io, dopo la morte, in primavera, / a vincere la scommessa».

Tratto da un articolo di Lietta Tornabuoni apparso sulla Stampa il 18 aprile 1999
Spunti per capire e riflettere
"Geniale: adesso i vertici della Nato ricorrono al mago inglese dell'immagine e della comunicazione Campbell per vedere se con la sua consulenza riescono ad aggiustare le cose, per farsi insegnare "come si trattano le notizie".
Tutto va storto, alla Nato: non soltanto è fallito il principale obiettivo dichiarato della guerra, proteggere gli abitanti del Kosovo dalla brutalità serba, ma gli "errori umani" si moltiplicano sanguinosamente, il portavoce non simpatico ha una voce petulante e incongrui sorrisi nervosi, il consenso s'affievolisce, i profughi rappresentano una tragedia crescente che muove la pietà del mondo. E per rimediare chiamano il curatore d'immagine?
E' un'iniziativa da un certo punto di vista apprezzabile: significa che una cultura della guerra non esiste, che è la cultura di pace a suggerire vie d'uscita degne d'una azienda in dissesto e d'un partito politico in difficoltà.
Da un altro punto di vista, è un'idea desolante: davvero, pensare di ricorrere ad espedienti promozionali per rendere più accettabile una guerra è almeno un segno di frivolezza; ed è massima arroganza non nascondere per niente di avere l'intenzione di mistificare la realtà ancora più di quanto si sia fatto sinora, di voler rendere sistematica e professionale la disinformazione, la manipolazione delle notizie.
Anche in Italia non si scherza, con le manipolazioni. Naturalmente, telegiornali e giornali hanno dato la notizia che un pilota americano ha scaricato bombe non innescate nel lago di Garda e serbatoi da 2700 litri l'uno sulla montagna sopra Schio nel Vicentino: ci mancherebbe altro, mica siamo a Belgrado dove si nascondono le informazioni sgradite e si dà ordine di fermare, ammanettare e maltrattare la giornalista Lucia Annunziata.
Però bisogna vedere come si danno, le notizie. Con quale rilievo, con quali toni: soltanto il "Giornale", quotidiano dell'opposizione di destra, ha dedicato la prima pagina al fatto che mette nell'imbarazzo il governo perché dà l'impressione che il territorio italiano possa venir considerato, oltre che un punto di partenza dei bombardieri, pure un loro cassonetto. Altri giornali e telegiornali hanno dato la notizia in poco spazio interno (nella gara d'occultamento vince l'"Unità"), come si riferirebbe d'un incidente d'auto senza vittime, insistendo più sull'inoffensivività che sulle implicazioni dell'episodio…"
"Nessuno ha rilevato la gravità del sistema usato dal pilota per "minimizzare i rischi", la serietà dei pericoli presenti e futuri che gli italiani possono correre. E la Nato? Il mago dell'immagine non era ancora in funzione, la reazione è stata riduttiva: "Succede". Già. Succede, è successo: proprio questo è il guaio."
14 MAGGIO - "L'Italia si fece sentire" dice Minniti, ma su La Stampa, Lietta Tornabuoni, proprio ieri, torna sul leit motiv governativo di queste ore, sull'Italia che oggi "è più rispettata", denunciando "il complesso di inferiorità, il nevrotico timore degli ex comunisti di essere esclusi" pronti dunque, per questo, "a fare e a dire qualsiasi cosa". Minniti nega e cita quello che lui stesso definisce "un episodio minore, ma significativo". "Quando si seppe che gli aerei Nato avevano sganciato bombe in Adriatico, quando i portavoce della Nato dissero che in Italia chi doveva sapere sapeva, siamo stati tutt'altro che supini, tutt'altro che condiscendenti. Abbiamo puntato i piedi e hanno corretto quella dichiarazione nel senso della verità. Il rispetto non si conquista restando fedeli esecutori. A quelli al massimo si dà una pacca sulle spalle. A noi ora ci rispettano sul serio".

Sabato 26 Giugno 1999
COME NATURA CREA
CIBI TRANSGENICI
Lietta Tornabuoni
P ERCHE' mettono paura i cibi transgenici, prodotti da manipolazioni genetiche? A Bruxelles un gruppo di ministri dell'Ambiente di Paesi europei, tra i quali l'Italia e la Francia, si sono opposti a che venisse autorizzata l'introduzione sui mercati di altre dodici specie di alimenti transgenici, dopo le diciotto specie già ammesse dalla Comunità Europea. Per prudenza, naturalmente: per controllare e valutare meglio i rischi possibili, per aspettare regole più serie e più certe sulla completezza delle etichette delle confezioni in vendita, per concedersi una sospensione durante la quale riflettere meglio. Una moratoria di fatto, del resto, c'è già: da almeno un anno non viene concessa alcuna nuova autorizzazione.
Certo l'opposizione non nasce dal desiderio di poter avere soltanto cibi naturali, genuini: si sa benissimo che quanto mangiamo è originato da manipolazioni, innesti, incroci, metodi di conservazione, immissioni chimiche, alterazioni; agli spaventi anche troppo noti per il tonno al mercurio, il vino al metanolo o la carne di "mucca pazza" si sono appena aggiunti i timori per polli, uova, gelati, dolci alla diossina, per la Coca-Cola inquinata. Da un pezzo la voracità del capitalismo più selvaggio e irresponsabile ha compiuto e compie il proprio lurido lavoro.
Eppure, oltre alla cautela e alla volontà di limitare per quanto è possibile i danni, nell'ostilità ai cibi transgenici dev'esserci qualcosa d'altro, di più profondo: la stessa resistenza che tanti provano di fronte alle manipolazioni genetiche di animali o di esseri umani; la speranza disperata di poter bloccare quella che appare una violazione più violenta del solito di una Natura che è spesso soltanto un'immagine del passato; l'idea di poter fermare una cultura della mutazione che sarà magari quella del Duemila, che oggi può risultare ancora sconosciuta, estranea, pericolosa.

Giovedì 1 Luglio 1999
Sindacati fuori moda?
PERSONE
Lietta Tornabuoni
NON sarà un po' ridicolo accusare i sindacati di difendere "la propria membership", ossia gli iscritti, ossia i lavoratori? Cos'altro dovrebbero fare? Non è questa la loro funzione, la ragione per cui esistono? Creare posti di lavoro non è compito dei sindacati, né è loro compito interessarsi alle torve discussioni che tendono a mettere i figli contro i padri attribuendo ai padri che lavorano la colpa della disoccupazioe giovanile e pretendendo che siano loro a risolvere il problema cedendo ai figli il proprio posto. I sindacati raccolgono e difendono i lavoratori o gli ex lavoratori: rimediare alla mancanza di lavoro, questione europea e mondiale di fine secolo, spetta al governo e agli organismi internazionali.
Non sarà un po' frivolo accusare i sindacati di non essere aggiornati, di non essere alla moda? Se l'attualità e la voga sono rappresentati dal lavoro precario e non garantito o dai licenziamenti, è una fortuna per i lavoratori che i sindacati restino fuori moda. Non sarà un po' grottesco accusarli d'essere conservatori, d'opporsi al cambiamento? E' ovvio che il cambiamento non è un bene in sé, in assoluto. Bisogna vedere cosa cambia, come. E pure sul termine "conservatore" occorre intendersi: questo conservatorismo (tanto praticato concretamente e molto deplorato verbalmente) diventa positivo se quel che si vuole conservare è quanto esiste di buono nella legislazione e nelle regole italiane, a esempio la Costituzione o i diritti dei lavoratori. Non sarà un po' sleale accusare i sindacati di rimanere al di fuori della realtà, arcaici e testardi, quando da anni tutto il nuovo (ingresso in Europa, flessibilità salariali, contratti d'area, patti territoriali) è stato concordato con sindacati fin troppo accomodanti?
Naturalmente, non è certo la prima volta che i sindacati diventano bersaglio di accuse, vengono insolentiti: è spesso andata così, da quando li si definiva (e spesso era vero) "cinghie di trasmissione", veicoli di politiche di partito nella società, a quando si imputava loro la responsabilità degli egoismi di classe e di azioni estreme, a quando si attribuiva loro un cattivo andamento economico del Paese e le colpe dei corporativismi ricattatori.
Magari tutte queste accuse esprimono qualcos'altro. I sindacati sono protagonisti e simbolo d'un conflitto di interessi che è forse l'unico ineliminabile. Il terreno sindacale è spesso quello che peggio sopporta accordi degli opposti, compromessi, unità d'intenti diversi, quella conciliazione dei contrari perseguita invece dalla politica. Non siamo in Danimarca, da noi i capitalisti illuminati sono pochi, le lotte tra datori di lavoro e lavoratori si svolgono in termini ancora molto semplici: c'è chi vuole pagare il meno possibile e far lavorare il più possibile, c'è chi vuole essere pagato al giusto e scansare lo sfruttamento. In questa contesa i sindacati sono anche mediatori, ma soprattutto (con cedimenti ed errori, si capisce) difensori di una parte: sarà questo che li fa giudicare dalla parte opposta antiquati, pavidi, antimoderni, datati, conservatori eccetera.
CHI PAGA
I giorni tremendi delle tasse da pagare (come sempre, non senza code interminabili, moduli introvabili, disposizioni incomprensibili e altri fastidi tormentosi per i contribuenti) fanno riflettere: chi le paga tutte e davvero, le tasse? Non i milioni di lavoratori in nero che se pagassero le tasse forse non arriverebbero a sopravvivere. Non i grandi contribuenti virtuali, che dispongono di uffici specializzati e detrazioni vantaggiose. Rimane la sterminata classe media dei dipendenti coatti: quella sì, paga.

Giovedì 5 Luglio 2001
Più vediamo meno sappiamo
Lietta Tornabuoni
FANTASTICO esempio di disinformazione: più vediamo o leggiamo del processo Milosevic, meno sappiamo. Sono minuziose le descrizioni del comportamento di Milosevic davanti al tribunale, duro, scostante, laconico, superbo: ma il suo modo di fare viene presentato come un dato caratteriale («si sapeva, è sempre di cattivo umore») oppure come un tratto dell’appartenenza a un certo gruppo sociopolitico («si sa, i tiranni sono così»). Sono fedelmente riportate le sue parole, «questo è un falso tribunale, illegale, muove accuse false»: almeno per quanto è stato reso possibile dal fatto che varie volte, in pochi minuti, è stato azzittito spegnendogli i microfoni. Sono esatte le notizie sul suo rifiuto di venir difeso da avvocati, che è un’altra forma di ricusazione del tribunale. Sono precise le immagini e le informazioni giudiziarie. Ma nulla ha senso se si trascura di ricordare, ogni volta, due o tre cose. Che Milosevic è l’unico ex capo di Stato a venir processato per crimini contro l’umanità, in oltre mezzo secolo di atroci massacri commessi in tanti Paesi non in guerra. Che Milosevic è stato prelevato grazie al governo di Belgrado, in cambio di sovvenzioni e aiuti, soldi e sostegno concreto: un mercato infame, che fa venire il voltastomaco di fronte a chi ha venduto e a chi ha comprato quest’uomo infame. Che Milosevic viene (verrà) giudicato da un tribunale internazionale con sede in Europa, mentre tutto sembra essere stato condotto dagli americani. Che se Milosevic, accusato d’aver fatto deportare e uccidere centinaia di persone, viene (verrà) condannato per genocidio, la sua condanna dovrà rappresentare una specie di assoluzione per i morti, i feriti, le distruzioni, gli incendi e le esplosioni provocati durante la guerra del Kosovo dagli americani e dai loro alleati nella Nato.
Questo processo con i suoi riti, la sua Carla Del Ponte procuratore generale, la sua aula blindata, i procedimenti, la soddisfazione proclamata dagli americani eccetera, è un ammasso di immoralità, di vergogne: vergognoso quanto ha commesso Milosevic, vergognoso averlo comprato dai suoi in cambio di aiuti, vergognoso (perché isolato e unico) il giudizio che ci si prepara a emettere su di lui, vergognosa la guerra del Kosovo che sta all’origine di tutto. Vergognoso anche trascurare di fornire ogni volta il quadro della situazione, andare avanti con la cronaca senza background come se nulla fosse. Davvero, come nel vecchio slogan «Né con la Nato né con Milosevic», i buoni e i cattivi paiono non esistere più. O, almeno, agiscono entrambi così male da finire per assomigliarsi.

Giovedì 25 Luglio 2002
In fumo la storia del cinema
di Lietta Tornabuoni
NEI film, anche recenti, i personaggi fumano: così il ministro della Sanità ha pensato bene di chiedere alle reti televisive (Rai, Mediaset, La 7) di non trasmettere film che presentino fumatori. In pratica, di cancellare la storia del cinema, con l’eccezione dei film in costume arcaico: niente più Jean Gabin né Erich von Stroheim, niente Mastroianni, niente Robert De Niro né Humphrey Bogart, niente Marlon Brando né Marlene Dietrich. E «Fumo negli occhi» o «Fumo di Londra»?
Via pure quelli, a scanso di equivoci? E Sandokan? Abolito per via di Yanez, delle sue ennesime sigarette? Il ministro raccomanda di censurare soprattutto quelle immagini in cui la sigaretta rappresenta un segno d’eleganza, di valore sociale: quindi la prostituta o il criminale col mozzicone all’angolo della bocca possono ancora andare, il campione sportivo o la modella no, sono esclusi.
Alla maniera delle futilità che piacciono agli americani, sembra di capire che l’idea del ministro sia che contro l’odioso fumo tutto serve (salvo che rinunciare al Monopolio di Stato dei Tabacchi, si capisce): ma davvero cadono le braccia.
A parte l’impossibilità materiale per le Tv di accogliere la richiesta, il serial killer o la guerra mondiale non saranno magari più nocivi del tabacco? E perché attaccare la rappresentazione più che la realtà? Se le mamme uccidono i loro figli piccoli, basterà togliere «Medea» di Euripide dal repertorio del teatro classico?

Giovedì 24 Luglio 2003
DUBBI SULL’ASSALTO
di Lietta Tornabuoni
MA perché hanno ucciso i figli (e forse un nipote) di Saddam Hussein? Che bisogno c'era? Per quale motivo ammazzarli? Una volta identificato (grazie a una soffiata da 30 milioni di dollari) il posto dove stavano, li avrebbero comunque presi. Erano in quattro dentro una casa a Mossul, nel Nord dell'Iraq. Bastava circondare l'edificio, metterlo sotto assedio e aspettare. E invece i parà della 101ª divisione aerotrasportata, le truppe speciali dell'esercito e dell'aviazione, i duecento uomini delle «Aquile Urlanti», i diversi tipi di armi, l'attacco con razzi da parte degli elicotteri: uno spiegamento guerresco che serviva assolutamente a nulla. Erano pericolosi in quel momento? Sicuramente no. S'erano barricati nell'interno? Era sufficiente attrezzarsi. Facevano resistenza? Bastava collocarsi fuori tiro. Ma perché uccidere? I figli di Saddam Hussein saranno certo stati violenti, efferati assassini, seminatori di terrore in città, figure-chiave dell'ex regime: ma se si dovessero ammazzare tutti i criminali politici, le feroci canaglie, staremmo freschi, sarebbe un eccidio al giorno. In casi simili si catturano i colpevoli, si arrestano, si processano, si uccidono se nel Paese è legale la pena di morte oppure si condannano all'ergastolo o alla pena che il tribunale ha sentenziato: il modo di agire civile e democratico è questo. Perché ammazzare? E perché proprio gli americani dovevano assumersi il compito di ammazzare? Perché hanno vinto una guerra preventiva illegale, mossa per motivi inconfessati, combattuta sulla base di menzogne? Ma l'Iraq non è in guerra. La guerra è finita. Le uccisioni dei figli di Saddam Husse in non sono originate dalla «giustizia popolare» né dall'odio popolare, come fu per Mussolini e i suoi: in ogni caso quell'esecuzione del dittatore, nel tempo tanto criticata e caricata di tanti rimorsi, venne eseguita dai partigiani italiani, non dagli americani o dagli inglesi che presidiavano l'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Non è incomprensibile immaginare che i figli di Saddam Hussein siano stati uccisi per motivi politico-militari: per poter vantare un’azione riuscita e guadagnarsi il plauso del presidente Bush deviando l'attenzione dalle bugie all'origine del conflitto iracheno; per intimorire quei singoli tiratori che ogni giorno uccidono soldati Usa; per una prepotenza poco ragionata simile a quella con cui, nei film, vengono descritte le irruzioni di militari o di agenti della CIA. E per quella mancanza di rispetto per la vita altrui che ha segnato tutta la guerra.