2.1.1.3 Veronica Gambara
Gàmbara, il nome, il paese, la famiglia, nel mito, nella storia...
note introduttive sulla famiglia
Nobilissima per antichità di titoli fu la famiglia Gàmbara in Germania, dalla qual regione passò a Brescia. Ebbe quattro cardinali, e quella Veronica distinta poetessa, e sposa d'un signore di Correggio, morta nel 1550. Il conte Francesco Gambara, insieme ai fratelli e discendenti, fu ammesso all'aula degli ottimati Veneziani nel 1653. Né tale ammissione ottenne, come tante altre famiglie, pel solo esborso dei 100 mila ducati, poiché il conte Nicolò Gambara aveva mantenuto nel 1571 a favore dei Veneziani un reggimento contro i Turchi, esempio imitato poscia nel Friuli dai conti Gian Francesco ed Annibale. Questa famiglia inoltre erasi mostrata benemerita della Repubblica negli anfratti colla Corte Romana nel 1605. I Gambara acquistarono il palazzo della Carità dai Mocenigo in virtù del matrimonio, successo nel 1678, fra Eleonora Gambara e Francesco Mocenigo. Ne parla il Boschini («Le ricche minere della pittura veneziana»), dicendo che dopo la Carità «si arriva alla casa Mocenigo, dalla quale uscì quel memorabile e glorioso capitano di mare Lazzaro Mocenigo. Il cortile della casa è dipinto da una parte dal Pordenone, dove si vedono diverse figure, tra le quali vi è un huomo vestito all'antica di gran colorito: evvi anche il Tempo et Amore sopra una palla con l'arco et la saetta».
Veronica Gàmbara
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Poetessa, nacque a Pralboino nel 1485 e morì a Correggio nel 1550. Abbandonò la sua cara Brescia per sposare il principe emiliano Gilberto X.
Il rilievo della sua posizione tra gli uomini di cultura suoi contemporanei, che non mancarono di apprezzarla, è tanto più evidente in un'epoca storica in cui alle donne era generalmente negata persino l'alfabetizzazione. La poesia che segue si articola in quattro stanze.

SALVE, MIA CARA PATRIA
I
Con quel caldo desio che nascer suole
Nel petto di chi torna, amando, assente
Gli occhi vaghi a vedere, e le parole
Dolci ad udir del suo bel foco ardente,
Con quel proprio voi, piagge al mondo sole,
Fresch'acque, ameni colli, e te, possente
Più d'altra che 'l sol miri andando intorno,
Bella e lieta cittade, a veder torno.
II
Salve, mia cara patria, e tu, felice,
Tanto amato dal ciel, ricco paese,
Che a guisa di leggiadra alma fenice,
Mostri l'alto valor chiaro e palese;
Natura, a te sol madre e pia nutrice,
Ha fatto a gli altri mille gravi offese,
Spogliandoli di quanto avean di buono
Per farne a te cortese e largo dono.
III
Non tigri, non lioni e non serpenti
Nascono in te, nemici a l'uman seme,
Non erbe venenose, a dar possenti
L'acerba morte, allor che men si teme;
Ma mansuete greggie e lieti armenti
Scherzar si veggon per li campi insieme,
Pieni d'erbe gentili e vaghi fiori,
Spargendo graziosi e cari odori.
IV
Ma, perché a dir di voi, lochi beati,
Ogn'alto stil sarebbe roco e basso,
Il carco d'onorarvi a più pregiati,
Sublimi ingegni e gloriosi lasso.
Da me sarete col pensier lodati
E con l'anima sempre, e ad ogni passo
Con la memoria vostra in mezzo il cuore,
Quanto sia il mio poter, farovvi onore.

"Personalita' non abbastanza riconosciuta, infatti, questa di Veronica : dirittura morale, impegno religioso ed evangelico, profonda cultura e gusto per le humanae litterae, fanno di lei una poetessa figlia del Rinascimento dall'indubbio spessore."
Si parla di lei:

Bibliography
da:
http://mason.gmu.edu/~emoody/vgbiblio.html
Page Last Updated: 2 November 1997.
The reader will here find a list of those previous editions of Veronica Gàmbara's I have studied and used as a copy text for my translations. He or she will also find a list of anthologies that contain scattered poems by Veronica Gàmbara. I have listed all those editions of her letters and significant documents I have had access to, and all previous translators of Gàmbara 's poetry. Finally, I provide a selected bibliography of further significant and helpful scholarship.
Editions of Veronica Gàmbara's Poetry and Letters
Amaduzzi, Luigi. Undici Lettere inedite di Veronica Gàmbara e un'ode Latin tradotta in Volgare. Guastalla: Tipografia R. Pecorini, 1889.
Chiapetti, Pia Mestica. Rime e Lettere di Veronica Gàmbara. Firenze: G. Barbèra, 1879.
Costa, Emilio. Sonetti Amorosi Inediti o Rari di Veronica Gàmbara da Correggio, . Parma: Casa Editrice Luigi Battei, 1890.
-------------------. "Una Lettera Inedita di Veronica Gàmbara," Giornale Storico della Letterature Italiano 9 (1887), 338.
Rizzardi, Felice. Rime e Lettere di Veronica Gàmbara. In Brescia, Dalle Stampe di Giammaria Rizzari. 1759.
Ruscelli, Girolamo. rime di Diversi eccellenti Autori Brescianti Nuovamente Racolte, et Mandate in luce da Girolamo Ruscelli; Tra quali sono le Rime della Signora Veronica Gàmbara e di M. Pietro Barignano, ridotte alla vera sincerità. Con pirvilegio. In Venetia, per plinio Pietrasanta. 1553. This central basic and first extant printed text of Gàmbara's poems includes 18 of them and a letter from Ruscelli to Gàmbara. In these we find a poem which Bullock has argued is Colonna's, plus "Quando miro."
Sansovino, Francesco. Delle Lettere di M. Pietro Bembo, A Commi Ponteficia Cardinali et ad altri Signori et Persone Ecclesiastice Scritte. Con la giunta della Vita del Bembo, descritta per il medesimo [Sansovino]. In Venetia, Per Comin da Trino di Monferrato. 1552. Volume IV is wholly given over to Bembo's letter to various women and includes a set of letters by him to Veronica Gàmbara, pp 24-41, and to Vittoria Colonna, pp 43-7.
Anthologies of Italian poetry
Baldacci, Luigi, ed. Lirici del Cinquecento. Milano: Longanesi, 1978.
Costa-Zalessow, Natalie, ed. Scrittici italiane del XIII al XX Secolo. Ravenna: Longo: 1982.
Flora, Francesco, ed. Gaspare Stampa e altre poetesse del' 500. Milano: Nuova Accademia Editrices, 1962.
Guerrini, Olindo, introd. Rime di Tre Gentildonne del Secolo XVI. Milano: Edoardo Sonzogno, editore. 1882.
Kay, George, ed, introd. The Penguin Book of Italian Verse. Suffolk: Penguin, 1965.
Lucchi, Lorna di, sel., ed., trans. An Anthology of Italian Poems, 13th - 19th Century. Preface Cesare Foligno. New York: Biblio and Tannen, 1967.
Muscetta, Carolo e Daniele Ponchiroli, edd. Poesia del Quattrocento e del Cinquecento. Firenze: Giulio Einaudi, editore, 1959.
Ponchiroli, Daniele, ed. Lirici del Cinquecento,, nuova edizione a cura di Guido Darico Bonino. Torino: Union Tipografico-Editrice Torinese, 1958.
Toffanin, Giuseppe, ed. Le Più Belle Pagine di Gaspare Stampa, Vittoria Colonna, Veronica Gàmbara, Isabella Morra. Milano: Fratelli Treves, 1935.
Tusiani, Joseph, ed. trans. Italian Poets of the Renaissance. New York: Baroque Press, 1971.
Wilson, Katharina, ed. Women Writers of the Renaissance and Reformation. Athens and London: University of Georgia Press, 1987.
Works which include Previous Translations of Veronica Gàmbara's Poetry
Allen, Beverly, Muriel Kittel and Keala Jane Jewell. The Defiant Muse: Italian Feminist Poems from the Middle Ages to the Present: A Bilinguial Anthology. New York: Feminist Press, 1986.
Jerrold, Maud. Vittoria Colonna, With Some Account of Her Friends and Her Times. New York: Dent, 1906. Includes translations of Gàmbara's poetry.
McAuliffe, Dennis. "Vittoria Colonna: A Literary Study of her Formative Years," Ph.D Diss. New York University, 1978. Includes an appendix on Gàmbara's poetry and accompanying translations. Although not all his attributions are correct, the analysis and translations are helpful.
Poss, Richard. "Veronica Gàmbara: A Renaissance Gentildonna," Women Writers of the Renaissance and Reformation, Katharina M. Wilson. Athens and London: University of Georgia Press, 1987, pp. 47-66.
Roscoe, Maria. Vittoria Colonna, Her Life and Poems. London, 1868. Although Roscoe mistakenly attributes "Quando miro" to Vittoria Colonna, she is the only person thus far to have translated the whole of this poem into English. See pp. 109ff.
Webster, Brenda, trans. The Penguin Book of Women Poets, edd. Carol Cosman, Joan Keefe, and Kathleen Weaver. New York: Penguin, 1978, pp 111-2. Includes a translation of the opening 5 stanzas of "Quando miro."
Critical Works on Gàmbara's Life, Letters, and Poetry
Bozzetti, Cesare, Pietro Gibellini, and Ennio Sandal, edd. Veronica Gàmbara e la Poesia del Suo Temp Nell'Italia Settentrionale. Atti de Convegno (Brescia- Corregio, 17-19 ottobre 1985). Firenze: Leo S. Olschki Editore, 1985. Includes Carlo Dionisotti, "Elia Capriolo e Veronica Gàmbara," Giorgio Dilemmi, "'Anser inter olores': le relazioni tra la Gàmbara e il Bembo," Alan Bullock, "Per l'edizione critica delle rime di Veronica Gàmbara," Ennio Sandal "Casa Gambaresca, i libri, la tipografia," Ernesto Travi, "Le Scuole pirvate a Brescia nel Cinquecento," Ugo Vaglia, "Fortuna di Veronica Gàmbara nel Settecento bresciano," Claudio Vela, Poesia in musica: rime della Gàmbara e di altri poeti settentrionali in tradizione musicale," Maria Teresa Rosa Barezzani, "Intonazioni musicali su testi di Veronica Gàmbara," Guglielmo Gorni, "Veronica e le altre: emblemi e cifre onomastiche nelle rime del Bembo," Alberto Ghidini, "La Contea di Corresggio ai tempi di Veronica Gàmbara," and Elisabetta Selmi "Sull'epistolario della Gàmbara."
Bullock, Alan. "Un Sonetto inedito di Vittoria Colonna," Studi e problemi critica testuale 2 (1971), 229-35. The sonnet in question is the one printed by Ruscelli in an edition overseen by Gàmbara (see 1553 edition cited above).
-------------------. "Veronica o Vittoria? Problemi di attribuzione per alcuni sonetti del Cinquecento," Studi e problemi di Critica Testuale 6 (1973), 115-31. In this essay Bullock gives Gàmbara's "Vincer i cor più saggi, e i re più alteri" to Colonna and argues for other changes in attribution for which the evidence is shaky (see Jerrold's quotation of Bembo's letter to Gàmbara cited below).
Courten, Clementina. Un Gentildonna del cinquecento. Milano: Casa Editrice, 1934-5.
Finzi, Riccardo. Umanita' di Veronica Gàmbara (1485-1550). Commemorazione pronunciata a Correggio, nel IV centenario della morte della Poetessa. il 28 maggio 1950. Reggio Emilia, 1969.
Jerrold, Maud. F. "A Sister Poet, Veronica Gàmbara," in Vittoria Colonna, With Some Account of Her Friends and Her Times. New York: Dent, 1906. This includes a letter from Bembo which quotes another poem by Gàmbara to Gàmbara herself which Bullock has printed as Colonna's.
Manzotti, Fernando. Cataloghi Della Lettere di Veronica Gàmbara, preceduti da un saggio critico (con lettere inedite). Verona: Quarerni di 'Nova Historia,' 1950.
Renier, Rudolfo. "Luigi Amaduzzi Undici lettere di Veronica Gàmbara e un'ode latina tradotta in volgare," Rassegna Bibliografica in Giornale Storico della Letterature Italiano 14 (1889), 441-4. 

Museo Civico, Correggio
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Pittore fiammingo
Inizi del XV11 secolo
Ritratto di gentildonna
Olio su tela, cm 65 x 53
Provenienza: Municipio
Per lungo tempo si ritenne che il ritratto raffigurasse la poetessa Veronica Gàmbara sposa nel 1508 di Giberto X, signore di Correggio (da ciò la scritta fantasiosa apposta sul retro della tela: Veronica Gàmbara Principessa di Correggio 1508 nella sua età di anni 24. Fatto in Brescia). L'equivoco ebbe origine dall'antico proprietario del dipinto, il correggese Antonio Alessandro Arrivabene, dilettante di storia patria, il quale, secondo quanto asserisce lo storico correggese Girolamo Colleoni in una lettera a Ireneo Affò dell'8 ottobre 1774, "battezzò un quadro a capriccio asserendolo il ritratto di Veronica Gàmbara" (G. Colleoni, Lettere a Ireneo Affò [Copialettere sec. XVI11], in BCC AMP 127). La tradizionale identificazione continuò per buona parte del Novecento, finché Riccardo Finzi (1962), non potendo più sostenere, per ragioni di lampante anacronismo - già manifestate da Augusta Ghidiglia Quintavalle (1959) in occasione del restauro del dipinto - l'identificazione con la Gàmbara, propose il nome di Anna Pennoni, moglie del principe Siro da Correggio. Tuttavia anche quest'ultima identità ci sembra assai dubbia, non essendo suffragata da alcun indizio ed essendo più probabile supporre un legame stretto con la provenienza del dipinto dagli Arrivabene (ramo collaterale della nota famiglia di Mantova). Attribuito da E. Bertolini ad ignoto fiammingo del primo Cinquecento, il quadro fu assegnato dalla Ghidiglia Quintavalle, sia pure in forma dubitativa, a Sante Peranda nel periodo in cui (1608-27) il pittore veneziano lavorava alle corti dei Pico e degli Este, mentre il Finzi (1962) accennava ad una vecchia attribuzione a Frans Pourbus il Giovane. Graziella Martinelli Braglia ha accolto il ritratto nel catalogo dei dipinti del Peranda, con la possibilità della collaborazione del figlio Michelangelo nell'esecuzione dell'abito, a proposito del quale scrive: "Notevole l'interesse dell'immagine dal profilo della storia del costume: il pennello indugia sull'ampia gorgiera a merletto dal caratteristico motivo dei cuori con sovrapposte due frecce incrociate: nella veste disegni gigliati, a ricami di perle e di gemme; l'acconciatura, impreziosita dai puntali con rare perle a goccia, che valorizzano le diafane carni della dama. La presenza del garofano rosso appuntato fra i capelli, presso il nodo di perle, è probabilmente allusiva a una promessa di matrimonio, secondo una consuetudine nuziale fiamminga trapassata nella ritrattistica cortigiana". In realtà l'effigiata ci viene mostrata in una visione più raggelata di quanto avvenga di solito nel Peranda, che suole animare le formule della ritrattistica internazionale con uno spirito comunicativo che presuppone da una parte i modelli rubensiani e dall'altra l'educazione veneziana del pittore. L'autore del quadro sarà probabilmente da ricercare tra i tanti fiamminghi scesi in Italia tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, e che si esercitarono sovente nella ritrattistica di corte. La foggia dell'abito e il tipo di acconciatura inducono a ritenere il dipinto eseguito intorno al 1610, come si evince dal confronto con il Ritratto di gentildonna, firmato e datato, di Guilliam van Deynem (Genova, Palazzo Bianco, pubblicato su Il Tempo di Rubens, catalogo della mostra, Milano 1987, tav. 22). [GPL - VP]
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Pittore bolognese-romano
Seconda metà del XVI secolo
Ritratto del cardinale Girolamo da Correggio
Olio su tela, cm 108 x 80
Provenienza: Municipio
Girolamo da Correggio (1511-1572), figlio del conte Giberto X e di Veronica Gàmbara, intraprese la carriera ecelesiastica all'ombra dello zio cardinale Uberto Gàmbara. Fu elevato al cardinalato nel 1561, e nel 1568 Filippo II lo fece nominare vescovo di Taranto. A Correggio, di cui era conte "in condominio" coi cugini Camillo e Fabrizio, promosse importanti innovazioni istituzionali. Morì a Roma nell'ottobre del 1572. Quirino Bigi afferma che questo dipinto "fatto in Roma da valente pennello, fu acquistato dal defunto nostro storiografo Antonioli". Non vi sono elementi per sostenere l'affermazione del Bigi, il quale probabilmente pensò a Roma proprio a causa della data che nel quadro si legge 1571. In tale anno il cardinale risiedeva a Roma, prima di recarsi come legato straordinario ad Ancona. La scritta ai lati dell'effigiato: HIERONYMUS CORRIGIA AB AUSTRIA S.R.E. CARDINALIS MDLXXI, è sicuramente posteriore all'esecuzione del dipinto. I signori di Correggio infatti si vantarono, per ragioni di propaganda dinastica, alleanze e affinità di stemma (una fascia bianca in campo rosso), di essere parenti degli imperatori d'Austria. Il diritto di fregiarsi ufficialmente di tal nome venne però riconosciuto soltanto dopo il diploma d'investitura conferito dall'imperatore Rodolfo II al conte Camillo nel 1580 (A. Ghidini, Camillo da Correggio, in D.B.I., 29, Roma 1983, p. 433). La data 1571, per quanto apposta sul quadro in epoca posteriore, può essere tuttavia considerata plausibile per quanto riguarda l'esecuzione del dipinto, come indica l'età dimostrata dal personaggio, che sarebbe morto l'anno successivo a 61 anni. Il cardinale, presentato in un aspetto di solenne imponenza, indossa il manto e la berretta rossa ed ha le spalle coperte da una sopravveste di pelliccia. Dietro il braccio sinistro si nota un campanello (sul quale è appena visibile lo stemma del cardinale) appoggiato su un libro, probabilmente liturgico. Secondo il Bertolini il ritratto doveva essere assegnato alla scuola veneta, con la possibilità che l'autore fosse Giovan Battista Moroni. Successivamente il dipinto è sempre stato collegato, in forma più o meno dubitativa, al nome di Bartolomeo Passerotti. In realtà le sigle ritrattistiche passerottiane, caratterizzate da acute notazioni realistiche e da gestualità anticonformiste che mettono in dubbio l'ufficialità della rappresentazione, non trovano riscontro nella tela correggese, dove inoltre l'immagine è realizzata senza ricorrere a quelle pennellate rapide e spezzate così tipiche dei ritratti passerottiani. Istruttivo può risultare il confronto con il Ritratto del cardinale Filippo Boncompagni del Passerotti, risalente al 1573-74 (pubblicato da E. Negro in Arte Emiliana. Dalle raccolte stoiriche al nuovo collezionismo, Modena 1989, p. 48, tav. 26), dove le differenze con il ritratto correggese, sia di carattere tecnico che stilistico, appaiono palesi, nonostante alcune somiglianze iconografiche, come la presenza del campanello e la lettera tenuta in mano da entrambi i prelati. A questo proposito sarà da notare che la carta retta dal cardinal Girolamo è vergata da ghirigori simulanti una scrittura, mentre nel Passerotti le scritte sulle lettere che compaiono nei quadri sono sempre perfettamente leggibili. Escludendo il Passerotti, l'autore del ritratto sarà comunque da ricercare sull'asse Bologna-Roma: essendo il 1571 una data troppo precoce per l'attività ritrattistica di Lavinia Fontana, il dipinto potrà forse meglio essere accostato ai rari esempi del padre Prospero (si veda in particolare il Ritratto di un senatore Malvasia della Galleria Estense di Modena), ma non sarà da escludere la paternità di un autore operante in Roma, influenzato dai modi dei tanti bolognesi attivi nella città pontificia nei decenni centrali del secolo XVI e lontano dalle formule ritrattistiche, più glaciali e distaccate, diffuse da Siciolante da Sermoneta e Scipione Pulzone. [GPL - VP]
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Bottega del Moretto da Brescia
Brescia, 1498-1554
Ecce Homo
Olio su tela, cm 68 x 52
Provenienza: chiesa di San Giuseppe Patriarca
E' una copia della tavola, di analogo soggetto e di minori dimensioni, dipinta da Alessandro Bonvicino detto il Moretto e oggi alla Galleria di Capodimonte a Napoli. Il quadro è stato probabilmente realizzato nella bottega del maestro bresciano ad opera di uno dei suoi allievi, quale potrebbe essere, ad esempio, Agostino Galeazzi (P. Begni Redona, comunicazione orale). La tela correggese riproduce fedelmente l'Ecce Homo del Moretto, un'opera databile agli anni 1540-50, tipica, nelle sue espressioni di austero naturalismo e di profonda devozione religiosa, dell'ultima fase del Bonvicino: le uniche differenze nei confronti dell'originale riguardano la scritta ECCE OMMO ai piedi del Cristo, e, nel paesaggio, l'assenza del pastore con la pecora sulle spalle e alcune modifiche negli edifici. Le ampie lacune che cancellano in parte il corpo di Cristo ostacolano la leggibilità dell'opera, che comunque, rispetto al prototipo morettiano, è dipinta in maniera più secca, denunciando minore morbidezza di modellato e più aspra durezza di contorni. Si può ipotizzare che il quadro sia stato inviato da Brescia a Veronica Gàmbara (1485- 1550), illustre poetessa di origine bresciana e, dal 1518, vedova del conte Giberto X da Correggio. La famiglia Gàmbara ebbe stretti rapporti con il Moretto: il cardinale Uberto Gàmbara, fratello di Veronica, fu il committente della Madonna in gloria e santi della parrocchiale di Sant'Andrea a Pralboino e, nella stessa chiesa, anche la Madonna in trono e i santi Rocco e Sebastiano è probabilmente riferibile alla committenza di un membro dello stesso casato (P. Begni Redona, in Alessandro Bonvicino. Il Moretto, catalogo della mostra, Bologna 1988, p. 81). L'Ecce Homo sarebbe una testimonianza delle strette relazioni fra Veronica e la sua terra d'origine, forse un dono inviato da una famigliare alla Gàmbara nei suoi ultimi anni di vita, se si valuta il quadro coevo o appena posteriore alla tavola di Napoli. [GPL]